giovedì 31 dicembre 2009

Augurios pro unu bonu annu nou

¡Feliz año nuevo!

Bliain úr faoi shéan is faoi mhaise duit duit

Bloavez mad!

Boldog új évet!

Bonan novjaron!

Bonne année!

Buon anno!

Ein gutes neues Jahr!

Feliç Any Nou!

Feliĉan novjaron!

Feliz Ano Novo

Feliz Ano Novo!

Feliz año nuevo

Folle lok en seine

Gelukkig nieuwjaar!

Gelukkige nuwe jaar

Gëzuar vitin... e ri!

Gleðilegt nýtt ár!

Godt nytår!

Godt nytt år!

Gott nýggjár!

Gott Nytt År!

Happy new year!

İyi seneler

La Mulţi Ani!

Laimīgu Jauno Gadu!

Manigong bagong taon!

Onnellista uutta vuotta!

Selamat Tahun Baru

Srećna Nova Godina!

Srečno novo leto

Sretna Nova godina!

Sretna Nova godina!

Štastný nový rok

Šťastný nový rok!

Szczęśliwego Nowego Roku!

Tezze iliniz yahsi olsun

uut aastat!

Ευτυχισμένος ο καινούργιος χρόνος

З Новим роком

Среќна Нова Година!

Счастливого Нового Года!

Щастлива Нова година!

Щастлива Нова година!

سال نو مبارک!

نايا سال مبارک هو

สุขสันต์วันปีใหม่

新年でおめでとうございます

新年でおめでとうございます

新年快乐!

שנה טובה ושמחה הרבה יותר לשלום בר קיימא

Bon’annu e Felitzidade



mercoledì 30 dicembre 2009

Valerio Lo Monaco

ilribelle.com



La notizia è passata praticamente sotto silenzio, nel nostro Paese, considerando come fondamentale, al suo posto, diramare i comunicati clinici di Berlusconi ogni ora, quasi fosse un Wojtyla qualunque ricoverato in agonia, oltre ai commenti confusi di maggioranza e opposizione. Eppure, ci sarebbe dovuta essere maggiore attenzione all'altra cosa, da parte di media che si reputino destinati a informare i propri lettori su fatti rilevanti e se vogliamo determinanti.

Ebbene la notizia è che l'ALBA ha deciso di abbandonare completamente il Dollaro.

Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua, Ecuador e Honduras si sono riuniti a Cuba e hanno confermato che completeranno l'uscita dall'area del Dollaro.

L'"Alternativa Bolivariana para los Pueblos de Nuestra America" (ALBA) che racchiude i paesi appena citati, ha insomma deciso di lasciare alla deriva una moneta ormai priva di valore e di senso, per far entrare in vigore, all'interno della sua associazione, una nuova moneta chiamata SUCRE (Sistema Unico di Compensazione dei pagamenti Reciproci).

La cosa è rilevante per due ordini di motivi, uno dei quali almeno, il primo, è rilevante anche per chi - a nostra differenza - non ha particolarmente a cuore lo studio e l'analisi di alternative monetarie del mondo. Se quest'ultimo è infatti oggetto di riflessione e importanza soprattutto per chi ha ben messo a fuoco la sistematica natura predatrice delle Banche Centrali (molti, ancora oggi, non si rendono conto della cosa) ebbene l'altro aspetto, il principale, ovvero l'abbandono del Dollaro, sarebbe dovuto essere fondamentale da far sapere da parte dei media. Che invece hanno taciuto, o quasi.

Il motivo è presto detto: questa decisione dell'ALBA conferma ancora una volta lo schianto - definitivo - verso il quale si sta dirigendo l'economia americana e quella mondiale a essa collegata.

I motivi chi ci legge, almeno, li conosce. Stampa indiscriminata di banconote senza copertura reale da parte della Fed, debito pubblico alle stelle e nessuna possibilità di ripresa per una economia matematicamente già fallita decenni addietro, sono gli elementi che fanno emergere (o dovrebbero) la realtà per quella che è: l'era del Dollaro è alla fine. E se i biglietti verdi conservano ancora temporaneamente una certa valuta e una certa credibilità ciò avviene per due motivi ben precisi. Il primo: non ci si rende conto della follia della Fed di stampare banconote prive di valore e immetterle sul mercato. La seconda: cadendo il Dollaro, cadrebbero molte delle economie a esso collegate.

Non è un caso che, senza dare troppo nell'occhio, molte economie mondiali (Cina in primis) stiano ricorrendo all'oro cercando di dismettere per quanto possibile tutte le riserve e i titoli in Dollari presenti nei propri forzieri.

L'ALBA lo fa strillando, come è sua consuetudine. In altri tempi, una dichiarazione del genere avrebbe fatto scatenare una reazione militare negli Stati Uniti.

Vedremo. Ciò che conta, è verificare ulteriori punti che confermano l'analisi fatta. Quanto potrà ancora durare il Dollaro e le economie a esso collegate?

domenica 27 dicembre 2009

Michelangelo Cocco
ilmanifesto.it
Celebre per i suoi versi di protesta politica, oltre che un poeta Yitzhak Laor è un protagonista del dissenso radicale nei confronti delle politiche d'Israele e della stessa organizzazione che lo Stato ebraico si è dato nel corso della sua tormentata storia. Autore, tra l'altr
o, di «The myths of liberal zionism», Laor è un dissidente che un anno dopo i massacri di Gaza riesce a rintracciare un barlume di speranza per un futuro di convivenza tra i due popoli nei giovani israeliani - arabi ed ebrei - che si sono opposti ai bombardamenti di «Piombo fuso». Ha risposto da Israele alle domande del manifesto.
Quali cambiamenti hanno prodotto su Israele i massacri di «Piombo fuso»?
Israele è consapevole di essere più isolato, ma grazie a un forte apparato ideologico diretto dallo stato, quest'isolamen
to viene spiegato come una manifestazione di antisemitismo. Il vero cambiamento sta nella quasi scomparsa della sinistra sionista. Il parlamento sembra una convention della destra dove vengono approvate leggi razziste e antidemocratiche. Credo che questa mutazione sia stata ottenuta grazie alla guerra, dove tutto è permesso: nessun freno, niente inibizioni morali. E quando tutto è possibile, dio è morto e viene sostituito dalla destra.
Durante l'invasione del Libano del 1982, centinaia di pacifisti israeliani protestavano a Tel Aviv. Un anno fa non hanno fatto
molto rumore.
All'epoca della guerra in Libano i pacifisti erano migliaia, un vero movimento popolare. Ma anche durante l'ultima offensiva criminale contro Gaza i manifestanti non erano soltanto centinaia. Hanno p
rotestato costantemente, in migliaia, ogni fine settimana. E la polizia li ha repressi, arrestando molti cittadini arabi. Credo che la sinistra italiana non abbia voluto vedere ciò che è successo tra quel 1982 e «Piombo fuso»: uno stato coloniale (Israele, ndr) ha mosso la guerra contro la sua popolazione indigena (i palestinesi, ndr). Eccetto che nell'82, nessuna guerra o «operazione» - 1996, 2006, 2008 etc. - ha visto una massa di israeliani opporsi al loro esercito. Ma della minoranza che l'ha fatto i media occidentali non parlano, per non rovinare il quadro d'insieme.
Come pensa che sia percepito oggi Israele all'estero?
Ancora in maniera troppo positiva. E la si
nistra italiana rappresenta una manifestazione del processo di neocolonialismo europeo che si esprime con l'odio verso gl'immigrati e i musulmani in Europa e l'appoggio a Israele all'estero. Si tratta di ciò che ho sostenuto nel mio «Il nuovo filosemitismo europeo e il campo della pace in Israele» ma sfortunatamente il manifesto non ha recensito quest'opera in cui mostro quanto è profondo questo neocolonialismo europeo.
I massacri di un anno fa hanno cambiato il rapporto tra ebrei israeliani ed ebrei della diaspora?
Ho poche informazioni sugli ebrei della diaspora, ma
so che il popolo ebraico non è mai stato coinvolto in azioni tanto crudeli e criminali come quelle derivate dal suo sostegno allo Stato d'Israele.
Sente dei legami con le nuove generazioni di dissidenti rappresentate da gruppi come Anarchici contro il muro o New profile?
Entrambe queste organizzazioni, che sono molto d
iverse l'una dall'altra, rappresentano un esempio delle speranze che gente come me ripone: per tutte e due il sionismo non è più importante ed in entrambe è molto forte il ruolo delle femministe.
Dove sta andando Israele? Vede un futuro di riconciliazione tra lo Stato, i suoi arabi, i palestinesi e gli arabi dei paesi vicini?
La direzione verso la quale marcia è spaventosa. Il razzismo legalizzato non rappresenta una novità in Israele, ma non era mai stato così profondo. Non stiamo andando da nessuna parte.

venerdì 25 dicembre 2009



NO ANT AT PASAI IN SARDINIA!!

In un decreto i criteri per la scelta dei siti

C. L.
ilmanifesto.it
I soldi a disposizione dei comuni sono di meno di quelli ipotizzati nei giorni scorsi e bisognerà vedere quanto la capacità di persuasione del governo farà effetto sugli enti locali e sulle popolazioni interessate. Ma intanto l'esecutivo ha fatto un altro passo in avanti nel suo progetto di far tornare l'Italia al nucleare, mettendo nero su bianco in uno schema di decreto legislativo approvato ieri dal consiglio dei ministri i criteri di localizzazione e di compensazioni per i siti dove dovrebbero sorgere le future centrali nucleari. «Con questo provvedimento - ha detto il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola - abbiamo fissato i criteri per la localizzazione dei siti dando come obiettivo prioritario non soltanto ala loro sicurezza, ma anche le esigenze di tutela dell salute della popolazione e di protezione dell'ambiente». Parole che non convincono però né gli ambientalisti né i sindaci. Come quello di Montalto di Castro per nulla attratto dai contributi promessi. «Se li tenessero, io non li voglio - ha detto ieri sera Salvatore Carai -. Non esiste nessun posto al mondo dove mettere una centrale nucleare».
Il compito di ricercare i
l posto giusto per i ritorno all'atomo spetterà nei prossimi mesi all'Agenzia per la sicurezza nucleare, a cui spetterà il compito di ricercare i nuovi siti per le centrali. Anche se nelle scorse settimane si è parlato dell'esistenza di una lista con cinque nomi (Montalto di Castro, Caorso, Trino vercellese, Rovigo e Termoli) il governo terrà nascosto l'esito della ricerca fino alla fine di marzo, fino a quando cioè la tornata i elezioni regionali non sarà stata archiviata. Nel frattempo i tecnici - che comunque hanno già eseguito dei sopralluoghi metteranno a punto le scelte fatte.
I parametri sui quali lavorare riguardano le caratteristiche ambientali e tecniche dei territori individuati. Criteri che riguardano al p
opolazione e fattori socio-economici. la qualità dell'aria, le risorse idriche, i fattori climatici, il suolo e la geologia, il valore paesaggistico dell'area insieme a quello architettornico e alla viabilità. Dal punto di vista tecnico, invece, l'attenzione degli esperti ricadrà soprattutto i possibili rischi sismici , la distanza dalle aree abitate, la geotecnica e la vicinanza con mari e fiumi, necessari per il raffreddamento dei reattori. ma anche la qualità delle rete elettrica e i potenziali rischi derivanti dall'attività umane presenti sul territorio.
Una capitolo a parte sono gli incentivi previsti per i comuni che accetteranno di ospitare un centrale nucleare sul propri territorio. Per tutta la durata di costruzione dell'impianto sono previsti 3000 euro per ogni Mw prodotto,cifra che verrà sostituita con 0,40 euro a Mwh da corrispondere a imprese e cittadini. I benefici sono attribuiti per il 10% alle province in cui è ubicato l'impianto, per il 55% ai Comuni e per il 35% i comuni limitrofi fino a un distanza massima di 20 chilometri dalla centrale.
La parola adesso passa alle regioni, con le quali il governo dovrà incontrarsi per decidere i passi futuri. E' chiaro, però, che il decreto verrà accolto con freddezza. perfino il ministro alla Politiche Luca Zaia, candidato per la Lega alla poltrona di governatore del Veneto, sceglie di prendere le distanze dal governo. «Non conosco il dossier anche perché è di competenza di Giancarlo Galan - ha spiegato ieri sera - nel caso in cui dovessi occuparmene lo valuterò, ma ad ogni modo rispetterò al volontà della cittadinanza».
Bocciatura senza appello invece, da parte di opposizione e ambientalisti.Per il portavoce dei verdi Angelo Bonelli «il ritorno al nucleare costerà almeno 1.000 euro a famiglia italiana», mentre Legambiente si chiede da diove arriveranno i soldi necessari alla costruzione delle centrali e per gli incentivi ai comuni. «Il governo finalmente scopre le carte - spiega una nota dell'associazione - e svela la maxi-stangata del ritorno dell'atomo in Italia: a pagare sarà come sempre Pantalone con buona pace dell'alleggerimento delle bollette». E L'Idv annuncia di aver già presentato i quesiti per un nuovo referendnum contro il nucleare».




lunedì 21 dicembre 2009

ilribelle.com/

Tre parole chiave. Più un altro aspetto da considerare.

Inflazione. Forte pressione fiscale. Cessazione dei pagamenti.

Fenomeni da non aspettarsi tutti e tre insieme. Ma uno dei tre, di sicuro, i governi più indebitati dovranno metterlo in pratica. E i cittadini dovranno subirlo.

Quando? Tra non molto. Nel 2010, per la precisione.

Il discorso è semplice: è stata stampata troppa moneta priva di valore, ovvero carta straccia, a fronte di indebitamento pubblico. Dal che se ne deduce che tale moneta deve - deve - essere drenata. Con aumento dell'inflazione e con aumento delle tasse. Oppure ci sarà default degli stati.

A suffragio di ciò - infatti... - l'altro fenomeno che va "letto" è il seguente: l'oro arriva alle stelle.

Quando è che si compra oro? Quando non ci si fida più della moneta corrente. Ovvero quando c'è il sospetto che la moneta corrente non valga più molto. Per esempio quando la si "stampa" senza ritegno e copertura...

Quando le Banche Centrali stampano moneta a rotta di collo, molto semplicemente, quel denaro perde valore. Come stanno facendo soprattutto con i dollari. Se a questo aggiungiamo che il dollaro è (per ora) la valuta di riserva internazionale, che il petrolio, bene sul quale si basa praticamente tutto il mondo è (per ora) venduto in dollari, che il rallentamento della economia americana spinge (per ora) verso la deflazione, ecco spiegato perché - per ora - non è scoppiata l'iperinflazione.

Per ora, appunto. Ma gli altri stati stanno correndo ai ripari. E stanno comprando oro.

Appunto.

Altro che crisi finita...

Nella medesima pagina dell'edizione on-line de La Repubblica del 3 novembre, campeggiano due notizie che è necessario mettere in relazione (naturalmente affogate tra le notizie sui compensi ai trans, la vacanza a tre stelle nell'Hotel Galactic e quella sul maltempo al Sud). La prima si riferisce alla stima della Unione Europea in merito allo stato della crisi e al probabile andamento del Pil italiano per i prossimi anni. La seconda a un presunto rilancio della Borsa e a un nuovo pericolo "bolla" per Wall Street.

Andiamo con ordine. Rapidamente. Dunque, il commissario agli Affari Economici e Monetari a Bruxelles, ovvero Almunia, dichiara che la Ue sta "uscendo dalla recessione", anzi, prosegue "è partita la ripresa". Le previsioni per l'Italia sono al rialzo, e in particolare, sempre secondo previsioni, nel 2009 il nostro paese si attesterà su -4.7% ma già nel 2010 si prevede un +0,7% e addirittura nel 2011 un +1,4%. Ultima considerazione, sempre per mezzo di Almunia, il fatto che a gravare sul nostro paese è il forte indebitamento pubblico: se nel 2008 era del 105,8%, nel 2009 saliremo al 114.7% e addirittura al 117.8% nel 2011. Con un debito di questo tipo, conclude, "l'Italia non può finanziare investimenti in formazione e in infrastrutture". Resta, sopra a tutto, l'incognita (incognita?) disoccupazione, che in Europa nel 2010 dovrebbe essere del 10.7% e nel 2011 del 10.9%.

Dall'altro lato, e siamo alla seconda notizia, i banchieri di Wall Street hanno iniziato nuovamente a spartirsi maxi bonus (naturalmente con il denaro pubblico, ovvero dei cittadini, elargito loro dai governi, N.d.R.). Per dirne una: Goldman Sachs a fine anno farà un piccolo regalo ai propri circa 30 mila dipendenti, qualcosa meno,in media, di 800 mila dollari a testa.

Ufficialmente i mercati - tutti: borse, petrolio, oro, materie prime, valute - stanno andando molto forte. Allo stesso tempo, però, l'economia reale è in difficoltà: la disoccupazione cresce, le famiglie tirano la cinghia, le imprese tagliano o chiudono. I conti, come si vede, non tornano.

A meno che - ed ecco il punto - non si incrociano altri due dati. Primo: le famose regole invocate per regolamentare i mercati del dopo crac non sono arrivate (mentre i denari pubblici per salvare le banche invece sì). Secondo: la "finanza" creativa ha di nuovo preso vigore.

Con una creatività ulteriore, seduta sulla nuova bolla. Eccola: mentre prima la finanza creava e scommetteva su bolle accessorie, come i subprime, i derivati, la casa, il credito, il petrolio, adesso tutto si basa sulla ultima bolla possibile.

Ovvero, sull'"Ultima Bolla" della quale parlammo mesi addietro proprio su La Voce del Ribelle: quella del debito pubblico, del denaro immesso in circolazione.

Attenzione: capire cosa sta succedendo, se ci tappiamo le orecchie e ragioniamo solo un minuto, è di una semplicità disarmante. Cosa è che sta gonfiando i mercati oltre misura? L'enorme massa di liquidità pompata nelle banche. Ovvero, carta stampata (come Totò e Peppino de Filippo nel celebre La Banda degli Onesti) e immessa nelle casse senza alcuna copertura correlata. In sostanza: fogli di carta igienica con sopra scritto 100 Dollari, o 100 Euro, stampati dalle Banche Centrali e immessi nelle casse di Banche e Finanziarie.

In più c'è la (ovvia, visti i prodromi) discesa del valore del Dollaro (cosa può valere una moneta stampata senza alcun controvalore?). Fenomeno che si incrocia pericolosamente con la politica "tipografica" della Fed, la Banca Centrale americana. Oggi le banche si indebitano (in Dollari) a tasso zero per investire nei mercati internazionali, e grazie alla svalutazione contemporanea della moneta americana, godono di tassi negativi del 10-20 per cento (visto che poi dovranno restituire Dollari che varranno sempre meno).

Ma c'è un grosso "ma". Prima o poi, la Fed dovrà stringere i cordoni di liquidità (e dunque alzare i tassi di interesse per "rientrare" della moneta in circolazione) e allo stesso tempo il Dollaro non potrà scendere all'infinito (a meno di una molto probabile caduta totale, e dunque eliminazione complessiva del problema, ma questo è un altro discorso).

A questo punto, le Banche dovranno liquidare rapidamente i propri investimenti fatti.

E sarà uno scoppio tanto forte che, in confronto, quello che abbiamo avuto nel corso dell'ultimo anno sarà solo ricordato come un petardo. Il motivo è evidente: a scoppiare sarà l'ultima e la più grande bolla possibile, ovvero quella sulla moneta.

Ora torniamo su qualche riga e rileggiamo quanto ha dichiarato Almunia....

sabato 19 dicembre 2009

DI ANDREW GAVIN MARSHALL
Mondialisation.ca

La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza e l'indebitamento è la ripresa.

È importante ricordarci che le esclamazioni onnipresenti e ostinate di «una fine» di recessione, di «una soluzione alle crisi» e di «una ripresa» dell'economia, vengono proprio da quelle stesse persone e istituzioni che negli ultimi anni ci dissero che non c'era «nessuna ragione di preoccuparsi», che le «basi dell'economia continua(va)no a resistere», che non c'era «nessun rischio» di crisi economica.

Perchè continuiamo a credere a persone che si sono sempre sbagliate, nelle loro affermazioni e nelle loro scelte? A chi dovremmo credere e a chi rivolgerci per avere informazioni e analisi più giuste? Una fonte utile sarebbe forse quella che si trova all'epicentro della crisi, nel cuore del mondo oscuro delle banche centrali, il regolatore del sistema bancario mondiale e la «più prestigiosa istituzione finanziaria al mondo», che, fino ad oggi, ha previsto la crisi con esattezza: la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). Ecco un buon punto di partenza.


La crisi economica è tutto fuorchè finita e le «soluzioni» apportate sono paragonabili a un cerotto su un braccio amputato. La BRI, la banca centrale delle banche centrali, ci ha messi in guardia rispetto a questo tipo di speranze fuori luogo e continua a farlo.

Cos'è la banca dei Regolamenti Internazionali?

La BRI è stata creata dal Comitato Young, creato nel 1929 per regolare il pagamento delle riparazioni tedesche, esposte brevemente nel Trattato di Versailles del 1919. Il comitato era diretto da Owen D.Young, presidente e direttore generale di General Electric, coautore del piano Dawes del 1924, membro del Cnsigilio d'Amministrazione della Fondazione Rockefeller e vice-presidente della Federal Reserve Bank di New York. Come principale delegato statunitense alla conferenza sulle riparazioni tedesche, era accompagnato da J.P.Morgan, Jr. [1]. Qui nasce il piano Young per il pagamento delle riparazioni tedesche.

Questo piano entra in vigore nel 1930, dopo il crac finanziario. Una parte del piano implicava la creazione di un'organizzazione internazionale di regolamento, fondata nel 1930 e conosciuta con il nome di Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). Si diceva essere stata concepita per facilitare e coordinare i pagamenti delle riparazioni tedesche di Weimar ai poteri alleati. Tuttavia, la sua seconda funzione, più segreta e molto più importante, era di agire come «coordinatore delle operazioni delle banche centrali nel mondo». Definita come «una banca per le banche centrali», la BRI «è un'istituzione privata con degli azionisti, ma fa delle operazioni per le agenzie pubbliche. Queste operazioni sono strettamente confidenziali, quindi in generale il pubblico ignora la maggior parte delle operazioni della BRI» [2]

La BRI è stata fondata dalle «banche centrali di Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Giappone e Regno Unito, e dalle tre principali banche commerciali degli Stati Uniti: J.P. Morgan & Company, First National Bank of New York e First National Bank of Chicago. Ogni banca centrale ha sottoscritto 16000 azioni e le tre banche statunitensi hanno anch'esse sottoscritto lo stesso numero di azioni». Nonostante ciò, «solo le banche centrali hanno diritto di voto [3]».

I membri delle banche centrali fanno incontri bimensili alla BRI, nei quali discutono di diverse questioni. È importante notare che la maggior parte «delle transazioni effettuate dalla BRI per conto delle banche centrali esigono la massima segretezza [4]», ecco perchè probabilmente la maggior parte delle persone non ne hanno mai sentito parlare. La BRI ppuò offrire alle banche centrali «una confidenzialità e una segretezza bancaria superiore a una banca quotata tripla A [5]».

La BRI è stata instaurata «per rimediare al declino di Londra come centro finanziario mondiale, offrendo un meccanismo per cui un mondo dotato di tre principali centri finanziari a Londra, New York e Parigi, potrebbe sempre funzionare come se ce ne fosse uno solo [6]». Come spiegava Carroll Quigley:

I poteri del capitalismoo finanziario avevano un altro obiettivo dalla notevole portata, niente meno che la creazione di un sistema mondiale di controllo finanziario nelle mani dei privati, capace di dominare il sistema politico di ogni paese e l'economia del mondo intero. Questo sistema doveva essere controllato in modo congiunto e con una forma feudale dalle banche centrali del mondo, con degli accordi segreti conclusi durante le frequenti conferenze e riunioni private. In cima al sistema, doveva trovarsi la Banca dei Regolamenti Internazioni a Basilea, in Svizzera, una banca privata, detenuta e controllata dalle banche centrali mondiali, anch'esse delle società private [7].


Non ci sono dubbi che la BRI sia la più importante, potente e segreta delle istituzioni finanziarie al mondo. I suoi avvertimenti non dovrebbero essere presi alla leggera, visto che, più che ogni altra istituzione al mondo, sarebbe a conoscenza di tali informazioni.

Nel settembre 2009, la BRI riportava che «il mercato mondiale dei prodotti derivati aveva fatto un salto enorme raggiungendo i 426 miliardi di dollari nel secondo trimestre, quando il gusto del rischio è riapparso, ma il sistema rimane instabile e soggetto alle crisi». Il rapporto trimestrale della BRI indica che i prodotti derivati hanno subito una crescita del 16% «soprattutto per via di una crescita dei contratti a termine (futures) e delle opzioni sui tassi d'interesse a tre mesi». L'economista capo della BRI ha avvertito che il mercato dei derivati pone «dei rischi sistemici maggiori» nel settore finanziario internazionale e che «il pericolo è che le autorità di regolamentazione non riescano, una volta ancora, a vedere che le grandi istituzioni hanno preso molti più rischi di quanto non potessero in condizioni di choc». L'economista ha inoltre aggiunto: «L'uso di derivati da parte degli hedge funds e di altri investimenti di questo tipo, può portare alla luce importanti rischi nascosti [8]».

All'indomani della pubblicazione del rapporto della BRI, il suo vecchio economista capo, William White, ha messo in guardia in questo modo: «Il mondo non ha affrontato i problemi che si trovano al centro del declino economico ed è possibile che lentamente entri di nuovo in recessione». Ha inoltre avvertito che «le azioni dei governi destinate ad aituare l'economia sul breve periodo, potrebbero in realtà gettare le basi delle crisi a venire». White avrebbe inoltre messo in guardia riguardo a una recessione a W: «Ci stiamo dirigendo verso una recessione a W? È quasi certo. Stiamo andando verso una L? Non ne sarei poi così sorpreso. La sola cosa che potrebbe sorprendermi davvero sarebbe una ripresa durevole che venga dalla posizione in cui ci troviamo».

Un articolo del Financial Times spiegava che i commenti di White dovevano essere presi in considerazione, perchè oltre ad aver diretto il dipartimento economico della BRI dal 1995 al 2008, aveva «più e più volte avvertito dei pericolosi squilibri congiunturali nel sistema finanziario mondiale, avvertimenti che risalgono al 2003, e – rompendo un gran tabù dell'epoca nelle cerchie delle banche centrali – ha osato contestare la continua perenne politica di denaro a buon mercato di Alan Greenspan, all'epoca presidente della FED».

Il Financial Times continua:

Ovunque, nel mondo, le banche hanno immesso migliaia di miliardi di dollari di nuovo denaro nel sistema finanziario negli ultimi due anni, come sforzo per prevenire la depressione. Nel frattempo, i governi sono andati verso estremi simili, collezionando grandi debiti per sostenere le industrie, dalle banche ai costruttori automobilistici.


White ha avvertito che «è possibile che queste misure stiano già riempiendo una bolla nei prezzi degli attivi, andando dalle azioni alle merci e [che] esiste un rischio minore che l'inflazione diventi incontrollabile a medio termine». In un discorso tenuto a Hong Kong, William White spiegava che «i problemi basilari dell'economia mondiale, come i disequilibri commerciali insostenibili tra Stati Uniti, Europa e Asia, non sono stati risolti» [9].

Il 20 settembre 2009, il Financial Times rivelava che durante una riunione del G20, la BRI «a capo dell'organismo che sorveglia la regolamentazione bancaria mondiale, ha dato un avvertimento importante, dicendo che il mondo non può permettersi di supporre in modo 'compiacente' che il settore finanziario si sia davvero ripreso» e che «Jaime Caruana, direttore generale della BRI e ex governatore della Banca Centrale di Spagna, ha affermato che la ripresa finanziaria non deve essere mal interpretata [10]».

Questi avvertimenti seguono quelli della BRI lanciati nell'estate 2009 riguardo alle speranze inopportune di fronte alle misure di stimolazione economica prese dai diversi governi nel mondo. Alla fine di giugno, la BRI ha avvertito che «le misure di stimolazione budgetarie non possono dare niente di più che un rilancio temporaneo della crescita, seguita da una lungo periodo di stagnazione».

Un articolo dell'Australian rivela: «Il solo organismo internazionale ad avere anticipato la crisi finanziaria [...] ha previsto che il più grande rischio era che gli investitori delle obbligazioni sul mercato mondiale (world bond investors) forzassero i governi ad abbandonare le misure di stimolazione economica e a ridurre invece radicalmente le spese pur alzando le imposte e i tassi di interesse, dopo che il rapporto mondiale della BRI ha, negli ultimi tre anni, messo in guardia dei pericoli di una nuova depressione». Inoltre, «il suo ultimo rapporto annuale ha avvertito che paesi come l'Australia si trovavano di fronte a una possibile forte richiesta di valuta, cosa che provocherebbe un innalzamento degli interessi».

La BRI ha inoltre avvisato che «una tregua temporanea potrebbe intralciare le autorità a prendere iniziative destinate a rimettere in piedi il sistema finanziario, se sono impopolari, e infine prolungare il periodo di crescita lenta».

Del resto, «nello stesso tempo, le garanzie dei governi e gli asset insurance hanno esposto i contribuenti a delle perdite potenziali enormi». Spiegando come le misure fiscali creino dei rischi significativi, la BRI continua: «La possibilità che i responsabili della fiscalità esauriscano la loro capacità di prendere in prestito prima di finire le costose riparazioni del sistema finanziario, costituisce un pericolo [...] È ben probabile che i piani di stimolazione aumentino i tassi di interesse reali e le previsioni di inflazione. Quest'ultima allora si intensificherebbe mentre il declino si attenuerebbe e [a BRI] ha espresso dei dubbi sul piano di salvataggio bancario adottato negli Stati Uniti [11]».

La BRI ha inoltre messo in guardia contro l'inflazione, affermando che «La grande e giustificabile paura è che la drammatica facilità della politica monetaria negli aggregati monetari e di credito cresca, prima che questa situazione venga rovesciata. Questo porterà a un'inflazione che nutre le prospettive di inflazione o potrebbe alimentare ancora un'altra bolla speculativa, gettando le fondamenta del prossimo ciclo finanziario di bolla-crollo [12]». Secondo il più recente rapporto sulla creazione della bolla dei derivati, è ormai evidente cosa è successo: è stata creata un'altra bolla speculativa. Il problema delle bolle, è che scoppiano.

Da parte sua, il Financial Times riportava che William White, ex economista capo della BRI aveva anche fatto sapere che «dopo due anni di sostegno dei governi al sistema finanziario, abbiamo ormai un gruppo di banche ancora più grandi e pericolose che mai; questo è stato sottolineato anche da Simon Johnson, ex economista capo dell'FMI, quando ha affermato che l'industria della finanza si è in effetti appropriata del governo degli Stati Uniti». Ha chiaramente detto: «La ripresa fallirà, a meno che non rompiamo l'oligarchia finanziaria che impedisce la realizzazione di una riforma essenziale [13]».

All'inizio del settembre 2009 i responsabili delle banche centrali si sono incontrati alla BRI e, secondo la stampa, «si son messi d'accordo su un insieme di misure mirate a rafforzare la normativa e la supervisione dell'industria bancaria, sulla scia della crisi finanziaria». Il capo della BCE avrebbe detto: «Gli accordi a cui siamo arrivati oggi tra i 27 grandi paesi del mondo sono essenziali, perchè stabiliscono nuovi standard per la regolamentazione e la supervisione bancaria a livello mondiale [14]».

Tra le misure stabilite, «i prestatari dovrebbero alzare la qualità del loro capitale incluedendo un maggior numero di titoli e allo stesso modo, le banche dovranno aumentare la quantità e la qualità degli attivi che hanno in riserva e frenare il leverage». Una delle decisioni chiave prese alla conferenza di Basilea (il cui nome viene dal Comitato di Basilea sul controllo bancario, ed è stato costituito dalla BRI), è che «le banche dovranno aumentare la qualità del loro cosiddetto Tier1 Capital, che misura la capacità di una banca di assorbire le perdite improvvise». Questo vuol dire che «la maggior parte di questo genere di riserve dovrebbero essere delle azioni ordinarie e dei benefici non ripartiti, e gli averi sarebbero completamente resi pubblici [15]».

A metà settembre, la BRI ha ammesso che «le banche centrali devono coordinare la supervisione mondiale delle camere di compensazione dei prodotti derivati per limitare il rischio sistemico». In altre parole «I responsabili della regolamentazione fanno pressioni affinchè una gran parte del commercio dei derivati fuori dalla borsa di 592 miliardi di dollari sia trasferito alle camere di compensazione, che agiscono a titolo di compratore per ogni venditore e di venditore per ogni compratore, riducendo così i rischi di credito per il sistema finanziario». Il rapporto pubblicato dalla BRI poneva la domanda seguente: «Le camere di compensazione dovrebbero avere accesso alle facilities di credito delle banche centrali e se sì, in quale momento? [16]»

Crisi in vista

Il mercato dei derivati rappresenta una grave minaccia per la stabilità dell'economia mondiale. Tuttavia, si tratta di una minaccia come tante altre, tutte legate e intrecciate, l'una scatenando l'altra. Il grosso elefante nella stanza è la grande bolla finanziaria creata dai piani di salvataggio e dalle misure di “rilancio” in tutto il mondo. Questo denaro è stato usato dalle grandi banche per consolidare l'economia, comprando banche meno grandi e assorbendo l'economia reale: l'industria dell'alto rendimento. Il denaro è stato anche usato nella speculazione, alimentando la bolla dei derivati e portando a un innalzamento delle borse, evento completamente illusorio e inventato. In realtà i piani di salvataggio hanno innalzato la bolla dei derivati a livelli rischiosi, e gonfiato i mercati della Borsa che son diventati così incontrollabili.

Nonostante ciò, un temibile rischio sorge dal costo dei piani di salvataggio e delle cosiddette misure di “stimolazione”. La crisi economica è una conseguenza dei bassi tassi di interesse e del denaro facile: si facevano dei prestiti ad alto rischio, il denaro era investito ovunque e in qualsiasi cosa, il mercato dell'abitazione si è gonfiato, così come quello dell'immobiliario commerciale, il commercio dei derivati si è impallato, raggiungendo le centinaia di miliardi di dollari all'anno, la speculazione si è fatta invadente e dominava il sistema finanziario mondiale. Gli hedge funds erano i facilitatori volontari del commercio dei derivati e le grandi banche erano i principali partecipanti e detentori.

Nello stesso tempo, i governi spendevano senza contare, in particolare negli Stati Uniti, pagando diversi miliardi di dollari per guerre e budgets di difesa e stampando il denaro dal nulla, cortesia del sistema mondiale di banche centrali. In compenso, tutto il denaro creato ha portato un debito. Nel 2007 il debito totale (debiti interni e di consumazione, e prestiti commerciali) degli Stati Uniti raggiungeva la somma sconcertante di 51 miliardi di dollari [17].

E come se il fardello del debito non fosse sufficiente, considerando che sarebbe stato impossibile rimborsarlo, negli ultimi due anni abbiamo assistito all'aumento del debito più rapido e costoso della storia, sotto forma di misure di rilancio e di piani di salvataggio in tutto il mondo. Nel luglio 2009, ci veniva detto che «ai contribuenti si sarebbero potuti chiedere 23,7 miliardi di dollari per sostenere l'economia e risollevare le società di finanziamento, ha osservato Neil Barofsky, ispettore generale speciale del Troubled Asset Relief Program [piano di salvataggio degli attivi a rischio] del Tesoro [18]».

Il piano Bilderberg in azione?

Nel maggio 2009 ho scritto un articolo sulla riunione del Bilderberg, riunione ultrasegreta delle principali §˜ites dell'Europa e del Nordamerica che si incontrano annualmente a porte chiuse. Il gruppo Bilderberg agisce come gruppo di riflessione internazionale informale e non pubblica nessuna informazione: i reportages sulle riunioni vengono dunque da fughe di notizie e le fonti non possono essere verificate. Tuttavia, le informazioni fornite dagli inseguitori del Bilderberg e giornalisti Daniel Estulin e Jim Tucker si sono rivelate sorprendentemente giuste in passato.

A maggio, le informazioni scappate dalle riunioni riguardavano senza sorpresa il principale soggetto di conversazione: la crisi economica. La domanda chiave era di sapere se ci si dovesse impegnare in «una depressione prolungata e dolorosa che condannasse il mondo a dei decenni di stagnazione, declino e povertà [...] o in una depressione più corta ma intensa che aprisse la strada a un nuovo ordine economico mondiale, che offrisse una minor sovranità, ma che fosse più efficiente».

È importante notare che uno dei punti importanti all'ordine del giorno era di «continuare a ingannare milioni di risparmiatori e investitori che credevano al clamore sulla pretesa ripresa economica. Stanno per affrontare perdite massicce e gravi difficoltà economiche nei mesi a venire».

Estulin ha parlato di un rapporto trapelato e che egli affermava aver ricevuto dopo la riunione, che mostrava i grandi disaccordi tra i partecipanti, dato che «I partigiani della linea dura sono favorevoli a un declino drammatico e a un'espressione corta e severa, ma altri pensano che le cose sono andate troppo lontane e che le conseguenze del cataclisma economico mondiale non possono essere calcolate con esatezza». Nonostante ciò, la visione comune era che la recessione sarebbe andata peggiorando e che la ripresa sarebbe stata «relativemente lente e lunga» e che si dovevano cercare questi termini nella stampa durante le settimane e i mesi a venire. In effetti, questi termini sono apparsi ad infinitum su tutti i media mondiali.

Il giornalista rivelava inoltre che «di fronte allo spettro della loro morte finanziaria, alcuni eminenti banchieri europei sono estremamente preoccupati e qualificavano questa acrobazia come 'insostenibile', e affermavano che i deficit di budget e commerciale avrebbero potuto generare il crollo del dollaro». Un membro di Bilderberg ha ammesso che «le banche stesse non sanno quando [si toccherà il fondo]». Tutti sembravano essere d'accordo sul fatto che «il nuovo capitale di cui le banche statunitensi han bisogno potrebbe essere considerevolmente più elevato di ciò che il governo statunitense ha suggerito al momento dei suoi recenti test di pressione». Inoltre, «qualcuno dell'FMI ha sottolineato che il suo studio personale sulle recessioni storiche suggerisce che gli Stati Uniti sono solo al terzo di questa. Di conseguenza, le economie che si aspettano di ristabilirsi grazie alla rinascita della domanda proveniente dagli Stati Uniti dovranno aspettare a lungo». Uno dei partecipanti ha dichiarato che «Le perdite in capitali propri nel 2008 erano peggiori di quelle del 1929 [e che], la prossima fase del declino economico sarà ugualmente peggiore che negli anni '30, soprattutto perchè gli Stati Uniti si portano addosso un debito eccessivo di circa 20 miliardi di dollari. L'idea di un boom [economico] sano sarà solo un miraggio finchè questo debito non sarà eliminato [19]».

La percezione generale di una ripresa dell'economia vorrebbe dire che il piano Bilderberg è in azione? Bene, per rispondere in modo chiaro a questa domanda, dobbiamo esaminare chi erano i principali partecipanti alla conferenza.

I dirigenti delle banche centrali

Come al solito, numerosi dirigenti delle banche centrali erano presenti. Tra questi, il governatore della Banca nazionale di Grecia, quello della Banca d'Italia, il presidente della Banca europea degli investimenti, l'ex presidente della Banca mondiale, James Wolfensohn, Nout Wellink presidente della Banca centrale dei Paesi Bassi e membro della direzione della BRI, Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea, il governatore aggiunto della Banca nazionale del Belgio e un membro del Consiglio degli amministratori della Banca centrale d'Austria.

Ministri dell'Economia e media

Anche i Ministri dell'Economia e i funzionari di numerosi paesi hanno assistito alla riunione. La Finlandia, la Francia, la Gran Bretagna, l'Italia, la Grecia, il Portogallo e la Spagna avevano tutti un rappresentante dell'Economia. C'erano anche molti rappresentanti delle grandi imprese mediatiche mondiali, tra cui l'editore del Der Standard d’Austria; Il presidente e direttore generale della Washington Post Company; il redattore capo del The Economist; l'editore delegato del Die Zeit tedesco; il coredattore e cronista del Nouvel Observateur francese; e il corrispondente per gli affari e cronista economico del The Economist. Ecco alcune delle grandi pubblicazioni finanziarie mondiali presenti a questa riunione. Naturalmente, hanno una grande influenza sulla percezione che il pubblico ha dell'economia.

I banchieri

È importante sottolineare anche la presenza a quest'incontro di banchieri privati, dato che sono le grandi banche internazionali che detengono le azioni delle banche centrali mondiali, le quali detengono, a loro volta, le azioni della BRI. Tra le banche e le società di finanziamento rappresentate, c'erano la Deutsche Bank AG, ING, Lazard Freres & Co., Morgan Stanley International, Goldman Sachs e la Royal Bank of Scotland. Inoltre, è importante sottolineare la presenza di David Rockefeller [20], ex presidente e direttore generale della Chase Manhattan (oggi J.P. Morgan Chase), che potremmo definire come l'attuale «re del capitalismo».

L’amministrazione Obama

L'incontro del Bilderberg accoglieva inoltre numerosi rappresentanti dell'amministrazione Obama incaricati di risolvere la crisi economica, tra cui Timothy Geithner, segretario al Tesoro ed ex presidente della Federal Reserve Bank of New York; Lawrence Summers, direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, ex segretario al Tesoro del governo Clinton, ex presidente dell'Università di Harvard ed ex economista capo della Banca mondiale; Paul Volcker, ex governatore della FED e capo del Comitato consultivo di rilancio economico del presidente Obama e Robert Zoellick, ex presidente di Goldman Sachs e attuale presidente della Banca Mondiale [21].

Senza che questo abbia conferme, si parla della presenza del presidente della Fed Ben Bernanke. Tuttavia, se possiamo fidarci della storia e delle precedenti riunioni del Bilderberg, il presidente della Fed e quello della Federal Reserve Bank of New York sono sempre presenti. Sarebbe quindi una sorpresa che non fossero presenti all'incontro del 2009. Ho contattato la Fed di New York per chiedere se il presidente aveva assistito alle riunioni di organismi o gruppi qualsiasi in Grecia durante l'incontro dei membri del Bilderberg e mi hanno risposto di chiedere alle organizzazioni una lista dei partecipanti. Se non ne hanno confermato la presenza, non l'hanno neanche negata.

È evidente che tutti questi giocatori chiave possono esrcitare abbastanza influenza per modificare l'opinione pubblica e la percezione della crisi economica. Sono inoltre gli stessi che hanno più da guadagnarci. Nonostante ciò, poco importa l'immagine che creano, questa resta ciò che è: un'immagine. L'illusione si romperà molto presto e tutti si renderanno conto che la crisi che abbiamo vissuto fino ad ora non è altro che il capitolo introduttivo della crisi economica tale come sarà scritta nei libri di storia.

Conclusione

Gli avvertimenti della BRI e del suo vecchio economista capo, William White, non devono essere presi alla leggera. Le precedenti messe in guardia della BRI e di William White sono passate in sordina e col tempo si sono rivelate esatte. Non lasciate che la speranza di «ripresa economica» veicolata dal media metta da parte la «realtà economica». Anche se può farci deprimere riconoscerlo, è molto meglio conoscere la terra che calpestiamo, anche se costellata di pericoli, invece di ignorarla e correre imprudentemente su un campo minato. L'ignoranza non rende felici, ma è piuttosto una catastrofe a scoppio ritardato.

Un medico deve prima identificare e diagnosticare correttamente un problema prima di poter dare un qualsiasi rimedio come soluzione. Se la diagnosi non è corretta, il rimedio non avrà effetto, potrebbe anzi aggravare la situazione. L'economia mondiale è colpita da un grave cancro: alcuni l'hanno diagnosticato correttamente, eppure il rimedio che le è stato dato serviva a guarire un raffreddore. Il tumore economico è stato identificato. La domanda è: l'accettiamo e cerchiamo di eliminarlo o continuiamo a pensare che il rimedio per la tosse lo guarirà? Tra le due posizioni, quale offre le migliori possibilità di sopravvivenza? Ora cercate di accettare il motto «stupido felice».

Come diceva Gandhi, «Non vi è altro Dio che la verità»

Per una visione d'insieme delle crisi finanziarie a venire, vedere: "Entering the Greatest Depression in History: More Bubbles Waiting to Burst" Global Research, 7 agosto 2009.

Note

[1] Time, HEROES: Man-of-the-Year. Time Magazine: Jan 6, 1930: http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,738364-1,00.html

[2] James Calvin Baker, The Bank for International Settlements: evolution and evaluation. Greenwood Publishing Group, 2002: page 2

[3] James Calvin Baker, The Bank for International Settlements: evolution and evaluation. Greenwood Publishing Group, 2002: page 6

[4] James Calvin Baker, The Bank for International Settlements: evolution and evaluation. Greenwood Publishing Group, 2002: page 148

[5] James Calvin Baker, The Bank for International Settlements: evolution and evaluation. Greenwood Publishing Group, 2002: page 149

[6] Carroll Quigley, Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time (New York: Macmillan Company, 1966), 324-325

[7] Carroll Quigley, Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time (New York: Macmillan Company, 1966), 324

[8] Ambrose Evans-Pritchard, Derivatives still pose huge risk, says BIS. The Telegraph: September 13, 2009: http://www.telegraph.co.uk/finance/newsbysector/banksandfinance/6184496/Derivatives-still-pose-huge-risk-says-BIS.html

[9] Robert Cookson and Sundeep Tucker, Economist warns of double-dip recession. The Financial Times: September 14, 2009: http://www.ft.com/cms/s/0/e6dd31f0-a133-11de-a88d-00144feabdc0.html

[10] Patrick Jenkins, BIS head worried by complacency. The Financial Times: September 20, 2009: http://www.ft.com/cms/s/0/a7a04972-a60c-11de-8c92-00144feabdc0.html

[11] David Uren. Bank for International Settlements warning over stimulus benefits. The Australian: June 30, 2009:

http://www.theaustralian.news.com.au/story/0,,25710566-601,00.html

[12] Simone Meier, BIS Sees Risk Central Banks Will Raise Interest Rates Too Late. Bloomberg: June 29, 2009:

http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601068&sid=aOnSy9jXFKaY

[13] Robert Cookson and Victor Mallet, Societal soul-searching casts shadow over big banks. The Financial Times: September 18, 2009: http://www.ft.com/cms/s/0/7721033c-a3ea-11de-9fed-00144feabdc0.html

[14] AFP, Top central banks agree to tougher bank regulation: BIS. AFP: September 6, 2009: http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5h8G0ShkY-AdH3TNzKJEetGuScPiQ

[15] Simon Kennedy, Basel Group Agrees on Bank Standards to Avoid Repeat of Crisis. Bloomberg: September 7, 2009: http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=aETt8NZiLP38

[16] Abigail Moses, Central Banks Must Agree Global Clearing Supervision, BIS Says. Bloomberg: September 14, 2009: http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=a5C6ARW_tSW0

[17] FIABIC, US home prices the most vital indicator for turnaround. FIABIC Asia Pacific: January 19, 2009: http://www.fiabci-asiapacific.com/index.php?option=com_content&task=view&id=133&Itemid=41

Alexander Green, The National Debt: The Biggest Threat to Your Financial Future. Investment U: August 25, 2008: http://www.investmentu.com/IUEL/2008/August/the-national-debt.htm l

John Bellamy Foster and Fred Magdoff, Financial Implosion and Stagnation. Global Research: May 20, 2009: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=13692

[18] Dawn Kopecki and Catherine Dodge, U.S. Rescue May Reach $23.7 Trillion, Barofsky Says (Update3). Bloomberg: July 20, 2009: http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=aY0tX8UysIaM

[19] Andrew Gavin Marshall, The Bilderberg Plan for 2009: Remaking the Global Political Economy. Global Research: May 26, 2009: http://www.globalresearch.ca/index.php?aid=13738&context=va

[20] Maja Banck-Polderman, Official List of Participants for the 2009 Bilderberg Meeting. Public Intelligence: July 26, 2009: http://www.publicintelligence.net/official-list-of-participants-for-the-2009-bilderberg-meeting/

[21] Andrew Gavin Marshall, The Bilderberg Plan for 2009: Remaking the Global Political Economy. Global Research: May 26, 2009: http://www.globalresearch.ca/index.php?aid=13738&context=va

Titolo originale: "La reprise ¦—onomique est une illusion"

Fonte: http://www.mondialisation.ca
Traduzione a cura di MARINA GERENZANI

mercoledì 16 dicembre 2009

Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi
ilmanifesto.it
Rimbalza nel cuore del Nord Est la storia della «fabbrica dei veleni» di Praia a Mare. In provincia di Cosenza, giusto in riva al mare, si producevano tessuti con lavorazioni tossiche che hanno finito per decimare i lavoratori. Una vicenda che il manifesto ha cominciato a raccontare dagli anni Novanta. A ottobre l'inchiesta della procura della repubblica di Paola è giunta alle conclusioni. E adesso fioccano gli avvisi di reato ai vertici aziendali.
È così che un gruppo di top manager veneti si ritrovano alle prese con la giustizia. Sono Silvano Storer, 63 anni di Mogliano Veneto; Antonio Favrin, 71 anni di Oderzo; Jean De Jaegher, 62 anni, belga ma vicentino d'adozione. Il pm calabrese Antonella Lauri ha recapitato a tutti la notifica con capi di imputazione che vanno dall'omicidio colposo al disastro ambientale.Un unico faldone d'indagine per denunce e testimonianze raccolte nell'arco di un decennio.
La ricostruzione giudiziaria dei micidiali cicli di lavorazione nel reparto tintoria della Marlane, «fabbrica della morte» del gruppo Marzotto di Valdagno (Vicenza) ora dismessa. L'epilogo penale della gestione spregiudicata di uno stabilimento dove si sono manifestati tumori alla laringe, leucemie, carcinomi polmonari, iperplasia alla prostata, cancro ai reni, neoplasie alla mammella, patologie al fegato e all'intestino. L'ennesimo esempio di produzioni nocive alla salute di chi lavora o, più semplicemente, abita nella zona. La Procura definisce 107 casi tra morti e malattie più che sospette. E li collega alla Marlane, in attesa che sia il processo a stabilire le responsabilità.
In ogni caso la matassa è stata sbrogliata abbastanza per risalire fino a Treviso e Vicenza. Dove i tre imprenditori sono nomi eccellenti. Favrin è vicepresidente vicario di Confindustria Veneto, ma vanta un curriculum di tutto rispetto nella finanza non solo locale: ex consigliere indipendente di Safilo, deteneva un pacchetto di azioni di Valentino (attraverso la finanziaria Canova) e partecipazioni nella catena alberghiera Jolly Hotels. Storer è un nome legato ad altri marchi di Marca trevigiana: approda alla Nordica (scarponi da sci) dopo gli incarichi alla Quacker-Chiari&Forti. Nel 1984 diventa direttore generale della Stefanel, nove anni dopo siede ai vertici di Benetton Sportsystem, dove risulta in organico fino a luglio 1996. De Jaegher - nato a Verviers, capitale tessile delle Fiandre, ma residente da sempre a Vicenza - è un autorevole consigliere di Euretex (associazione europea delle industrie tessili) con un solido passato nelle stanze dei bottoni di Hugo Boss, Zucchi e Italjolly. Una carriera folgorante dai telai del lanificio di famiglia fino alla casa reale belga: nel 2003 re Alberto II lo ha nominato consigliere economico del regno. Ma De Jaegher è ben conosciuto anche nel Gotha finanziario di Wall Street, perché dal 1995 al 1998 è stato presidente della Marzotto Usa.
Nel registro degli indagati spicca anche il nome di Pietro Marzotto, erede dell'omonima dinastia tessile, insieme a Carlo Lomonaco, responsabile della tintoria dal 1973 al 1988 e attuale sindaco di Praia a Mare. Fra i 14 indagati emergono anche Lorenzo Bosetti, consigliere delegato e vice presidente della Lanerossi e Attilio Rausse di Recoaro, capo-stabilimento dal 2003 al 2004, altri due «pezzi da Novanta» del gruppo di Valdagno.Tutti hanno legato il loro destino quello della Marlane: Storer era consigliere delegato dal maggio 1997 al novembre 2001, Favrin è stato nominato amministratore delegato nell'ottobre 2001 e ha mantenuto la carica fino ad aprile 2004, mentre De Jaegher ha ricoperto il ruolo di Ad della Marzotto nel periodo che va dal 1996 al 1997.
Secondo la magistratura i dirigenti veneti non avrebbero informato i dipendenti sui rischi delle lavorazioni tessili e nemmeno fornito adeguati mezzi di protezione a centinaia di lavoratori esposti. Nella «fabbrica dei vicentini» in Calabria si produceva immersi in nubi, vapori e polveri nocive alla salute. Al reparto tintoria la tossicità era all'ordine del giorno, grazie al maneggio «a mani nude» di coloranti azoici ricchi di ammine aromatiche che provocano patologie tumorali. Nell'inchiesta spunta anche l'onnipresente amianto negli impianti frenanti dei telai utilizzati alla Marlane.
Anche i rifiuti erano velenosi, proprio come le vernici tessili, eppure sono stati interrati a due passi dalla spiaggia di Praia a Mare. Da qui l'accusa di vero e proprio disastro ambientale. Identico a tanti altri, anche nel Nord Est. Morti «bianche» - in realtà nerissime - drammaticamente simili a quelle dell'Eternit, Pvc o dell'economia che non rispetta l'ambiente né la vita.Così fra le imputazioni è stato notificato anche l'omicidio colposo. E si è reso necessario il sequestro dei terreni intorno allo stabilimento, «farciti» con tonnellate di scarti di lavorazione a base di zinco, piombo, rame, cromo esavalente, mercurio, arsenico e amianto «in misura altamente superiore alla norma». Di questo scempio ecologico dovranno rispondere i manager Marzotto.
Mentre la procura di Paola tenta di stilare la conta finale dei morti cercando di rintracciare superstiti e testimoni di una «strage» abbondantemente annunciata. Merito della caparbietà del procuratore capo Bruno Giordano: ha riempito due stanze di documenti accorpando d'ufficio tutti i procedimenti contro la «fabbrica della more».Ma anche della testardaggine di Luigi Pacchiani, ex dipendente Marlane, il primo ad abbattere il muro di omertà e a vincere la causa contro l'azienda del gruppo Marzotto. «Ero addetto alla preparazione dei tessili, a due metri dalla tintoria invasa da polveri, fumi e cattivi odori per tutta la giornata. Lavoravo otto ore al giorno, a volte dodici con gli straordinari». Nel 1993 Pacchiani è stato operato per un tumore alla vescica. Dopo due gradi di giudizio, il tribunale di Paola e l'Inail hanno riconosciuto che la malattia è stata provocata dai componenti chimici che respirava in fabbrica, disponendo un risarcimento di 200 mila euro.
Negli archivi, ma del Giornale di Vicenza, risulta anche la lettera aperta spedita al quotidiano degli industriali berici da Giorgio Langella, portavoce del Coordinamento provinciale Pdci-Rc, il 25 ottobre scorso. Il giorno dopo la manifestazione contro le «navi dei veleni» ad Amantea aveva scritto al direttore Guilio Antonacci chiedendo di porre fine al «silenzio assordante» sui morti della Marlane. «Vorremmo che la stampa locale informasse, non tacesse. E invece tra le pagine dei nostri giornali non si trova nulla. Forse perché è meglio non dire, non sapere, celare oppure tacere. Forse è meglio non coinvolgere l'industria vicentina. Forse Marzotto è troppo potente. E forse i lavoratori assassinati dalla brama di profitto a tutti i costi sono soltanto un "fastidio" che è meglio nascondere».
Ora resta da completare il nesso giudiziario tra la presenza in fabbrica e le malattie contratte dai dipendenti. Quadro difficile da ricostruire, perché non tutti hanno denunciato e sul procedimento aleggia la scure della prescrizione «breve» prevista dalla legge Cirielli che impone di giudicare solo gli operai ammalatisi dopo il 2002.
E così, mentre a Vicenza chiedono al monopolista dell'informazione locale di pubblicare le notizie sui «baroni» del tessile, a Praia a Mare si cimentano con un'impresa altrettanto ardita: convincere il Comune cosentino a costituirsi parte civile nel processo alla Marlane.

domenica 13 dicembre 2009

Paolo Gerbaudo
ilmanifesto.it
COPENHAGEN
Più di centomila, tra ecologisti e no global, invadono la capitale danese per chiedere alla Conferenza internazionale sul clima impegni precisi e urgenti contro le emissioni inquinanti. Centinaia di arresti in una città blindata e pugno duro della polizia. Cortei in tutto il mondo
Pugno duro della polizia con centinaia di arrestati alla prima protesta co
ntro la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Centinaia di persone, 400 o 700 in base a informazioni fornite da polizia e organizzatori della protesta sono stati circondate, ammanettate e caricate su furgoni e pullman dalle forze dell'ordine danesi, che hanno approfittato di alcune scaramucce con la parte più militante della manifestazione per isolare la coda del corteo in cui si trovava il «blocco nero». La polizia ha utilizzato in modo massiccio, il diritto all'arresto preventivo, con la possibilità di fermi della durata di 12 ore, di recente approvato dal parlamento.
L'atteggiamento repressivo della polizia si è abbattuto su una manifestazione festosa e pacifica e che ha visto sfilare oltre 100.000 persone, appartenenti a più di 500 organizzazioni, venute a Copenhagen per protestare contro l
e élite politiche ed economiche del pianeta che continuano impedire la ricerca di una soluzione al riscaldamento globale.
Il corteo diretto al Bella Center, dove si tiene la conferenza delle Nazioni
unite, è partito alle due dalla piazza di fronte al parlamento dove nella mattinata sostenitori di Friends of the Earth avevano inscenato un nuovo diluvio di Noé, per denunciare il rischio dall'innalzamento del livello dei mari, e l'aumento di uragani ed alluvioni scatenato dall'aumento della temperatura.
In testa al corteo si sono schierate le organizzazioni moderate, parte del cartello Tck Tck Tck. Dietro, partiti socialisti ed ecolo
gisti, gli attivisti della coalizione Climate Justice Action, e i fazzoletti verdi di Via Campesina. A chiudere l'imponente serpentone umano, i gruppi più militanti del movimento, tra cui black bloc, con sciarpe e maschere a coprire il viso dal vento e dallo sguardo indiscreto delle telecamere della polizia.
Tra i manifestanti scesi ieri in piazza tante facce note del movimento no-global, tra cui
Naomi Klein, che nelle settimane scorse aveva definito Copenhagen una nuova Seattle. Al loro fianco nuove leve di ventenni radicalizzatisi di fronte all'emergenza climatica, insieme a nuove sigle, nuove bandiere e nuovi slogan, del movimento globale sul clima, che vede la conferenza come una tappa decisiva nella lotta contro l'effetto serra.
I cartelli branditi dai manifestanti chiedono «giustizia climatica», «pianeta, non profitti», ed avvertono che non c'e' un pianeta di riserva in caso quello che abbiamo a disposizione finisca arrosto a causa di emissioni senza freno. Attivisti vestiti da pinguini, e orsi polari scongiurano di fermare lo scioglimento dei ghiacciai, mentre ragazzi hippie che brandiscono porri quasi fossero «armi improprie», gridano che il consumo di carne è una delle principali cause dell'effetto serra. Poco diet
ro tante giovani famiglie danesi giunte con passeggini e biciclette e preoccupate per la sorte dei figli in un paese che può finire sott'acqua con l'innalzamento del livello dei mari.
Lasse, 37 anni, porta a spalle suo figlio di 3 anni - «Mi piacerebbe che crescesse in un mondo in cui si potranno ancora vedere i fiocchi di neve». Ingrid, 26 anni di Parigi, porta al collo un salvagente di cartone, colorato di bianco e rosso che reca la scritta «il cambiamento climatico uccide». «I governi devono adottare politiche stringenti sulla questione del clima" - afferma . «Non bisogna cambiare il clima, bisogna cambiare il sistema che ha causato il cambiamento climatico». Nella dimostrazione anche centinaia di italiani giunti da Torino, Milano, Bologna, Venezia, Roma, Napoli.
Scontri tra manifestanti e polizia esplodo
no quando la marcia passa presso Christiania, luogo occupato dal 1971, e simbolo della scena anarco-autonoma danese. Il blocco nero lancia un paio di bombe carta agli agenti e poi si dilegua per una strada laterale, seguito dai furgoni della polizia. Più di un centinaio di persone vengono circondate e detenute.
Circa un'ora piu tardi nuove scaramucce tra Black Bloc e polizia si verificano per le strade del quartiere di Amagerbro a metà strada tra il centro e il Bella Center. La polizia decide di fare fuori la coda del corteo, circonda ed ammanetta oltre duecento attivisti, che vengono tenuti per ore sull'asfalto ghiacciato prima di essere prelevati e portati in prigione. Nonostante il comportamento della polizia il grosso della manifestazione riesce ad arrivare senza incidenti di fronte al Bella Center.
Gli arresti di ieri sono un nuovo sintomo della preoccupazione della polizia danese che pur avendo concentrato quasi la metà delle forze dell'ordine nella capitale ha paura che la situazione le sfugga di mano. Alla vigilia della protesta di ieri, 78 manifestanti erano stati
arrestati dopo una piccola dimostrazone pacifica tenuta nel quartiere di Norrebro. Tra loro 8 italiani, di cui 7 sono rilasciati dopo poche ore, mentre l'attivista veneziano Tommaso Cacciari è stato rilasciato solo nella mattinata di ieri dopo l'udienza di convalida. Per Luca Casarini che ha partecipato alla manifestazione assieme ad un contingente di 200 attivisti venuti da Bologna e dal Veneto - «questo caso è la dimostrazione di che cos'è il diritto di protesta nell'algida democrazia danese».
Dopo gli arresti di ieri, ora i riflettori sono tutti puntati sulla manifestazione Reclaim the Power, prevista mercoledì prossimo.Gli attivisti di Climate Justice Action, promettono di invadere il Bella center, per dare vita ad un'assemblea popolare sul cambiamento climatico. Ma vista la strategia mostrata ieri dalla polizia, è probabile che le forze dell'ordine cercheranno di disperdere la manifestazione molto prima che si avvicini al centro conferenze.

sabato 12 dicembre 2009

Paolo Gerbaudo
ilmanifesto.it
COPENHAGEN
Sono i paesi ricchi che hanno provocato il cambiamento climatico bruciando in pochi decenni buona parte delle riserve di combustibili fossili che si erano accumulate in decine di migliaia di anni. Ora sono loro che devono coprire i danni causati da questo comportamento irresponsabile, e dalle conseguenze del riscaldamento globale che rischia di rendere inabitabili ampie zone del pianeta. Questo il messaggio lanciato ieri dal palco del Klimaforum, la contro-conferenza messa in piedi dalle organizzazioni della società civile globale in occasione della conferenza Cop15 dell'Onu sul cambiamento climatico in corso a Copenhagen. In occasione dell'atteso dibattito sul «debito ecologico» svoltosi nel pomeriggio, rappresentanti di organizzazioni indigene e movimenti popolari del sud del mondo come Via Campensina e Jubilee South, hanno lanciato la proposta di un tribunale popolare per la «giustizia climatica» affinché i paesi ricchi paghino per i danni causati all'ecosistema.
«Nei paesi del terzo mondo, la gente ha poca responsabilità per quello che sta succedendo all'ecosistema. Eppure le conseguenze più gravi dell'effetto serra saranno avvertite soprattutto dagli abitanti del sud globale, a cui viene reso impossibile uscire dalla loro condizione di povertà», ha dichiarato l'attivista indonesiano Yuyun Harmono di fronte a oltre quattrocento persone venute a seguire l'evento. «Il cambiamento climatico non è un problema a
sé. Non è nient'altro che l'ultimo capitolo di una lunga storia di ingiustizie, fatta di colonizzazione e depredamento delle risorse naturali da parte del Nord del mondo a scapito dei paesi del terzo mondo. Ora tocca ai paesi ricchi tagliare le emissioni e trovare i soldi per aiutare i paesi più poveri».
Per Percy Makombe, membro di Via Campensina venuto a Copenhagen dal Mali, il comportamento sconsiderato dei paesi industrializzati sta mettendo a repentaglio la sopravvivenza di molte comunità rurali nell'Africa sub-sahariana. «Ogni anno vediamo il deserto che avanza, e la stagione delle pioggie che tarda ad arrivare. Abbiamo bisogno di agire in fretta per evitare la catastrofe. Eppure i potenti del pianeta non sembrano avvertire questo senso di urgenza».
In una giornata segnata dall'indignazione seguita alla rivelazione di una bozza di documento finale per la conferenza Onu sul clima preparato dai padroni di casa danesi, e completamente piegata sulle richieste dei paesi più ricchi, gli interventi sul palco del Klimaforum hanno affermato che nessun accordo è possibile se i paesi che hanno inquinato il pianeta non si assumeranno le proprie responsabilità.

«Qui la questione è decidere se vogliamo salvare la madre terra o se vogliamo andare avanti con il sistema capitalistico basato su un consumismo distruttivo», ha affermato Elyzabeth Peredo, della delegazione boliviana a Copenhagen. «Il compito che spetta al movimento per la giustizia climatica è costruire un paradigma differente rispetto a questo sistema suicida».
Il dibattito sulla questione del debito ecologico è uno dei 190 eventi ospitati dalla contro-conferenza. L'obiettivo è fare incontrare attivisti, contadini, pescatori, lavoratori, scienziati e le popolazioni colpite dall'effetto serra, per
costruire un dibattito comune sull'emergenza clima e discutere le alternative economiche e sociali necessarie per costruire un futuro sostenibile.
Nonostante la diversità ideologica dei gruppi che partecipano al Klimaforum, tutti sono d'accordo nel rifiutare quanto viene proposto dai paesi più ricchi, in particolare il meccanismo della borsa delle emissioni di anidride carbonica. «Usare il mercato per risolvere l'emergenza clima è una follia», dice Ivonne Yanez, rappresentante di Oilwatch Americas, organizzazione che denuncia il depredamento delle risorse petrolifere nel continente americano. «L'ambiente è un bene comune a cui tutti hanno diritto, non una discarica dove si può pagare se si vuole inquinare di più».

martedì 8 dicembre 2009


L'analisi dell'Intergovernmental Panel on Climate Change nelle parole del suo presidente, analisi drammatica della situazione attuale e dei disastri futuri, ma anche indicazione di come cambiare l'insostenibile rotta imboccata dal pianeta
Rajendra K. Pachauri
ilmanifesto.it
Abbiamo affermato che «il riscaldamento del sistema climatico è indubbio, come risulta oggi evidente dai dati sull'aumento delle temperature medie globali dell'aria e degli oceani, sullo scioglimento diffuso delle nevi e dei ghiacci e sull'innalzamento globale del livello del mare» e che «l'aumento delle temperature osservato sin dalla metà del XX secolo molto probabilmente è dovuto in massima parte all'aumento delle concentrazioni antropogeniche di gas serra». Nel XX secolo la temperatura media globale è aumentata di 0,740 gradi centigradi, mentre l'innalzamento del livello del mare conseguente all'espansione termica dell'oceano e allo scioglimento dei ghiacci in tutto il globo è stato di 17 centimetri. Con questo aumento, nelle isole Maldive - la cui superficie si trova appena un metro o due sopra il livello del mare- ogni tempesta o mareggiata rappresenta un grave pericolo per la vita delle persone e per le cose. Ma non è tutto. Il cambiamento climatico sta già producendo un aumento della frequenza, intensità e durata delle inondazioni, della siccità e delle ondate di caldo. Le precipitazioni sono aumentate significativamente nelle parti orientali del Nord e del Sud America, nell'Europa settentrionale e nell'Asia settentrionale e centrale, mentre si sono ridotte nel Sahel, nel Mediterraneo, nell'Africa meridionale e in alcune zone dell'Asia meridionale. Globalmente, dagli anni '70 del 900, l'area colpita dalla siccità è aumentata. La frequenza degli eventi caratterizzati da precipitazioni pesanti (o la quantità di pioggia totale causata da precipitazioni pesanti) è aumentata in quasi tutte le aree.
Se non interverremo per stabilizzare la concentrazione dei gas serra nell'atmosfera, entro la fine di questo secolo la temperatura media salirà ovunque da 1,1 gradi a 6,4 gradi centigradi. Il mondo sta accrescendo le sue emissioni a un tasso che potrebbe portarci al limite massimo previsto, il che significa un
aumento totale in questi due secoli di oltre 7 gradi centigradi. Eppure, tra il 1970 e il 2004 le emissioni globali di gas serra sono aumentate del 70%, e quelle di anidride carbonica dell'80%. Dobbiamo arrestare questo trend inaccettabile.
Il cambiamento climatico, in assenza di interventi per ridurre le emissioni, causerebbe con ogni probabilità: la possibile scomparsa dei ghiacci marini entro l'ultima parte del XXI secolo; l'aumento della frequenza dei picchi di calore, delle ondate di caldo e delle precipitazioni pesanti; l'aumento dell'intensità dei cicloni tropicali; la diminuzione delle risorse idriche a causa del cambiamento climatico in molte aree semi-aride, come il bacino del Mediterraneo, gli Stati Uniti occidentali, l'Africa meridionale e il Brasile nord-orientale; la possibile eliminazione dello strato di ghiaccio che ricopre la Groenlandia con un conseguente contributo all'innalzamento del livello del mare di circa 7 metri. Se non interverremo, le temperature in Groenlandia raggiungeranno livelli paragonabili a quelli stimati di 125.000 anni fa, quando le informazioni paleoclimatiche suggeriscono un innalzamento del livello del mare da quattro a sei metri. Dal 20 al 30% circa delle specie note sono esposte a un maggiore rischio di estinzione, se l'aumento del riscaldamento medio globale dovesse superare 1,5-2,5 gradi centigradi.
Si prevede che in Africa, entro il 2020, tra 75 e 250 milioni di persone saranno soggette a stress idrico a causa del cambiamento climatico, e in alcuni paesi il rendimento dell'agricoltura basata sull'irrigazione con acqua piovana potrebbe ridursi fino al 50%. Gli effetti del cambiamento climatico sarebbero gravissimi su alcune tra le regioni e le comunità più povere del mondo. Secondo i miei calcoli, almeno 12 paesi potrebbero fallire e in molti altri stati le comunità sarebbero potenzialmente soggette a gravi conflitti per via della scarsità di cibo, dello stress idrico e per il deterior
arsi del suolo.
Ridurre le emissioni è essenziale, e il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) ha valutato che il costo sarebbe modesto. Per limitare l'aumento della temperatura media a 2,0 e 2,4 gradi centigradi, il costo entro il 2030 non supererebbe il 3% del Pil. (...) Inoltre, la riduzione porterebbe molti altri vantaggi: un minore inquinamento atmosferico, una maggiore sicurezza energetica, una maggiore occupazione e una produzione agricola stabile, che assicurerebbe una maggiore sicurezza alimentare. Una serie di tecnologie, attualmente disponibili o di cui si prevede comunque la commercializzazione, permettono già oggi di compiere seri tentativi per ridurre le emissioni.
È incoraggiante che i leader del
G8 abbiano dato riconoscimento alla richiesta avanzata dal mondo scientifico di limitare l'aumento della temperatura media globale a 2,0 gradi centigradi, ma abbiamo specificato chiaramente che, se l'aumento della temperatura deve essere contenuto tra 2,0 e 2,4 gradi centigradi, le emissioni globali debbono raggiungere il loro picco non oltre il 2015. Mancano solo sei anni. E anche il tetto di 2,0 gradi porterebbe a un innalzamento del livello del mare a causa della sola espansione termica da 0,4 a 1,4 metri. Questo aumento, aggiunto allo sciglimento delle nevi e dei ghiacci in tutto il globo, potrebbe sommergere molti piccoli stati costituiti da isole, e il Bangladesh.
Prevenire gli effetti del cambiamento climatico riducendo le emissioni comporterebbe benefici incalcolabili, tra cui la crescita economica e l'occupazione. Se i partecipanti S
e non agiremo in tempo, tutti noi diventeremmo leader e cittadini di stati falliti, perché falliremo nel nostro sacro dovere di proteggere questo pianeta, che dà la vita a tutte le specie. Oggi la scienza non lascia spazio all'inazione.
Traduzione Marina Impallomeni
Su il sipario. Nella capitale danese Copenhagen è cominciata ieri una conferenza mondiale sul clima che ha un obiettivo ambizioso: definire un quadro di misure economiche e politiche, a medio e lungo termine, per rallentare il riscaldamento globale del pianeta, il fenomeno dovuto alla concentrazione crescente e abnorme di alcuni gas («di serra») nell'atmosfera.
La conferenza si è aperta tra grandi segnali di allarme. A riassumere la situazione è stato Rajendra K. Pachauri, lo scienziato indiano che presiede il Comitato intervovernativo sul cambiamento del Clima (Ipcc). Pachauri ha difeso il lavoro del Ipcc, una rete di oltre 300 scienziati delle più autorevoli istituzioni di ricerca di tutto il mondo, e del suo ultimo rapporto generale, il quarto, pubblicato nel 2007. Difesa necessaria, perché nei giorni scorsi il «furto» di alcune vecchie e-mail di ricercatori del'università di East Anglia (Regno unito) era stato usato, su internet, per sostenere che il Ipcc
aveva manipolato le prove dell'intervento umano sul clima - l'ennesima operazione di disinformazione condotta da «scettici» del clima.
«I dati dicono ormai in modo chiaro che il mondo beneficerebbe grandemente da un'azione rapida» per tagliare le emissioni di gas di serra, ha ribadito Pachauri (in questa pagina l'intervento dello scienziato indiano a una delle ultime conferenze preparatorie, settembre 2009). E la conferenza di Copenhagen è «un'occasione che il mondo non può perdere» per combattere il cambiamento del clima, ha detto il premier danese Lars Lokke Rasmussen nel suo intervento inaugurale.
Un accordo è «alla nostra portata», dice Raasmussen. Altrettanto ottimista era, ieri, Nicholas Stern, l'economista (già capo economista della Banca Mondiale) che tre anni fa aveva documentato, in uno studio pe
r il governo britannico, quando l'inerzia sarebbe costata cara al mondo. Stern ora dice che le proposte messe finora sul tavolo dai governi impegnati nel negoziato sul clima sono quasi sufficenti a ridurre le emissioni ai livelli necessari per contenere il riscaldamento del pianeta entro i 2 gradi centigradi (rispetto ai livelli pre-rivoluzione industriale), che è la soglia indicata dal Ipcc per evitare la catastrofe ecologica e umana. Secondo la sua analisi, sommate tutte le proposte si arriva a 46 miliardi di tonnellate di CO2 che sarà emessa nell'atmosfera nel 2020 - le emissioni di quest'anno saranno circa 47 miliardi di tonnellate, e la soglia necessaria sono 44 miliardi: insomma, dice Stern, il mondo «non è lontano» dall'obiettivo.
Altri sono molto meno ottimisti. Anche se in questi ultimi giorni si sono sommati alcuni segnali positivi: tra cui l'annunciata presenza dei capi di stato delle maggiori potenze mondiali, Stati uniti inclusi, nei tre giorni di vertice politico che concluderanno i lavor
i (il 16-18 dicembre). Un ulteriore segnale è venuto proprio ieri da Washington: l'Epa, agenzia federale per l'ambiente, ha formalmente dichiarato che i gas «di serra» danneggiano la salute umana, e quindi rientrano tra le sostanze che il governo può (anzi, deve) regolamentare - come una lunga lista di altre sostanze tossiche e inquinanti. Questo significa che l'amministrazione Obama può intervenire per imporre limiti sulle emissioni di gas di serre in via «amministrativa», anche senza attendere che il Congresso abbia approvato una legge sulla protezione del clima - attualmente in discussione al Senato. ieri sera il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha detto che il presidente continua a preferire che una legge sia votata. Ma è chiaro che la dichiarazione dell'Epa rafforza i negoziatori usa a Copenhagen.
Così non è impossibile che i 198 paesi riuniti da ieri riescano a gettare le basi per un accordo «politico» che porti a firmare un nuovo trattato entro sei mesi
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