domenica 29 marzo 2009

imprentau dae Global Research
iscritu dae: Ramzi Baroud
Sembra che il “processo di pace” israelo-palestinese sia messo seriamente a repentaglio. O almeno, questa è l’impressione immediata che uno ricava spigolando tra le notizie provenienti da Israele. A differenza dei centristi del Kadima e dei “moderati” del Labour, il Primo Ministro incaricato Benjamin Netanyahu è da molti ritenuto un possibile elemento di deterioramento in vista dei negoziati che mirano alla soluzione dei due Stati. La cronaca dei media, comunque, è costellata di equivoci e punteggiata di false assunzioni.

Sebbene Netanyahu sia realmente un esponente della destra, il suo pensiero a stento differisce dai suoi predecessori, per ciò che riguarda le questioni pertinenti al processo di pace. Dirò di più, si commette un errore a valutare i rischi che il processo di pace deve fronteggiare, considerando che questo processo di pace non esiste. Israele continua ad alternare i suoi assalti furiosi all’implacabile espansione degli insediamenti illegali, mentre l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas continua con quanto appare essere la sua priorità politica: isolare Hamas a Gaza e conservare il suo regno in Cisgiordania.

Dunque, a quale “processo di pace” si riferiscono i media? Quali prospettive – in vista della vitale soluzione a due Stati – restano a cui appassionarsi? Uno francamente non riesce a capire.

Ugualmente equivoco è il fatto che i leaders e i diplomatici occidentali mantengano una posizione di attesa, nella speranza che Netanyahu rispetti e mantenga in vita il processo di pace – che, ribadiamolo, non esiste – così come hanno fatto coloro che lo hanno preceduto…e non esiste neanche questo.

Rilasciando commenti alquanto incerti a The National Tony Blair, l’inviato del quartetto sponsorizzato dalle Nazioni Unite che si adopera per il Medio Oriente nonché ex Premier britannico, ha assicurato che Netanyahu ha dato il suo assenso “in via di principio” alla soluzione a due Stati. Il giornale dice: “Quando gli viene chiesto se Netanyahu sia o meno a favore di uno Stato palestinese, Blair risponde ‘Con me è sempre stato chiaro su questo punto’”.

Se questa retorica continua a svilupparsi, potrebbe portare ad un altro stratagemma politico, simile a quello utilizzato da Netanyahu durante il breve periodo in cui ricoprì la carica di Primo Ministro israeliano, a partire dal maggio del 1996.

Allora, il fresco leader del Likud Netanyahu sconfisse di misura Shimon Peres alle elezioni, proponendosi strategicamente come colui che avrebbe posto una fine alle “concessioni” fatte dai rivali del Labour. Nel frattempo, manteneva un’apparenza di pacificatore davanti ai media occidentali.

Bisogna dire che il Palestinese medio a stento vede la differenza tra un governo guidato dalla destra del Likud, uno retto dai progressisti laburisti, o uno di centro targato Kadima. Quello che i Palestinesi continuano a vedere sono i soldati, i tanks, i checkpoints, i bulldozer, il filo spinato, gli ordini di confisca delle terre e i soliti simboli di occupazione e dominio che, a dispetto del background ideologico o delle tendenze politiche di chi governa Israele, non cambiano mai.

Appena dopo il suo insediamento, Netanyahu ricevette pressioni dall’America affinché adempisse agli obblighi, a lungo trascurati, derivanti dagli Accordi di Oslo, e questo metteva l’allora inesperto leader in una situazione quantomeno pericolosa. Da un lato, infatti, egli non voleva irritare gli Stati Uniti, che avevano investito molto tempo e risorse su Oslo, dall’altro però voleva impedire qualsiasi ripresa di quegli accordi. Perciò fece ciò che la maggior parte dei leaders israeliani avrebbero fatto di fronte a quel dilemma. Provocò la violenza. Nel settembre del 1996, Netanyahu ordinò l’apertura di un tunnel che corresse sotto uno dei siti più sacri all’Islam, la moschea di Al-Aqsa, minacciando ulteriormente le fondamenta già devastate del tempio sacro. Il suo gesto raggiunse lo scopo, accendendo l’ira dei Palestinesi nei territori occupati. Diversi giorni di scontri condussero a morti e feriti, perlopiù Palestinesi. Il governo israeliano strumentalizzò gli incidenti per sottolineare come il fallimento di Oslo coincidesse con le esigenze di sicurezza di Israele.

Mentre le forze di sicurezza di Arafat lanciarono una campagna di arresti a Gaza e in Cisgiordania – nel tentativo di venire incontro alle pretese di Netanyahu – il leader israeliano proseguì l’espansione degli insediamenti e la confisca della terra palestinese. In aggiunta, il 28 ottobre approvò la costruzione di nuove unità all’interno degli insediamenti già esistenti e, successivamente, la fortificazione di 33 colonie e la costruzione di 13 nuove by-pass roads (strade di collegamento tra gli insediamenti, ndt) per soli Ebrei.

Nonostante tutto, Netanyahu non fu in grado di soddisfare le aspettative del suo elettorato, ed il 17 maggio del 1999 gli succedette Ehud Barak, leader del Partito Laburista. In conseguenza, Netanyahu si dimise dalla dirigenza del Likud.

E’ essenziale osservare che l’avvento di Barak ebbe l’effetto di rinnovare la retorica del processo di pace, malgrado la “colomba” non diede particolari indicazioni sulla sua disponibilità alle “dolorose concessioni” necessarie secondo i colloqui conclusivi degli accordi di pace.

Nel momento in cui l’allora Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton esternò il suo sostegno a Barak come al leader israeliano più accreditato per il raggiungimento della pace, i Palestinesi in genere nutrivano scarse aspettative, e non solo in virtù della sanguinosa storia personale di Barak. Nel discorso celebrativo della sua vittoria elettorale, Barak delineò la sua “visione” della pace incoraggiando gli Israeliani: “Vi dico che è giunto il tempo della pace – non la pace attraverso la debolezza, ma la pace attraverso la forza ed un senso di sicurezza; non la pace a spese della sicurezza, ma la pace che conduce alla sicurezza. Procederemo rapidamente verso la separazione con i Palestinesi sulla base di quattro assunti imprescindibili: una Gerusalemme riunificata sotto la nostra sovranità come capitale di Israele per l’eternità, punto; non ritorneremo ad alcuna condizione ai confini del 1967; nessun esercito straniero ad ovest del Giordano; la maggioranza dei coloni di Giudea e Samaria resteranno in blocchi di insediamento sotto la nostra sovranità”.

A prescindere dai nomi e dagli appellativi, la stragrande maggioranza dei leaders israeliani sono la stessa identica cosa; persino il loro linguaggio è ugualmente antiquato e provocatorio. Ecco perché uno fa una certa fatica a farsi prendere dal panico sul “futuro del processo di pace”. Per quanto concerne Gaza, per esempio, non ha troppa importanza se oltre 1400 morti in 22 giorni siano stati fatti saltare per aria da un revisionista del Likud, o polverizzati da una colomba laburista, o ancora bombardati da un paciere delle fila di Kadima, ed è un fatto che un inviato alla Blair non sembra riuscire a comprendere.

Ramzy Baroud e uno scrittore e redattore del PalestineChronicle.com. I suoi articoli vengono pubblicati su molti quotidiani, giornali e raccolte in tutto il mondo. La sua opera più recente è “La seconda Intifada palestinese: una cronaca della lotta di un popolo” (Pluto Press, Londra), mentre il suo prossimo libro si intitola “Mio padre era un combattente per la libertà: Gaza la storia mai raccontata” (Pluto Press, Londra).

Ramzi Baroud
Tradutzioni pro FDF.com dae Milena Spigaglia Fonte > Global Research | 27 marzo


AUTORES: Loretta NAPOLEONI & Claudia SEGRE


Pubblichiamo ampi stralci dall'articolo "L'islam può aiutare la finanza dell'Occidente?" che apparirà nel prossimo numero della rivista "Vita e Pensiero".

È necessario ricordare come, alla fine del xix secolo, i sostenitori dei principi e i cultori della finanza islamica abbiano espresso ripetutamente il malcontento verso la penetrazione del capitalismo nei Paesi musulmani. Parecchie fatwa sono state pubblicate per ribadire come le attività basate sull'interesse della banca dei "colonizzatori" fossero incompatibili con la shar'ia. Tuttavia le sole banche presenti nel mondo musulmano erano l'espressione di istituzioni occidentali e le popolazioni di fede musulmana hanno dovuto utilizzarle nonostante dal loro punto di vista si trattasse di entità non ammissibili e basate su attività proibite dalla legge religiosa vigente, che permea il tessuto socio-economico di questi Paesi. A partire dalla metà degli anni Cinquanta sino alla metà degli anni Settanta, gli economisti, i finanzieri, gli eruditi della shar'ia e gli intellettuali hanno studiato la possibilità dell'abolizione del tasso di interesse e la creazione di istituzioni finanziarie concentrate su un'alternativa "shar'ia-compatibile" secondo il principio della riba, cioè la proibizione del pagamento di interesse come remunerazione al time decay. Inoltre è stata compresa la necessità che un nuovo sistema economico islamico incorporasse soluzioni per ottemperare ad alcuni dei doveri fondamentali dei fedeli musulmani quali la zakat, ovvero il versamento obbligatorio per aiutare i poveri commisurato al patrimonio disponibile, piuttosto che forme di finanziamento per il pellegrinaggio alla Mecca. Le prime soluzioni proposte in un ambito di economia islamica applicata sono entrate in vigore negli anni Cinquanta a Kuala Lumpur in Malesia e nel Basso Egitto. L'esperimento malese, promosso dalla gestione e dal fondo dei pellegrini della Malesia, era sostenuto dal governo. Il quale, tra l'altro, si pose nella condizione di monitorare le istituzioni finanziarie dedite alla raccolta del risparmio e del relativo investimento in conformità con la shar'ia.

L'elemento fondamentale e più noto del funzionamento delle banche islamiche coincide con il rifiuto di utilizzare l'interesse sia come variabile pura, applicata ai crediti, sia come parte integrante di altre operazioni; diviene quindi necessario individuare meccanismi alternativi che siano in grado di determinare il tasso di ritorno sui capitali e gli investimenti nel rispetto degli assiomi etici islamici. L'economia islamica, diversamente dall'economia di mercato convenzionale, è incentrata sui principi religiosi dell'islam ed è orientata a mantenere i musulmani in linea con i dettami della shar'ia, la legge religiosa che dirige le loro vite. Gli attivisti islamici, gli intellettuali, i produttori e i capi religiosi hanno sostenuto sempre la validità della proibizione della riba, l'interesse caricato da chi presta denaro, e denunciato la maisir e la gharar, che ricomprendono la speculazione informativa e l'insider trading. I soldi non devono quindi essere usati come prodotto in sé, per generare più soldi.

Questo principio balza dal divieto della shar'ia sull'haram, che ricomprende le attività non eticamente corrette e vietate dal Corano come la produzione e distribuzione di armi, il commercio di tabacco, alcol, pornografia e il gioco d'azzardo. Nel cuore della ricerca di una forma etica e shar'ia compliant si è così creata una joint-venture eccezionale. Questa alleanza ha visto una comunione di intenti tra gli eruditi benestanti e gli studiosi della shar'ia che hanno cominciato a lavorare insieme al servizio di una rinnovata e più forte finanza islamica. Quest'associazione insolita è un fenomeno unico nell'economia moderna, ma ha cementato di fatto il fondamento di un nuovo sistema economico.

Fra le differenze più salienti tra l'approccio alla finanza convenzionale e la finanza islamica vi è l'unione di sforzi messi in campo a livello comunitario che si trasfigura poi nel concetto di umma, il corpo dei credenti, la comunità islamica considerata come una singola entità che respira, pensa e prega all'unisono. È questa l'anima dell'islam.

L'individualismo all'interno dell'islam è sconosciuto, poiché è completamente estraneo alle culture tribali. L'islam è radicato nei valori tribali tradizionali quali il forte sentimento di appartenenza e l'obbligo di aiutare gli amici nel bisogno, così come l'accettazione dell'autorità dei capi religiosi. Questi sono i valori che gli eruditi della shar'ia hanno trapiantato nell'economia islamica, principi che per secoli hanno permesso ai beduini arabi di sostenere uno stile di vita duro legato al rigore dell'ambiente desertico. Se l'umma è il cuore, l'associazionismo è come il battito cardiaco dell'economia islamica.

Pensiamo che la finanza islamica potrà contribuire alla rifondazione di nuove regole per la finanza occidentale, visto che stiamo affrontando una crisi che, superati gli iniziali problemi sulla liquidità, ora è diventata eminentemente una crisi di fiducia verso il sistema. Il sistema bancario internazionale ha bisogno di strumenti che riportino al centro l'etica del business, strumenti che permettano di raccogliere liquidità e aiutare a ricostruire la reputazione di un modello capitalistico che ha fallito.


Originale da: L'Osservatore Romano

Articolo originale pubblicato il 4 marzo 2009

Le autrici

Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne le autrici e la fonte.

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mercoledì 25 marzo 2009

AUTORI: Gilad ATZMON جيلاد أتزمون گيلاد آتزمون

Tradutzioni dae Manuela Vittorelli

Il tema che discuterò oggi è probabilmente la cosa più importante che abbia mai detto sulla brutalità israeliana e l'identità ebraica contemporanea. Immagino che avrei potuto dar forma al mio pensiero in un libro ad ampio respiro o in un'analisi accademica. Invece farò proprio il contrario, cercherò di scriverne nel modo più semplice e breve possibile.

Nelle settimane appena trascorse abbiamo assistito a una campagna israeliana di genocidio contro la popolazione civile a Gaza. Abbiamo visto uno degli eserciti più forti del mondo schiacciare donne, anziani e bambini. Abbiamo visto tormente di armi non convenzionali esplodere su scuole, ospedali e campi profughi. Avevamo visto e sentito parlare di crimini di guerra commessi in precedenza, ma questa volta la trasgressione israeliana era categoricamente diversa. Era appoggiata dalla totale assoluta maggioranza della popolazione ebraica israeliana. La campagna militare dell'Esercito di Difesa Israeliano (IDF) a Gaza ha goduto delsostegno del 94% della popolazione israeliana. Il 94% degli israeliani apparentemente ha approvato i bombardamenti aerei contro civili. Gli israeliani hanno assistito al massacro alla TV, hanno ascoltato le urla, hanno visto ospedali e campi profughi in fiamme. Eppure non si sono turbati. Non hanno fatto molto per fermare i loro spietati capi “democraticamente eletti”. Anzi, alcuni di loro si sono portati una seggiola e si sono sistemati sulle colline che si affacciano sulla Striscia di Gaza per ammirare il loro esercito che trasformava Gaza in un moderno colosseo ebraico traboccante di sangue. Anche adesso che la campagna sembra essersi conclusa e le proporzioni del massacro di Gaza sono note, gli israeliani non mostrano segni di rimorso. E come se non bastasse, durante tutta la guerra ci sono stati ebrei in giro per il mondo che hanno manifestato il loro sostegno allo “Stato per soli ebrei”. Un simile appoggio a espliciti crimini di guerra è inaudito. Gli stati terroristi uccidono, certo, ma mantengono un certo riserbo al riguardo. L'Unione Sovietica di Stalin l'ha fatto in remoti GULAG, la Germania nazista giustiziava le sue vittime in profonde foreste e dietro recinzioni di filo spinato. Nello Stato ebraico gli israeliani massacrano donne, bambini e vecchi indifesi alla luce del sole, impiegando armi non convenzionali per colpire scuole, ospedali e campi profughi.
Un tale livello di barbarie di gruppo esige a gran voce una spiegazione. Il ragionamento che segue può essere definito semplicemente come un tentativo di comprendere la brutalità collettiva israeliana. Com'è che una società è riuscita a perdere ogni senso di compassione e di misericordia?

Il terrore interiore

Più di qualsiasi altra cosa, gli israeliani e le loro solidali comunità ebraiche sono terrorizzati dalla brutalità che scoprono dentro di sé. Più sono spietati, più sono spaventati. La logica è semplice. Più sofferenza si infligge all'altro, maggiore è l'angoscia per la qualità potenzialmente mortale di tutto ciò che ci circonda. In senso ampio, gli israeliani proiettano sui palestinesi, gli arabi, i musulmani e gli iraniani l'aggressività che hanno dentro. Tenendo conto del fatto che la brutalità israeliana ha ora dimostrato di non avere limiti né paragoni, la loro angoscia è almeno altrettanto grande.

A quanto pare, gli israeliani temono di essere i tirapiedi di se stessi. Sono impegnati in una lotta mortale con il terrore che hanno dentro. Ma non sono soli. L'ebreo della Diaspora che manifesta il suo appoggio a uno stato che lancia fosforo bianco su una popolazione civile è finito nella stessa devastant
e trappola. Da entusiastico sostenitore di un crimine immenso, prova orrore al pensiero che la crudeltà che scopre in sé possa manifestarsi in altri. L'ebreo della Diaspora che appoggia Israele è devastato dalla possibilità immaginaria che una volontà brutale, simile alla sua, possa un giorno rivoltarglisi contro. La paura ebraica nei confronti dell'antisemitismo si riassume tutta in questa preoccupazione. È fondamentalmente la proiezione sugli altri della crudeltà tribale incentrata sul sionismo.

Non c'è alcun conflitto israelo-palestinese
Ciò che vediamo qui è la formazione evidente di un circolo vizioso in cui l'israeliano e i suoi sostenitori stanno diventando un'insulare e vendicativa palla infuocata alimentata da un'esplosiva aggressività interiore. Tutto ciò è estremamente rivelatore. Dato che i palestinesi non possono fronteggiare militarmente l'aggressività e la capacità distruttiva di Israele, siamo autorizzati a supporre che non esista alcun conflitto israelo-palestinese. C'è soltanto la psicosi israeliana, nella quale Israele è distrutto dall'angoscia causata dal riflesso della sua crudeltà. Essendo considerati i nazisti della nostra epoca, gli israeliani sono così condannati a vedere un nazista in chiunque. Analogamente, di fatto non c'è
neanche un aumento dell'antisemitismo. L'ebreo sionista della Diaspora è semplicemente devastato dalla possibilità che qualcuno, là fuori, sia eticamente corrotto e spietato quanto ha dimostrato di essere lui. In breve, la politica israeliana e l'attività della lobby sionista dovrebbero essere considerate niente meno che come una letale paranoia collettiva incentrata sul sionismo che minaccia di trasformarsi in una psicosi totale.

C'è un modo per redimere il sionista dalla sua deriva sanguinaria? Esiste un modo per cambiare il corso della storia, salvare gli israeliani e i loro sostenitori dalla depravazione totale? Probabilmente il modo migliore di porre questa domanda è chiedersi se ci sia un modo per salvare gli israeliani e i sionisti da se stessi. Come potrete immaginare non sono particolarmente interessato a salvare gli israeliani o i sionisti, tuttavia capisco che redimere i sionisti dai loro crimini può portare una prospettiva di pace alla Palestina, all'Iraq e probabilmente a tutti noi. Per chi non l'avesse capito, Israele è solo la punta dell'iceberg. A conti fatti, l'America, la Gran Bretagna e l'Occidente sono ora soggetti a forme simili di “politica della paura” che sono il diretto risultato dell'ideologia e della mortale pratica interventista dei neo-conservatori.


Lo psicanalista di Nazareth
Molti anni fa, così narrano, c'era un israelita che viveva in mezzo ai suoi fratelli nella terra di Canaan. Come gli israeliani di oggi, era circondato dall'odio, dalla vendetta e dalla paura. A un certo punto aveva deciso di intervenire e di cambiare le cose, e si era accorto che non c'era altro modo per combattere la spietatezza che cercare la grazia: “Porgi l'altra guancia” era il suo semplice suggerimento. Identificando la psicosi dell'israelita come “una guerra contro il terrore interiore”, Gesù comprese che l'unico modo per contrastare la violenza è guardarsi allo specchio e cercare dentro di sé il Bene.

È piuttosto evidente che la lezione di Gesù aprì la strada alla formazione dell'etica universale occidentale. Le ideologie politiche moderne impararono dalla prospettiva cristiana. La ricerca normativa dell'uguaglianza da parte di Marx può essere vista come una riscrittura laica del concetto di fratellanza di Gesù. E tuttavia non una sola ideologia politica è riuscita a integrare il concetto più profondo
che Gesù aveva della grazia. Cercare la pace è fondamentalmente cercare la pace dentro di sé. Mentre gli israeliani e i loro gemelli neocon vorrebbero raggiungere la pace attraverso la dissuasione, la vera pace si raggiunge solo cercando l'armonia interiore. Come potrebbe suggerire uno studioso lacaniano, amare il tuo prossimo è in realtà amare te stesso che ami il tuo prossimo. Il caso degli israeliani è l'esatto opposto. Come riescono a dimostrare costantemente, loro amano se stessi che odiano il loro prossimo, o semplicemente amano se stessi che odiano. Odiano quasi tutto: il prossimo, gli arabi, Chavez, i tedeschi, l'Islam, i gentili, la carne di maiale, i palestinesi, la Chiesa, Gesù, Hamas, i calamari e l'Iran. Voi fate un nome, loro lo odiano. Si deve ammettere che odiare così tanto deve essere un progetto molto spossante, a meno che non dia piacere. E infatti il “principio del piacere” degli israeliani potrebbe essere così articolato: spinge costantemente gli israeliani a cercare piacere nell'odio continuando a infliggere dolore agli altri.

Va detto a questo punto che la “Guerra al terrore interiore” non è esattamente un'invenzione ebraica. Tutti, che sian
o popoli, nazioni o individui, ne sono suscettibili. Le conseguenze del massacro nucleare americano a Hiroshima e Nagasaki trasformarono gli americani in una collettività terrorizzata. Questa angoscia collettiva è nota con il nome di “guerra fredda”. L'America deve ancora liberarsi dalla paura che là fuori possa esistere qualcuno che è altrettanto spietato. In un certo senso l'operazione Shock and Awe ha avuto un effetto molto simile sulla Gran Bretagna e l'America. Ha condotto alla creazione di masse terrorizzate e facilmente manipolabili da parte di un'élite altamente motivata. Questo tipo di politica è chiamato “politica della paura”.

E tuttavia nel pensiero occidentale è in atto un meccanismo di correzione. Diversamente dallo stato ebraico, che si sta radicalizzando attraverso la sua stessa paranoia autoalimentata, a Occidente il male è in qualche modo affrontato e arginato. L'assassino viene denunciato e la speranza di pace viene ristabilita fino a nuovo avviso. Non che mi aspetti che il Presidente Obama possa portare qualche cambiamento. Ma una cosa è chiara: è stato votato perché portasse un cambiamento. Obama è il simbolo di un autentico tentativo di limitare il male. Nello Stato ebraico non solo questo non succede, ma non potrà succedere mai. La differenza tra Israele e l'Occidente salta agl
i occhi. A Occidente la tradizione cristiana ci fornisce una possibilità di speranza che si basa sulla fede nella bontà universale. Anche se corriamo costantemente il pericolo di essere esposti al male, tendiamo a credere che il bene alla fine vincerà. Invece nel pensiero tribale ebraico il Bene è proprietà esclusiva degli eletti. Gli israeliani non vedono bontà o gentilezza nei loro vicini, li vedono come dei selvaggi e come un'entità che minaccia la loro esistenza. Per gli israeliani la gentilezza è loro proprietà esclusiva, e guarda caso sono anche innocenti e vittime. Nel pensiero universale occidentale la bontà non appartiene a un solo popolo o a un'unica nazione, appartiene a tutti e a nessuno nello stesso tempo. Non appartiene a un partito politico né a un'ideologia. Il principio trascendente della grazia e di un Dio Buono è in ciascuno di noi, ci tocca da vicino.

Che razza di padre
è questo?
“Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto entrare nel paese che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti – quando ti avrà condotto alle città grandi e belle che tu non hai edificate, alle case piene di ogni bene che tu non hai riempite, alle cisterne scavate ma non da te, alle vigne e agli oliveti che tu non hai piantati, quando avrai mangiato e ti sarai saziato”. [Deuteronomio 6:10-11].

“Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni… tu le vot
erai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia”. [Deuteronomio 7:1-2]

A questo punto possiamo tentare di comprendere le cause prime della grave assenza di compassione nel pensiero israeliano e all'interno dei suoi solidali gruppi di pressione. Credo che un'elaborazione sul travagliato rapporto tra gli ebrei e i loro diversi dei possa far luce su questo tema. È perfettamente evidente che la lista sempre più lunga di “Dei”, “Idoli” e “figure paterne” degli ebrei è un po' problematica, almeno per quanto riguarda l'etica e la bontà. Va esplorata la relazione stessa tra “il fi
glio” e il “padre amorale”. La filosofa Ariella Atzmon (che tra l'altro è mia madre) definisce la complessità della falsa partenza o cattivo inizio come “Sindrome di Fagin”. Il personaggio dickensiano di Fagin è un “kidsman”, un adulto che recluta bambini e li addestra al furto e al borseggio, dando loro vitto e alloggio in cambio della refurtiva. Benché i bambini non possano che essere riconoscenti al loro padrone, essi non possono neanche fare a meno di disprezzarlo per averli trasformati in ladri e borseggiatori. I bambini si rendono conto che tutte le cose che Fagin possiede sono rubate e che la sua gentilezza è lungi dall'essere sinceramente onesta o pura. Prima o poi i bambini si rivolteranno contro il loro padrone Fagin nel tentativo di liberarsi da quella morsa immorale.

Nella prospettiva padre-figlio, il Dio Yahweh biblico degli ebrei non è diverso da quello che possiamo osservare nella sindrome di Fagin. Il padre di Israele guida il suo popolo eletto attraverso il deserto verso la terra promessa perché possa derubare e saccheggiare i suoi abitanti indigeni. Non è esattamente quello che ci si aspetterebbe da un padre etico o da un “Dio buono”. Dunque, per quanto i figli di Israele amino Yahweh, devono anche leggermente diffidare di lui per averli trasformati in ladri e assassini. Forse anche la sua bontà li mette in apprensione. Dunque non dovrebbe sorprenderci che in tutta la storia ebraica più di qualche ebreo si sia rivoltato contro il padre celeste.

Comunque, tenendo a mente la comune percezione laica secondo la quale gli dei sono un'invenzione degli uomini, ci si potrebbe chiedere cosa porti all'invenzione di un simile “Dio amorale”. Cosa fa sì che la gente segua i precetti di un Dio simile? Sarebbe anche interessante scoprire che genere di dei alternativi hanno scelto o inventato gli ebrei una volta abbandonato Yahweh.

Emancipandosi, più di qualche ebreo si è dissociato dal contesto tribale tradizionale e dall'ebraismo rabbinico. Molti si sono mescolati con le realtà circostanti, hanno lasciato cadere la loro condizione di eletti e si sono trasformati in persone normali. Molti altri ebrei hanno abbandonato Dio ma hanno continuato a conserv
are la loro affiliazione tribale etnicamente orientata. Hanno deciso di fondare la loro appartenenza tribale su basi etniche, razziali, politiche, culturali e ideologiche più che sul precetto ebraico. Anche se hanno evidentemente abbandonato Yahweh continuano ad adottare una visione laica che ha preso ben presto la forma di un precetto monolitico e simil-religioso. Nel XX secolo le due ideologie politiche simil-religiose che le masse ebree hanno trovato più attraenti sono state il marxismo e il sionismo.

È possibile descrivere il marxismo come un'ideologia etica laica universale. Tuttavia, all'interno del suo processo di trasformazione in un precetto tribale ebraico, il marxismo è riuscito a perdere ogni traccia di umanitarismo o di universalismo. Come sappiamo, inizialmente l'ideologia e la pratica sioniste furono ampiamente dominate da ebrei di sinistra che si consideravano veri seg
uaci di Marx. Credevano davvero che celebrare la loro rinascita nazionale ebraica a scapito dei palestinesi fosse un gesto legittimamente socialista.

È interessante constatare che i loro oppositori, l'anti-sionista Bund (la Federazione generale dei lavoratori ebrei in Lituania, Polonia e Russia), non credevano nella spoliazione istituzionalizzata dei palestinesi. Credevano invece che espropriare i ricchi europei fosse un precetto, una grande universale mitzvah sul cammino verso la giustizia sociale.

Quelli che seguono sono pochi versi dell'inno del Bund:

Giuriamo di perseverare nel nostro odio
Verso chi deruba e uccide i poveri:
Lo Zar, i padroni, i capitalisti.
La nostra vendetta sarà rapida e sicura.
Dunque giuriamo tutti insieme: vivere o morire!

Senza addentrarci in questioni che riguardano l'etica o l'affiliazione politica, è perfettamente evidente che l'inno ebraico-marxista è completamente saturo d'“odio” e “vendetta”. Per quanto gli ebrei fossero entusiasti di Marx, del marxismo, del bolscevismo e dell'uguaglianza, si sa come è andata a finire. Gli ebrei hanno abbandonato in massa Marx molto tempo fa. Hanno, in un certo senso, lasciato la rivoluzione a qualche gentile illuminato come Hugo Chavez ed Evo Morales, leader che hanno interiorizzato il significato autentico di uguaglianza ed etica universali.

Benché alla fine del XIX e agli inizi del XX secolo il marxismo contasse molti seguaci tra gli ebrei europei, in seguito all'Olocausto fu il sionismo a diventare gradualmente la voce dell'ebraismo mondiale. Come Fagin, gli dei e gli idoli sionisti – Herzl, Ben Gurion, Nordau, Weizmann – promisero ai loro seguaci un nuovo inizio privo di etica. Derubare i palestinesi era parte del loro percorso verso una giustizia storica attesa da troppo tempo. Il sionismo trasformò l'Antico Testamento da testo spirituale a libro del catasto. Ma ancora una volta, come nel caso di Yahweh, il Dio sionista trasformò l'ebreo in ladro, gli promise la proprietà di qualcun altro. Già questo può spiegare il risentimento degli israeliani verso il sionismo e l'ideologia sionista. Gli israeliani preferiscono considerarsi come i naturali abitanti della loro terra piuttosto che come pionieri in un amorale progetto coloniale della Diaspora ebraica. L'ebreo israeliano mantiene la propria posizione politica attraverso un pericoloso escapismo etico. Questo può spiegare il fatto che nonostante gli israeliani amino le loro guerre detestino però combatterle. Non sono disposti a morire per una grande ideologia astratta e remota come la “nazione ebraica” o il “sionismo”. Preferiscono di gran lunga sganciare da lontano bombe a grappolo e fosforo bianco.

Tuttavia, nella storia relativamente breve del moderno nazionalismo ebraico, il Dio sionista ha fatto amicizia con altri dei e idoli kosher. Nel 1917 Lord Balfour promise agli ebrei che avrebbero costruito la loro casa nazionale in Palestina. Inutile dire che, come nel caso di Yahweh, Lord Balfour trasformò gli ebrei in ladri e saccheggiatori, con la sua promessa del tutto amorale. Promise agli ebrei la terra di qualcun altro. Non poteva esserci inizio peggiore. Evidentemente non ci volle molto perché gli ebrei si rivoltassero contro l'Impero britannico. Nel 1947 le Nazioni Unite fecero esattamente lo stesso stupido errore, diedero alla luce lo “Stato per soli ebrei” ancora una volta a scapito dei palestinesi. Legittimarono la spoliazione della Palestina nel nome delle nazioni. Come nel caso di Yahweh, che aveva finito per essere accantonato, non ci volle molto perché gli ebrei si rivoltassero anche contro le Nazioni Unite. “Non importa quello che dicono i gentili, importa solo quello che fanno gli ebrei, disse il Primo Ministro israeliano David Ben Gurion. Di recente gli israeliani sono riusciti perfino a mettere in disparte i loro migliori e più servizievoli amici della Casa Bianca. Alla vigilia delle ultime elezioni presidenziali americane alcuni generali israeliani sono stati filmati mente denunciavano il Presidente Bush per “aver danneggiato gli interessi israeliani con il suo appoggio schiacciante” (Generale di Brigata in congedo Shlomo Brom). I generali israeliani fondamentalmente accusavano Bush di non aver bloccato Israele nella distruzione dei suoi vicini. La morale è piuttosto chiara: i sionisti e gli israeliani si rivolteranno inevitabilmente contro i loro dei, idoli, padri e altri che cercano di aiutarli. È questo il vero significato della sindrome di Fagin nel contesto politico israeliano. Dovranno sempre rivoltarsi contro i loro “padri”.

Ritengo che il più interessante tra tutti i sistemi ebraici di convinzioni sia la religione dell'Olocausto, che il filosofo israeliano Yeshayahu Leibowitz ha giustamente definito la “nuova religione ebraica”. L'aspetto più interessante della religione dell'Olocausto è il suo Dio, che è l'“Ebreo”. Il seguace ebreo di questo nuovo precetto dogmatico crede nell'“Ebreo”, colui che ha redento se stesso. Colui che è “sopravvissuto” all'evento definitivo, il genocidio. I seguaci credono nell'“Ebreo”, vittima “innocente” e tormentata che ha fatto ritorno alla sua “terra promessa” e ora celebra il racconto della sua resurrezione riuscita. In una certa misura, nel pensiero religioso dell'Olocausto, l'ebreo crede nell'“Ebreo” in quanto espressione dei suoi poteri e delle sue qualità eterne. All'interno di questa nuova matrice religiosa, la Mecca è Tel Aviv e il Santo Sepolcro è il Museo dell'Olocausto di Yad Vashem. La nuova religione ha tanti santuari (musei) sparsi nel mondo e molti sacerdoti che diffondono il messaggio e puniscono chi vi si oppone. Dal punto di vista ebraico, la religione dell'Olocausto è un'espressione assolutamente trasparente dell'amore di sé. È il luogo in cui il passato e il futuro si uniscono in un presente ricco di significato, in cui la storia si traduce in prassi. Consapevolmente o inconsapevolmente, chiunque si identifichi politicamente e ideologicamente (più che religiosamente) come ebreo finisce per soccombere, in pratica, alla religione dell'Olocausto e si trasforma in seguace della figura paterna rappresentata dall'“Ebreo”. E tuttavia ci si potrebbe chiedere che ne è della bontà: esiste una qualche bontà in questa nuova “figura paterna”? Esiste una qualche grazia in questa versione della storia che parla di vittime innocenti e che viene celebrata ogni giorno a scapito del popolo palestinese?

Se la storia ha una fine, la religione dell'Olocausto incarna la fine della storia ebraica. Alla luce della religione dell'Olocausto il “Padre” e il “Figlio” finiscono per unirsi. Almeno nel caso di Israele e del sionismo si fondono in un amalgama di ideologia e realtà genocide. Alla luce della religione dell'Olocausto e della sua epica etica della sopravvivenza, lo Stato ebraico si considera autorizzato a lanciare fosforo bianco su donne e bambini che ha ingabbiato in una prigione a cielo aperto senza vie di fuga. Tristemente, i crimini commessi dallo Stato ebraico sono commessi per conto del popolo ebraico e nel nome della loro tormentata storia di persecuzioni. La religione dell'Olocausto porta alla vita quello che sembra essere l'ultima forma possibile di brutale incarnazione insulare.

Storicamente gli ebrei hanno accantonato molti dei: hanno abbandonato Yahweh, hanno mollato Marx, alcuni non hanno mai seguito il sionismo. Ma alla luce della religione dell'Olocausto, ricordando le scene di Gaza, di Jenin e del Libano, l'ebreo potrebbe essere costretto a tener fede alla tradizione e ad accantonare anche l'“Ebreo”. Dovrà accettare il fatto che la sua nuova figura paterna è stata creata a sua immagine e somiglianza. Ma più preoccupante è il fatto devastante che il nuovo padre, come è ormai dimostrato, è in sé un'incitazione all'omicidio. A quanto pare, il nuovo padre è il supremo Dio cattivo.

Mi chiedo quanti ebrei saranno tanto coraggiosi da abbandonare la loro nuova esoterica figura paterna. Saranno tanto coraggiosi da unirsi al resto dell'umanità nell'adozione di un pensiero etico universale? Solo il tempo saprà dirci se l'ebreo saprà disfarsi dell'“Ebreo”. Tanto per chiarire e per dissipare ogni dubbio, io l'ho fatto molto tempo fa e vivo benissimo.


Originale: War On Terror Within: The End of Jewish History

Articolo originale pubblicato il 18/3/2009

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7301&lg=it

lunedì 23 marzo 2009

Giulietto Chiesa

Quando il World Political Forum, su spinta di Riccardo Petrella, iniziò a pensare in merito alla promozione dell’iniziativa “Making Peace with Water” («Fare pace con l’acqua» ndt), il nostro intento era di migliorare la comprensione della profondità della crisi, ma anche di migliorare la capacità umana di trovare soluzioni.

La questione era – e ritengo che sia – intrecciare la questione dell’acqua con il tema più ampio del cambiamento climatico. Perché è chiaro che ogni passo nella lotta al cambiamento climatico dovrebbe produrre (lo produrrà se sarà reale e concreto) un worldwaterforummiglioramento nella condizione mondiale dell’acqua pulita.
E viceversa, è assolutamente evidente che risolvere la crisi dell’acqua sarà il contributo essenziale a una nuova strategia mondiale volta ad affrontare il riscaldamento climatico.
Se l’umanità non avrà successo in questa lotta, dobbiamo essere consapevoli che tutto il ciclo idrologico verrà cambiato – o meglio dire: sarà devastato – in tutto il mondo, con conseguenze imprevedibili di carattere economico, sociale e politico. Conseguenze che incideranno non solo sui diritti umani di interi paesi, popolazioni, comunità, ma anche sulla loro sicurezza.

Infatti siamo già in guerra con l’acqua. Noi, esseri umani, abbiamo iniziato questa guerra 25 anni fa, quando nei confronti della natura abbiamo iniziato a essere in “overshooting” (“condizione di sfruttamento delle risorse oltre il limite della loro rigenerazione”, ndt). Purtroppo questa conclusione non è abbastanza diffusa come richiederebbe, l’alto livello di complessità dell’attuale crisi globale non è abbastanza compreso non solo dalla gente comune, ma nemmeno (è questo è preoccupante) da molti decisori politici ad alti livelli.

La più importante conclusione del Memorandum “Peace With Water” è che abbiamo bisogno con urgenza di una nuova architettura istituzionale mondiale che tenga testa a questo problema, un’Agenzia specializzata con mezzi legali ed economici per affrontarlo, per prendere decisioni democratiche e applicarle. Non possiamo nemmeno immaginare che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU sia convocato su qualcuno di questi problemi. Tanto meno di assumere decisioni sagge su questo.

Ma questa è anche essenzialmente una questione di interventi pubblici e misure regolatrici . Tutto ciò non può essere risolto da meccanismi di mercato, da azioni caotiche, individuali e separate. Non c’è alcuna mano invisibile capace di mettere ordine nelle nostre relazioni con la natura, perché l’economia – e il denaro – sono strumenti artificiali creati dall’Uomo che non hanno rapporti con le leggi naturali che governano la natura.

Questi sono un paio di importantissimi punti concettuali da esaminare molto da vicino. E non lo si è fatto ancora. O, almeno, è stato fatto con grande confusione tra scienza e ideologia.

L’Assemblea, a febbraio, nel Parlamento Europeo - aperta dal presidente Mikhail Gorbaciov, con la partecipazione di tutti i principali gruppi politici, del presidente del parlamento Pöttering, di rappresentanti e funzionari ad alto livello della Commissione Europea - ci ha dato il principale appoggio che volevamo: mettere la questione dell’acqua, con tutto il suo rilievo, nell’agenda del processo di Copenaghen, e degli accordi internazionali del dopo Kyoto.

Purtroppo – forse come segnale di una gran confusione in questo momento difficile per il nostro pianeta – in seguito, all’inizio di marzo, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione assai ambigua, che ha messo in pericolo, o ha contraddetto, alcuni dei principali propositi ricompresi in questo Memorandum che stiamo presentando alla presente platea. Uno dei punti più ambigui in quel documento era quello che si riferiva all’acqua come a un “diritto umano fondamentale”.

Se l’acqua è un “diritto umano fondamentale”, di fatto (come riteniamo con forza) – e quel documento non negava questa idea – non può essere contemporaneamente una merce. Per la semplice ragione che un diritto non può essere comprato o venduto in una società di liberi. Un diritto umano può essere comprato e venduto solo in una società di schiavi.

Un secondo punto cruciale, sul quale si deve far chiarezza, è su chi sia responsabile, a ogni livello, della politica dell’acqua. Lo stato è uno dei soggetti regolatori? O è il principale regolatore? O è l’unico regolatore che ha titolo? Ma se dichiariamo che l’acqua è un bene comune, da mantenere sotto controllo pubblico, come possiamo immaginare che questo controllo possa essere delegato a diversi soggetti, a diversi attori economici (cioè privati), a soggetti che non hanno alcuna legittimazione sociale o democratica?

Nel presente memorandum – che, voglio sottolineare questo punto, è un lavoro in corso d’opera, una proposta di discussione, aperta a diversi contributi e concezioni culturali – stiamo proponendo risposte chiare a tutte queste questioni.

Allo stesso tempo dobbiamo tener conto che questo Forum Mondiale dell’Acqua si svolge in un’atmosfera politica particolarissima, assai diversa rispetto a quella che circondava precedenti raduni internazionali. Negli ultimi due anni, in mezzo all’aggravarsi della crisi finanziaria, della crisi energetica, della crisi alimentare, della crisi demografica, della crisi indotta dal cambiamento climatico, l’umore è profondamente cambiato. Idee che in passato erano patrimonio di una minoranza molto ristretta stanno diventando largamente riconosciute per vere. La crisi di un intero modello di sviluppo è già evidente a ognuno.

water imprintingNon tutti si rallegrano per questo tipo di notizie, ma quasi nessuno può negare oggi che se la deregulation è stata del tutto incapace di impedire alla struttura finanziaria mondiale che crollasse (cosa che accade davanti ai nostri occhi), la stessa idea di trasferire le deregulation alla natura è un’idea folle, che contraddice perfino il senso comune. In questi anni l’Unione Europea ha raccolto una grande quantità di conoscenze aggiuntive. Il Gruppo Intergovernativo dell’ONU sul cambiamento climatico ha raccolto le opinioni di una porzione schiacciante della comunità scientifica mondiale. La sensazione che ora ci troviamo all’inizio di un drammatico punto di svolta cresce sempre più rapidamente. Quel che sembrava incredibile qualche anno fa è ora all’ordine del giorno:
che l’impronta umana sull’ecosistema stia producendo un disastro;
che non c’è nessuna possibilità per una crescita indefinita all’interno di un sistema limitato di risorse;
che la natura non possa essere trattata come una fonte perpetua di profitto;
che dobbiamo introdurre democrazia e partecipazione nel sistema economico se vogliamo sopravvivere come esseri umani, perché non ci sono soluzioni tecniche perfette senza il controllo umano su di esse.

Riassumendo, dobbiamo tener conto del fatto che – come risultato della crisi multilaterale che stiamo sperimentando – quel che era invisibile sta diventando visibile; quel che era incredibile sta diventando necessario. E tutto ciò significa che noi, società civile, siamo più forti di prima.
L’intervento statale. Che era oggetto di anatema due anni fa, sta ora guadagnando terreno. Come una necessità, come una scelta pragmatica, anziché come risultato di un approccio ideologico. Lo stesso è per la privatizzazione dell’acqua. Non può essere la risposta. Il che non significa che l’imprenditorialità privata non possa avere un ruolo significativo nel migliorare la condizione delle risorse idriche.

Riteniamo che stiano guadagnando terreno, invece, i punti principali che stanno alla base del nostro memorandum, che riassumo nel modo seguente:
1)La crisi mondiale dell’acqua esiste e sta aumentando in modo distruttivo.
2)Essa è stata prodotta dal modello di sviluppo economico che ha dominato le nostre vite negli ultimi 50 anni.
3)Che la risposta sta nella democrazia e non nella formula “acqua come oro blu” fonte di profitto.
4)Che l’acqua dovrebbe essere in pace, significare pace, e che non ci sarà pace se miliardi di persone non hanno l’acqua come un diritto fondamentale.



Giulietto Chiesa - Istanbul - Intervento tenuto in qualità di rappresentante ufficiale del World Political Forum per illustrare il Memorandum per un protocollo Mondiale dell'Acqua, approvato dall'Assemblea organizzata congiuntamente a Bruxelles dal Parlamento Europeo e dal World Political Forum, il 12-13 febbraio 2009

Tradutzioni dae s’ingresu
dae
Megachip

domenica 22 marzo 2009

Baruda


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22 marzo 2009

E’ Hareetz, per firma del giornalista Uri Blau, a pubblicare il reportage.
Cadaveri di bambini o mamme che piangono sulle tombe, moschee sbriciolate sono solo una panoramica delle varie "decorazioni" che appaiono sulle magliette per i soldati dello Tsahal, l’Esercito di difesa israeliano, che hanno fatto la fortuna di un’azienda tessile di Tel-Aviv. Adiv, questo il nome dell’azienda che produce quasi solo per i comandi militari, magliette, berretti e pantaloni.

"Usa il preservativo", accanto ad una mamma che tiene il cadavere del suo bimbo.
"Un colpo due morti" , con il disegno di un mirino che punta sul pancione di una donna velata.
"Non importa come inizia, siamo noi a decidere quando finisce la partita", e qui il disegno è un fumetto che fa vedere un bimbo palestinese che diventa un giovane lanciatore di pietre e poi un uomo in armi. (Battaglione Lavi)
"Ogni madre araba deve sapere che il destino del proprio figlio è nelle mie mani" (Brigata d’elite Givati)
"Più è piccolo, più è difficile", con un mirino che punta un bimbo arabo.





La lista potrebbe anche continuare, ma mi viene il vomito -sinceramente- a continuare. Tutto ciò è ripugnante.
Non possiamo dire che l’esercito di Israele è peggio dei nazisti? Nessun problema.
Diremo solo che siete spietati assassini, che mirate ai bambini, che spesso i vostri cecchini si divertono solo a mutilarli colpendoli alle ginocchia, che se siete costretti ad usare le pallottole di gomma in situazioni particolari le puntate agli occhi in modo da causare lo stesso effetto. Che demolite casa, che sterminate intere famiglie, che colpite ospedali e scuole, che rubate acqua, terra, risorse e vita ad un intero popolo. E che per di più ne andate fieri. Vi stampate un genocidio sulle magliette e lo indossate con la vostra arroganza da occupanti.
Calpestando una terra rubata e stuprata con i vostri anfibi.



:: Article nr. s9508 sent on 23-mar-2009 02:19 ECT
www.uruknet.info?p=s9508

Link: baruda.net/2009/03/22/una-donna-incinta-un-colpo-due-morti-tsahal-si-fa-le-magli
ette-nuove/

ARICEUS ET PUBRICAUS


COMUNICATO STAMPA

BASTA CON LE PROVOCAZIONI contro gli indipendentisti

SERVONO RISPOSTE POLITICHE


Sardigna Natzione Indipendentzia esprime la sua più ferma solidarietà agli indipendentisti di A Manca pro s’Indipendentzia ed in particolare al patriota Maurizio Faedda per l’ulteriore tentativo di criminalizzare chi da sempre ha scelto di svolgere la propria militanza indipendentista, alla luce del sole ed in termini chiaramente pacifisti.

SNI e AMPI, sono del parere che la lotta per l’indipendenza della Sardegna è una questione politica e politicamente va risolta.

E’ per questo che SNI e AMPI , con altri gruppi indipendentisti, hanno avviato un discorso comune e si sono presentati alle elezioni regionali sotto il simbolo di UNIDADE INDIPENDENTISTA, una chiara scelta su quale livello di scontro si vuole agire ed una chiara risposta ai tentativi di portare lo scontro su livelli e metodi non condivisi dall’indipendentismo sardo.

Noi sappiamo qual è il vero obiettivo dei provocatori e dei disseminatori di microspie, essi vogliono impedire che si formi un fronte indipendentista forte ed unito, vogliono perpetuarne il frazionismo ed il folclorismo, sanno bene che l’unidade dell’indipendentismo sarebbe difficile da fermare perché lo renderebbe non solo credibile ma anche delegabile.

Non ci faremo criminalizzare, non faremo questo favore allo stato italiano a costo di tagliare il formaggio con i coltelli di plastica.



Nugoro 22/03/09 BUSTIANU CUMPOSTU

Coordinadore Nazionale


sardignanatzione@tiscali.it - Situ www.sardignanatzione.it
Sedes -Via S. Giovanni 234 – 09100 Cagliari Coordinadore Natzionale – Tel/fax - 0784/415249 - 348/7815084 - 339/4232098



dae Pietro Anastasio

ISTANBUL – Cala oggi il sipario sul V Forum mondiale dell'acqua che si è tenuto a Istanbul, in concomitanza con la Giornata mondiale, oggi 22 marzo, di questo bene fondamentale. La dichiarazione finale viene annunciata di fronte a 95 rappresentanti politici mondiali, tra ministri e vice-ministri, 25mila persone, capi di Stato e delegati di 155 Paesi: l’obbiettivo è quello di migliorare l’accesso all’acqua ed ai servizi igienico-sanitari.

La situazione attuale, su questo versante, è decisamente critica. Si contano in otto milioni i decessi l'anno attribuibili alla carenza di acqua e di servizi igienico-sanitari fondamentali, mentre più di un miliardo di esseri umani ha fortissimi limiti ad accedere a questo’oro trasparente ed 1,1 miliardo di persone è totalmente privata delle necessarie risorse idriche. All’interno di questo quadro, provoca ancor più raccapriccio il dato relativo ai bambini. Ne muoiono ogni giorno, a causa della mancanza di acqua, dell'inquinamento dei corsi d'acqua e delle falde del sottosuolo, almeno 3.900.

E il futuro non riserva belle sorprese. Infatti, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, lanciato in parallelo al Forum, il rischio per la Terra è che al 2030 metà popolazione mondiale resti assetata, ma è l'Africa a dover affrontare la sfida più grande.

E se il segretario generale del Forum Oktay Tabasaran, si dice entusiasta per il successo dell'evento e definisce il documento come “una piattaforma per affrontare i problemi del mondo legati all'acqua, che non possiamo ignorare”, per le Ong e per diversi paesi, questo testo è carente di un passaggio fondamentale: la nozione esatta di diritto dell’accesso all’acqua. Il documento finale mette l’accento sul carattere di “urgenza” nel combattere il problema, così come riconosce il diritto dell'avere “accesso” a questa risorsa indispensabile per l’uomo e di “un miglioramento delle condizioni igienico-sanitario”, al fine di compiere un importante “passo verso la diminuzione in tutto il mondo dei decessi legati alla scarsità d'acqua”. Ma su cosa si intenda per diritto all’accesso, non vi è traccia.

Per il ministro dell’Ambiente turco, Veysel Eroglu, padrone di casa dell’evento internazionale, quello approvato è un “documento importante che servirà da riferimento a livello governativo”.

Ma oltre alle autorità nazionali, a livello locale, hanno firmato l'impegno a affrontare le questione legata all'acqua ben 46 città. Tra queste, quella che ha ospitato il Forum, Istanbul.


Acque minerali. Un giro di affari che arricchisce pochi


dae Serena Di Natali

Caos nei canoni di concessione per i prelievi alla fonte: in Veneto acqua 570 volte più cara che in Puglia. Legambiente e Altreconomia: “Adeguare i canoni secondo i criteri stabiliti dalla Conferenza delle Regioni nel 2006. Ora è una lotteria dove vincono sempre gli imbottigliatori”.

Agli italiani piace l’acqua in bottiglia, nel 2007 ne hanno consumata ben 12,4 miliardi di litri, e sono disposti a pagarla mille volte di più di quella che esce dal rubinetto delle loro case (in media 0,5 millesimi di euro al litro contro i 50 centesimi di euro al litro per quella in bottiglia). Con 196 litri pro-capite all’anno l’Italia è il primo Paese in Europa per consumo di acque in bottiglia e il terzo al mondo, dopo Emirati Arabi (260 l/anno procapite) e Messico (205). Il volume di affari delle società imbottigliatrici in Italia nel 2007 (192 fonti e 321 marche) ha raggiunto la cifra ragguardevole di 2,25 miliardi di euro, ma i canoni di concessione pagati dalle aziende alle Regioni o alle Province, sono a dir poco irrisori e regolati in alcuni casi addirittura dal Regio decreto del 1927. Questo perché non esiste una legge nazionale e ciascuna amministrazione decide come meglio crede. Legambiente e Altreconomia, in un dossier presentato oggi a Milano, in vista della giornata mondiale dell’Acqua del 22 marzo, riportano il quadro nazionale sui canoni di concessione stabiliti dalle Regioni o dalle Province italiane, per chiedere che questa anomalia venga corretta. “Il canone corrisposto alle Regioni - ha dichiarato il responsabile scientifico di Legambiente, Stefano Ciafani - oltre a non essere uniforme in tutto il Paese è in genere risibile e non considera tutti i costi connessi all’attività di imbottigliamento, trasporto e consumo dell’acqua minerale. E’ assurdo pensare poi – ha proseguito Ciafani - che la stessa risorsa idrica costi in Puglia solo 1 euro per ciascun ettaro di concessione, indipendentemente da quanta ne viene prelevata, e in Veneto 3 euro ogni mille litri imbottigliati oltre a 580 euro circa per ciascun ettaro. E’ quindi necessario – conclude il responsabile scientifico di Legambiente - che tutte le Regioni italiane aggiornino immediatamente la normativa regionale stabilendo un canone di almeno 2,5 euro per metro cubo imbottigliato o emunto, cifra prevista anche dal documento di indirizzo della Conferenza delle Regioni del 2006”. Ma vediamo nel dettaglio i meccanismi e i canoni nelle varie Regioni. In 9 Regioni (Basilicata, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Sicilia, Umbria, Veneto) è previsto il pagamento del canone doppio, per la superficie della concessione e per i volumi di acqua emunta o imbottigliata; 8 Regioni (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Molise, Puglia, Sardegna, Trentino, Valle d’Aosta) fanno pagare solo sulla base della superficie della concessione; la Regione Abruzzo ha un sistema di tariffazione forfetario annuo a prescindere dai volumi e dalle superfici della concessione (circa 1.400 € per le acque di sorgente e 2.800 € per quelle minerali), mentre la Provincia autonoma di Bolzano determina il canone annuo addirittura solo in base alle portate medie annue concesse. In Toscana, dove è in corso di pubblicazione la nuova legge regionale in materia, saranno finalmente inseriti i canoni in funzione dei metri cubi imbottigliati ogni anno (in un intervallo compreso tra 0,5 e 2 euro ogni mille litri), mentre in Val d’Aosta grazie alla legge regionale approvata un anno fa dal 2010 si pagherà 1,5 €/m3 imbottigliato. Oltre alle modalità di determinazione del canone variano molto anche i costi pagati per imbottigliare l’acqua. Il pagamento in base agli ettari oscilla da un minimo di 1,033 €/ha della Puglia - che in un anno incassa appena 1250 euro dalle 16 società che imbottigliano l’acqua - a un massimo di 587,69 €/ha per le zone di pianura del Veneto. Nelle altre regioni si va dai circa 5 euro per ettaro pagati nella regione Liguria e i 10 euro per ciascun ettaro dato in concessione pagati in Sicilia e in Molise, fino ai sistemi sicuramente più equi di Marche e Lazio che prevedono una differenziazione dei canoni per ciascun ettaro di concessione in proporzione alle quantità e dell’utilizzo dell’acqua prelevata. Ma anche quando il canone è in funzione dei litri prelevati il costo varia di molto e non se ne capisce il motivo. Si va da 0,3 euro per ogni mille litri emunti in Campania e imbottigliati in Basilicata, fino ai 3 euro per ogni mille litri prelevati del Veneto. “Eppure anche se prendiamo come esempio il caso del Veneto, dove è previsto il canone più alto del Paese, - ha dichiarato Pietro Raitano, direttore di Altreconomia - il costo per le società imbottigliatrici su ciascun litro di acqua corrisponde ad appena lo 0,6% del prezzo finale che paghiamo noi consumatori al momento dell’acquisto. Il resto se ne va per le spese di imballaggio, pari al 60% del costo finale dell’acqua minerale, di trasporto, il costo del lavoro, la pubblicità che costituiscono, secondo l’Eurispes, oltre il 90% del prezzo finale della bottiglia. Per cui quando andiamo a comprare l’acqua minerale per assurdo non paghiamo tanto l’acqua quanto tutto ciò che le sta attorno”. Il “Documento di indirizzo delle regioni italiane in materia di acque minerali naturali e di sorgente” del 2006, ricordano Legambiente e Altreconomia, prevede però la determinazione del canone anche in base ai principi di tutela e valorizzazione della risorsa idrica e in considerazione dell’impatto delle attività di prelievo e imbottigliamento dell’acqua sui territori in cui vengono rilasciate le concessioni e propone i seguenti criteri come riferimento per la definizione del canone: da 1 € a 2,5 € ogni mille litri o frazione di imbottigliato; da 0,5 € a 2 € ogni mille litri o frazione di emunto; almeno 30 € per ettaro o frazione di superficie concessa. Secondo Legambiente e Altreconomia, poi all’interno del lavoro di revisione dei canoni di concessione per l’imbottigliamento dell’acqua andrebbero rivisti anche gli importi, commisurandoli all’elevato valore della risorsa idrica e all’impatto che causano le attività di imbottigliamento, trasporto dell’acqua minerale e smaltimento della plastica successiva al consumo, prevedendo anche una forma di compensazione ambientale, vincolando parte degli introiti ricavati dai canoni stessi. “Chiediamo alla Conferenza delle Regioni - concludono le associazioni - di rivedere, come previsto dal documento stesso almeno ogni due anni, il criterio unitario definito nel 2006, aumentando i canoni, stabilendo, come già fatto per la superficie in concessione, non un intervallo ma una cifra minima di almeno 2,5 € per il metro cubo imbottigliato o emunto, definendo un criterio di penalità per chi utilizza le bottiglie di plastica e di premialità per chi attua il vuoto a rendere del vetro. Non sarebbe un gran salasso per le aziende imbottigliatrici, considerando che la spesa totale annua ammonterebbe a 31 milioni di euro a fronte di un giro di affari di 2,25 miliardi di euro”. Parallelamente occorrerà promuovere sempre di più l’uso dell’acqua del rubinetto, perché è buona, economica, controllata e non inquina. Questi sono i motivi per cui Legambiente e Altreconomia ormai da un anno promuovono insieme l’acqua del Sindaco in tutta Italia, nelle case e nei pubblici esercizi con la campagna Imbrocchiamola (www.imbrocchiamola.org)

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