giovedì 26 febbraio 2009

Dcumento scaturito dall'assemblea nazionale del 21 febbraio a Roma

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Con la feroce aggressione alla Striscia di Gaza, lo Stato di Israele ha fornito al mondo l’ennesima conferma della volontà di procedere alla pulizia etnica del popolo palestinese. I 1300 morti, le migliaia di feriti, le immani distruzioni provocate da tre settimane di bombardamenti fanno seguito ad un embargo criminale – voluto e praticato da Israele, Stati Uniti ed Unione Europea – che da oltre due anni colpisce una delle popolazioni più povere del mondo, impedendo ogni attività commerciale e bloccando persino il transito degli aiuti umanitari.

Continua, dunque, l’occupazione israeliana della terra palestinese, la negazione del diritto di un popolo ad avere un suo Stato. Al dramma del milione e mezzo di Palestinesi segregati nella Striscia di Gaza fa da riscontro la trasformazione della Cisgiordania in un sistema di prigioni a cielo aperto, con le città e i villaggi isolati gli uni dagli altri dal Muro dell’Apartheid, che Israele ha continuato a costruire nonostante la sentenza della Corte di Giustizia Internazionale del 2004 e le risoluzioni dell’ONU, che continua a violare impunemente, con la complicità dei governi delle maggiori potenze mondiali.

Per contribuire alla campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni lanciata dalle organizzazioni della società civile palestinese, promuoviamo anche nel nostro Paese un percorso di iniziative volte ad incidere sull’economia di guerra israeliana, attraverso il boicottaggio delle merci israeliane, il disinvestimento dall’economia israeliana, la sospensione dei rapporti accademici e delle collaborazioni con lo Stato e gli enti locali, il boicottaggio del turismo in Israele e la verifica delle possibili iniziative legali per la condanna dei criminali di guerra ed il risarcimento dei danni provocati in questi anni di occupazione e di guerra.

In particolare, gli obiettivi della Campagna italiana di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) sono:

- Tutte le merci identificate dal codice a barre con le prime tre cifre 729, che identificano i prodotti provenienti dallo Stato di Israele.

- I prodotti agricoli israeliani a marchio Jaffa e Carmel, presenti sui banchi dei supermercati e di molti negozi.

- I prodotti farmaceutici israeliani della azienda THEVA, che tanto in Italia quanto in Francia ha acquisito una posizione dominante nel mercato dei farmaci generici e da banco.

- I prodotti cosmetici del gruppo L’OREAL, già oggetto di boicottaggio per i test effettuati sugli animali. Oltre ad essere uno dei maggiori investimenti israeliani, il gruppo L’OREAL commercializza prodotti realizzati con materiali provenienti dai territori palestinesi occupati, come i Sali del Mar Morto.

- I prodotti e i negozi del gruppo ZARA home, di proprietà del miliardario israeliano Lev Leviev, arricchitosi con lo sfruttamento dei diamanti dell’Angola e con il quale nel 2008 l’UNICEF ha interrotto qualsiasi tipo di relazione, rifiutando qualsiasi donazione, data l’origine criminale della sua fortuna e per il tipo di progetti che finanzia. Fra l’altro, Leviev è uno dei maggiori costruttori immobiliari delle colonie costruite nelle aree espropriate illegalmente ai Palestinesi e, come tale, uno dei maggiori violatori delle risoluzioni delle Nazioni Unite.

- I prodotti dell’azienda LAVAZZA, da oltre due decenni leader nel mercato israeliano del caffè, delle macchine per bar e uffici, dell’architettura e dell’arredamento dei locali, attraverso la ditta israeliana Gils Coffee Ltd. Il boicottaggio della Lavazza è raccomandato anche dall’organizzazione pacifista israeliana Gush Shalom e dalla Coalizione delle Donne per la Pace israeliana, anche per il legame diretto fra la Lavazza stessa e la Eden Springs Ltd., azienda israeliana che dal 2002 detiene i diritti per la distribuzione delle macchine per il caffè e delle capsule di caffè "Lavazza – Espresso Point". La Eden Springs imbottiglia e distribuisce l’acqua delle Alture del Golan, territorio siriano occupato e colonizzato illegalmente da Israele dal 1967.

La Campagna Italiana BDS chiede, inoltre, la revoca delle collaborazioni in essere fra alcuni enti locali e lo Stato di Israele, a partire dal progetto "Saving children", con il quale la Regione Toscana, attraverso l’israeliana Fondazione Peres, finanzia la sanità israeliana per … curare i bambini palestinesi feriti dagli stessi Israeliani! Analogamente, denunciamo l’accordo di cooperazione tecnologica, in essere dal 2007, fra la Regione Lazio e il centro industriale israeliano Matimop, accordo del quale chiediamo la revoca. Chiediamo alle istituzioni accademiche ed ai singoli dipartimenti e docenti di sospendere a loro volta ogni rapporto con le università israeliane, in solidarietà con le università palestinesi cui l’occupazione impedisce da anni di portare avanti i propri programmi.

Invitiamo, infine, a boicottare ogni forma di turismo verso le località israeliane.

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Il nostro appello è rivolto a chiunque, individuo o associazione, intenda dare il suo contributo al raggiungimento di una pace giusta in Medio Oriente, attraverso il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese, sanciti da decine di risoluzioni delle Nazioni Unite, sistematicamente ignorate dallo Stato di Israele; l’adesione alla Campagna Italiana BDS è dunque aperta e ci auguriamo di vedere la partecipazione di tutti gli uomini e le donne che sostengono la lotta di liberazione del popolo palestinese e la necessità della fine dell’apartheid israeliano. Per favorire il maggior livello di partecipazione e di iniziativa, la Campagna si articola attraverso comitati locali BDS. Aderendo all’appello del Forum Sociale Mondiale di Belem, la Campagna Italiana BDS promuove tre giornate nazionali di mobilitazione per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni per il 28, 29 e 30 marzo 2009.

articulu dae su
04.10.2008
sighit crisi globale fase obama in sa defenza sarda

La crisi finanziaria con epicentro negli States procede per ondate successive che ne approfondiscono e ampliano la portata. Crisi dei subprime, poi restrizione del credito tra banche, a seguire caduta generalizzata dei prezzi immobiliari (prima volta dalla II guerra mondiale) con forti perdite nei bilanci delle istituzioni finanziarie e… probabilmente recessione reale. Mozzafiato gli interventi statali diretti e i salvataggi sponsorizzati nella patria del “liberismo”: dopo la statalizzazione di Fannie e Freddie, il salvataggio della Merryl Linch da parte di Bank of America e quello della Aig da parte della Federal Reserve, infine il fallimento di Washington Mutual, la più grande cassa di risparmio statunitense, acquisita poi da JP Morgan e l’assorbimento di Wachovia da parte di Citigroup. Ma la carta straccia è anche, e pesantemente, nei bilanci delle banche europee: di qui la prima tranche, in questi giorni, di nazionalizzazioni e salvataggi dall’Inghilterra alla Germania passando per Bruxelles. “E’ solo l’inizio - afferma un analista londinese - vedremo banche nazionalizzate, assorbite da altri gruppi e per qualcuna ci sarà anche il default”.
Le misure una tantum fin qui usate per correre in soccorso degli istituti finanziari però non bastano più. Così, il Tesoro Usa ha tentato il colpaccio con un piano complessivo da 700 miliardi di dollari (pari più o meno al Pnl di Taiwan, ventunesima economia mondiale). Ma nonostante l’allarme rosso delle borse, le rassicurazioni dei leader del Congresso nonostante i forti malumori dei peones, l’intervento diretto di Bush con un appello alla nazione, l’avallo dei due candidati presidenziali - il piano per ora non è passato! A dimostrazione che la crisi inizia ad avere ripercussioni anche politiche.

Il Piano Paulson
_ Si tratterebbe (condizionale d’obbligo) di un maxi-fondo pubblico che assorbendo i crediti “tossici” inesigibili degli istituti di credito, punta a stoppare la discesa dei prezzi e a sbloccare l’arresto del credito (credit crunch) che si sta trasferendo all’economia reale. E’ un piano che salverebbe, sistematicamente, le società responsabili del disastro finanziario senza offrire nulla alla gente comune oberata di debiti (dai mutui alle carte di credito). I lobbisti finanziari, aiutati dalle manovre dei repubblicani, avevano ottenuto che il salvagente pubblico valesse per ogni tipo di credito compresi quelli detenuti dai fondi pensione e speculativi, i derivati, ecc.! L’intenzione è di nazionalizzare carta straccia a spese del “contribuente” senza neanche uno straccio di interventismo a favore di Mean Street (l’uomo della strada). Non era infatti passata la richiesta democratica di misure legali minime a favore delle famiglie espropriate della prima casa (inoltre i repubblicani avevano ottenuto di eliminare ogni riferimento a fondi per l’edilizia popolare) mentre i vincoli posti agli stipendi dei manager erano cosmetici. Del resto Paulson, che aveva preparato un piano di tre paginette con ancora più discrezionalità per il Tesoro, era stato chiaro: “La protezione fondamentale del contribuente la darà la stabilità del mercato che si garantisce in questo modo”. Il pubblico però aveva da subito reagito male al ricatto posto da Bush su un piano che salva solo i ricchi. Così, nonostante l’assegno in bianco iniziale fosse divenuto un corposo progetto di legge, alla Camera hanno per ora votato contro un buon numero sia di democratici che di repubblicani. “Per i primi, il piano era troppo sbilanciato verso le “major ” di Wall Street. Per i secondi, il piano, basato sulle finanze pubbliche, era in odore di “socialismo”, commenta rainews24. Wall Street risponde in caduta libera.


Basterebbe?_ Il Piano risulta per ora congelato. Ma fin da subito si era posta una domanda: è sufficiente? E quali le conseguenze? Un primo problema è trovare tutti quei soldi: il debito pubblico complessivo salirebbe ulteriormente anche rispetto all’ancora corposo Pil statunitense (il deficit statale federale sarà quest’anno, con tutti i salvataggi operati, al 10% del Pil a un livello visto solo con la II guerra mondiale) mentre quello complessivo è già a cifre stratosferiche. Sarà necessario finanziarlo con crediti da fuori (nessun politico per ora parla di aumentare le tasse) appesantendo il debito estero. “Qualcuno pensa anche che l’onere di riparazione di un sistema finanziario disastrato potrebbe mettere a serio rischio lo status del dollaro come moneta di riserva mondiale”, scrive l’Economist.


Inoltre, i settori a rischio non sono oramai solo più quelli legati ai mutui subprime ma - ancora l’Economist - l’insieme dell’industria finanziaria: “lo stesso fenomeno che osserviamo con le case lo stiamo vedendo nei prestiti per l’acquisto auto, le carte di credito e le borse di studio”. In effetti, è oramai in moto una dinamica che conduce tutti gli istituti finanziari a vendere per ridurre l’indebitamento (deleveraging: ridurre il rapporto pazzesco tra titoli e assets reali) spingendo così ancor più in basso il valore dei beni in una spirale difficilmente arrestabile. Potrebbe quindi già essere troppo tardi per evitare conseguenze più pesanti.


Il quesito di fondo_
E’ quello che inizia a farsi strada: questo piano o uno simile potrà essere all’immediato necessario, ma sarà davvero efficace? Su questo liberisti del Financial Times (come il guru Martin Wolf ) e dell’Economist così come liberal democratici del New York Times (come Paul Krugman) sono in fondo d’accordo nelle critiche: il Tesoro e la Fed stanno affrontando la crisi come se si trattasse di un problema di liquidità da immettere nel circuito per arrestare la spirale al ribasso dei prezzi, ricreare fiducia e poi rivendere i titoli acquistati in un mercato stabilizzato. Ma il problema è a questo punto sempre più di insolvenza di quel “sistema bancario ombra” fatto di prodotti finanziari derivati figlio della deregulation e delle bolle speculative degli ultimi decenni (si parla di cifre astronomiche pari o superiori al prodotto lordo mondiale). “Quando lo stock di debito lordo è enorme e le condizioni economiche difficili, c’è alta probabilità di numerose bancarotte. La gente teme l’insolvenza di massa, i prestatori smettono di dare in prestito e gli indebitati di spendere. Il risultato può essere la deflazione da debito”. Il mercato interbancario già lo segnala col rialzo dei tassi, il mercato monetario è sotto tensione. Tutto ciò non si risolve con iniezioni continue di liquidità ma ricapitalizzando il sistema, come propone anche il direttore del Fmi Strauss-Kahn: “Al cuore del problema c’è il fatto che il sistema finanziario ha troppo poco capitale” per reimmetterlo nel circuito reale traendone profitto. Già ma ricapitalizzare significa innanzitutto raccogliere quote enormi: da chi, a quali condizioni (si accetteranno i cinesi nei consigli di amministrazione?), con quale prospettiva? Significa comunque operare un trasferimento colossale di ricchezza che il Fmi e Wall Street hanno potuto imporre nei decenni passati nel Sud del mondo ma difficilmente ora hanno il potere di riproporre in quelle forme alla popolazione in Occidente e all’Asia. Significa, inoltre, ripristinare le basi complessive del ciclo del valore e creare nuove condizioni della domanda globale per rimettere in moto l’accumulazione. Insomma, l’impressione che si trae dal dibattito negli States, al momento, è che non si coglie la profondità della crisi di un intero modello di crescita drogata dal debito quasi si potesse, dopo la tempesta, riprendere tutto tranquillamente come prima. Mentre il modello americano ha sempre meno appeal, mancano idee propulsive come anche il confronto Obama-McCain sta evidenziando. Chi può permettersi di parlare esplicitamente di declino della potenza statunitense senza essere punito dagli elettori? L’obbligo tutto americano del “pensare positivo” - fa notare lucidamente la vetero-cons Barbara Spinelli - impedisce di guardare con coraggio nel baratro che si sta aprendo.

L’equazione globale di potenza_ La crisi in corso è dunque strutturale non solo perché ha colpito il centro del sistema mondiale ma anche perché sta investendo, con conseguenze ancora incerte, il ciclo mondiale di riproduzione del valore degli ultimi trent’anni e dunque l’equilibrio globale di potenza che su di esso si è costruito. In questo siamo veramente all’(inizio della) fine di un’era. La fuoriuscita dalla crisi economica degli anni Settanta e la risposta capitalistica al formidabile ciclo di lotte dell’operaio massa e dei popoli coloured si erano concretizzati dagli anni Ottanta in poi in una ristrutturazione del mercato mondiale: Dal rapprochement tra Usa e Cina, al corso denghista del “socialismo di mercato”, fino alla globalizzazione neoliberista, era sembrato che gli Usa potessero svolgere il ruolo di egemone fornitore della stabilità sistemica, a maggior ragione dopo il crollo dell’Urss e lo stabilirsi del “momento unipolare”. In realtà, questo corso ha via via mostrato la sua fragilità dimostrandosi incapace di replicare i successi del ciclo fordista precedente. Da un lato ha infatti accentuato la finanziarizzazione rapace dell’economia Usa e gli squilibri globali sintetizzati nel doppio deficit commerciale e dei pagamenti; dall’altro ha permesso il decollo e l’affermazione della Cina come nuovo “opificio del mondo” ma legandola a doppio filo al mercato interno e al finanziamento, con i propri surplus commerciali, dell’indebitamento crescente degli Stati Uniti. I nodi di quella che fin qui è stata la tenuta di Chimerica (come la chiama lo storico di Harvard Niall Ferguson ) e del mercato mondiale iniziano però a venire al pettine. Sia sul versante del contratto sociale tra finanza e cittadino-consumatore negli Usa (ma sempre più in tutto l’Occidente) che ha sostituito con la privatizzazione individualistica del welfare il vecchio compromesso keynesiano-fordista facendo della domanda da indebitamento crescente della gente comune (debt peonage) la base sempre più ristretta della piramide finanziaria (e che ora rischia di frantumarsi). Sia per il rischio di trascinare, o comunque influenzare pesantemente, l’intero sviluppo asiatico nei vortici della crisi alla faccia dei teorici del decoupling crescita asiatica/crisi Usa. Sia, infine, per la crisi irreversibile del Washington Consensus e della forma neoliberista della globalizzazione (che non vuol dire affatto possibilità, dato l’intreccio globale della produzione e della finanza, di tornare indietro a uno sviluppo incentrato e diretto dallo stato-nazione!).

Novità e continuità
_ La novità sta dunque nell’incrinarsi evidente del controllo Usa sul ciclo di riproduzione del capitale globale, in particolare di fronte all’emergere dell’Asia. La capacità di Washington di risucchiare -via predominio del dollaro e della finanza oltreché via guerra- il valore accumulato dai centri capitalistici emergenti nelle ex-periferie, principalmente in Asia Orientale, garantendo al contempo la stabilità del sistema è palesemente in difficoltà. L’esperienza della crisi asiatica del 1997-8 ha rappresentato per quei paesi una soglia cruciale palesando l’arroganza di Usa e Fmi a fronte dell’incapacità di porre ordine negli squilibri globali, anzi usandoli per accaparrarsi i pezzi migliori delle economie asiatiche. A dieci anni dalla crisi gli effetti della reazione asiatica sono evidentissimi: fine dell’indebitamento col Fmi (ridotto oramai a istituzione fantasma), ripresa economica incentrata sulla crescita cinese, rapporti inter-asiatici meno asimmetrici di quelli con l’Occidente, e su tutto primi passi verso la costruzione di un mercato asiatico più integrato facente perno sulla Cina. E’ su questo complesso emergente, oltreché su un America Latina che cerca di integrarsi e su una Russia in ripresa (ma addirittura le petrolmonarchie palesano qualche velleità autonoma), che gli States non riescono più a scaricare la crisi come prima. Al tempo stesso, la continuità nell’attuale fase sta in una struttura della divisione internazionale del lavoro che resta incentrata sullo stretto legame Usa-Cina. Un’equazione destinata nel (medio)-lungo periodo a dissolversi, ma che a breve resta una necessità anche per la dirigenza cinese. Il paradosso dell’attuale situazione sta nel fatto che il rafforzamento cinese nei confronti di Washington è condizionato dalla prosecuzione della cooperazione economica con gli Stati Uniti. Una cooperazione a cui è costretto ancor più l’establishment statunitense con la crisi in corso e il bisogno urgente di fondi (due miliardi di $ al giorno; la Cina da sola sta prestando agli Usa per il 2008 l’equivalente di due volte e mezzo il Piano Marshall per l’Europa del 1947). In questo quadro, tendenzialmente sempre più incerto - c’è chi su Foreign Affairs parla oramai di fase a-polare - gli altri attori di media potenza della politica globale si fanno avanti giocando, come la Russia, sulle debolezze statunitensi senza al momento potere né volere intraprendere un corso di piena e dispiegata rottura. La loro azione, di per sé non centrale, potrebbe però precipitare situazioni di crisi (v. Georgia) proprio in relazione alla fragilità crescente degli equilibri globali.

Nuova regolazione?_ Mentre le teste d’uovo del Council on Foreign Relations statunitense iniziano (ora!) a ragionare a voce alta sulla vulnerabilità strategica dovuta alla dipendenza dai finanziamenti di paesi “non alleati” e dei fondi sovrani e consigliano di ridurla (ma come?) - il dibattito è acceso nei circoli economici sulle modalità di una nuova regolazione finanziaria. Su un piano tecnico questa è già iniziata con le misure della Fed e del Tesoro americani (maggiori controlli, fine della banca d’investimento, ecc.) e verrà quasi sicuramente confermata se non ampliata alla prossima riunione del G-7, al di là dei malumori europei. Ma la questione è più generale e verte sia sulla governance globale ventura sia sulle condizioni di un nuovo ciclo economico. 1. Sul primo punto, finora erano andate per la maggiore le tesi, Greenspan in testa, di chi negava che il doppio deficit fosse un problema per gli States: “i deficit non contano” (Dick Cheney)! Questo sia perché non sarebbe in vista un sostituto globale del dollaro sia per la forza militare Usa che sembrava impareggiabile. Oggi invece prendono forza i “preoccupati”: la debolezza finanziaria è un problema serio cui ovviare mettendo ordine in casa (sacrifici!) e approntando una nuova architettura internazionale che renda conto delle nuove realtà emergenti. Sempre sulle pagine di Foreign Affairs, la rivista ufficiale del Dipartimento di Stato, Fred Bergsten del Peterson Institute propone un G-2 informale con la Cina affiancato a un accordo (un “Asian Plaza”) di rivalutazione delle monete asiatiche. Attenzione a non equivocare sulle intenzioni. L’obiettivo è qui, preso atto dell’inevitabilità oggi di un asse economico con Pechino, di stringere ancor più Pechino in una rete di vincoli e ricatti atti a evitare che l’economia cinese possa puntare autonomamente sul proprio mercato interno e quella asiatica possa centralizzarsi intorno ad essa distruggendo l’“indispensabilità” statunitense. Il punto però è che una Cina forte dei suoi successi continuerà a cooperare ma ha già iniziato a riscrivere a suo modo le regole del gioco del sistema! 2. Ma il problema di una possibile nuova regolazione rimanda al nodo ben più complesso di se e come è possibile rilanciare il capitalismo, a scala Usa e globale, riequilibrando il rapporto finanza/produzione, dove la prima sta fagocitando la seconda in un intreccio indistinguibile di profitto e rendita (attenzione: nessuna litania qui sulla speculazione “cattiva” contro la produzione “buona”!). Questo intreccio spreme il lavoro ai limiti dell’immaginabile ma in quantità pur sempre insufficiente a valorizzare la pletora di capitale “fittizio” che circola sui mercati. I margini ampliabili non a piacere della giornata lavorativa globale -come tempo di vita e come resistenza del lavoro vivo- restano infatti il limite (storicamente) assoluto per il capitale. Un suo “ringiovanimento” via distruzione del capitale fittizio - non surrogabile dalla mera svalutazione dei corsi finanziari oggi in atto - è stato possibile nel passato solo grazie alle guerre mondiali distruttrici di lavoro vivo e morto e comunque in una fase in cui ancora non tutto il lavoro e la vita erano sussunte al capitale. Oggi la guerra generale non sembra una “soluzione” a portata di mano per il sistema, mentre la tendenziale mercificazione della totalità delle relazioni sociali rende paradossalmente più difficile, ma per ciò stesso più imperiosa, la “recinzione” di nuovi terreni di caccia per il valore. C’è chi - come Arrighi - pensa o propone che la Cina possa rappresentare una via d’uscita all’impasse grazie a un modello differente di accumulazione, meno sperequato all’interno e meno asimmetrico (cioè non imperialista) nei rapporti con l’estero. La questione è complessa e, si sia d’accordo o meno, va discussa per le implicazioni possibili di una inedita “socialdemocrazia in salsa cinese” sulla dinamica degli antagonismi di classe (a partire dal proletariato di lì). Per intanto sta di fatto che l’establishment cinese finora non si è contrapposto affatto al modello “anglo-sassone” a misura che se anche i profitti sono essenzialmente industriali e non (ancora) finanziari, però gran parte di essi viene messa a disposizione del finanziamento del debito statunitense ad alimentare un circuito globale da cui la borghesia cinese trae valore e legittimazione. Sembra proprio che sia definitivamente esaurita la fase storica in cui “dall’alto” poteva venire una risposta, anche solo socialdemocratica o real-socialista, alla questione di un modello economico alternativo.
E’ altrove che è più opportuno guardare per abbozzare una risposta a cosa possa oggi significare un’economia altra possibile, come produzione e riproduzione dei commons a scala finalmente globale. Il movimento no global, nella sua dinamica profonda, ha iniziato a porre la questione senza poterla però radicare nel profondo della società (e, rispetto all’Asia, dovendosi fermare a Bombay) . La crisi finanziaria, se dovesse approfondirsi, dislocherà quella domanda immettendola di forza nella vita pratica di tutti e preparando il dispiegarsi di conflitti sul terreno del debito, della rendita nelle sue molteplici forme, della finanziarizzazione come sintesi capitalistica dell’espropriazione della vita nella sussunzione reale.


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mercoledì 25 febbraio 2009

monaci tibetani

Il 10 marzo il Tibet ricorda i 50 anni dalle insurrezioni popolari del 1959, quando iniziò l'esilio del Dalai Lama. E la Cina chiude l'altipiano a chiave

Iscritu dae
Alessandro Ursic

Nel timore che quelle dell'anno scorso siano state solo le prove generali, le autorità cinesi temono nuove rivolte in Tibet prima del 10 marzo, giorno che marcherà il 50esimo anniversario dell'insurrezione popolare che portò alla repressione di Pechino e alla fuga del Dalai Lama in India. In vista di quella data, entrare in Tibet è praticamente impossibile per gli stranieri e i monasteri della regione sono tenuti sotto stretto controllo dalle forze di sicurezza, mentre il Partito comunista ha alzato ulteriormente il livello della retorica contro le rivendicazioni dei tibetani.

Le prime avvisaglie di possibili nuovi scontri sono arrivate lo scorso fine settimana a Litang, nella vicina provincia di Sichuan. La protesta - solitaria - di un monaco, sceso in strada inneggiando al Dalai Lama e urlando "Tibet libero", è stata prontamente interrotta dalla polizia. Il giorno dopo, qualche centinaio di tibetani sono scesi in strada per chiedere il suo rilascio: la manifestazione è stata repressa dalle forze di sicurezza, che hanno arrestato una ventina di partecipanti. Successivamente, in città sono stati istituiti tre giorni di coprifuoco. Secondo l'associazione "Free Tibet", con sede a Londra, quelli di Litang sono stati i disordini più gravi dalle rivolte del marzo 2008, che provocarono 19 morti tra i cinesi e - secondo la diaspora tibetana - almeno 200 vittime tra i manifestanti, nella successiva repressione di Pechino.

La Cina non ha intenzione di tollerare repliche. Giovedì 19 febbraio, i media statali hanno riportato che dai vertici di Pechino è arrivato l'ordine a polizia ed esercito di "mobilitarsi e usare tutte le proprie forze" per mantenere la stabilità, agendo prontamente contro qualsiasi segno di sostegno al Dalai Lama e alla sua "cricca separatista", come Pechino definisce abitualmente i fedeli del leader spirituale. Il giorno prima, la sezione tibetana della "Associazione buddista cinese" (statale) ha modificato il proprio statuto, richiedendo a monaci e suore di ripudiare il Dalai Lama, definito "uno strumento fedele alle forze occidentali anti-cinesi, la principale causa dei disordini sociali in Tibet e il maggiore ostacolo alla costruzione di un buddismo tibetano".

Da parte loro, tra i tibetani si sta diffondendo l'appello per un boicottaggio delle festività del Losar, il Nuovo anno tibetano, una serie di celebrazioni che inizieranno mercoledì 25 febbraio. Vuole essere una protesta pacifica, l'ennesima, in risposta al controllo ossessivo di Pechino sulla regione dopo gli scontri del marzo 2008. Diversi monaci hanno riferito di monasteri largamente svuotati per gli arresti e i trasferimenti forzati, mentre quelli rimasti sono stati costretti a frequentare "classi di rieducazione patriottica".

La Cina non ha intenzione di tollerare repliche. Giovedì 19 febbraio, i media statali hanno riportato che dai vertici di Pechino è arrivato l'ordine a polizia ed esercito di "mobilitarsi e usare tutte le proprie forze" per mantenere la stabilità, agendo prontamente contro qualsiasi segno di sostegno al Dalai Lama e alla sua "cricca separatista", come Pechino definisce abitualmente i fedeli del leader spirituale. Il giorno prima, la sezione tibetana della "Associazione buddista cinese" (statale) ha modificato il proprio statuto, richiedendo a monaci e suore di ripudiare il Dalai Lama, definito "uno strumento fedele alle forze occidentali anti-cinesi, la principale causa dei disordini sociali in Tibet e il maggiore ostacolo alla costruzione di un buddismo tibetano".

Da parte loro, tra i tibetani si sta diffondendo l'appello per un boicottaggio delle festività del Losar, il Nuovo anno tibetano, una serie di celebrazioni che inizieranno mercoledì 25 febbraio. Vuole essere una protesta pacifica, l'ennesima, in risposta al controllo ossessivo di Pechino sulla regione dopo gli scontri del marzo 2008. Diversi monaci hanno riferito di monasteri largamente svuotati per gli arresti e i trasferimenti forzati, mentre quelli rimasti sono stati costretti a frequentare "classi di rieducazione patriottica".

Se intorno al 10 marzo tornerà la violenza, come per i fatti dell'anno scorso, un resoconto indipendente promette di essere quasi impossibile. Dodici mesi fa, solo il corrispondente dell'Economist era a Lhasa - per una svista delle autorità cinesi - nel giorno in cui iniziarono gli scontri. Quest'anno, le promesse iniziali di Pechino di garantire l'ingresso ai reporter nel "Giorno di liberazione dei servi" - come i cinesi hanno ribattezzato la ricorrenza tibetana dal loro punto di vista - sono già state dimenticate. E anche le agenzie turistiche avvertono che la concessione di visti per gli stranieri che volessero andare in Tibet è sospesa almeno fino ad aprile.

http://it.peacereporter.net/articolo/14324/L%27anniversario+che+scotta

lunedì 23 febbraio 2009

http://www.altravoce.net

dae Francesca Ortalli


In Argentina durante la dittatura militare le persone oppositrici del governo venivano prese e gettate vive in mare dall'aereo. Il video qui sotto è il trailer del film "Garage Olimpo",e mostra proprio queste aberrazioni dei militari golpisti in una piccola parte.
Ridi berlusconi ......ridi....


Chissà se Berlusconi nell'ultimo show di venerdì scorso alla chiusura della campagna elettorale sapeva che tra i molti desaparecidos italiani, alcuni erano sardi. Figli della stessa isola che oggi ha conquistato a colpi di barzellette e promesse (vedremo più in là se rimarranno tali o se, sarebbe già questa la vera notizia, si tradurranno in fatti). Tra le molte gag, sciorinate come un rosario, una riguardava infatti le vittime della dittatura argentina, buttati giù dall'aereo visto che era una bella giornata per andare fuori a giocare.

Lasciando da parte il cattivo gusto, al quale ormai (purtroppo) siamo abituati, ciò che fa veramente indignare è l'assoluta mancanza di rispetto. Verso quei morti, innanzitutto, imbottiti di Pentotal prima di essere scaraventati nel cielo azzurro. E verso i vivi, di quelli che invece sono sopravvissuti e non vogliono dimenticare. Un'offesa dunque a quella Memoria storica, che il premier con i suoi accoliti, cerca di scardinare giorno dopo giorno a colpi di battute e gag che non fanno ridere nessuno ma che, in compenso, hanno il merito di sdoganare anche l'impensabile. Si scherza su tutto, campi di concentramento compresi, tanto sono solo barzellette, mentre intorno si scardina risata dopo risata la capacità di indignarsi e si resettano le coscienze. Così, alla fine, anche i repubblichini di Salò, in fondo, non erano poi così cattivi.

Per questo vale la pena di raccontare ancora una volta la storia di Martino Mastinu e Mario Bonarino Marras. Cognati, originari di Tresnuraghes furono tra i molti “desaparecidos” della dittatura militare in Argentina, finita nel 1983. Proprio nel paese d'origine dei due esiste il “Centro di documentazione e di iniziativa per la difesa dei diritti umani”. Nato del 2005 su iniziativa della Regione, ha tra i suoi obiettivi anche quello di divulgare gli atti del processo di Roma del 2004. Che incastrò, con sentenza definitiva arrivata il quindici marzo 2007, i militari argentini colpevoli di crimini contro l'umanità.

Martinu Mastinu, noto “El tano” era leader del movimento operaio nato intorno agli anni '70 in Argentina. Nel maggio del '73, i cantieri navali di Tigre s'infiammano per le proteste dopo la morte di un operaio. In prima fila nella lotta operaia, faceva parte del coordinamento dell'Agrupación Naval che alla linea morbida dei sindacati rispondeva con l'occupazione dei cantieri. Fu lui che insieme a pochi altri, ebbe l'incarico di partecipare alle trattative col Ministero del Lavoro. I fili della sua storia sono stati riallacciati pazientemente nel libro di Carlo Figari anche attraverso le testimonianze dei compagni di lotta (“El Tano. Desaparecidos italiani in Argentina", AM&D, Cagliari 1998).

Emerge un personaggio scomodo per qualsiasi regime, uno che ai facili compromessi opponeva la lotta per i diritti dei compagni. Non è un caso, infatti, che El Tano successivamente si avvicinerà alle posizioni radicali dell'ala movimentista montonera, in favore della lotta dentro e fuori dalle fabbriche. Il suo sogno di un mondo più giusto per i lavoratori si concluse nel maggio del '76, nell'isoletta di Paracaybì, sul delta del Paranà. Qui si era illuso di essere al sicuro dal regime. La sorella Santina, unica sopravissuta alla strage, ha testimoniato che Mario Bonarino Marras, suo marito, fu ucciso dalla squadraccia con un colpo alla schiena mentre correva con Vannina in braccio, la loro figlia di due anni appena. Poi andarono a prenderla in casa. In un'intervista al Corriere della Sera del dieci marzo del 2000 così ha raccontato quell'orrore: “non dimenticherò mai quella notte che vennero a prelevarmi in casa, “adesso andiamo a prendere tuo fratello Martino” dissero e mi trascinarono in macchina. Mi avevano già sequestrata una volta, quattro giorni di torture selvagge per strapparmi il luogo dove si nascondeva Martino. Questa volta sapevano già tutto. Incappucciata, io non vedevo nulla ma ascoltai le sue grida, il pestaggio, lui che supplicava un po' d'acqua, seduto accanto a me sul sedile posteriore. Sentivo mio fratello che andava verso la morte”. Martinu Mastinu scomparve per sempre in un campo di detenzione clandestina a Buenos Aires. C'è ancora qualcuno che ha voglia di ridere?


domenica 22 febbraio 2009

Intervista cun su musicista
GILAD ATZMON


AUTORI: Hasan UNCULAR
Tradutzioni dae Manuela Vittorelli

La posizione di Gilad Atzmon è unica, la sua voce non ha precedenti e le sue dichiarazioni sono inequivocabili. Musicista jazz nato in Israele e attivista antisionista, Atzmon diffonde e canta le sue riflessioni anti-israeliane apertamente e ogni volta che ne ha l'opportunità.

Come musicista polistrumentista (suona il sax soprano, tenore e baritono, il clarinetto, il clarinetto sol, la zurna e il flauto), Atzmon ha vinto molti premi internazionali, compresi il BBC Jazz Award 2003, ed è considerato uno degli artisti più ispirati del suo genere.

Come attivista antisionista, nonostante le sue origini israeliane Gilad Atzmon denuncia incessantemente la propria appartenenza allo Stato ebraico e proclama di essere semplicemente nato lì, nient'altro, e di non provare alcuna simpatia, compassione o nostalgia nei confronti dello Stato di Israele occupante.

Negli ultimi anni ha scritto molti articoli e tenuto conferenze, e condanna con regolarità la storica bellicosità di Israele nei Territori palestinesi occupati. Attualmente si sta dando da fare per viaggiare in altri paesi e sensibilizzare l'opinione pubblica sul massacro di Gaza e la carneficina di civili, donne e bambini nella Striscia.

Hasan Uncular: Caro Gilad, come valuti la carneficina israeliana a Gaza?

Gilad Atzmon: Caro Hasan, non credo che sia una questione di valutazioni. Siamo tutti consapevoli del livello di distruzione inflitto dallo Stato ebraico a civili innocenti. Gaza ha l'aspetto di una città colpita da una bomba atomica. Invece, come sappiamo, la devastazione non è stata provocata da una bomba atomica. Si è trattato di una spietata e prolungata campagna militare condotta da un esercito nazionale e popolare che ha impiegato bombardamenti pesanti a catena usando proiettili convenzionali e non convenzionali. Il massacro di Gaza è il risultato di una sinistra, continua, intensa incursione aerea contro civili nel luogo più densamente popolato del nostro pianeta. Pertanto, invece della valutazione del massacro in sé, mi interessa molto la valutazione della gente che è in grado di infliggere una simile distruzione. In altre parole, mi interessa l'identità collettiva ebraica e israeliana. Mi domando come sia possibile che gli israeliani, il popolo “nato dalle ceneri”, si siano collettivamente trasformati nell'incarnazione del male dei nostri tempi. Com'è che gli ebrei della Diaspora si trovano ad appoggiare istituzionalmente Israele e i suoi crimini contro l'umanità?

HU: Perché Israele continua a violare il diritto internazionale e non tiene fede agli accordi?

GA: Suppongo che gli israeliani siano imbevuti di un senso di superiorità che ha qualcosa a che fare con l'interpretazione laica del concetto di “popolo eletto”. In fin dei conti Israele è lo Stato ebraico. Benché sia una società ampiamente laica, riesce a conservare la tradizione giudaica della supremazia razziale. È di fatto l'interpretazione nazionalista laica della tradizione giudaica che si è convertita in una tendenza omicida collettiva. È importante osservare che mentre nel contesto giudaico il concetto del popolo eletto è interpretato come un peso morale in base al quale si chiede agli ebrei di comportarsi come un esempio di condotta etica, nello Stato ebraico questo concetto viene interpretato come una licenza di dominare e uccidere. Poiché gli israeliani si considerano il popolo eletto, essi si sentono evidentemente liberi da qualsiasi preoccupazione etica o morale. Inoltre non li preoccupano assolutamente il giudizio o il pensiero di altri popoli o nazioni. Questa filosofia arrogante fu espressa dal Primo Ministro israeliano David Ben Gurion negli anni Cinquanta, quando disse: “non importa cosa dicono i gentili, la sola cosa che importa è ciò che fanno gli ebrei”.

HU: Qual è l'importanza della reazione del Primo Ministro Erdogan a Davos?

GA: Per me è evidente che il Primo Ministro Erdogan è stato molto coraggioso nell'affrontare le menzogne israeliane su un palcoscenico internazionale. Inoltre ha davvero colto nel segno denunciando il simbolo per eccellenza di quelle menzogne. Mi riferisco qui al criminale di guerra Presidente Shimon Peres, che malgrado il suo passato di devastazione (Kefar Kana, reattore nucleare di Dimona,ecc.) è riuscito ad accaparrarsi un Premio Nobel per la pace. Considerando il suo contributo al progetto Dimona per la costruzione di armi di distruzione di massa, un Nobel per la fisica nucleare sarebbe stato ben più appropriato.

HU: Può la lobby ebraica agire contro il Primo Ministro Erdogan e gli ebrei consapevoli? E come?

GA: Buona domanda. Non sono un esperto di tattiche di pressione ebraiche. Tuttavia sono assolutamente consapevole della loro influenza. Finché le finanze dei laburisti britannici sono nelle mani di sionisti rabbiosi come Lord Bancomat Levy e finché il capo di gabinetto della Casa Bianca è un sionista rabbioso, dobbiamo aspettarci che gli interessi sionisti plasmino la nostra realtà, e questo significa molti conflitti, massacri e sangue di civili innocenti.

Tuttavia dobbiamo ricordare che i tempi stanno cambiando. Ciò che vediamo e sentiamo a Gaza produce un'ondata di indignazione nei confronti di Israele e dei suoi gruppi di pressione in tutto il mondo.

Per me è difficile riuscire a prevedere quali saranno le azioni delle lobby sioniste contro il Primo Ministro Erdogan. Probabilmente può aspettarsi di essere trasformato nel protagonista antisemita di turno. Come sappiamo non ci vuole molto. Se in passato gli antisemiti erano quelli che non amavano gli ebrei, adesso gli antisemiti sono quelli che gli ebrei odiano.

Ciononostante dobbiamo ricordare che per Israele l'amicizia della Turchia è molto importante. La Turchia era l'unico amico di Israele nella regione. In tempi recenti ha mediato i negoziati con la Siria. In poche parole, Israele ha bisogno della Turchia.

HU: Quale sarà l'impatto dello scontro Erdogan-Peres a Davos sulle relazioni tra Israele e Turchia?

GA: Preferirei non rispondere a questa domanda. Non sono esattamente un esperto...

HU: Cos'hanno in serbo i prossimi giorni per Israele e la Turchia sulla scena politica mondiale?

Gilad: Anche qui, gli affari internazionali non sono esattamente il mio ambito di competenza.

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Originali: Hasan Uncular of Timeturk interviews Gilad Atzmon

Manuela Vittorelli è membro di
Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.


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sabato 21 febbraio 2009

Vaclav-Klaus

iscritu dae Andrea Perrone
L’Unione europea è un progetto elitario e antidemocratico assimilabile a quello dell’ex Unione sovietica che non permetteva alcuna alternativa politica e di pensiero.
Parole infuocate pronunciate dal presidente della Repubblica ceca, Vaclav Klaus, al cospetto degli eurocrati. “Non molto tempo fa, nella nostra parte di Europa abbiamo vissuto in un sistema politico che non ha permesso alternative e quindi anche nessuna opposizione parlamentare”, ha affermato Klaus. “Abbiamo imparato - ha tuonato il capo di Stato - l’amara lezione che senza l’opposizione, non vi è libertà”. Proseguendo nel suo discorso Klaus ha puntato il dito contro il blocco dei Ventisette affinché si concentri di più per offrire prosperità ai cittadini europei, piuttosto che una più stretta unione politica, seguita da rottami di uno stallo di riforma del Trattato di Lisbona che gli elettori irlandesi hanno già respinto. “I progetti di modifica contenuti nella Costituzione europea, che è stata respinta, e quelli inseriti nel Trattato di Lisbona che è poco differente, aumenteranno ancora di più il deficit democratico europeo”, ha sottolineato ancora una volta il presidente ceco. Klaus ha poi dichiarato che mettere in dubbio una più profonda integrazione è diventata un’ipotesi impossibile da criticare poiché vi è soltanto un unico e corretto futuro per l’integrazione europea.
“L’applicazione di questi concetti è inaccettabile”, ha dichiarato Klaus. “Coloro che hanno il coraggio di pensare a una diversa opzione sono classificati come nemici”, ha ribadito, accusando poi il Parlamento europeo, di contribuire ad un senso di alienazione politica tra i cittadini dell’Unione, e fra loro e “i rappresentanti dell’Ue vi è una grande distanza, non soltanto geografica”. Parole dure quelle pronunciate dal presidente ceco dinanzi agli eurocrati che hanno lasciato basiti i fautori del politically correct, cui sono soliti i rappresentanti dell’establishment dell’Unione.
Al sorriso di sfida di Klaus, l’aula si è svuotata. Una parte degli europarlamentari ha lasciato per protesta l’aula nel momento in cui criticava il rafforzamento dei poteri dell’Europarlamento. Ma il presidente ceco non si è fatto intimorire. “In assenza di un popolo europeo - ha proseguito - la soluzione non è quella di rafforzare il ruolo del Parlamento europeo”. Naturalmente non ha mancato di far sentire la sua voce anche alla fine del suo intervento, quando in una conferenza stampa quando gli è stato chiesto se firmerà la legge di ratifica del Trattato di Lisbona ha replicato: “Un buono scacchista non rivela le sue mosse”, sottolineando che “al momento il testo è in discussione al Parlamento ceco, si vedrà quale sarà la mossa del Senato, poi deciderò”.

www.rinascita.info

Arriceus et pubricaus


AGLI ORGANI DI INFORMAZIONE COMUNICATO STAMPA

DOPO ELEZIONI

LA DIR. NATZ. DI SARDIGNA NATZIONE INDIPENDENTZIA HA DECISO

Nella riunione tenutasi sabato 21 al Centro Congressi di Tramatza la Diretzione Natzionale SNI, in merito al risultato elettorale ed al futuro di UNIDADE INDIPENDENTISTA ha deliberato chè:

Il risultato elettorale non positivo, oltre che a fattori organizzativi e alla scarsa disponibilità di mezzi e di risorse finanziarie, sia dovuto principalmente al fatto che non si è riusciti a presentare adeguatamente ne il programma ne il progetto che stavano alla base della nascita di U.I. e che il muoversi nell’ambito dell’indipendentismo indistinto abbia giovato più ad altri schieramenti indipendentisti che non ad U.I.;

U.I. è uno spazio condiviso tra organizzazioni indipendentiste serie, è un efficiente strumento politico da far crescere ed ampliare, non è un’altro movimento nato da poco ma un luogo in cui tutti gli indipendentisti che vi vorranno aderire potranno essere accomunati nel “fare” oltre che dal comune obiettivo dell’indipendenza della nazione sarda;

SNI ristrutturerà gli organismi dirigenti, in attesa di congresso organizzerà una conferenza programmatica e si impegnerà principalmente nella creazione di strutture locali e di presenze nel territorio.

SNI continuerà ad impegnarsi nella costruzione di una unidade indipendentista più vasta e forte, che pur rispettando le individualità delle componenti polarizzi l’indipendentismo almeno nello scontro contro gli schieramenti italianisti.

Tramatza 21/02/09 DIRETZIONE NATZIONALE

venerdì 20 febbraio 2009





AUTORI: Nicolas DOT POUILLARD

Tradutzioni dae Loredana Miele


Islamismi, movimenti di sinistra radicale e nazionalismi arabi sono sembrati in opposizione per lungo tempo. Tuttavia fra loro si sono create delle alleanze che ricompongono profondamente il campo politico in Palestina, Libano ed Egitto.


I dibattiti d'argomento religioso e politico sono spesso distorti da percezioni ideologiche e culturali soggettive. L’inquietudine per il fenomeno islamico in Francia resta così in larghissima parte dominato da una serie di paradigmi del tutto astratti che non lasciano posto ad un’analisi concreta (o anche solo limitata ai fatti) del campo politico mediorientale, e viene tracciata una dicotomia arbitraria tra «laici» e «religiosi», «islam moderato» e «islam estremista», «progressista» e «reazionario».

Si sono così create delle tipologie che in verità corrispondono a una realtà politica immaginaria: la politica così come si vorrebbe che fosse, e non quale realmente essa è. Il campo politico mediorientale appare come fondamentalmente distorto dalle semplificazioni storiche, che traccerebbero una linea di separazione irrimediabile tra islamismi identici gli uni agli atri, da Al-Qaïda all’Hezbollah libanese, così come tra laici naturalmente attenti ai diritti dell’uomo e della donna. Queste categorizzazioni apparirebbero in effetti oggi come parzialmente false: in Palestina è il Fatah «laico» ad essere autore di una delle leggi più reazionarie sui diritti della donna, che limita a sei mesi la pena di detenzione per i colpevoli di crimini d’onore. Il fatto è che spesso si confonde laico con progressista. Allo stesso modo, ci si immaginerà i laici come necessariamente perseguitati dagli integralisti musulmani. Pur vera in alcuni casi, questa affermazione si rivela falsa in altri. Bisogna allora comprendere per esempio come il Partito Comunista libanese stringa alleanze con Hezbollah, o come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) marxista lavori spesso con Hamas o la Jihad islamica, e interrogarsi politicamente e metodologicamente su queste nuove realtà.

Vi è sempre una ricorrente tendenza alla semplificazione del dibattito secondo linee ideologiche persistenti, che considerano gli attori politici islamici come delle categorie fisse, incapaci di trasformarsi politicamente e ideologicamente. Il movimento islamico ha, ad oggi, in pratica ottant’anni di esistenza in Medio Oriente. Immaginarlo come un insieme unito, omogeneo e senza differenziazione è come supporre che la sinistra combaci con un largo spettro che va dai reduci della banda Baader fino a Tony Blair, o che la destra sia un tutto omogeneo che raggruppa indifferentemente la democrazia cristiana tedesca e i neofascisti italiani. C’è una storia delle destre, e una delle sinistre. E ci deve dunque essere una storia degli islamismi, poiché questo referente politico si è considerevolmente pluralizzato. L’esempio delle ricomposizioni politiche nel Medioriente arabo, e la nascita di un islamismo politico di tipo nazionalista oggi aperto alle sinistre e ai movimenti nazionalisti arabi, non manca di porre alcune questioni teoriche e politiche.

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Jassu dae cust articulu in Tlaxcala:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7099&lg=it

martedì 17 febbraio 2009

SU MERI BENID IN SA CULUNIA PRO PORTAI SA SUA SOBERANIA CUN'D UNU GUVERNU DAE SU CONTINENTALI PROCONSULU
IL PADRONE VA IN COLONIA E GLI PORTA COME OMAGGIO UN GOVERNO CONTINENTALE DI STILE PROCONSOLARE


CUSTU INNOI ASUTA EST SU ISTENDARDU DE SU MERI TZERRIAU CESAREDDU CUNTINENTALI BENIU A SI GUVERNAI, ISPECI AT IS SARDUS KI NON TENENT IDEA DAE CUMENTE  BIVI KENTZE MERES!

Sciur  padrùn da li beli braghe bianchi fora li palanchi... "su meri istranju" il cesarino arriva  e porta nella colonia d'oltremare, la Sardegna, il suo governo d'importazione continentale  eleggendo il suo proconsole.

Ul padrùn Cesar con le sue visite settimanali elargisce il suo  verbo pregno di barzellette e  battute nazional-popolari, catalizza con i suoi mezzi mediatici le masse popolari sarde e  riesce ad imporsi nell'immaginario collettivo assetato del suo verbo.

Il popolino Sardo s'è ingozzato a piene mani del verbo de su meri, accettandolo pienamente e  acriticamente, sottomettendosi volontariamente al dictat quasi istrionico del Presidente Berlusconi, dimostrano devozione e gioia nel servirlo e per dargli gioia  gli  donano un voto quasi  plebiscitario.  

Le storie del verbo si diffondono con velocità incredibile e le affezioni non si contano più, il proconsole (Cap..) si affanna a dichiarare l'ingiustizia dei giorni passati nel non voler riconoscere la superiorità del loro verbo,[poveretto], soggetto alla censura dei media isolani.

Oggi però dobbiamo tirare le somme per quanto sgradite possano essere per chi vi scrive.

I fatti sono che la Destra ha un successo strepitoso con oltre il nove per cento di vantaggio sul Centro-sinistra, il quale, ha subito una vera debacle elettorale.

I movimenti sardisti autonomisti ed indipendentisti hanno avuto un esito incerto.

1. Uds,  PSdAz  e Rossomori, essendo gli uni nella coalizione di Destra e gli altri nel Centro sinistra sono sostanzialmente imbavagliatti e soggetti al padrùn di turno, e non avendo i numeri, non hanno possibilità di rivendicazioni sardiste autonomiste indipendentiste o psuedo tali, perciò sono soggetti loro malgrado ad essere la ruota di scorta della maggioranza a cui fanno riferimento.

2. Irs, Unidade Indipendentista, sono le soggettività autoctone più interessanti delle elezioni Sarde, per il loro programma indipendentista, e promuovono idee forza nuove e prorompenti di sardismo nazionalitario, lanciati verso un futuro connotato da argomenti identitari libertari indipendentisti.

Son questi ultimi le soggettività a cui facciamo riferimento e di cui auspichiamo una forte crescita nel tessuto socioeconomico futuro sardo. 

 Il risultato elettorale di Irs e di Ui, è ovviamente di misura, ma ciò che ci interessa analizzare è la prospettiva da qui a venire.

Irs con il suo Presidente si è attestata al 3,2%, è certamente un successo, ma  non dimentichiamoci che è dovuto al voto disgiunto, ottenuto dall'appello continuo e  pressante fatto da Gavino Sale e dal loro spot elettorale proposto sui media. Ciò non significa di certo che sia un voto acquisito, ma va consolidato con un lavoro da sviluppare attraverso idee ed atti consoni alla  fidelizzazione ed affiliazione al progetto indipendentista dei suddetti.

Ui con il suo Presidente è attestato sullo 0,5%, è pur vero che è nuovo soggetto politico nato e presentato per le elezioni che ha avuto poco tempo e  visibilità, esso è formato dall'unità di Sardigna Natzione e A Manca Pro Indipendentzia ed altri piccoli gruppi di fede indipendentista.  Ma dobbiamo anche dire che all'organizzazione del movimento Ui non ha dedicato sufficienti forze per l'impresa, non perchè non ci sia stato impegno nella campagna elettorale , ma per la mancanza di una visione di lunga durata del progetto di unità politica e per la poca dimestichezza nell'intervento sociale.

Noi siamo convinti che gli spazi apertisi da queste elezioni siano enormi per i movimenti indipendentisti sardi, ma sta all'intelligenza di saper far fruttare lo sbando politico aperto dalla debacle di Soru e del Centrosinistra sardo e  lo strapotere acquisito dalla destra che porterà sicuramente a crisi di potentati, che porteranno al rimescolamento delle coscienze.

Si tratta di fare un'accurata analisi della fase politica attuale , con un'occhio attento alla crisi economica che  sta incalzando tutta la Europa ed il Mondo, ma in primis lo stato Italiano il quale  è  soggetto ad una prospettiva di default economico con tutte le conseguenze  prevedibili, l'aria è soggetta all'humus lievitante che sfocia con facilità in possibili separazioni nazionali e rivoluzioni sociali, cosa da governare e gestire con determinazione e sapienza .

Ci auguriamo che Irs, visto il successo avuto,  non si inorgoglisca  fino al punto di chiudere al resto del mondo indipendentista  un confronto necessario per la costruzione e costituzione di un nuovo grande  soggetto politico indipendentista unitario, per il raggiungimento dell'indipendenza della nostra terra.

LIBERTADE PRO SA SARDINYA !

sa defenza sotziali

martedì 10 febbraio 2009

Pubricaus un'articulu pigau dae U RIBOMBU joronali corsu pro sa liberatzioni de sa Corsica iscritu dae Clément Filippi tradutzioni pro sa defenza dae Antonella Pacilio

Pubblichiamo questo articolo sull'economia Corsa, il quale ipotizza un punto di vista di cambiamento radicale dell'economia attuale corsa retta dalla pseudo economia assistenziale francese. I Patrioti Corsi si pongono il problema e propongono un'alternativa che porta dritto all'autodeterminazione della Natzione Corsica.
Ci piacerebbe che la traduzione di questo materiale sia utile a tutto il movimento indipendentista di Sardegna affinchè si apra un dibattito serio su una proposta alternativa Sarda, di società e di economia veramente nuova per la nostra terra.
sa defenza sotziali

Dimostrare che la Corsica ha vantaggio, economicamente e socialmente, nel diventare una nazione sovrana, ecco il compito del movimento indipendentista. Passare dall'assistenza istituzionalizzata ad un'economia di produzione, è migliorare durevolmente la vita quotidiana dei Corsi. Solo l'elaborazione di una politica economica al servizio del popolo corso, può condurre questa salutare rivoluzione.

LA PSEUDO ECONOMIA DELLA CORSICA CONTEMPORANEA

In Corsica, oggi, lo sport nazionale preferito, dai nostri cari eletti, è la ricerca di sovvenzioni. Quelle, che siano aiuti per l'occupazione, aiuti per l'edilizia, sussidi a varie attività, non hanno alcun fondamento economico.

Non si tratta di sostenere uno sforzo produttivo, che crei impiego e ricchezza.
Questa logica non conduce ad altro che all'attribuzione delle sovvenzioni.
L'unica logica è il mantenimento di un sistema alienazione-assistenza nel quale il vertice eletto della piramide bussa alla porta dello Stato ed in seguito ripartisce, a seconda dei suoi bisogni elettorali, i sussidi che ha ottenuto.

Quando bisognava proporre qualcosa, si è puntato tutto sul turismo di massa. Là c'è un'altra logica che prevale ancora più perniciosa della precedente: la vendita della nostra terra, l'afflusso di residenti che non hanno alcun interesse per lo sviluppo della Corsica, l'afflusso di capitali dubbi responsabili di un'impennata dei prezzi degli immobili e di un'economia sommersa che rappresenta il 30% del totale delle attività. Questo turismo di massa, incontrollato, crea posti di lavoro precari, stagionali, poco qualificati e mal pagati, che non possono convenire ai nostri giovani, i quali aspirano, come tutti gli altri, ad un impiego duraturo che permetta loro di stabilizzarsi nella vita.

Ecco dove intervengono i nostri funzionari eletti che creano in un grande slancio di generosità degli impieghi statali o parastatali di nessuna utilità economica.
Perché, in effetti, devono sistemare tutti questi giovani e rinnovare l'elettorato per perpetuare le loro carriere politiche. Questa massa di posti di lavoro, sovvenzionati, stronca ogni iniziativa economica individuale. Perché creare la propria attività, a prezzo di un conseguente sforzo, quando si può vivere di un lavoro concesso molto meno dolorosamente?
Questo circolo vizioso, questa spirale di fallimento mantiene la Corsica nella dipendenza dalla generosità elargita dello Stato Francese, e mantenuta nel sottosviluppo.

INTERESSI FINANZIARI E SOCIALI DELL'INDIPENDENZA ECONOMICA.

Davvero noi viviamo in un mondo d'interdipendenza economica e nessun paese può fregiarsi d'essere totalmente indipendente in questo campo. Tuttavia c'è un divario tra un'economia che vive di assistenza ed un'economia di produzione che elabora la sua propria strategia di sviluppo.
La logica dell'economia dovrebbe essere la creazione di posti di lavoro supportata da una vasta gamma di attività creative.

Lo Stato deve dunque facilitare lo sviluppo economico e l'imprenditorialità. Abbiamo alcuni vantaggi. Delle piccole imprese dinamiche, spesso innovative, la cui gestione dovrebbe essere ulteriormente semplificata attraverso norme amministrative alleggerite. C'è bisogno di una fiscalizzazione specifica per le micro-imprese, e non esigere che si sottomettano a leggi sociali identiche a quelle delle grandi imprese.

La creazione d’impresa , deve essere semplificata al massimo, alleggerendo i suoi oneri ed i suoi obblighi. Le imprese devono beneficiare di prestiti a tasso zero, con la garanzia bancaria dello Stato, a partecipazione del capitale d'impresa, se necessario, e non sovvenzioni non rimborsabili che deresponsabilizzano l’imprenditore.

Questo è lo scopo. L'imprenditore crea posti di lavoro e ne assume il rischio, lo Stato l’aiuta in questo cammino ma si tratta di un sistema equilibrato in cui l’aiuto impegna chi lo riceve a battersi per dimostrare la viabilità del suo progetto .

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sabato 7 febbraio 2009

Louis Michel, EU Commissioner
for Humanitarian Aid
Iscritu dae: Michael Warschawski, Alternative Information Center (AIC)
Tradutzioni pro sa defenza dae: Antonella Pacilio

Vergogna su di voi vecchia Europa, di cui il commissario per gli Aiuti umanitari (sic), Louis Michel, ha chutzpa[1] a "ricordare, in questo momento, la stragrande responsabilità di Hamas" per le terribili condizioni in cui i residenti di Gaza stanno cercando di sopravvivere. E Michel ha il coraggio di aggiungere: "L'opinione pubblica è stufa di vedere che stiamo pagando più e più volte per le infrastrutture che saranno sistematicamente distrutte" Chi distrugge queste infrastrutture - Hamas?

Chi pensi di essere, Mister Michel, distribuendo buoni punti e monete ai bravi neri -scusate, buoni Arabi - e cattivi punti ai cattivi? Il popolo di Gaza ha qualcosa da dirLe, Signor Alto Commissario: Patrice Lumumba ha cacciato il colonialismo Belga dal Congo più di quaranta anni fa, e la Palestina non sarà la nuova colonia dell'Europa.

Invece di fornire assistenza umanitaria a Gaza, sollevando Israele dal suo dovere internazionale di farlo, l'Unione Europea dovrebbe immediatamente imporre un embargo su Israele, anzitutto sull'equipaggiamento militare. In secondo luogo, l'Unione Europea faccia pressione sullo Stato di Israele affinchè porti Ehud Barak a processo insieme agli altri criminali di guerra Israeliani, mettendo anche in chiaro che se non riuscirà a farlo, l'Europa dovrà avviare una procedura giudiziaria presso il Tribunale Speciale Internazionale, come ha fatto in precedenza con Slobodan Milošević.

In terzo luogo, l'UE dovrebbe tagliare le somme necessarie per la ricostruzione di Gaza e compensare i cittadini per la "sistematicamente distrutta", risarciti con parte degli enormi privilegi commerciali e finanziari che lo Stato di Israele riceve.

In questo modo, Signor Commissario, l'Europa non avrà "da pagare più e più volte".
Invece, l'UE sta migliorando i rapporti tra Israele e l'Europa, premiando i crimini di guerra di Israele e la distruzione dei progetti europei a Gaza, dopo aver sistematicamente (queste sono le sue parole, Louis Michel) fatto la stessa cosa in Cisgiordania meno di quattro anni fa. Per fortuna, né Lei né i funzionari di Bruxelles sono la vera Europa. Poche settimane fa, centinaia di migliaia di veri cittadini europei hanno marciato per le strade di Londra e Berlino, Roma e Parigi e Madrid, esprimendo non solo la loro rabbia nei confronti di Israele, ma anche verso la loro stessa Unione che ha tradito i valori sui quali la Nuova Europa doveva essere fondata, dopo i terribili giorni del fascismo e le colossali spese di guerra e militarismo.

L'Europa di Michel ha pienamente collaborato con il criminale embargo di Israele su Gaza, pertanto porta la piena responsabilità non solo per la crisi umanitaria, ma anche per le migliaia di vittime innocenti dell'aggressione militare Israeliana. Collaborando, i leaders europei stanno importando il conflitto nei loro stessi paesi, provocando gravi disordini e tensioni tra le comunità etniche e religiose che costituiscono la società europea. La palese ascesa di sentimenti ed azioni anti-ebraici è il diretto risultato di questa collusione con Israele e del criterio di due pesi e due misure dell'Europa, nel modo in cui tratta con gli ebrei e con i musulmani.
Quando l'Iraq ha invaso il Kuwait, l'Unione europea non ha esitato ad attaccare Baghdad, nonostante le centinaia di migliaia di morti civili che hanno fatto seguito, per bombe o per fame. Ma, mentre Israele distruggeva Gaza, Louis Michel accusava la leadership locale eletta per la sua propria sofferenza.

Louis Michel, tu sei parte del problema, e sei escluso dal giocare un ruolo costruttivo nella nostra zona. Louis Michel, vai a casa!

Iscritu dae: Michael Warschawski, Alternative Information Center (AIC)
Tradutzioni pro sa defenza dae: Antonella Pacilio

http://www.alternativenews.org/content/view/1565/236/
NOTE
[1] Chutzpah: parola derivante dallo yiddish, con il significato di "insolente, impertinente", originariamente usata dalla comunità ebraica; nella lingua inglese ha acquisito una vasta gamma di significati. Nonostante l'utilizzo iniziale abbia un'accezione negativa, la parola chutzpah possiede nella sua incarnazione in inglese altri risvolti: esprime ammirazione per l'essere audacemente
non conformista nel proprio campo, oltre ad una particolare presunzione ed arroganza nel mostrarsi tale. Uno degli esempi più semplici circolanti sullo chutzpah è il seguente: "Un ragazzo viene processato per l'omicidio dei propri genitori e si appella alla bontà umana del giudice perché ormai orfano".
Nota tratta da Wikipedia.org, l'enciclopedia libera

venerdì 6 febbraio 2009



Con il pacchetto sulla sicurezza approvato dal Senato, Berlusconi dà al ministro degli Interni il potere di chiudere siti Internet, filtrarli e multarli pesantemente.
Berlusconi si era proposto di voler dare a Internet una costituzione mondiale; certo se il modello è quello che sta introducendo in Italia c'è da far venire i brividi.

Il pacchetto sulla sicurezza appena approvato dal Senato (dovrà ancora tornare alla Camera) infatti prevede che il ministero dell'Interno potrà ordinare l'oscuramento dei siti Internet sui quali si commette il reato di apologia o si istiga a delinquere. Lo stesso ministero potrà chiedere che vi vengano apposti filtri adeguati. I siti "disobbedienti" dovranno pagare una sanzione dai 50mila a 250mila euro.

Nel testo del ddl si legge infatti: "In caso di accertata apologia o incitamento, il ministro dell'Interno dispone con proprio decreto l'interruzione dell'attività indicata, ordinando ai fornitori di servizi di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine, applicando sanzioni pecuniarie per gli inadempienti".

In pratica il governo si arroga un potere che solo nei Paesi totalitari appartiene alla polizia mentre nei Paesi democratici può essere esercitato solo dall'autorità giudiziaria e mai dal governo per via amministrativa.

La misura è stata inserita all'ultimo momento grazie a un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC), che prende ispirazione dalle recentissime polemiche sui gruppi di Facebook a favore degli stupri o della mafia.

Il senatore D'Alia ha commentato: "In questo modo diamo concretezza alle nostre iniziative per ripulire la rete, e in particolare il social network Facebook, dagli emuli di Riina, Provenzano, delle Br, degli stupratori di Guidonia e di tutti gli altri cattivi esempi cui finora si è dato irresponsabilmente spazio."

Imbavagliare Internet, ecco qual è il vero scopo. Forse non siamo ancora al nazismo contro il quale Di Pietro grida, ma certamente il fascismo in Italia iniziò in un modo molto simile.

dae:http://www.zeusnews.com/


La carovana è arrivata ieri a Los Angeles, e vuole ricordare al presidente Obama la sua promessa da candidato, di promuovere azione per una riforma migratoria nel suo primo anno di governo

Una marcia di immigrati, che ha come destinazione la città di Washington per chiedere una riforma migratoria e la fine delle retate, è arrivata ieri mercoledì a Los Angeles, dove è stata ricevuta da diverse organizzazioni.

Nel corso di una manifestazione svoltasi a Plcaita Oliera ed organizzata dal Consiglio delle Federazioni Messicane (COFEM), è stato ricevuto un gruppo della Quarta Marcia dell’Immigrato che è cominciata a San Isidro, California, nella frontiera con il Messico, ha reso noto l’agenzia Notimex.

"Andiamo a ricordare al presidente (Barack) Obama la sua promessa che ha fatto come candidato che nel suo primo anno di governo avrebbe promosso azioni per una riforma migratoria che tolga dalle ombre 12 milioni di illegali", hanno indicato.

Come ogni febbraio, ormai da quattro anni, l’organizzazione Angeli della Frontiera organizza la Marcia dell’Immigrato, che tocca diverse città degli Stati Uniti per terminare nella capitale del paese davanti la Casa Bianca.

La Marcia dell’Immigrato è cominciata il 2 febbraio, quando si commemora l’anniversario dei trattati di Guadalupe-Hidalgo, con i quali il Messico perse una parte del suo territorio che fu ceduto agli Stati Uniti.

La carovana è stata ricevuta da integranti di altre organizzazioni, come Fratellanza Messicana Transnazionale ed il Consiglio delle Federazioni Messicane in america del nord (COFEM) della California.

Tra i gruppi partecipanti ci sono il "Sì si può", di San Diego, Fratellanza Messicana Transnazionale e la Federazione Poblana, di Los Angeles, la Casa Rifugio Elvira Arellano di Tijuana e la Colazione Latina di Coachella.

Francisco Moreno, direttore della COFEM, ha detto che tra le diverse attività e prevista anche una protesta nelle istallazioni della CNN della Florida, per protestare contro la posizione antimmigrante del conduttore Lou Dobbs.

Prima, la IV Marcia dell’Immigrato farà uno scalo al cimitero di Holtiville, California, dove riposano i resti non identificati di circa 700 emigranti morti lungo la frontiera.

Il percorso, che concluderà la prossima settimana, porterà la carovana alla valle di Coachella, all’est di Los Angels, a Yuma, Arizona, Carolina del Nord, Florida, Pensylvania, New York, New Jersey e la capitale del paese.

La carovana è stata ricevuta con cartelloni che chiedono al presidente Obama di emettere un ordine esecutivo per porre fine alle retate, che lo scorso anno hanno portato alla detenzione di 300mila immigranti.

(Traduzione Granma Int.)

COMENTARIO A LA REBELION DE LAS MASAS

Questo libro è il più conosciuto ed il meno compreso dell'opera di Ortega. La sua lettura superficiale-e, probabilmente, di parte-, dal punto di vista politico, ha dato luogo ai maggiori malintesi. Ortega scrive per "illuminati", e la sua lettura implica un atteggiamento dialogante, attivo ed aperto.
Nel libro, ci espone la sua preoccupazione sulla piega che stanno prendendo gli avvenimenti in Europa e nel mondo, analizzando le cause e conseguenze di questo fatto. La cosa principale che sorprende è constatare che ci sta descrivendo una situazione
nel 1930 che è, ammettiamolo, più valida nell'attualità del XXI secolo. Da un lato, si è ottenuto un formidabile avanzamento della tecnica, nella capacità di produzione e fruizione degli oggetti, un' ascesa del "livello storico" che permette alla maggioranza di godere dei privilegi riservati prima ad una minoranza, ed ancora di più.
Dall'altro lato, - e come conseguenza del passato - si è installato al potere un tipo di uomo - non una classe sociale - che è " l'uomo-massa": " Lo specialista [scientifico, tecnico, politico, etc.] ci serve per concretizzare impetuosamente il genere (dell'uomo-massa) e farci vedere tutto il radicalismo della sua novità.
Perchè prima gli uomini potevano dividersi, semplicemente, in sapienti ed ignoranti. Però lo specialista non può essere affossato sotto nessuna di queste due categorie. Non è sapiente perchè ignora formalmente quanto non rientra nella sua specialità; però neanche è un ignorante, perchè è "un uomo di scienza" e conosce molto bene la sua porzioncina di universo. Dovremmo decidere cos'è un
sapiente-ignorante, cosa oltremodo grave, poichè significa che è un signore il quale si comporterà in tutte le questioni che ignora non come un ignorante, bensì con tutta la petulanza di chi nella sua faccenda speciale è un saggio". (Cap. XII, ).
Oggi, l'uomo medio -specialista o no- possiede un'enorme quantità di informazioni, di dati, però, contrariamente a quello che si potrebbe immaginare, è più ermetico, più inflessibile nelle sue opinioni ed idee. E' un sapiente-ignorante incapace di "ascoltare", di riconoscere, di lasciarsi orientare da quello che veramente sa. E questo importante disorientamento dirige i nostri destini.
Dice Ortega: "La vita umana, per la sua stessa natura, deve essere mirata a qualcosa, ad un'impresa gloriosa o umile, ad un destino illustre o banale. Si tratta di una condizione bizzarra, ma inesorabile, scritta nella nostra esistenza. Da un lato, vivere è qualcosa che ognono fa da sé e per sé. D'altro canto, se questa mia vita, che solo a me interessa, non è consegnata da me a qualcosa, camminerà sgangherata, senza pathos e senza "forma". Questi anni stiamo assistendo al gigantesco spettacolo di innumerevoli vite umane che camminano perdute nel labirinto di sé stesse per non avere a cosa consegnarsi. [...] Vivere
è andare sparato verso qualcosa, è camminare verso una meta. La meta non è il mio camminare, non è la mia vita; è qualcosa che io colloco in questa e che ugualmente sta fuori da essa, oltre. Se mi riduco ad andar solo dentro la mia vita, egoisticamente, non avanzo, non vado da nessuna parte; giro e rigiro nello stesso posto."
E' necessario, pertanto, avere un progetto, un programma di vita verso il futuro che ci orienti, che ci disciplini moralmente, che ci obblighi a superarci giorno per giorno. E questa impresa, per l'Europa, consiste nel convertirsi in un'idea nazionale; nella concretizzazione di un "gigantesco Stato continentale" capace di essere un riferimento per il resto del mondo.
Attualmente, consideriamo come si sta costruendo artificiosamente un'Europa molto distaccata dal sentire del popolo, fondata su criteri puramente economici, assenza di anima e capacità di illudere. D'altro canto, la rivoluzione tecnologica degli ultimi anni e l'accellerazione degli avvenimenti hanno aumentato il divario tra lo stato "vitale" in cui si trova l'uomo e le sue "potenzialità" -lo stato in cui potrebbe stare-.
Questo significa maggior rodimento per la gente. La novità del fenomeno della globalizzazione, il continuo scambio di oggetti e persone (migrazione) stanno dando luogo all'idea di nazione mondiale - idea che trascende la nazione continentale, che però passa per essa -. Oggi, più che mai, si percepisce la necessità di un nuovo principio di vita per superare l'attuale crisi; un progetto, una decisione... da collocare "all'altezza dei tempi".

Le pagine de "La ribellione delle masse" riassumono la filosofia di Ortega y Gasset perchè questo è un libro di filosofia, scritto sul substrato di un pensiero strutturato che necessariamente resta riflesso, a volte, in forma larvata o insinuata. La sua lettura invita alla riflessione sulla situazione che stiamo vivendo e la nostra personale posizione a riguardo.

Tradutzioni pro sa defenza dae Antonella Pacilio

http://idd00qaa.eresmas.net/ortega/biblio/rebelion.htm
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