martedì 29 settembre 2009

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

E così, mentre tutti guardano da quella parte, da quell’altra accade il nostro destino, ma non c’è nessuno a osservare. Accade per esempio il Trattato di Lisbona, il quale, come tutte le cose che ridisegnano la Storia, che decidono della nostra esistenza, che consegnano a poteri immensi immense fette del nostro futuro, non è al centro di nulla, passa nel silenzio, non trova prime pagine o clamori di alcun tipo, nel Sistema come nell’Antisistema.

Pensate: stiamo tutti per diventare cittadini di un enorme Paese che non è l’Italia, governati da gente non direttamente eletta da noi, sotto leggi pensate da misteriosi burocrati a noi sconosciuti, secondo principi sociali, politici ed economici che non abbiamo scelto, e veniamo privati nella sostanza di tutto ciò che conoscevamo come patria, parlamento, nazionalità, autodeterminazione, e molto altro ancora.

E’ il Trattato di Lisbona, vi sta accadendo sotto al naso, qualcuno vi ha detto nulla? Ribadisco: fra poco Montecitorio potrebbe essere un palazzo dove qualche centinaio di burocrati dimenticati si aggirano fingendo di contare ancora qualcosina; fra poco la Costituzione italiana potrebbe essere un poemetto che viene ricordato agli alunni delle scuole come un pezzo di una vecchia storia; fra poco una maggioranza politica che non sa neppure cosa significa la parola calzino potrebbe trovarsi a decidere come noi italiani ci curiamo, se avremo le pensioni, cosa insegneremo a scuola, come invecchieremo, o se dobbiamo entrare in guerra, e così per tutto il resto della nostra vita. Altro che Cavaliere, altro che Brunetta o Emilio Fede.

Bene, vado per gradi. Nel primo, vi fornisco un breve riassunto delle puntate precedenti; nel secondo vi spiego il Trattato di Lisbona in sintesi; nel terzo l’approfondimento per chi lo desidera.

LE PUNTATE PRECEDENTI

L’Italia è parte dell’Unione Europea (UE), che è la versione moderna di un vecchio accordo fra Stati europei iniziato nel 1957 col Trattato di Roma, il quale partorì la Comunità Economica Europea (CEE), divenuta nel 1967 la Comunità Europea (CE). Si trattava di una unione prettamente commerciale, non politica, ma presto lo divenne: nel 1979 eleggemmo infatti il primo Parlamento Europeo, e fu lì che prese piede l’idea che questa vecchia Europa poteva dopo tutto diventare qualcosa di simile agli Stati Uniti (sempre per fini soprattutto economici). Nel 1993 nacque l’Unione Europea col Trattato di Maastricht, che sancì una serie di riforme eclatanti, fra cui dal 1 gennaio 2002 quella dell’Euro come moneta comune ai suoi membri. Nel 1957 erano sei le nazioni disposte a legarsi fra loro, oggi siamo in 27 membri nella UE, tutti Stati sovrani che sempre più agiscono secondo regole e principi comuni. Infatti, l’Unione Europea si è dotata già da anni di una sorta di proprio governo sovranazionale (che sta sopra ai governi dei singoli Stati dell’unione), chiamato Commissione Europea e Consiglio dei Ministri, di un Parlamento come si è già detto, e di un organo giudiziario che risponde al nome di Corte di Giustizia Europea. La UE ha persino una presidenza, che viene assegnata a rotazione agli Stati membri, e che si chiama Consiglio Europeo. Quindi: questo agglomerato di nazioni che da secoli forma l’Europa, si è lentamente trasformato in una unione che ha già un suo presidente, un suo governo, un suo parlamento e un suo sistema giudiziario. Cioè, quasi uno Stato in tutta regola. Fin qui tutto fila, poiché comunque ogni singolo Paese come l’Italia o la Germania o l’Olanda ecc. ha finora mantenuto la piena sovranità, e i suoi cittadini sono rimasti italiani, tedeschi, olandesi, gente cioè del tutto propria ma che ha accettato sempre più una serie di regole comuni nel nome dell’essere europei uniti e moderni.
(...)

IL TRATTATO DI LISBONA IN SINTESI

E’ un impianto di regole europee raccolte in un Trattato che non è così come ce lo immagineremmo (un unico testo), ma è formato da migliaia di emendamenti a centinaia di regole già in essere per un totale di 2800 pagine. E’ stato fatto in quel modo con intento truffaldino e anti democratico, come spiego fra poco. Se ratificato da tutti gli Stati, esso diventerà di fatto una Costituzione che formerà la struttura per la nascita di un super Stato d’Europa, come gli Stati Uniti d’America, con una Presidenza, con un governo centrale, un Parlamento, un sistema giudiziario. Questo super Stato diventerà più forte e vincolante di qualsiasi odierna nazione europea. Tutti noi europei diverremo cittadini di quello Stato e soggetti più alle sue leggi che a quelle dei Parlamenti nazionali, pur mantenendo la cittadinanza presente (italiana, tedesca ecc.). Infatti le leggi fatte da questo super Stato d’Europa saranno vincolanti sulle nostre leggi nazionali, e saranno persino più forti della nostra Costituzione. Ma al contrario degli Stati Uniti, tali leggi verranno scritte da burocrati che noi non eleggiamo (es. Commissione Europea), mentre l’attuale Parlamento Europeo, dove risiedono i nostri veri rappresentanti da noi votati, non potrà proporre le leggi, né adottarle o bocciarle da solo. Potrà solo contestarle ma con procedure talmente complesse da renderlo di fatto secondario. Il Trattato di Lisbona infatti offrirà poteri enormi a istituzioni che nessun cittadino elegge direttamente (Consiglio Europeo che sarà la presidenza - Commissione Europea e Consiglio dei Ministri che sarà l’esecutivo - Corte di Giustizia Europea, che sarà il sistema giudiziario), le quali avranno persino la facoltà di far entrare in guerra l’Europa senza il voto dell’ONU. I poteri di cui si parla avranno principi ispiratori pericolosamente sbilanciati a favore del business, con poca attenzione per i bisogni sociali dei cittadini. Tutto il cosiddetto Capitolo Sociale del Trattato di Lisbona (lavoro, salute, scioperi, tutele, leggi sociali, impiego…) è miserrimo, con gravi limitazioni e omissioni, mentre sono sanciti con forza i principi del Libero Mercato pro mondo degli affari. Dovete ricordare mentre leggete queste righe, che stiamo parlando di un Trattato che potrebbe molto presto ribaltare la vostra vita come nulla da 60 anni a questa parte: nuovo Stato, nuova cittadinanza, nuove leggi, nuovi indirizzi di vita nella quotidianità anche più banale, sicuramente meno democrazia, e nessuno che ci abbia interpellati. Come sarà questa nuova esistenza? Migliore, o un salto indietro nella qualità di vita? Saremo più liberi o più schiavi degli interessi delle elite di potere? Anche nel Capitolo Giustizia il Trattato pone seri problemi. Ci sarà un organo superpotente, la Corte di Giustizia Europea, che emetterà sentenze vincolanti sui nostri diritti fondamentali e sulle leggi che ci regolano; la Corte sarà superiore in potere alla nostra Cassazione, al nostro Ministero di Giustizia, ma di nuovo sarà condotta da giudici nominati da burocrati che nessuno di noi ha scelto. Come interpreteranno i nostri diritti di uomini e di donne? Ci hanno interpellati?

Ed è qui il punto. Un Trattato col potere di ribaltare tutta la nostra vita di comunità di cittadini, viene scritto in modo da essere illeggibile ed è stato già ratificato (manca solo la firma dell’Irlanda, che terrà un referendum il 2 ottobre) dai nostri governi completamente di nascosto da noi, e volutamente di nascosto. Questo poiché una versione simile di questo Trattato (la Costituzione Europea) e con simili scopi fu bocciato da Francia e Olanda nel 2005, proprio perché scandalosamente sbilanciato a favore delle lobby di potere europee e negligente verso i cittadini. Scottati da quell’umiliante esperienza, i pochi politici europei che contano (il 90% non ne sa nulla e firma senza capirci nulla) hanno architettato una riedizione di quelle Costituzione bocciata chiamandola Trattato di Lisbona, e la stanno facendo passare in segreto dietro le nostre spalle.

Il Trattato di Lisbona contiene anche clausole di valore, che come ogni altra sua regola sarebbero vincolanti su tutti gli Stati, dunque anche su questa arretrata e cialtrona Italia, e limitatamente a ciò per noi non sarebbe un male. Tuttavia, la mole dei cambiamenti cruciali che porterebbe è tale e di tale potenza per la nostra vita di tutti i giorni e per i nostri diritti vitali, da obbligare chi vi scrive a lanciare un allarme: il Trattato di Lisbona va divulgato alle persone d’Europa e da queste giudicato con i referendum. Pena la possibilità di un futuro molto, ma molto più gramo di quello che qualsiasi Cavaliere potrà mai regalarci.

L’APPROFONDIMENTO

Cosa è.

Il Trattato di Lisbona (di seguito chiamato il Trattato) non è una Costituzione europea, ma ne mantiene esattamente tutti i poteri. Esso non è neppure un trattato in sé, visto che nella realtà si tratta di una colossale mole di modifiche apportate ai due trattati fondamentali della UE, che sono: il Trattato dell’Unione Europea (TEU) e il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFEU). Ad essi viene aggiunto il Trattato di Nizza del 2003. Ogni singolo articolo del Trattato, inclusi gli annessi e i protocolli, assume una forza enorme, spessissimo sovranazionale, cioè piùpotente di qualsiasi legge nazionale degli Stati membri della UE.

L’astuzia e l’inganno.

L’intera opera è stata architettata in modo da essere incomprensibile e letteralmente illeggibile dagli esseri umani ordinari, inclusi i nostri politici. In totale si sta parlando di 329 pagine di diversi e disconnessi emendamenti apportati a 17 concordati e che vanno inseriti nel posto giusto all’interno di 2800 pagine di leggi europee. Questo labirinto non è accidentale. Come spiega il parlamentare europeo danese Jens-Peter Bonde “i primi ministri erano pienamente consapevoli che il Trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum. La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori”. Il nostro Giuliano Amato ribadì il concetto appieno, in una dichiarazione rilasciata durante un discorso al Centro per la Riforma Europea a Londra il 12 luglio del 2007: “Fu deciso che il documento fosse illeggibile, poiché così non sarebbe stato costituzionale (evitando in tal modo i referendum, nda)… Fosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum, perché avrebbe significato che c’era qualcosa di nuovo (rispetto alla Costituzione bocciata nel 2005, nda)”. (fonte: EuObserver.com). Il sigillo a questo tradimento dei principi democratici fu messo dallo stesso Valéry Giscard D’Estaing in una dichiarazione del 27 ottobre 2007, raccolta dalla stampa europea: “Il Trattato è uguale alla Costituzione bocciata. Solo il formato è differente, per evitare i referendum”. I capi di Stato erano concordi questa volta: no al parere degli elettori, no ai referendum.

In Italia, il Parlamento ha ratificato il Trattato l’8 agosto del 2008 (già la data la dice lunga), senza alcun pubblico dibattito, senza prime serate televisive, e senza che fosse letto dai parlamentari votanti. Nel resto d’Europa le cose non sono andate meglio, data la natura semi clandestina del Trattato e la specificata intenzione di nasconderlo agli elettori. Ma in Irlanda è successo qualcosa di particolare. Lo scomparso politico Raymond Crotty denunciò la procedura presso la Corte Suprema del Paese, ed ottenne modifiche tali da imporre all’odierno premier Brian Cowen un referendum popolare finale sul Trattato (uno già ci fu nel 2008), che si terrà il 2 ottobre di quest’anno. Si tenga presente che un no irlandese affonderebbe anche questa impresa.

Preciso, ma poi continuo.

Una precisazione è di dovere a questo punto. Ciò che è sotto accusa non è il processo di armonizzazione dei popoli europei, né la possibilità di fonderci in un grande Paese federale europeo alla stregua degli Stati Uniti, né il fatto di avere una Costituzione e leggi comuni in sé. Anzi, per una nazione di cittadini cialtroni e incivilizzabili come l’Italia, il ‘bastone e la carota’ dell’Unione potrebbero essere l’unica speranza di rimanere all’interno del circolo dei Paesi evoluti, e di non sprofondare del tutto nei Bantustan del mondo cui oggi apparteniamo (non per colpa di Berlusconi, ma nostra). Ciò che invece è gravissimo, è rappresentato dal fatto che un cambiamento di portata storica come sarebbe la nascita degli Stati Uniti d’Europa e la perdita del 90% della nostra autodeterminazione come popoli singoli, sta avvenendo secondo principi politici, economici e sociali che nessuno di noi conosce, che nessuno di noi ha discusso o votato. E un’analisi attenta del Trattato ci dice che quei principi sono pericolosamente contrari ai nostri interessi di persone comuni. Ci stanno riscrivendo la vita, nientemeno, e ci potremmo svegliare fra pochi mesi in un mondo che non abbiamo scelto e che ci potrebbe costare lacrime e sangue. Senza ritorno. Altro che “regime dello psiconano”.


Il potere al super Stato, e gli Stati odierni esautorati.

Il Trattato crea le basi legali per la nascita di un grande Stato unico europeo con poteri sovranazionali a tutto campo, cioè con leggi che saranno superiori a qualsiasi legge degli Stati membri (dichiarazioni 17 & 27). Questi poteri del nuovo super Stato d’Europa saranno estesi a 68 nuovi settori dove oggi gli Stati singoli hanno la possibilità di veto, che sarà perduta. Il Trattato sottolinea il ruolo subordinato dei Parlamenti nazionali nella nuova Europa, dove essi dovranno fare gli interessi dell’Unione prima che i propri (Art. 8c, TEU). Nel Consiglio Europeo, che sarà la sede della presidenza del nuovo super Stato, i partecipanti di ciascuna nazione dovranno rappresentare l’Unione presso gli Stati membri, piuttosto che rappresentare gli Stati membri presso l’Unione come accade ora. Essi poi, dovranno “interpretare e applicare le loro leggi nazionali in conformità con quelle dell’Unione”. La Commissione Europea assieme al Consiglio dei Ministri sarà l’esecutivo del super Stato d’Europa. Vi sarà come oggi un Parlamento e la Corte di Giustizia Europea sarà il sistema giudiziario.

Nel capitolo immigrazione le cose staranno così: la nuova Unione avrà frontiere esterne comuni, e deciderà a maggioranza chi potrà entrare e risiedere nei nostri territori, mentre i singoli governi perderanno il potere di decidere su ciò. Di nuovo, nessuno di noi cittadini potrà influenzare i criteri di quelle politiche, che potranno essere troppo permissive oppure disumane.

Si comprende già da questi primi aspetti del Trattato in quale misura drastica i poteri che oggi appartengono ai governi e ai Parlamenti che eleggiamo saranno trasferiti al nuovo super Stato europeo. Non è eccessivo dichiarare che siamo sulla strada per rendere Montecitorio e Palazzo Madama delle marginali rappresentanze di facciata. Le uniche aree dove ancora i Paesi europei manterrebbero autonomia decisionale sono la politica estera comune e la sicurezza. L’europarlamentare danese Jens-Peter Bonde ha dichiarato: “Non ricordo un singolo esempio di legge nazionale che non potrà essere influenzato dal Trattato di Lisbona”.

Dunque, super leggi vincolanti. Ma chi le farà?

Sarebbe naturale pensare che nei nuovi Stati Uniti d’Europa, verso i quali il Trattato ci spinge, saranno i rappresentanti eletti dal popolo a fare le leggi, come ovvio. Invece no. Il potere legislativo del nuovo super Stato, come accade già oggi nella meno vincolante UE, sarà ad esclusivo appannaggio di 1) La Commissione Europea che proporrà le leggi, ma che non è direttamente eletta da noi, 2) Il Consiglio dei Ministri che voterà le leggi, neppure esso direttamente eletto dai cittadini. Tenete presente che il ruolo del Consiglio è quasi un proforma, poiché funge praticamente da timbro alle leggi proposte dalla Commissione, visto che solo il 15% di esse viene discusso dai Ministri, e questo non cambierà col Trattato. Insomma, la Commissione Europea non direttamente eletta diverrà potentissima. Tutto ciò è grave. Il Trattato, inoltre, darà alla Commissione un elevato potere di legiferare per decreto, e le sue decisioni saranno persino vincolanti sulle Costituzioni dei Paesi membri. E così le leggi che potrebbero condizionale tutta la nostra vita futura saranno pensate da circa 3000 gruppi di lavoro della Commissione composti da oscuri burocrati che, ribadisco, nessuno ha eletto. Inoltre, questa istituzione non avrà più un Commissario per ogni Stato membro, ma solo due terzi dei Paesi saranno rappresentati a ogni mandato, per cui potrà accadere che una legge sovranazionale e vincolante cancellerà di fatto una legge italiana senza che neppure un italiano l’abbia discussa o pensata.

E allora il Parlamento Europeo? Il Parlamento Europeo non ha e non avrà alcun potere di proporre le leggi né di adottarle o di bocciarle da solo, non potrà votare sul PIL dell’Unione né sulle tasse, e sarà escluso del tutto dal deliberare su 21 settori essenziali su un totale di 90, anche se la sua sfera di competenza è stata estesa ad un numero maggiore di aree. Ciò che ho appena affermato sembra una contraddizione, ma non lo è. Infatti, il Trattato da una parte taglia le gambe al Parlamento (i 21 settori da cui viene escluso), e dall’altra gli dà un contentino (ampliamento aree di competenza), che contentino è visto che nel secondo caso i parlamentari potranno solo decidere ‘assieme’ al Consiglio dei Ministri, dunque non da soli come accade in tutte le democrazie del mondo. Oltre tutto, se anche i nostri eletti rappresentanti in Europa si impuntassero per contestare le leggi della Commissione, avrebbero una vita durissima. Il Trattato stabilisce in quel caso che: se i parlamentari vogliono contestare una legge proposta dalla Commissione dovranno ottenere una maggioranza qualificata nel Consiglio dei Ministri (cioè il 55% degli Stati) o una maggioranza assoluta di tutti i deputati europei. Si avrebbe così il paradosso di politici regolarmente eletti che devono sgobbare per contestare le decisioni di un ‘governo’ che nessuno ha eletto. Già oggi la Commissione si può permettere di snobbare persino i parlamenti nazionali degli Stati membri, come dimostra il fatto che fra il settembre 2006 e il settembre 2007 questi ultimi avevano spedito a Bruxelles ben 152 bocciature di leggi proposte dalla Commissione, col risultato di essere ignorati nel 100% di casi.

Un’ultima stortura insita nell’impianto legislativo europeo si chiama Principio di Sussidiarietà. Stabilisce che nel caso di non chiarezza su chi deve fare che cosa fra l’UE e gli Stati membri, il diritto di agire ricade su chi garantisce la maggiore efficienza. Ma che significa? E chi stabilisce che cosa sia efficiente per noi persone? Ve l’hanno mai chiesto? Ce lo chiederanno?

Il quadro che emerge dal progetto del Trattato vede in primo piano il macroscopico e sproporzionato potere della Commissione Europea, che, bisogna ricordarlo ancora, nessuno di noi elegge. Pensate che occorrerà un terzo dei Parlamenti nazionali europei per, non dico bloccare le proposte della Commissione, ma per ottenere che essa le riconsideri, senza alcun obbligo di altro. Nel frattempo, i Parlamenti nazionali perderanno ben 68 poteri di veto in Europa. Una esautorazione immensa, che, a prescindere dai meriti, nessuno di noi cittadini ha votato e approvato.

Cittadini… di che?

Siamo italiani, tedeschi, olandesi o spagnoli, ma col Trattato diventeremo “in aggiunta” cittadini del super Stato d’Europa (Art. 17b.1 TEC/TFU). Attenzione qui: finora, le regole della UE stabilivano che noi eravamo cittadini europei “come corredo” alla nostra cittadinanza nazionale. Il termine “aggiunta” è usato nel Trattato per esprimere una doppia nazionalità a tutti gli effetti, con però un gigantesco ma: dovete sapere che i diritti e i doveri di questa nostra nuova nazionalità saranno superiori a quelli stabiliti dalle nostre leggi nazionali in ogni caso dove vi sia un conflitto fra di essi, e questo per la sancita superiorità delle leggi dell’Unione rispetto a quelle nazionali e persino rispetto alle nostre Costituzioni. Al di là del merito, è inquietante sapere che potremmo essere obbligati a fare cose non previste dalle nostre leggi, senza aver avuto alcuna voce in capitolo, come al solito.

In campo internazionale.

Il Trattato creerà uno Stato superiore agli Stati membri esattamente come gli Stati Uniti sono superiori ai singoli Stati americani. Esso avrà il potere di firmare accordi internazionali con altri Paesi del mondo, e questi accordi saranno vincolanti su ogni Paese membro anche se i suoi parlamentari sono contrari, e avranno precedenza sulle sue leggi. Avrà il potere di entrare in guerra come Europa e senza l’autorizzazione dell’ONU, lasciando ai singoli Stati il solo potere di “astenersi costruttivamente” (che significa poi collaborazionismo), e imporrà inoltre agli Stati membri un aumento delle spese militari. Il Presidente della nuova Unione non sarà eletto dal popolo come negli USA, ma potrà rappresentarci nei rapporti con Paesi cruciali come l’America, la Russia o la Cina, che non dialogheranno più con i nostri attuali governi su una serie di importanti affari internazionali.

I padroni del vapore.

Uno dei motivi per cui i francesi e gli olandesi bocciarono la Costituzione europea nel 2005, fu che essa magnificava i diritti del business lasciando le briciole ai diritti dei cittadini. Quella Carta fu infatti definita “socialmente frigida”. Il Trattato di Lisbona non altera in alcun modo questo stato di cose, ed è grave. Il problema, gridarono allora i detrattori della Costituzione, era che essa sanciva con forza il principio economico della “libera concorrenza senza distorsioni”, un principi che all’orecchio del profano può anche suonare giusto, ma che nel gergo delle stanza dei bottoni di tutto il mondo significa: privatizzazioni piratesche (ovvero svendite a poche lire ai privati) di tutto ciò che fu edificato con le nostre tasse, speculazioni selvagge nel commercio, precarizzazione galoppante del lavoro e dei diritti di chi lavora, tagli elefantiaci alle nostre tutele sociali e poi… ipocrisia sfacciata, con la notoria regola del ‘capitalismo per i poveri e socialismo per i ricchi’. Cioè: meno salvagenti sociali alla popolazione, ma poi ampi salvataggi di Stato quando è il business a finire nei guai. Infine, la ‘libera concorrenza senza distorsioni’ applicata al commercio europeo significa nessuna tutela di Stato nei Paesi svantaggiati ma sovvenzioni statali miliardarie per le economie opulente dei Paesi ricchi.

Quindi, la ‘libera concorrenza senza distorsioni’ sarà di nuovo sancita nero su bianco dal Trattato, nonostante fosse stata bocciata nella Costituzione. La si trova infatti in una dichiarazione vincolante del Protocollo 6. Come dire: ciò che fu cacciato dalla porta di casa, rientra dalla finestra. Ma c’è molto altro.

Il Trattato, per esempio, dà priorità all’aumento della produzione agricola europea che già oggi è sovvenzionata dall’Unione a suon di 1 miliardo di euro al giorno, ma non spende una parola sulle condizioni di lavoro dei braccianti né sull’impatto ambientale dell’espansione di quel settore, che è fra i più inquinanti del mondo (idrocarburi, pesticidi, consumo acqua…). Ancor più grave è il capitolo del Trattato sul diritto di sciopero, dove si prevede un assoluto divieto se esso ostacola “il libero movimento dei servizi”, una clausola che sarà aperta a interpretazioni selvagge; scioperare sarà altrettanto vietato quando colpirà un’azienda straniera che paga salari da miseria in Paesi europei dove il salario medio per lo stesso lavoro è del doppio; si immagini a quali sfruttamenti si andrebbe incontro, col corredo di gravi instabilità e tensioni sociali. Infine, diventa illegale pretendere nei pubblici appalti il rispetto di alcune contrattazioni salariali già acquisite, altra voragine. In tema di salute, il Trattato ha in serbo un pericolo non minore: il capitolo sui diritti del paziente è inserito fra le regole del Mercato Interno, e non in quelle dedicate alla sanità. Innanzi tutto questo significa che per decidere sui diritti di noi ammalati (perché lo saremo tutti nella vita) sarà necessaria solo la maggioranza qualificata dei voti e non l’unanimità, ma soprattutto spaventa trovarsi da ammalati nell’ambito del Mercato, che con la salute non ha proprio nulla a che vedere, come già sappiamo drammaticamente dalla nostra vita quotidiana.

Verremo privati anche del diritto di favorire certi settori della nostra economia anche se chiaramente svantaggiati. Se uno Stato membro deciderà di offrire un trattamento di favore ai propri cittadini in certi aspetti del vivere comune, potrà essere sanzionato. Se deciderà di aumentare l’occupazione pubblica a spese dello Stato per superare una crisi occupazionale (alla New Deal di Roosevelt) sarà sanzionato. La Banca Centrale Europea (BCE) ha il potere di imporre a tutti la stabilità dei prezzi a scapito della piena occupazione. E la BCE sarà arbitro assoluto e incontrastabile delle politiche monetarie, che non di rado significano per noi cittadini indebitati lacrime e sangue (mutui, tassi ecc.). Il Trattato non prevede alcun meccanismo per ridistribuire la ricchezza fra i cittadini ricchi e quelli in difficoltà all’interno dell’Unione; non prevede una politica comune in tema fiscale, salariale e sociale. Non prevede infatti alcun metodo per finanziare il già misero Capitolo Sociale del nuovo super Stato europeo, poiché fra le migliaia di articoli pensati con oculatezza, guarda caso manca proprio quello che armonizzi le politiche fiscali/monetarie/economiche con quelle sociali. Guarda caso.

Scorrendo queste righe, risulta chiarissimo il perché i bravi francesi e olandesi hanno bocciato queste stesse regole quando furono presentate nella Costituzione europea. Qui di sociale c’è poco più del nome. E il sociale è la rete di sicurezza nella mia e nella tua vita di tutti i giorni.

La Giustizia. I Diritti.

In questo settore, il Trattato adotta appieno la Carta dei Diritti Fondamentali, che diventa vincolante per tutti i cittadini del nuovo super Stato d’Europa (Art.6 TEU). Chi deciderà interpretando di volta in volta questi diritti con potere unico sarà la Corte di Giustizia Europea con sede nel Lussemburgo. Infatti, secondo le regole già spiegate in precedenza, anche qui le decisioni della Corte avranno potere sovranazionale e dunque saranno più forti di qualsiasi legge degli Stati membri. Esse poi avranno potere di condizionare ogni singola legge esistente nella UE. Ma chi impedirà alla Corte di interpretare un diritto odierno di un singolo Stato membro in senso più restrittivo? Vi do un esempio: in Svezia, una legge permette ai burocrati di Stato di fare ‘soffiate’ ai giornalisti, per cui il governo non può pretendere che il reporter sveli poi le fonti di uno scandalo pubblicato. Se la Corte decidesse che ciò è illegale, addio avanzatissima legge svedese. E vi ricordo che quando il collega tedesco Hans-Martin Tillack fu arrestato per aver denunciato lo scandalo Eurostat (fondi neri dell’agenzia di statistica della UE), la Corte di Giustizia Europea approvò l’arresto.

Ma chi nomina quei giudici? Nessuno dei cittadini europei, è la risposta. Li eleggono i governi, e questo li rende di fatto a loro soggetti. In altre parole, le sentenze sui nostri diritti fondamentali e sulle leggi che ci governano saranno nelle mani di magistrati del tutto fuori dal nostro controllo e secondo leggi, non lo si dimentichi, fatte da burocrati non eletti. Questo prevede il Trattato di Lisbona, all’apice di almeno duemila anni di giurisprudenza ‘moderna’. Inoltre, ciò che viene deliberato in seno alla Corte di Giustizia Europea avrà precedenza su quanto deliberato dalle nostre Corti Supreme, Cassazione, e da altre Alte Corti europee. Essa ha il potere persino di influenzare la tassazione indiretta (IVA, catasto, bolli ecc.).

Tutto questo è improprio, irrispettoso del diritto dei cittadini di decidere del proprio vivere, visto che siamo e ancora rimaniamo in teoria gli arbitri finali delle democrazie. Qui siamo completamente messi da parte, ingannati e manipolati, con rischi futuri colossali a dir poco. Ma il realismo di cittadino italiano mi impone di aggiungere un altro distinguo. In un Paese come il nostro dove la nostra inciviltà ha portato in Parlamento dei bifolchi subculturati e violenti come i seguaci di Bossi e altri, il fatto che in futuro gli articoli della Carta dei Diritti Fondamentali e del Trattato di Nizza (diritti di prima, seconda, terza e quarta generazione; dignità umana; minoranze; diritti umani; no pena di morte; diritti processuali ecc.) saranno vincolanti in Italia potrebbe essere la salvezza, nonostante i pericoli che ho delineato. E queste considerazioni mi portano a dire che la critica al Trattato di Lisbona fatta dalla prospettiva italiana è un affare ambiguo, poiché se è vero che quel Trattato potrà da una parte travolgere in negativo le nostre vite e drammaticamente il futuro dei nostri figli, è anche vero che certa barbarie e mediocrità a tutto campo degli italiani rendono impossibile capire dove sia la padella e dove la brace, ovvero se ci farà più male entrare nell’Europa di Lisbona o rimanere l’Italia sovrana di oggi. La risposta sarebbe né l’una né l’altra, certo, ma il rischio per noi italiani di combattere e vincere la battaglia contro l’inganno del Trattato, è poi di ritrovarci qui a soffocare nella melma italica senza neppure l’Europa a mitigarla. Questo va detto per onestà.


Conclusione.

Se ripercorrete i capitoli principali che vi ho esposto, non potrete non rendervi conto che come sempre i grandi giochi che regoleranno ogni futuro atto della vostra vita di cittadini si decidono altrove e in segreto, mentre nessuno nell’Italia che protesta contro il secondario berlusconismo vi aiuta a capire cosa e chi veramente aggredisce la democrazia, e chi veramente tira le fila della vostra esistenza. E’ scandaloso che si sia pensato agli Stati Uniti d’Europa come a un colosso di potere in mano a oscuri burocrati non eletti e massicciamente sbilanciati verso il business, con le briciole lasciate a quel fastidioso ‘intralcio’ che si chiama popolo. E il tutto di nascosto. Questa macchina va fermata e la parola va restituita a noi, i cittadini, attraverso i referendum, come accade in Irlanda. Il Trattato di Lisbona pone 500 milioni di esseri umani in bilico fra due possibilità: un dubbio progresso, o la probabile caduta in un abisso di dominio degli interessi di pochi privilegiati su un oceano di cittadini con sempre meno diritti essenziali. Sto parlando di te, di me, di noi persone.

Ma noi italiani attivi siamo giustamente impegnati a discutere di Tarantini, di Papi, di “farabutti” e di "psiconani". Giustamente.

Paolo Barnard
Fonte:www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=139
25.09.2009

Le fonti di questo articolo:

Il Trattato di Lisbona, http://bookshop.europa.eu/eubookshop/bookmarks.action?target=EUB:NOTICE:FXAC08115:EN:HTML&request_locale=EN

From the EU Constitution to the Lisbon Treaty. The revised EU Constitution analysed by the Danish member of the two constitutional Conventions, Jens-Peter Bonde.

The Treaty of contempt Robert Joumard, Michel Christian and Samuel Schweikert (Commission for European Integration, Attac Rhône) September 7, 2007

An analysis of the Lisbon Treaty by Prof. Anthony Coughlan, The Brussels Journal. European and constitutional law by Anthony Coughlan, Secretary of the National Platform EU Research and Information Centre, 24 Crawford Avenue, Dublin 9, Ireland.

The Reform Treaty: Treaty of Lisbon: di Giuseppe Bronzini - Magistratura Democratica,

da Budgeting for the Future, Bulding Another Europe, Sbilanciamoci 2008.

From Constitution to Reform, or from bad to worse. Susan George - Chair of the Transnational Institute.

domenica 27 settembre 2009

Guglielmo Ragozzino
ilmanifesto.it
Nei giorni scorsi, una grande sceneggiata italiana ha portato alla ribalta le emissioni di gas serra dell'Italia e il maldestro tentativo del sistema paese per ottenere dalla Commissione di Bruxelles qualche sconto per gli industriali italiani, costretti altrimenti a inquinare meno, adottando gli opportuni sistemi di contenimento, oppure a pagare di più, con la morte nel cuore per i cari profitti.
Era rimasta inappagata la curiosità di conoscere le quantità di gas serra per le quali il governo italiano e il suo leader avessero fatto una così brutta figura e soprattutto i nomi delle imprese per le quali era sembrato loro opportuno affrontare la riprovazione generale del Continente. Ora dati e nomi sono forniti da Greenpeace, l'associazione ambientalista che insieme a Legambiente e al Wwf hanno spinto una decina di Regioni a impugnare presso la Corte costituzionale la legge 99 sulle centrali nucleari.
Greenpeace fornisce dunque la classifica dei grandi inquinatori, in una tabella che si può vedere in questa stessa pagina. Il totale Ets (Emission trading scheme) nel 2008 è pari a 220,3 milioni di tonnellate di Co2 - le emissioni si calcolano facendo riferimento all'anidride carbonica - mentre le quote assegnate all'Italia sono di 211,3 milioni. C'è
dunque uno sforamento di 9 milioni di tonnellate, non tanto, il 5%. I settori energivori e quindi inquinanti non sono molti: l'attenzione è rivolta a quattro principali e tre minori: termoelettrica, cemento, raffinazione, acciaio sono i primi; carta, vetro e ceramica i secondi.
E' interessante notare che di sette industrie, cinque hanno raggiunto standard di controllo delle emissioni tali da mantenersi complessivamente al di sotto dei massimi consentiti. Si tratta del cemento e dell'acciaio: e poi di carta, vetro, ceramica. Si può pensare che in Italia si sia raggiunta una qualità di controllo dei fumi non diversa da quello degli altri paesi, oppure che già nel
2008 sia incorsa una riduzione significativa nella produzione dei settori e di conseguenza nelle emissioni. Resta il fatto che l'industria siderurgica ha un margine positivo di 3,3 milioni di tonnellate Co2 non emesse (e quindi vendibili); quella del cemento di 2,2 milioni; e un altro 0,8 milioni di tonnellate non ulilizzate l'hanno gli altri tre settori presi insieme: carta, vetro, ceramica.
Le industrie inquinanti, nell'anno, sono pertanto due: il settore termoelettrico che sfora per 10,4 milioni di tonnellate e quello della raffinazione che oltrepassa il limite per la metà: 5,1 milioni di tonnellate. Il settore termoelettrico è anche quello che da solo ricomprende due terzi delle emissioni, tanto consentite che effettive: 132,8 e 143,1 milioni di tonnellate. Da solo Enel conta per un quinto dell'inquin
amento nazionale ed Edison per un decimo, con emissioni pari a 44,4 e a 22,7 milioni di tonnellate. Mentre Enel ha un surplus di emissioni di 2 milioni di tonnellate al di sopra del limite consentito, cioè meno del 5%, Edison è il primatista nazionale dell'inquinamento, con 8,4 milioni di tonnellate in eccesso. Edison supera in effetti, secondo i dati offerti da Greenpeace, del 60% i 14,2 milioni di tonnellate di Co2 che la ripartizione le consente.
Al secondo posto, ma prima in termini percentuali è un'impresa di raffinazione, Saras, della famiglia Moratti. Produce gas serra per il 140% oltre il suo limite, raggiunge
ndo i 6,2 milioni di tonnellate contro i 2,6 milioni previsti.
Primo inquinatore individuale è la centrale di Brindisi dell'Ene
l che conta da sola per un terzo di tutto il gruppo. Il responsabile energia e clima di Greenpeace, Francesco Tedesco, nota che Enel ha ricevuto l'autorizzazione per altre tre centrali a carbone, con un inquinamento prevedibile pari ad altri 30 milioni di tonnellate di Co2 annue. «Per questa strada, l'Italia sarà fuori dagli obiettivi europei al 2020 e sosterrà il peso delle conseguenti sanzioni». E tutto per difendere «gli interessi di gruppi industriali che non hanno alcuna intenzione di avviare una rivoluzione energetica pulita, ma continuare a inquinare come se niente fosse...».

La SARAS a Sarroch provincia di CA in Sardinia




The Sarroch pole is today one of the greatest industrial areas in Europe.
Its origins lie in the development of the SARAS refinery in this area at the beginning of the 1960s, thanks to the acute intuition of Angelo Moratti, who generated growth and development in the whole territory from the construction of the plant.

sabato 26 settembre 2009

Jean Marc Caimi
ilmanifesto.it
Soltanto qualche chilometro separa Jamestown, zona turistica segnalata su tutte le guide, da Agbogbloshie. Spostandosi a piedi verso nord, ci si lascia alle spalle il fascino delle vestigia coloniali britanniche per finire quasi senza accorgersene nella desolazione della più grande discarica di materiale elettrico ed elettronico del Ghana. Il primo segnale inquietante lo si ha attraversando il ponte sul corso d'acqua, il Densu River, che si congiunge con la Korle Lagoon. Una melma fatta di buste di plastica, detriti e oggetti di varia natura crea un vero e proprio tappeto galleggiante. Si tratta della fogna a cielo aperto che scorre nel quotidiano vivere dei duemila lavoratori di Agbogbloshie. Un'intera comunità musulmana è emigrata dal Nord del Ghana, zona poverissima, e già all'inizio degli anni '90 ha preso possesso della discarica inventandosi il lavoro di «riciclaggio» dei metalli. Durante il giorno lavorano, poi attraversano il fiume e riposano in uno dei rifugi con vista discarica, una baraccopoli che negli anni è diventata un villaggio.
Una serie di dettagli, più di altri,
colpiscono la sensibilità di noi occidentali. Il continuo sciamare di bambini che si recano sulle sponde del fiume per fare i bisogni. Le zone della preghiera, piccole aree ritagliate nella selva intricata di rifiuti, dove ad intervalli regolari i lavoratori si recano per inginocchiarsi rivolti verso La Mecca. Le ragazze che vendono acqua, frutta, dolciumi, trasportandoli sulla testa e che sono l'unica macchia di colore di una distesa uniforme grigio-marrone fatta di vecchi frigoriferi arrugginiti, televisori, computer, parti di automobili, condizionatori.
Agbogbloshie è organizzato per zone. Vicino alla strada si trovano gli specialisti delle automobili. S
ono lì per approfittare per primi dei camioncini che portano le parti delle auto che dovranno essere smontate e quindi fare acquisti convenienti. Materiale pesante e ingombrante. Nuru, un ragazzo di 16 anni, si occupa esclusivamente di cerchioni. Ha «la sua ditta», come dice lui. Il suo fratello minore lavora con lui. I cerchioni, una volta smontati e puliti, possono essere venduti come metallo grezzo oppure trasformati in altri oggetti, come i barbecue da campo, molto diffusi in Ghana. Per dieci cerchioni ripuliti 5 dollari.
«A volte riesco a fare fino a 8 dollari al giorno, dipende dai carichi in arrivo», dichiara. E aggiunge di essere molto
privilegiato. È alla discarica da tre anni, conosce tutte le dinamiche che ne regolano i traffici interni ed è una guida perfetta. Insieme a lui è possibile attraversare gli altri gironi infernali di Agbogbloshie senza perdersi. Procedendo verso l'interno della vallata si incontra per primo il cimitero dei frigoriferi, che vengono meticolosamente smontati per ricavarne piccoli oggetti fatti con la lamiera. Naturalmente il gas contenuto nel motore, abbandonato con gli altri in enormi mucchi, verrà disperso nell'ambiente, ma in mezzo a una simile devastazione, non è che un dettaglio. Più avanti si vedono muri di batterie di auto usate, mucchi di scarti metallici e, soprattutto, ovunque casse svuotate di computer e televisori. Questi cadaveri plastici ricoprono intere aree ai margini della discarica e resteranno lì per sempre. Sono oggetti senza valore.

Giocando a pallone tra i rifiuti
Nel cuore di Agbogbloshie c'è un campo di calcio. Alcuni ragazzi di Jamestown vengono qui ad allenarsi. In Ghana il pallone è una cosa seria. Poco più avanti si apre una grande vallata dove, ogni giorno, vengono accesi fuochi usando come combustibile la schiuma isolante dei frigoriferi, poliuretano altamente infiammabile. I fuochi servono per bruciare i cavi e le parti interne degli apparecchi elettronici. Questa operazione permette di liberarli tramite fusione dal materiale plastico che li avvolge o li contiene.
Greenpeace ha recentemente condotto una ricerca accurata sulle conseguenze ecologiche di questa pratica, prelevando campioni di terreno da diversi siti dove vengono accesi i fuochi. Dallo studio risulta che la concentrazione di piombo (elemento usato nelle saldature) in quella zona è cento volte superiore alla norma. Cinquanta volte per il cadmio (usato negl
i interruttori e nei monitor). Il piombo è altamente dannoso per il sistema nervoso, in particolare quello dei bambini. Il cadmio è cancerogeno se inalato. Inoltre la combustione delle parti di plastica, quindi di Pvc, libera il clorobenzene, che insieme ai metalli come rame e ferro reagisce e crea la diossina. Da notare che oltre a creare danni irreversibili alle persone che lavorano sul posto, durante la stagione delle piogge, le alluvioni trascinano tutte le sostanze tossiche nel Densu River e quindi nel mare.
A occuparsi dei fuochi sono per lo più ragazzini. La maggior parte di loro ha dai 12 ai 14 anni, ma ci sono molti bambini che non hanno più di 6 anni. «Raccolgo il metallo e lo porto al mio capo» spiega uno di loro, che avrà a occhio 8 anni. Il volto, le mani e i vestiti consumati che indossa sono completamente ricoperti dalla patina grigia provocata dal fumo dei falò che accende. «Se lavoro sodo riesco a fare anche due cedis al giorno», dice, mentre aggiunge un groviglio di cavi sul fuoco. Due cedis, un euro. Il suo cap
o non è altro che qualcuno così fortunato da essersi permesso l'acquisto di un mezzo di trasporto.

Il bronzo vale 20 cent al chilo
«Chi possiede una macchina, un furgone o un camion, qui può diventare ricco» spiega Nuru. Questi piccoli imprenditori assoldano una serie di ragazzini per fare il lavoro sporco. «Il metallo ricavato dai falò, a fine giornata viene caricato e portato a Tema, a 30 chilometri da qui», continua Nuru. «Lo acquistano delle aziende metallurgiche, sono ghanesi. Si possono ricavare fino a venti o trenta dollari al giorno da un lavoro del genere. Il bronzo, ad esempio, vale 20 centesimi al chilo». Incontrare uno di questi boss è un'esperienza cinematografica. È completamente vestito di bianco, pulito, siede su un motorino di marca orientale. Alle sue spalle c'è un grande camion
azzurro con striature arancio, scintillante, segno del suo potere. L'uomo ha un sorriso stampato. È in attesa che la squadra di ragazzi appena ingaggiati finisca di bruciare un carico di cavi, una vera distesa di vermi plastici.
Sono lì a pochi passi. Lui controlla personalmente il lavoro. Poi si alza, fa grandi gesti per incoraggiare la squadra. Devono fare in fretta, è quasi il tramonto. Il fuoco è alto, il fumo denso, impenetrabile. A controllare che tutto si svolga regolarmente c'è un poliziotto in borghese. Siede anche lui su un motorino. È un sì della Piaggio. «Finché ci sono io, qui tutto fila liscio», tiene a dire, mentre la squadra di minorenni comincia a caricare il camion.
Il «capo» dell'intera Agbogbloshie viene chiamato rispettosamente «chairman», presidente. La sua attività principale è il commercio di batterie usate per automobili. Ma si occupa anche di supervisionare le attività di riciclaggio della discarica, risolvere problemi, decidere quanti e quali spazi ognuno può ricavarsi all'interno dell'area. È qui da 14 anni. «Il guaio principale è che c'è un sacc
o di gente che aspetta senza fare nulla», spiega. «Non hanno soldi per iniziare un'attività, per comprare un piccolo carico di materiale grezzo da lavorare. Quindi se ne stanno tutto il giorno ad aspettare che qualcuno dia loro lavoro. Alcuni sono degli esperti di computer, sono qui per guadagnare soldi sufficienti per comprarsi i libri e proseguire con gli studi».
Per scoraggiare gli occidentali a buttare in modo indiscriminato il loro vecchio computer, che inevitabilmente finisce in queste enormi discariche del Terzo mondo (l'altra discarica africana è in Nigeria), recentemente sono state giustamente segnalate molte storie di hackers africani in grado di usare il contenuto degli hard disk rubando codici e password. In effetti nella parte più esterna di Agbogbloshie, adiacente alla strada, si trovano una serie di bancarelle dove per 50 centesimi di dollaro si possono acquistare dischi rigidi di qualsiasi provenienza. Chiunque con una discreta abilità può far ciò che vuole con i dati che vi si trovano all'interno. Questione di fortuna. Ma per scoraggiare i consumatori dei paesi sviluppati a disfarsi con leggerezza di ogni aggeggio elettronico rotto o passato di moda, in realtà basterebbe la permanenza di qualche ora in questo posto, respirando l'aria tossica della vallata. Le regolamentazioni europee sul trattamento di ciò che si definisce e-waste parlerebbero chiaro: la direttiva chiamata Weee (Waste Electrical and Electronic Equipment) obbliga i produttori ad investire, proporzionalmente alle dimensioni dell'azienda, in sistemi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti elettronici.
In Europa soltanto il 25% del totale dei rifiuti viene avviato allo smaltimento e di questa percentuale il 75% (l'80% negli Usa) non è tracciabile. Insomma, quasi la totalità di apparecchi elettronici occidentali ha un destino ignoto (a chi non vuol sapere). Lo smaltimento presso Paesi al di fuori dell'Ocse (le nazioni «sviluppate») in Europa è vietato. Negli Stati uniti la Usepa (l'agenzia per la protezione dell'ambiente), invece, lo ritiene legittimo. Secondo Greenpeace, ogni anno riusciamo a produrre dai 20 ai 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Asia e, più recentemente, Africa sono diventate vere pattumiere di questo materiale che spesso è importato in container con scritto «materiale di seconda mano» e non «e-waste». Questo per evitare problemi alle dogane.
L'ultima beffa è che esistono programmi dei paesi ricchi per donare ai paesi in via di sviluppo computer e attrezzature elettroniche; «colmiamo il gap digitale», così viene definita la manovra. Greenpeace ha calcolato che il 75% di queste attrezzature sono inutilizzabili, perché rotte, o perché mancano parti essenziali al funzionamento. Se non bastasse, centinaia di container sono bloccati al porto per problemi doganali. Ma nessuno verrà mai a chiederli indietro. Rimangono lì anni e tutto il contenuto si trasforma inevitabilmente in rifiuto elettronico.
Le giornate ad Agbogbloshie finiscono così come iniziano. Bambini piccoli che vagano per la discarica per recuperare le briciole. Il mattino presto per prendersi gli avanzi di chi ha approfittato dei camion che hanno scaricato i rifiuti. La sera per raccogliere frammenti rimasti dal lavoro degli altri, durante lo smontaggio. Hanno dei sacchetti di plastica che contengono ogni sorta di avanzo metallico. Si aggirano come fantasmi, il loro sguardo è basso, rassegnato. Venti centesimi per un chilo di quella immondizia, quindi una ciotola di riso. Forse per oggi la loro vita sarà in salvo.

Questo film investigativo prodotto dai CI corporate partner watchdog DanWatch rivela come uno scaglionamento 500.000 PC utilizzati arrivano ogni mese a Lagos - di cui il 75% va direttamente alla discarica. Questa è solo la punta di 6,6 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici europei oggetto di dumping sul mondo in via di sviluppo ogni anno, nonostante i divieti internazionali.





VIDEO DELLA TV BELGA SULLO SCEMPIO IN GHANA VEDERE PER CREDERE COSA NON SI FA NOI "OCCIDENTALI" IN TERRA D'AFRICA

LA TV BELGA DICE:
Maggio 2009
Seguiamo il percorso di computer scartati, televisori e frigoriferi che sono spediti dal Belgio in l'Africa. Fumi pericolosi di queste macchine stanno avvelenando i bambini che lavorano e attraverso di loro vanno alla ricerca di un profitto.
http://www.youtube.com/watch?v=5_tfPjmgULo

venerdì 25 settembre 2009

di Antonio Massari
ilfatto.net
Contaminati da arsenico e altri metalli pericolosi. Per centinaia di studenti crotonesi si profila il rischio di patologie all’apparato renale, gastrointestinale e osseo. È quanto si legge nella relazione svolta dal professor Sebastiano Andò, e disposta dalla Procura di Crotone, per verificare i danni causati dallo smaltimento di sostanze tossiche in città. Sostanze che – s’è scoperto nei mesi scorsi – affioravano persino sul piazzale antistante una scuola elementare. Parliamo del “cubilot”: una miscela di rifiuti che la “Pertusola”, società che un tempo apparteneva al gruppo Eni, ha disseminato a tonnellate nella città calabrese. E per questa vicenda – seppellita, al pari dei rifiuti, per lungo tempo negli armadi del Palazzo di Giustizia – la Procura di Crotone ha appena chiuso l’inchiesta, cominciata nel settembre dello scorso anno con il sequestro di 18 aree, ubicate in gran parte nel comune di Crotone, ma anche a Isola Capo Rizzuto e Cutro. Condotta dal pubblico ministero Pierpaolo Bruni, l’indagine conta 47 indagati, tra i quali l’ex ministro per l’Ambiente, con il governo Prodi, Edoardo Ronchi. Le accuse sono di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi e disastro ambientale in concorso. Per comprendere questa storia bisogna innanzitutto spiegare cosa sia il “conglomerato idraulico catalizzato” (C.I.C.): è una miscela ottenuta dall’unione del cubilot” (rifiuto pericoloso, proveniente dalla fusione dello zinco) e della “loppa d’alto forno” (rifiuto non pericoloso). E questa miscela è stata smaltita, come se fosse non pericolosa, in gran parte della città di Crotone. Fino a contaminare, come dimostra la relazione disposta dalla Procura, centinaia di studenti. Come è stato possibile? Secondo il pm Bruni, il tutto s’è realizzato grazie a una lunga serie d’illeciti, o quanto meno di gravi omissioni, che coinvolgono tutta la macchina burocratica, a partire dai direttori dei lavori di smaltimento, per finire al ministero dell’Ambiente che, all’epoca dei fatti, era retto da Ronchi. L’ex ministro, secondo Bruni, era in condizioni di sapere che la miscela di rifiuti, smaltita nel sottosuolo di Crotone, era pericolosa . Eppure – ed è questo il punto – quella miscela, nel 1998, fu declassata con un decreto ministeriale firmato proprio da Ronchi. I“falsi” circolati in quei mesi sul cubilot sono numerosi. L’amministrazione della Pertusola sollecitava il ministero affinché il “cubilot” fosse incluso tra i rifiuti non pericolosi. L’azienda tentava di smaltire il rifiuto persino nella rete ferroviaria ad alta velocità. Si legge nel carteggio indirizzato alle Ferrovie dello Stato: “Il nostro obiettivo è quello di smaltire le scorie alle condizioni meno onerose possibili, investigando tutte le possibilità di collocamento alternative all’invio in discarica, essendo quest’ultima soluzione, oltre che certamente molto gravosa, anche decisamente critica per la limitata capienza delle discariche esistenti e per la loro ubicazione”. “Il tutto – annota il pm – con l’evidente esigenza dei dirigenti della Pertusola Sud Spa di contenere i costi”. E così lo smaltimento avviene esattamente a Crotone, dove sorgono scuole e case popolari, con i danni e la contaminazione, che vengono oggi svelata grazie alle indagini condotte dalla Procura. Ma la contaminazione degli studenti e dell’ambiente non sarebbe stata possibile, non con queste modalità, se il ministero avesse considerato pericolosa la miscela dei rifiuti. E avrebbe potuto farlo. Perché, che il mix fosse altamente dannoso, era noto a tutti. Tre membri di un gruppo di lavoro ministeriale, infatti, avevano “sollecitato la necessità di sopprimere la voce 4.1”, scrive l’accusa. In altre parole, avevano sollecitato l’esclusione, dal novero dei rifiuti non pericolosi, la scoria Cubilot. Eppure l’ex ministro Ronchi “ometteva di attivarsi”. Per questo motivo – insieme con gli altri 46 indagati – è oggi accusato d’aver “permesso che la scoria cubilot permanesse illecitamente nel novero dei rifiuti non pericolosi”, realizzando una “condizione di pericolo permanente di disastro ambientale per un numero di persone indeterminato”. Dopo la relazione stilata dal professor Andò, quanto meno, si potranno limitare i danni. Gli studenti monitorati, nelle scuole dove l’inquinamento era più visibile, sono stati 290. Per gran parte di loro, i valori di arsenico, mercurio, cadmio e nichel, sono notevolmente superiori alla media. Si tratta di metalli che restano a lungo nell’organismo. Con diete e cure adeguate, però, il pericolo di danni all’organismo dovrebbe svanire presto.
L’inchiesta di Crotone vista dalla penna di Natangelo

giovedì 24 settembre 2009

di Malcom Pagani
ilfatto.net
C’è un film invisibile come i tumori degli abitanti di Sarroch, propaggine di Cagliari, sede della Saras, la più grande raffineria del Mediterraneo edificata per volontà di Angelo Moratti quasi mezzo secolo fa: la Sardegna lasciò passare lo “straniero” il 24 maggio del 1962. “Oil” è lo sconvolgente racconto di un cataclisma sociale , l’odore del petrolio in presa diretta. Scava dentro i dubbi, declina risposte scomode, insinua soprattutto una stretta relazione tra l’incidenza tumorale e i fumi che colorano il paesaggio di una riserva naturale trasformata in polo petrolchimico allargato (Saras, Polimeri Europa, Sarlux, Sasolo, Air Liquide, Enichem). Ipotesi e riflessioni che a Massimiliano Mazzotta, documentarista leccese di 37 anni, stanno cambiando l’esistenza. Per girare e autoprodurre “Oil”, ha speso 15.000 euro. Meno, molto meno di quanto gli avvocati di Saras Raffinerie Sarde S.p.a, non pretendano da lui per aver prospettato fatti “totalmente difformi dal vero”. E’ un uomo in fuga. “Non vivo da otto mesi. Quando sbarco in Sardegna, mi sento come un terrorista. Tribunali, udienze, citazioni. Prima di questa esperienza, non sapevo neanche cosa fosse uno studio legale”. Stamane, in un’aula cagliaritana di giustizia, si discuterà del sequestro probatorio dell’opera. E’ la prima volta che un giudice si pronuncia su “Oil” e la decisione, potrebbe suonare già definitiva. L’idea di ragionare sulla Saras, a Mazzotta venne durante una vacanza sarda del 2007. Accese la telecamera ad agosto. Centotrenta ore di materiali, rifiutate da grandi distribuzioni e piccole rassegne. Rari inviti, retromarce inattese, dinieghi impauriti. Così “Oil” è scivolato rapidamente nell’anonimato. Al festival di Arenzano, periferia di Cannes, cinque giorni fa, la pellicola è rimasta nella “pizza”. Merito di una diffida preparata per conto della famiglia Moratti dagli avvocati Miglior Chessa e Luminoso. Un sentiero fitto di appigli procedurali e conclusioni che al termine della lettura, sembrano evocare lo spettro della censura. A Sarroch, Il “Todo modo” del nuovo millennio, non l’ha visto quasi nessuno. Mazzotta non è il regista Elio Petri e un colpevole certo, a Sarroch e dintorni, non è stato individuato. La diffusione dell’opera ha avuto afrori semiclandestini. Un’affollata proiezione in un bar e il rabbioso imbarazzo del sindaco di centrosinistra Mauro Cois: “La demagogia non serve a nulla. La mia amministrazione lavora da due anni a un’indagine epidemiologica che su base scientifica farà luce sulla vicenda. Il signor Mazzotta sprofonda nel facile sensazionalismo per pubblicizzare se s tesso. E’ un salto logico che io non mi posso permettere”. Cois ha visto “Oil” tre volte, quando gli chiedi se l’indagine abbia identificato un nesso tra raffineria e mali incurabili, si irrita. “Non le do la liberatoria per l’intervista, legga gli atti”. Poi saluta. Ha fretta. L’indagine condotta dal professor Biggeri, ordinario di Statistica medica all’università di Firenze sui decessi avvenuti a Sarroch tra l’81 e il 2001, elenca cifre e dati. Una minore mortalità rispetto alla media regionale per le malattie cardiovascolari, ma maggiore del due per cento, se si analizzano tumori e affezioni alle vie respiratorie. Percentuale che cresce esponenzialmente, analizzando il lasso temporale tra 2001 e 2003. Più 17 per cento. Mazzotta non polemizza con Cois: “Capisco i suoi tumori. Mi ha raccontato che la Saras, che occupa quasi tre volte lo spazio fisico del paese, versa al comune 2.500.000 euro l’anno di solo Ici”. “Oil” fa paura. Parla di fumo, disperazione, oblìo. Di sicurezza negata e propaganda. Descrive la colonizzazione di un pezzo d’Italia costretto a patti dalla povertà. Da avamposto agropastorale, a promessa di modernità, il borgo è cresciuto con la Saras. Di pari passo, legando il proprio destino alle emissioni di benzene. Là dove non c’era niente, oggi si trova lavoro per tutti. Milleottocento posti fissi e un indotto che con l’appalto alle numerose ditte esterne che si avvicendano nel rischioso andirivieni tra esalazioni e cisterne, “solleva ” la depressione dell’intero Sud Sardegna. Mazzotta ha chiesto le autorizzazioni per accedere all’impianto. Incredibilmente, gli sono state concesse. Secondo i legali di Moratti con dolo e slealtà. “Mi hanno sottovalutato. Ritenevano impossibile che un signor nessuno creasse danni”. Un baco nel sistema che gli ha permesso di addentrarsi in una realtà difficile: “Dove i controlli medici sui lavoratori si svolgono a bordo di roulotte, gli orari dei turni non permettono distrazioni e si muore, come nel maggio 2009”. Tre operai caduti sul lavoro, mentre pulivano l’impianto di desolforazione. In “Oil”, i responsabili della Saras, parlano a lungo. C’è spazio per le riflessioni dell’ex responsabile della comunicazione Giorgio Zonza (al suo posto ora recita Stefano Filucchi, ex poliziotto, membro dell’Osservatorio sulla sicurezza negli stadi al Viminale e vice direttore generale dell’Inter, in visita allo stabilimento con i calciatori Chivu e Cordoba, il 19 settembre). Zonza discute di “progresso” e mostra un gabbiano giocattolo. Gabì, utilizzato sui banchi delle elementari di Sarroch e disegnato in pubblicazioni ad hoc (“Alla scoperta della Saras”) come simbolo di amicizia infantile, mentre tira un calcio al pallone, magnifica l’espansione dell’azienda: “E’ grande come trecento campi di calcio” e suggerisce suadente ai bambini: “La parola magica è petrolio”. In 47 anni, non è cambiato niente. Dagli spot in pellicola degli albori, tono da cinegiornale e sorti progressive disegnate da una voce fuori campo: “La raffineria è pronta (...) la gigantesca candela simbolo delle raffinerie, arderà perennemente nel cielo sardo per terra e per mare” ad oggi. La fiamma, in effetti, brucia. Nell’atto di citazione che invita Mazzotta a comparire, i legali sbandierano le certificazioni europee (Iso 14001 e Emas) su ambiente e sicurezza che mettono la Saras al riparo dalle contestazioni. Ma a Sarroch il pesce sa di nafta e i bambini, secondo il professor Biggeri, hanno subito modificazioni “pur reversibili” del Dna. Se il film fosse veicolato, il danno d’immagine per una famiglia impegnata in attività sociali e ambientali, sarebbe enorme. Come dice Gianmarco Moratti, nelle sequenza finale: “La Saras è la nostra famiglia”. E nel clan, spazio per chi non spegne la telecamera, non si intravede.
Un foto di Andrea Manunta, morto a 48 anni di tumore e un’immagine di Gabì, il gabbiano “testimonial” della Saras

mercoledì 23 settembre 2009

Storico incontro sul cambio di clima Al vertice Onu Obama e Ban Ki Moon lanciano l'allarme clima: «Rischiamo la catastrofe» Hu Jintao annuncia una riduzione dei gas serra E l'Italia insiste sulla riapertura delle centrali atomiche e non fa nulla per rispettare gli impegni. Mentre si allarga il fronte delle giunte che fanno ricorso alla Corte Costituzionale
Matteo Bosco Bortolaso
ilmanifesto.it
NEW YORK
Le Nazioni unite lanciano il grido d'allarme: sull'effetto serra bisogna agire subito, altrimenti le conseguenze saranno catastrofiche. Usa e Cina, i due maggiori responsabili dell'inquinamento che sta surriscaldando il pianeta, sembrano fare qualche passo avanti, con toni diversi.
Ieri il Palazzo di Vetro ha ospitato uno storico vertice sul cambiamento climatico, convocato dal segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, con l'obiettivo di gettare le basi di un nuovo accordo che possa sostituire il protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012. Il segretario generale ha aperto i lavori in maniera inusuale. Nell'aula dei 192 paesi dell'organizzazione internazionale, sono state proiettate immagini che mostrava
no quel che può accadere se non fermeremo il surriscaldamento del globo: lo scioglimento dei ghiacciai, le praterie africane infuocate, le specie animali estinte.
Ban ha quindi rimproverato la comunità internazionale per la «lentezza glaciale» dei negoziati sul nuovo trattato. Il segretario generale ha ricordato che, anche se la conferenza di Copenhagen è a dicembre, «i giorni effettivi per i negoziati sono soltanto quindici». A parere di Ban, un fallimento al vertice della capitale danese sarebbe «moralmente ingiustificabile, economicamente miope, politicamente avventato: non possiamo seguire questa strada» perché «la storia potrebbe non offrirci un'occasione m
igliore di questa».
Parlando dal podio dell'assemblea, Ban Ki-moon ha detto che «abbiamo meno di dieci anni per evitare gl
i scenari peggiori» causati dal surriscaldamento del pianeta. Il segretario generale, recentemente in missione al Polo nord, ha anche avvertito che «sull'Artico i ghiacci potrebbero sparire entro il 2030 e le conseguenze peserebbero sui popoli di ogni continente». Il cambiamento climatico, ha continuato Ban, colpisce soprattutto i paesi meno sviluppati, e in particolare l'Africa, dove «il cambio di clima minaccia di cancellare anni di sviluppo (...) destabilizzando stati e rovesciando governi». Da qui, l'appello ai paesi industrializzati, che devono «fare il primo passo», perché «se lo farete - ha continuato - altri adotteranno misure audaci».
Il presidente degli Stati uniti, Barack Obama, condivide l'allarme lanciato da Ban Ki-moon. Ha detto che «il tempo sta per scadere», che la minaccia è «grave, urgente e cre
scente» e potrebbe portare a una «catastrofe irreversibile. Secondo Obama, che ha sposato la causa ambientalista, gli Usa hanno «fatto più negli ultimi otto mesi per promuovere l'energia pulita e ridurre l'inquinamento da anidride carbonica che in qualsiasi altro periodo della nostra storia». Obama, forte di norme «verdi» adottate dalla Camera, deve comunque assicurarsi un voto favorevole alla riduzione dell'inquinamento al senato, cosa non semplice.
Il presidente ha invitato i paesi emergenti come Cina e India, da sempre restii a porre limiti all'inquinamento industriale, a «fare la loro parte» per affrontare il riscaldamento del pianeta. Inoltre, ai partner del G20 riuniti giovedì e venerdì al vertice di Pittsburgh, gli Usa chiederanno lo smantellamento progressivo delle sovvenzioni ai carburanti fossili per contri
buire a diminuire l'effetto serra. La proposta di Washington rischia di irritare Cina, Russia e India, che pagano ingenti sovvenzioni al settore, incrementando artificialmente la domanda di carburante e aumentando l'inquinamento atmosferico.
Per quanto riguarda invece la riduzione delle emissioni inquinanti, la Cina ha mostrato qualche apertura. Hu Jintao, il presidente della Repubblica popolare, si è impegnato a ridurle «notevolmente» entro il 2020. Il presidente non ha precisato a quanto ammonterà il taglio, ma ha chiarito che sarà legato al prodotto interno lordo di Pechino. Insomma, più si produce, meno si inquina.
Hu si è anche impegnato ad aumentare il numero di fonti di energia alternativa al carbone, che dovrebbe arrivare al 15% entro il 2020. Il leader della Repubblica popolare, infine, ha promesso di proteggere le foreste, che limitano la percentuale di diossido di carbonio presente nell'atmosfera.


martedì 22 settembre 2009

ADERISCI ALLA MANIFESTAZIONE ANTINUCLEARE CHE SI TERRA' A CAGLIARI IL 25 OTTOBRE IN PIAZZA DEL CARMINE , LINK PER ADESIONE SU FACEBOOK :
http://www.facebook.com/event.php?eid=167043420128&ref=mf

Sono cinque le Regioni contrarie

Guglielmo Ragozzino
ilmanifesto.it
Una corsa contro il tempo. La legge 99 del 23 luglio 2009, su «Sviluppo, internazionalizzazione delle imprese ed energia», pubblicata il 31 luglio, poteva essere impugnata dalle Regioni entro due mesi. Trascorso il periodo, il governo avrebbe deciso in totale autonomia dove collocare le sue otto/dieci centrali nucleari, i famosi siti, oggetto di preoccupazioni dei cittadini. Non finirà così. Cinque Regioni: Calabria, Toscana, Liguria, Piemonte, Emilia Romagna hanno impugnato la legge e nelle prossime ore altre lo faranno.
Nella dichiarazione di Vasco Errani, governatore dell'Emilia Romagna che si è unito per ultimo alla lista dei ricorrenti compare il concetto di «intesa forte» che si deve stabilire tra Stato e Regione, nel rispetto del ruolo e della funzione di entrambi, in via preliminare a ogni autorizzazione. «Non è possibile che l'eventuale contrarietà di una Regione ad accogliere un impianto possa essere considerata alla stregua di un semplice parere non vincolante. Per questo abbiamo deciso il ricorso alla Corte». Iinsomma, in tema specifico nucleare l'Emilia Romagna non dice né sì né no. Gli ambientalisti avranno il loro da fare per orientare e convincere tutti.
Il governo ha fatto un errore di faciloneria. Si è fidato troppo della disattenzione delle ferie. Non ha tenuto conto della presenza delle associazioni ambientaliste, Wwf, Legambiente, Greenpeace che l'11 settembre hanno inviato una lettera di 12 righe ai presidenti de
lle Regioni e agli assessori all'Energia e all'Ambiente per ricordare loro che la legge avrebbe escluso i territori da loro amministrati dalla scelta dei siti; e che avrebbero anche dovuto sopportare l'affidamento a imprese private senza avere voce in capitolo, tranne un parere non vincolante in sede di Conferenza unificata Stato Regioni.
Il Governo aveva anche pensato di sondare il terreno con una serie di indiscrezioni sulle aree da utilizzare per le centrali e per la discarica finale delle scorie nucleari, facendo seguire a ogni indiscrezione una smentita. Pensava di causare sufficiente sconcerto, evitando contrasti da parte delle Regioni: seminare il dubbio e irridere alle preoccupazioni «immotivate», mettendo tutti contro tutti.
La sollecitazione degli ambientalisti conteneva due punti chiave: per legge, l'iter avrebbe scavalcato il «territorio», ridotta la possibilità d'informazione dei cittadini, rischiato di militarizzare gli impianti la cui localizzazione sarebbe stata decisa, prevedibilmente, nei fatti, da operatori privati. Con il secondo punto si richiamavano le Regioni a decidere rapidamente, perché i termini di un possibile ricorso da parte loro alla Corte costituzionale erano in scadenza. Comunque la pensassero, in ordi
ne alle centrali nucleari, toccava a esse Regioni il compito di tutelare la democrazia del paese e la trasparenza della procedura.
La decisione della Corte nel conflitto sollevato dalle Regioni non sarà presa in un lasso di tempo breve. Non, con tutta probab
ilità, prima delle elezioni regionali di primavera. Al momento del voto vi saranno candidati contrari al nucleare in Regione e altri favorevoli, oppure accusati - e questo sarà ancora peggio - di non avere aperto bocca, di non avere difeso il territorio con abbastanza coraggio. Ma si pensi al caso della Sardegna, dove si è già votato per le elezioni regionali. Nell'isola circolano le voci più feroci, riportate per esempio da La nuova Sardegna del 9 settembre. Partendo dal presupposto che la Sardegna è l'area più stabile dal punto di vista sismico, le si attribuiscono tre se non quattro centrali nucleari, tutte «quelle che il governo intende costruire, anche se poi bisognerebbe risolvere il problema del trasferimento dell'energia». ma come è ovvio la Sardegna, a partire dalla sua amministrazione regionale di destra, non accetta il ruolo di sfogo nucleare ed elettrico per tutta l'Italia continentale.

darcticSea_navei Giulietto Chiesa - Megachip


E’ possibile che qualche cosa di molto importante sia accaduto e stia accadendo, “sotto il tappeto”, in preparazione e in connessione (forse per anticiparla e impedirla) con la clamorosa decisione di Obama di rinunciare al sistema missilistico in Europa (con radar nella Repubblica Ceca). Non solo decisione cruciale, ma soprattutto devastante per i piani israeliani.


La motivazione usata da Obama, infatti, si basa sulla valutazione congiunta delle agenzie americane, dei servizi segreti, che l’Iran non possiede, né potrà possedere in un futuro prevedibile, né l’arma atomica, né la capacità di costruire vettori capaci di portarla a destinazione negli Stati Uniti.

E’ noto che, al contrario, Israele considera questa eventualità non solo possibile ma ravvicinata e che è intenzionata a stroncarla, a qualunque costo, e in qualunque modo.

La scelta di Obama è dunque, al tempo stesso, una dura presa di distanza dalla leadership di Israele. Una svolta senza precedenti per gli Stati Uniti d’America. Questa è la premessa per inquadrare quanto qui racconterò sulla base delle informazioni disponibili e cercando di ripulirle dagl’inquinamenti di cui sono striate.

E non c’è da stupirsene perché la materia scotta, in tutti i sensi.

Forse c’entra anche, in tutto questo, la misteriosa storia della Arctic Sea, la nave battente bandiera maltese ma con equipaggio russo di 13 persone, sparita il 28 luglio scorso, assaltata da strani “pirati” al largo delle coste portoghesi, nell’Atlantico.

Ma partiamo dagli ultimi avvenimenti e cerchiamo di mettere a posto un difficile mosaico.

Il 14 settembre scorso tutti i media russi e il New York Times danno notizia di un gravissimo incidente nella base militare di Tambov, circa 400 chilometri a sud-est di Mosca. Citando la Reuters, che a sua volta citava l’agenzia Ria-Novosti, che a sua volta citava una fonte di alto livello dei servizi segreti russi, il New York Times informa che “cruciali documenti segreti possono essere stati distrutti dal fuoco” in un incidente in cui hanno perso la vita ben cinque ufficiali di guardia. L’edificio appartiene “ai servizi segreti” e ospitava “documenti segreti di speciale importanza” per la sicurezza nazionale della Russia. “L’incendio – proseguiva il dispaccio della Reuters – ha seriamente colpito la zona segreta dell’edificio”, investendo “circa 400 metri quadri”. Il vice ministro della difesa, colonnello-generale Aleksander Kolmakov, accorre sul posto insieme ad alti ufficiali dei servizi segreti. Il tutto sarebbe accaduto alle 10 del mattino del giorno precedente, domenica 13 settembre.

Qui finiscono le notizie ufficiali e cominciano quelle ufficiose. Ma interessanti anche dopo essere state depurate. C’è un sito sul web , abbastanza noto, che dispone di discreti e provati contatti con fonti russe che vogliono far sapere “altro”. Si chiama

http://www.whatdoesitmean.com/index1275.htm e ospita spesso analisi firmate con nome femminile, Sorcha Faal. Non so chi sia, ma dal contesto e dal contenuto si possono dire due cose: c’è del vero in quello che dice, anche se l’insieme va preso con cautela.

Da questa analisi emergono cose sconcertanti. L’incendio non sarebbe stato un incidente. Si sarebbe trattato di un attacco di commandos contro “i bunker che ospitano la Direzione Generale dell’Intelligence russa”. Quali commandos? Non viene detto, ma si capisce che si tratta di un lavoro di alta specializzazione. Uno o più gruppi armati che , “in meno di 15 minuti” sarebbero stati in grado di “ penetrare nel perimetro di sicurezza, disattivare i sistemi antincendio e attaccare il bunker dei documenti con armi incendiarie”.

Sorgono molte domande. Chi ha inviato i commandos? Erano russi? E, se non erano russi, come potevano essere arrivati nel cuore della Russia, percorrendo – si presume in volo – diverse centinaia di chilometri senza essere rilevati e contrastati? In Russia tutto è possibile, ma neanche in Russia si fanno miracoli.

Esiste un nesso tra questo episodio e altri eventi occorsi nelle ultime settimane? Forse si può tentare di collegarne alcuni. Facciamo un salto indietro di qualche giorno. L’8 settembre il Jerusalem Post scrive che il premier Netanyahu è sparito verso destinazione ignota. Il 9 un altro giornale israeliano precisa una notizia sensazionale: Netanyahu è volato segretamente a Mosca a bordo di un aereo privato. Perché? Come? Il sito sopra citato fornisce importanti dettagli che sembrano derivare da una fonte dei servizi segreti russi. Seguiamo il racconto di Sorcha Faal.

Netanyahu si sarebbe precipitato a Mosca, senza neppure preavvertire il governo russo, per chiedere “l’immediata restituzione” di “tutti i documenti, dell’equipaggiamento e degli agenti del Mossad catturati dai commando russi e americani” che avevano ripreso il controllo della Arctic Sea dopo che un commando composto da israeliani e agenti fuori controllo (“rogue agents”, dice Sorcha Faal) della CIA aveva assaltato la nave, impadronendosene per diverse ore, forse giorni. Qui le domande si affollano. E anche i dubbi.

Ma non è, assai probabilmente, un’invenzione peregrina. La fonte dell’FSB che racconta la vicenda aggiunge particolari straordinariamente interessanti e anche molto precisi. Nella Direzione Generale dell’FSB di Tambov vi sarebbero stati “tutti i files operativi” compilati dall’FSB, il servizio segreto russo, concernenti la famosa Blackwater, la corporation privata cui Bush e Cheney affidarono importanti incarichi di sicurezza in Irak e non soltanto, e cui la Cia (come risulta ora dall’inchiesta aperta negli Stati Uniti), commissionò l’incarico degli assassini mirati per liquidare i leader e i militanti di rilievo di Al Qaeda. Che i servizi segreti russi tenessero e tengano sotto osservazione questa attività è del tutto logico. Sarebbe illogico pensare il contrario. Resta da capire cosa e come possano avere scoperto. Ma cosa c’entra Netanyahu?

Torniamo dunque al suo viaggio segreto a Mosca. Il 10 settembre, nel pomeriggio, insieme agli altri membri del club di discussione Valdai, di cui faccio parte, incontro il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov. Mosca è piena di voci su quel viaggio e la domanda è inevitabile. Lavrov non conferma ma nemmeno smentisce. E ovviamente non dice chi ha incontrato Netanyahu e perché. Ma dichiara che Mosca non ha violato nessuna delle regole internazionali del commercio di armi e che ha fornito all’Iran, in passato, solo “armi rigorosamente difensive”. Nel frattempo fonti israeliane, subito riprese da diversi giornali occidentali e anche russi, diffondono l’informazione secondo cui, a bordo della Arctic Sea ci sarebbe stato non un carico di legnami preziosi, ma un carico di missili S-300 destinati all’Iran. Gli S-300 sono missili anti-missile, cioè arma difensiva.

Notizia strana. La Russia avrebbe mandato in giro, lungo una rotta lunghissima (dall’Oceano Artico, nell’Atlantico, via la Manica, fino alle Canarie, ma per andare dove?), un carico delicatissimo, esponendo la sua merce a ogni rischio (come poi sarebbe avvenuto), senza poterla tenere sotto controllo. Basta guardare le carte geografiche per capire che Mosca può inviare in Iran ciò che vuole attraverso il Mar Caspio, su cui si affacciano i suoi porti e quelli iraniani. Dunque notizia improbabile. Sicuramente il carico della Arctic Sea era molto importante, ma non era quello che dicono gli israeliani. E non era diretto all’Iran ma – ecco la novità di Sorcha Faal -“agli Stati Uniti”.

Ecco perché all’operazione di ricupero della Arctic Sea avrebbero preso parte anche gli Stati Uniti, con uomini e, soprattutto, informazioni sulla localizzazione della nave.

Secondo la ricostruzione citata la Marina Militare russa, con il concorso di unità della marina finlandese e dei servizi americani, avrebbe prelevato tre missili, dotati di testata nucleare, dopo averli recuperati dal relitto del Kursk, il sommergibile nucleare affondato nel 2001 in circostanze misteriose nell’Artico. Tragedia nella quale persero la vita 118 marinai e ufficiali russi. All’epoca i russi avevano incaricato del recupero dei cadaveri del Kursk due compagnie danesi, la Mammoet e la Smit International, ma senza il permesso di toccare i missili. Si trattava di missili nucleari tattici P-700 Granit, in grado di affondare navi di grandi dimensioni, per esempio portaerei.

Secondo fonti della intelligence militare russa, il GRU, i missili sarebbero stati caricati sulla Arctic Sea, e diretti verso gli Stati Uniti per essere affidati alla US Nuclear Security Administration che ne doveva curare lo smantellamento nell’impianto Pantex, in Texas. Il tutto in base agli accordi di disarmo dello START 2.

La Arctic Sea, con un carico ben più importante del legname, viene attaccata da “commandos non identificati” . Ovvio che non si tratta di comuni pirati. Qui ci sono in campo servizi segreti potenti, in grado di mettersi di traverso niente meno che a un’operazione congiunta russo-americana. Mosca reagisce con veemenza inusitata. Il comandante in capo della Marina, Vladimirr Visotskij dichiara pubblicamente che “tutte le navi e i natanti della marina russa nell’Atlantico sono stati inviati alla ricerca della nave sparita”. Il 18 agosto il ministro della difesa russo, Anatolij Serdiukov annuncia che le forze navali russe, “in cooperazione con il Comando Spaziale della Marina USA” hanno “ripreso possesso” della Arctic Sea. Fonti anonime dei servizi russi parlano di “terroristi della CIA con falsi passaporti estoni, lettoni, e russi. C’è un’altra fonte, non anonima, russa, che racconta altre cose. Si tratta di Mikhail Voitenko, direttore di una rivista specializzata in incidenti marittimi, la Sovfracht, il quale fa sapere che la Arctic Sea non era una qualunque nave da trasporto, ma era dotata dei più moderni mezzi di localizzazione e di comunicazione. Per giunta, al momento dell’assalto dei “pirati”, la nave si sarebbe trovata in acque dove “perfino i cellulari funzionavano”. Perché non ci fu allarme subito? Il mistero s’infittisce. Mikhail Voitenko, dopo avere troppo parlato, scappa in Turchia e dichiara di essere sotto grave minaccia di vita.

Qui dobbiamo tornare a Netanyahu perché il sito sopra citato mette direttamente in relazione i servizi segreti israeliani con la vicenda della Arctic Sea. Vediamo come. Fonti questa volta del ministero degli esteri russo rivelano che l’aereo privato su cui viaggiava Netanyahu aveva un piano di volo che prevedeva l’atterraggio a Tbilisi, Georgia ma che (l’episodio deve essere avvenuto tra l’8 e il 9 settembre) all’improvviso, in vicinanza dello spazio aereo russo, il pilota chiede “urgentemente” di poter atterrare a Mosca, specificando che ha a bordo il primo ministro israeliano Netanyahu. Il permesso è accordato e l’aereo atterra nella base militare di Kubinka, non lontano dalla capitale.

Sempre stando al racconto di Sorcha Faal, all’aeroporto di Kubinka arriva in tutta fretta il presidente russo Dmitrij Medvedev, che incontra non solo un Netanyahu furibondo ma un’intera delegazione israeliana, composta dal generale Meir Kalifi, ministro per gli Affari Militari e Uzi Arad, consigliere per la Sicurezza Nazionale d’Israele. La richiesta, perentoria, a Medvedev è “un’immediata restituzione di tutti i documenti, dell’equipaggiamento e degli agenti del Mossad” catturati dai russi e dagli americani a bordo della Arctic Sea. A quanto pare Medvedev, già irritato per il mancato preavviso, per la insolita procedura, e per i toni degli ospiti, replica che “l’investigazione è in corso” e che “la Russia non è pronta a dare alcuna prova a nessuno”. Con ogni probabilità si è parlato anche d’altro e qui il racconto diventa del tutto inverificabile. Uno degli argomenti in questione, per altro probabilmente, sarebbe stata una richiesta di chiarimento circa le armi che la Russia starebbe fornendo all’Iran. Il tutto in connessione con un possibile attacco israeliano sulle installazioni nucleari iraniane. Sorcha Faal mette tra virgolette frasi di Netanyahu di incredibile gravità, del tipo che “la Russia dovrebbe pararsi il sedere” e non essere sorpresa quando “nubi a forma di fungo cominceranno ad apparire sopra Teheran”.

La reazione di Medvedev non viene riferita. Ma sia Medvedev che Putin in quei giorni, anche negl’incontri con i membri del Club Valdai, hanno ripetutamente ribadito l’inaccettabilità di ogni azione di forza contro l’Iran e la necessità di uno sviluppo della via negoziale.

Non sarà inutile qui ricordare chi era uno dei due accompagnatori di Netanyahu a Mosca, Uri Arad. L’attuale Segretario alla Sicurezza Nazionale di Israele è persona non grata negli Stati Uniti. Lo è da quando risultò, nel 2006, che era direttamente implicato nel cosiddetto AIPAC Espionage Scandal (AIPAC sta per American Israeli Public Affair Committee). In quel processo, largamente coperto dalla stampa americana, emerse che importanti documenti della politica americana verso l’Iran venivano passati a Israele, attraverso l’AIPAC e personalmente Uri Arad, da un funzionario del Dipartimento della Difesa, Lawrence Franklin. Questi fu condannato a 13 anni per spionaggio a favore di uno stato straniero; condanna poi tramutata in 10 mesi di arresti domiciliari. Ebbene, viene riferito che Uri Arad fu protagonista di uno scandalo aggiuntivo quando Hillary Clinton incontrò Netanyahu a Gerusalemme. Hillary e i suoi consiglieri furono sconcertati di vedere Arad al fianco di Netanyahu e, per evitare un incidente diplomatico, proposero che all’incontro assistessero solo tre persone per parte. Netanyahu non fece una piega e chiese all’ambasciatore israeliano a Washington, Sallai Meridor, di allontanarsi, e tenne con sé Uri Arad. Meridor si dimise qualche giorno dopo e un portavoce di Netanyahu spiegò in seguito che la presenza di Arad era “indispensabile per la questione iraniana”. Quanto fosse indispensabile lo dimostra la posizione di Arad in materia: “massima deterrenza”, nel senso che Israele “deve minacciare e colpire ogni e qualsiasi cosa abbia importanza in merito”, a cominciare “dai leader” per finire “ai luoghi sacri”.

(Editoriale di Paul Woodward, 18 marzo 2009. http://warincontext.org/2009/03/18/editorial-we-want-the-land-not-the-people).

Cosa ci sia di vero nelle rivelazioni (guidate dai servizi segreti militari russi) secondo cui tra i files distrutti a Tambov c’erano anche quelli che “confermavano” le accuse contro i servizi segreti USA e israeliani, formulate dal generale Mirza Aslam Beg, ex capo di stato maggiore dell’esercito pakistano, secondo cui “mercenari privati” della Blackwater (ora rinominata Xe) sarebbero stati “gli organizzatori degli attentati contro l’ex primo ministro libanese Rafik Hariri e contro Benazir Bhutto”.

In ogni caso, concludendo, si può dire con certezza che il viaggio di Netanyahu a Mosca c’è stato. E che una cosa del genere si fa soltanto se sono in gioco eventi drammatici.

Si capisce che Netanyhau aveva una gran fretta, una settimana prima che Obama annunciasse che l’Iran non costituisce, al momento, una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Resta da capire qual’era lo scopo dell’assalto alla Arctic Sea e come mai i servizi segreti israeliani si sono esposti così apertamente in una operazione ostile nei confronti di Stati Uniti e Russia. E resta, ovviamente, da investigare l’assalto (se di assalto si è trattato) alla base segreta russa di Tambov, solo cinque giorni dopo il burrascoso incontro di Kubinka.

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