giovedì 28 gennaio 2010

AUTORE: Paul ZIMMERMAN
Tradotto da Curzio Bettio
Un impressionante aumento nel numero di bambini nati con malformazioni congenite è stato di recente denunciato dai medici che operano a Falluja, Iraq [1]. Una delle cause suggerite per questa situazione preoccupante è l’esposizione della popolazione a radiazioni prodotte da armi ad uranio. La comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni respinge questa spiegazione come completamente infondata dato che (1) la dose di radiazione a cui è sottoposta la popolazione dell’Iraq è troppo bassa e (2) non sono state riportate prove di malformazioni fetali fra i discendenti dei sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.

Questa giustificazione cosiddetta scientifica è profondamente mistificante, in quanto non aderente con le attuali basi di conoscenza. Esistono prove abbondanti che dimostrano con chiarezza che malformazioni alla nascita sono state procurate da livelli di radiazione nell’ambiente stimati sicuri dalla comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni.

Alla luce di queste conoscenze, la contaminazione da uranio non può essere sbrigativamente rigettata come fattore di rischio per i nascituri.



La distruzione del reattore nucleare di Chernobyl ha prodotto un tipo di esposizione radioattiva differente da quella rappresentata dalla bomba atomica.

In Giappone, le vittime furono esposte ad un flash istantaneo di radiazioni gamma e di neutroni che dall’esterno andò a colpire i loro corpi.

Al contrario, l’incidente di Chernobyl ha disseminato dal cuore del reattore attraverso l’Europa microscopiche particelle radioattive, che sono state poi inalate ed ingerite dalla popolazione.

In questa situazione, coloro che sono stati contaminati hanno cominciato ad essere esposti di continuo e dall’interno a radiazioni di “basso livello”.

Secondo le attuali teorie sugli effetti radioattivi abbracciate dalla comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni, non vi è differenza qualitativa fra i due tipi di esposizione. Quello che importa è la quantità totale di energia che arriva al corpo.

Quindi, gli effetti sulla salute esperimentati dai sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki possono venire considerati essere rappresentativi degli effetti sulla salute prodotti da una esposizione radioattiva di natura qualsiasi.

Nel caso di malformazioni fetali, questa presunzione si è dimostrata sbagliata. Come risultato dell’esposizione dall’esterno in Giappone, non vi è stato aumento di malformazioni fetali fra i bimbi i cui genitori erano stati esposti ai bombardamenti. [2]

In contrasto, malformazioni fetali indotte da radiazioni sono state documentate nelle popolazioni esposte a radiazioni di “basso livello” generate da contaminazione interna.

Alla luce di questi dati contrastanti, risulta ovvio che la teoria accettata sugli effetti radioattivi è erronea e necessita di correzioni. Le informazioni che seguiranno dimostreranno che il rischio per il nascituro viene generato da materiale radioattivo disperso nell’ambiente.

Nel libro Chernobyl: 20 Years On, un capitolo è dedicato alla discussione sulle malformazioni fetali nei bambini che, mentre si trovavano in gestazione nel grembo delle loro madri, venivano esposti alla radioattività rilasciata dal reattore di Chernobyl [3].

L’autore fornisce una visione d’insieme di un gran numero di studi che confermano come “bassi livelli” di radiazione presenti in molte aree dell’Europa dopo Chernobyl sono stati responsabili per una larga varietà di malformazioni fetali.

Queste malformazioni sono avvenute dove l’esposizione alle radiazioni veniva giudicata dalle agenzie per la protezione radioattiva essere troppo debole per giustificare preoccupazione.

Sono citati quindici studi che dimostrano un aumento nell’incidenza di una grande varietà di malformazioni congenite. Altri studi citati confermavano l’aumento nella percentuale di nascite di bambini morti, di mortalità infantile, di aborti spontanei e di bimbi nati sottopeso. Inoltre veniva documentata un’elevata incidenza della sindrome di Down. In aggiunta, veniva registrato un eccesso di varietà di altri disturbi della salute, che comprendevano ritardo mentale ed altre sindromi mentali, malattie del sistema respiratorio e di quello circolatorio e asma.

In un capitolo separato dello stesso libro, Alexey Yablokov dell’Accademia Russa delle Scienze forniva una rassegna di un corpo voluminoso di ricerche condotte dopo Chernobyl.

Relativamente agli studi sulle malformazioni fetali, egli citava un’accresciuta frequenza nel numero di malformazioni congenite che comprendevano labbro e/o palato fesso (“labbro leporino”), raddoppio dei reni, polidattilia (dita delle mani e dei piedi in numero superiore), anomalie nello sviluppo dei sistemi nervoso ed ematico, amelia (anomalia segnata da arti ridotti), anencefalia (sviluppo subnormale del cervello), spina bifida (chiusura incompleta della colonna spinale), sindrome di Down, aperture anomale esofagee ed anali, e malformazioni multiple presenti simultaneamente [4].

Il largo spettro di malformazioni fetali prodotte dall’incidente di Chernobyl non può essere giustificato dai dati raccolti sui sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki.

Esiste un filone di prove convincenti che qualcosa è sbagliato nell’attuale campo della protezione da radiazioni.

Ma esiste un ulteriore problema. La dose limite di radiazione suggerita in grado di interferire con lo sviluppo del feto, sempre basata sulle ricerche dal Giappone, è tra le cinquanta e le cento volte più alta di quella che la comunità per la protezione dalle radiazioni insiste come tipica esposizione in quelle aree dell’Europa in cui comunque è stata documentata una elevata frequenza di malformazioni fetali.

Come possiamo dare un senso a queste contraddizioni? Gli studi sui cromosomi condotti nelle regioni contaminate forniscono la risposta.

In individui esposti a radiazioni ionizzanti, in linfociti periferici, quei linfociti in circolazione nel sangue, si verifica un’elevata presenza di certi tipi di aberrazioni cromosomiche [3,5].

Di particolare interesse sono i cromosomi dicentrici che si producono quando una radiazione scinde entrambi i filamenti della doppia elica del DNA in due cromosomi contigui e poi il materiale genetico si ricombina in modo non corretto.

Un aumento nella relativa frequenza di queste strutture ricombinate in modo aberrante serve da indicatore biologico dell’esposizione radioattiva, questione indipendente ed immune da falsità e da propaganda politica.

Andando nello specifico, l’aumento percentuale di queste aberrazioni è proporzionale alla dose di radiazioni ricevuta. Quindi, la loro frequenza può essere usata per determinare l’effettivo livello di esposizione in individui contaminati.

Studi di questa natura sono stati condotti in Europa in seguito all’incidente di Chernobyl [3].

Questi studi hanno dimostrato che le valutazioni ufficiali sulla dose di esposizione rese pubbliche dalle agenzie per la protezione dalle radiazioni erano deplorevolmente erronee, sottostimando in modo grossolano l’esatto livello di esposizione della gente in tutta Europa.

Questa discrepanza getta ulteriori dubbi sull’onestà scientifica di queste organizzazioni che si suppone dovrebbero proteggere il mondo dall’inquinamento radioattivo. Quando si combinano gli studi sulle aberrazioni cromosomiche con gli studi sulle malformazioni genetiche, la scienza parla di per sé: la popolazione di molte zone dell’Europa ha ricevuto da Chernobyl dosi molto più alte di quelle dichiarate e le malformazioni fetali sono state indotte da dosi più basse di quelle suggerite dall’attuale scienza per la protezione dalle radiazioni.

Come la nube radioattiva da Chernobyl si diffondeva su tutto il pianeta, i governi trasmettevano rassicurazioni ai loro cittadini in ansia, che non vi era motivo di preoccupazione, che le dosi di radiazioni sulle persone erano troppo basse per produrre effetti nocivi sulla salute.

Politicamente motivate, queste comunicazioni erano malconcepite dal punto di vista medico. Quello che diveniva palese dopo l’incidente era che i bambini venivano esposti alla pioggia radioattiva di Chernobyl, mentre si trovavano ancora nel grembo delle loro madri, questo comprovato da una elevata incidenza di sviluppo di leucemia, fin dalla prima ora della loro nascita [6,7].

Rilevante per questa discussione è il fatto che una mutazione genetica che avviene nell’utero è una causa della leucemia infantile [8,9].

In paesi, dove sono stati raccolti dati inconfutabili relativi ai livelli di ricaduta radioattiva depositata sull’ambiente, alle dosi di radiazione sulla popolazione e all’incidenza della leucemia infantile, è emerso un uniforme andamento inequivocabile: la popolazione, oggetto di studio, di bambini nati durante il periodo di 18 mesi successivi all’incidente soffriva in percentuale superiore di leucemia nel suo primo anno di vita rispetto ai bambini nati prima dell’incidente o a quelli nati dopo l’incidente, quando il livello della possibile contaminazione da parte delle madri era sicuramente diminuito.

Questo veniva confermato da cinque studi separati, condotti indipendentemente l’uno dall’altro: in Grecia [9], Germania [10], Scozia [11], Stati Uniti [12] e Galles [13].

Ancora qui vi è la prova che le malformazioni erano state indotte nei feti, come abbiamo riferito, cosa che la comunità per la protezione radioattiva afferma non essere possibile.

Secondo la Commissione Europea sui Rischi da Radiazione (ECRR), questi risultati forniscono la prova indiscutibile che il modello di rischio assunto dalla Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica (ICRP) rispetto alla leucemia infantile è in errore per un fattore compreso fra le 100 e le 2000 volte; quest’ultima cifra porta a concludere per un’incidenza continuata in eccesso di leucemia, quando la popolazione dei bambini studiati continua ad aumentare di età. [6].

Sui cromosomi sono stati condotti altri tipi di studi, che dimostrano come la radioattività presente nell’ambiente produce sul DNA danni che si trasmettono alla prole futura.

I minisatelliti sono identiche corte sequenze di DNA che si iper-ripetono in serie lungo un cromosoma. Queste sequenze di DNA non programmano la costruzione di qualche proteina.

Ciò che caratterizza questi minisatelliti è che assumono spontaneamente replicazioni tramite mutazione ad una frequenza che risulta 1.000 volte più alta di quella dei geni che codificano le normali proteine.

Il Dr. Yuri Dubrova, attualmente all’Università di Leicester, per primo ha riscontrato che queste sequenze di DNA possono essere utilizzate per registrare mutazioni genetiche indotte da radiazioni, dimostrando che la loro nota velocità di mutazione viene ad aumentare successivamente all’esposizione radioattiva.

Dubrova e i suoi collaboratori hanno studiato la frequenza delle mutazioni minisatellitari in famiglie che hanno vissuto in aree rurali pesantemente contaminate del distretto di Mogilev di Belarus dopo la catastrofe di Chernobyl [14]. È stato riscontrato che la frequenza delle mutazioni, trasferita dagli individui di sesso maschile ai loro discendenti, era quasi raddoppiata nelle famiglie esposte rispetto a gruppi famigliari di controllo. Fra quelle esposte, la frequenza di mutazione era significativamente più alta nelle famiglie con una più alta esposizione parentale. Questa scoperta era coerente con l’ipotesi che la radiazione poteva avere indotto mutazioni nelle cellule germinali riproduttive dei genitori e questo si trasmetteva ai loro nascituri. Questa era la prima prova conclusiva che la radioattività produce negli esseri umani mutazioni ereditabili.

Inoltre sono stati condotti test sui minisatelliti di DNA anche sui bambini di “liquidatori” di Chernobyl, vale a dire di quelle persone che hanno partecipato alle operazioni di bonifica dopo l’incidente. Quando i nati dai liquidatori dopo l’incidente sono stati confrontati con i loro fratelli nati prima dell’incidente, è stato osservato un incremento sette volte più grave nel danno genetico riscontrato [15,16].

Come riportato dalla ECRR, “attraverso controlli eseguiti in loco, questi riscontri hanno evidenziato nel modello della ICRP relativo al danno genetico ereditabile un errore fra le 700 e le 2000 volte più elevato” [6]. La ECRR ha sottolineato questa ulteriore osservazione: “Risulta degno di nota che gli studi sui bambini di coloro che sono stati esposti alle radiazioni esterne ad Hiroshima mostrano effetti irrilevanti se non nulli, fattore che suggerisce una differenza fondamentale fra le modalità di esposizione [17]. Probabilmente la differenza maggiore consiste nel fatto che l’esposizione interna sui liquidatori di Chernobyl è stata la causa degli effetti.”

Nel novembre 2009, Joseph Mangano del Progetto Sanità Pubblica e Radiazioni ha pubblicato uno studio sull’ipotiroidismo neonatale nella popolazione che vive nei pressi dei reattori nucleari di Indian Point a Buchanan, New York [13].

L’ipotiroidismo è una malattia caratterizzata da un’insufficiente produzione dell’ormone tiroxina. Una causa di questo disturbo è l’esposizione allo iodio radioattivo che distrugge selettivamente le cellule nella ghiandola tiroidea.

Attualmente, l’unica fonte ambientale di iodio radioattivo sta nelle emissioni degli impianti nucleari per la produzione di energia.

Mangano osserva che quattro contee nello stato di New York fiancheggiano Indian Point e quasi tutti i residenti di queste contee vivono nel raggio di 20 miglia dal complesso dei reattori. Durante il periodo che va dal 1997 al 2007, il rapporto di ipotiroidismo neonatale nella popolazione considerata nell’insieme delle quattro contee era del 92,4% superiore, quindi quasi il doppio, che negli Stati Uniti. L’incidenza in ognuna delle quattro conteee prese separatamente superava quella degli Stati Uniti, e nel caso di due contee il rapporto era più del doppio del rapporto nazionale. Nel periodo 2005-2007, il rapporto delle quattro contee era del 151.4% superiore al rapporto nazionale. Questo riscontro era coerente con il fatto che l’incidenza locale di cancro alla tiroide è del 66% superiore al rapporto per gli Stati Uniti. [14].

Lo studio di Mangano solleva importanti interrogativi rispetto al nostro comune benessere. Noi viviamo con le assicurazioni da parte del governo e dell’industria che i reattori nucleari sono operativi all’interno di linee guida presentate da agenzie per la protezione dalle radiazioni. Le radiazioni che emettono non vengono prese in considerazione perché di “basso livello” per destare preoccupazione. Eppure, bambini nati da madri che vivono in prossimità di Indian Point soffrono in numero sempre crescente di ipotiroidismo. Allora, o il complesso dei reattori sta emettendo più radiazioni di quello che viene pubblicamente dichiarato, o, una volta ancora, sono errati i livelli standard di sicurezza fissati dalle organizzazioni per la protezione dalle radiazioni.

Sono le armi che contengono uranio depleto una causa di preoccupazione per la produzione di malformazioni fetali? Dato che l’uranio all’interno del corpo umano prende come obiettivo il sistema riproduttivo, l’elevata percentuale di malformazioni fetali in Iraq suggerisce fortemente che l’esposizione al DU è implicata.

Negli animali da esperimento esposti ai composti di uranio, si è riscontrato un accumulo di uranio nei testicoli [20]. Fra i veterani della Gurra del Golfo feriti da schegge ad uranio depleto, sono stati riscontrate elevate concentrazioni di uranio nel loro seme. [21].

Alla luce di questa scoperta, la Royal Society mette in guardia che questo fa aumentare “la possibilità di effetti negativi sullo sperma, effetti chimici dell’uranio sul materiale genetico, o mediante le particelle alfa diffuse dal DU, o per la tossicità chimica dell’uranio [21].”

In esperimenti sulle femmine di topo è stato trovato che l’uranio aveva attraversato la placenta ed era andato a concentrarsi nei tessuti dei feti [20,21,22].

Quando particelle di DU venivano impiantate in femmine di topo gravide, veniva osservata una relazione diretta tra la quantità di contaminazione nella madre e la quantità di contaminazione nella placenta e nei feti [23,24].

Di grandissima importanza, quando passa in soluzione all’interno del corpo, la specie chimica principale dell’uranio è lo ione uranile UO2++. Questo composto di uranio ha un’affinità per il DNA e si lega con questa struttura in modo forte. [25]. Questo fatto da solo dovrebbe essere sufficiente per arrestare la diffusione di DU, sotto forma di aerosol, fra le popolazioni. L’uranio internalizzato nel corpo umano prende come obiettivo il materiale genetico! Inutile dire, questo fatto è totalmente ignorato dalla Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica e dalle organizzazioni collegate, quando determinano i livelli di sicurezza per l’esposizione all’uranio e valutano i fattori di rischio nell’indurre le malformazioni fetali da parte dell’uranio.

Nei neonati, l’idrocefalia è una condizione caratterizzata da accresciuta forma della testa e da atrofia del cervello. La frequenza di questa malformazione è accreciuta drammaticamente in Iraq dalla Prima Guerra del Golfo [26]. Una ricerca limitata e certamente incompleta condotta negli Stati Uniti conferisce credito all’ipotesi che l’esposizione al DU sia l’agente causativo [26].

La Contea di Socorro, rurale e a bassa densità di popolazione, è localizzata nelle adiacenze di un sito per testare armamenti a DU, la “Terminal Effects Research and Analysis Division of the New Mexico Institute of Mining and Technology”. In media, nella Contea avvengono 250 nascite all’anno. Un’indagine di un’organizzazione di attivisti ha rivelato che tra il 1984 e il 1986, sono nati cinque bambini con idrocefalia. (Il normale rapporto di idrocefali è un caso per ogni 500 nati vivi). Secondo la registrazione delle malformazioni fetali dello Stato del New Mexico,per difettopletaione delle malformazioni fetali vivi). Secondo l' sono nati cinque bambini con idrocefaliafrequenza di questa m provatamente incompleta per difetto, tra il 1984 e il 1988 sono nati con la sindrome 19 bambini a livello statale, tre di questi nella Contea di Socorro. Indifferentemente da quale valutazione sia corretta, i risultati sono preoccupanti dato che Socorro contiene meno dell’1% della popolazione dello stato.

Per concludere, l’attuale dogma che riguarda gli effetti delle radiazioni non può giustificare l’aumento delle malformazioni genetiche nelle popolazioni esposte internamente a bassi livelli di radiazione. Qualcosa è profondamente sbagliato rispetto alla scienza attuale sulla sicurezza dalle radiazioni. Stabilito questo, le asserzioni da parte delle organizzazioni per la protezione dalle radiazioni rispetto all’impossibilità che bassi livelli di uranio possano causare malformazioni fetali risultano sospette. Numerosi studi dimostrano che l’uranio produce un ampio spettro di malformazioni fetali nella sperimentazione con animali [20,26]. Per di più, numerose ricerche in vitro e in vivo condotte negli ultimi venti anni provano che l’uranio è genotossico (in grado di danneggiare il DNA), citotossico (velenoso per le cellule), e mutagenico (in grado di indurre mutazioni genetiche) [27]. Questi effetti sono prodotti o dalla radioattività dell’uranio o dai suoi effetti chimici o dall’interazione sinergica fra radioattività e chimismo.

Queste scoperte conferiscono plausibilità all’idea che l’osservata incidenza accresciuta di bambini deformi in Iraq è una conseguenza del munizionamento ad uranio depleto [26].

Ø Una presentazione più tecnica, completa di riferimenti, delle idee presentate in questo articolo può essere trovata nel libro dell'autore A Primer in the Art of Deception: The Cult of Nuclearists, Uranium Weapons and Fraudulent Science – Un piccolo manuale nell’arte dell’inganno: il culto dei nuclearisti, armamenti all’uranio e scienza fraudolenta. Brani scelti disponibili a: www.du-deceptions.com.

Note

[1] Chulov M. Huge Rise in Birth Defects in Falluja. guardian.co.uk. November 13, 2009.
http://www.guardian.co.uk/world/2009/nov/13/falluja-cancer-children-birth-defects#history-byline

[2] Nakamura N. Genetic Effects of Radiation in Atomic-bomb Survivors and Their Children: Past, Present and Future. Journal of Radiation Research. 2006; 47(Supplement):B67-B73.

[3] Schmitz-Feurerhake I. Radiation-Induced Effects in Humans After in utero Exposure: Conclusions from Findings After the Chernobyl Accident. In C.C. Busby, A.V.Yablokov (eds.): Chernobyl: 20 Years On. European Committee on Radiation Risk. Aberystwyth, United Kingdom: Green Audit Press; 2006.

[4] Yablokov A.V. The Chernobyl Catastrophe -- 20 Years After (a meta-review). In C.C. Busby, A.V. Yablokov (eds.): Chernobyl: 20 Years On. European Committee on Radiation Risk. Aberystwyth, United Kingdom: Green Audit Press; 2006.

[5] Hoffmann W., Schmitz-Feuerhake I. How Radiation-specific is the Dicentric Assay? Journal of Exposure Analysis and Environmental Epidemiology. 1999; 2:113-133.

[6] European Committee on Radiation Risk (ECRR). Recommendations of the European Committee on Radiation Risk: the Health Effects of Ionising Radiation Exposure at Low Doses for Radiation Protection Purposes. Regulators' Edition. Brussels; 2003. www.euradcom.org.

[7] Low Level Radiation Campaign (LLRC). Infant Leukemia After Chernobyl. Radioactive Times: The Journal of the Low Level Radiation Campaign. 2005; 6(1):13.

[8] Busby C.C. Very Low Dose Fetal Exposure to Chernobyl Contamination Resulted in Increases in Infant Leukemia in Europe and Raises Questions about Current Radiation Risk Models. International Journal of Environmental Research and Public Health. 2009; 6:3105-3114.

[9] Petridou E., Trichopoulos D., Dessypris N., Flytzani V., Haidas S., Kalmanti M.K., Koliouskas D., Kosmidis H., Piperolou F., Tzortzatou F. Infant Leukemia After In Utero Exposure to Radiation From Chernobyl. Nature. 1996; 382:352-353.

[10] Michaelis J., Kaletsch U., Burkart W., Grosche B. Infant Leukemia After the Chernobyl Accident. Nature. 1997; 387:246.

[11] Gibson B.E.S., Eden O.B., Barrett A., Stiller C.A., Draper G.J. Leukemia in Young Children in Scotland. Lancet. 1988; 2(8611):630.

[12] Mangano J.J. Childhood Leukemia in the US May Have Risen Due to Fallout From Chernobyl. British Medical Journal. 1997; 314:1200.

[13] Busby C, Scott Cato M. Increases in Leukemia in Infants in Wales and Scotland Following Chernobyl: Evidence for Errors in Statutory Risk Estimates. Energy and Environment. 2000; 11(2):127-139.

[14] Dubrova Y.E., Nesterov V.N., Jeffreys A.J., et al. Further Evidence for Elevated Human Minisatellite Mutation Rate in Belarus Eight Years After the Chernobyl Accident. Mutation Research. 1997; 381:267-278.

[15] Weinberg H.S., Korol A.B., Kiezhner V.M., Avavivi A., Fahima T., Nevo E., Shapiro S., Rennert G., Piatak O., Stepanova E.I., Skarskaja E. Very High Mutation Rate in Offspring of Chernobyl Accident Liquidators. Proceedings of the Royal Society. London. 2001; D, 266:1001-1005.

[16] Dubrova Y.E., et al. Human Minisatellite Mutation Rate after the Chernobyl Accident. Nature. 1996; 380:683-686.

[17] Satoh C., Kodaira M. Effects of Radiation on Children. Nature. 1996; 383:226.

[18] Mangano J. Newborn Hypothyroidism Near the Indian Point Nuclear Plant. Radiation and Public Health Project. November 25, 2009. www.radiation.org

[19] Mangano J. Geographic Variation in U.S. Thyroid Cancer Incidence and a Cluster Near Nuclear Reactors in New Jersey, New York, and Pennsylvania. International Journal of Health Services. 2009; 39(4):643-661.

[20] Agency for Toxic Substances and Disease Registry (ATSDR). Toxicological Profile for Uranium. U.S. Department of Health and Human Services; 1999. http://www.atsdr.cdc.gov/toxprofiles/tp150.html

[21] Royal Society. Health Hazards of Depleted Uranium Munitions: Part II. London: Royal Society, March 2002.

[22] Albina L., Belles M., Gomez M., Sanchez D.J., Domingo J.L. Influence of Maternal Stress on Uranium-Induced Developmental Toxicity in Rats. Experimental Biology and Medicine. 2003; 228( 9):1072-1077.

[23] Arfsten D.P., Still K.R., Ritchie G.D. A Review of the Effects of Uranium and Depleted Uranium Exposure on Reproduction and Fetal Development. Toxicology and Industrial Health. 2001; 17:180-191.

[24] Domingo J. Reproductive and Developmental Toxicity of Natural and Depleted Uranium: A Review. Reproductive Toxicology. 2001; 15:603-609.

[25] Wu O., Cheng X., et al. Specific Metal Oligonucleotide Binding Studied By High Resolution Tandem Mass Spectrometry. Journal of Mass Spectrometry. 1996; 321(6) 669-675.

[26] Hindin R., Brugge D., Panikkar B. Teratogenicity of Depleted Uranium Aerosols: A Review from an Epidemiological Perspective. Environmental Health. 2005; 26(4):17.

[27] Zimmerman P. A Primer in the Art of Deception: The Cult of Nuclearists, Uranium Weapons and Fraudulent Science. 2009. www.du-deceptions.com

Nota del traduttore: a complemento dell’articolo di Zimmerman, riporto una conversazione con il Dr. Doug Rokke di Baltimora, medico dell'esercito USA che per primo rivelò lo scandalo dell'uranio impoverito riversato sull'Iraq.

Uranio Depleto, DU: una calamità assassina?

Scienzaepace mailing list, 28 dicembre 2002

Il Dr. Doug Rokke di Baltimora afferma: “Quando si va in guerra, l’obiettivo è quello di ammazzare, e il DU è il mezzo più valido che noi abbiamo a disposizione”

Il Dr. Doug Rokke ha la fastidiosa abitudine di mettersi a ridere, quando probabilmente vorrebbe mettersi a gridare. Lui ride quando parla di campi di battaglia contaminati da scorie radioattive.

Non può smettere di ridere quando afferma che la questione è sotto copertura stretta del governo. Continua a ridere quando tratta dei suoi problemi di salute, che lui attribuisce alla negligenza deliberata dell’Esercito, e che probabilmente lo condurranno a morire.

La conversazione telefonica con Rokke è abbastanza disturbata, anche senza le sue risate su questi orrori. Una eco insolita accompagna ogni espressione. Quando gli viene fatto notare questo strano risuonare, Rokke dichiara di non essere sorpreso: pensa che il suo telefono sia sotto controllo da anni.

È possibile tentare di liquidare Rokke come un instabile o un teorico del complotto, ma invece Rokke è un veterano da 35 anni dell’Esercito USA, e non è proprio un musone sempre malcontento.

Rokke ha seguito il progetto dell’Esercito USA sull’Uranio Depleto fin dalla metà degli anni Novanta, ed aveva ricevuto l’incarico per la bonifica del DU da parte dell’Esercito, dopo la Guerra del Golfo Persico. Inoltre ha diretto i laboratori di radiologia “Edwin R. Bradley” a Fort McClellan, Alabama.

Ora, se voi inserite il nome di Rokke in un motore di ricerca su un qualsiasi sito web di natura militare, non troverete alcuna risposta, come se Rokke non fosse mai esistito.

Se voi andate a leggere centinaia di pagine di documenti governativi e di innumerevoli trascrizioni di audizioni ufficiali riguardanti l’uso militare dell’Uranio Depleto, non troverete alcun riferimento su questo argomento a suo nome.

Questo è più di una cosa insolita, di scarsa rilevanza, dato che Rokke e il suo gruppo di lavoro erano in prima linea per cercare di stabilire i potenziali rischi sulla salute e sull’ambiente generati dall’uso del DU sul campo di battaglia.

“Noi eravamo i migliori che avevano”, afferma Rokke. Non si sta vantando, ma sogghigna ancora.

L’uso del DU in combattimento è un’innovazione abbastanza recente. È stato usato per la prima volta durante la Guerra del Golfo Persico come componente indispensabile del munizionamento per perforare le armature dei mezzi blindati, per distruggere i carri armati.

I proiettili con DU, all’impatto, bruciano e sono così pesanti e caldi che dirompono con facilità attraverso l’acciaio. “È come prendere una matita e spingerla attraverso un foglio di carta,” ha affermato Rokke.

Allora, questa “matita” di Uranio esplode all’interno del suo obiettivo, creando una implacabile “tempesta di fuoco”. Rokke continua: “Questa roba è grandiosa come arma anticarro. Mette in grado le truppe USA di far fuori a lungo raggio i carri armati del nemico.”

Secondo il sito web del Deployment Health Support Directorate, il DU è un “sottoprodotto del processo attraverso cui l’Uranio viene arricchito per produrre il combustibile nucleare e componenti di armi nucleari.” In altre parole, il DU è una scoria nucleare di basso livello. Secondo lo stesso sito web, il DU può contenere anche quantità in tracce di “nettunio, plutonio, americio, tecnezio-99 ed uranio-236.”

Durante la Guerra del Golfo, è stato sparato un totale di 320 tonnellate di munizioni al DU.

Il compito di Rokke era di riuscire a capire come ripulire i carri armati USA, come aiutare le sfortunate vittime del “fuoco amico”, che erano incappate in colpi al DU.

Dopo anni di lavoro di questa natura, in Kuwait e in Arabia Saudita, e su poligoni di esercitazione negli USA, nel 1996 Rokke arrivava a questa conclusione, comunicata agli alti gradi dell’Esercito, che il DU era così pericoloso che doveva essere bandito immediatamente dalle armi da combattimento.

Questa conclusione, Rokke ne è convinto, gli costò la carriera.

“La contaminazione era dappertutto”, sui carri bruciati, sui campi petroliferi in fiamme, sui corpi bruciati. Questo era il Kuwait dopo la Guerra del Golfo.

Rokke aveva un compito da assolvere, la decontaminazione dei carri armati USA contaminati da DU. Quello che Rokke rilevò, lo atterrì. “Dio mio! Questo è l’unico modo per descrivere tutto questo, la contaminazione era dappertutto.”

Rokke e il suo gruppo stavano misurando livelli impressionanti di radiazioni oltre i 50 metri dai carri armati interessati: superiori ai 300 millirems all’ora per le radiazioni beta e gamma, e per la radiazione alfa dalle migliaia ai milioni di impulsi per minuto (CPM) su un contatore Geiger.

“L’intera area è stata inquinata. Sicuramente qui fa ancora ‘più caldo’ che all’inferno. Questa cosa non può più continuare!”

Questa squadra ha impiegato tre mesi per pulire 24 tanks per trasportarli di ritorno negli USA, e l’Esercito ha impiegato altri tre anni per decontaminarli del tutto.

Ma i carri armati contaminati non sono l’unico problema.

Nel periodo di 72 ore dalle loro ricognizioni, Rokke e i componenti della sua squadra hanno cominciato a sentirsi male. Comunque, hanno continuato nel loro lavoro. Sono ritornati negli USA per eseguire test sulle basi dell’Esercito. Deliberatamente facevano saltare in aria carri armati con proiettili a DU, quindi correvano sul posto mentre i carri stavano ancora bruciando.

Videoregistravano le nuvole di ossido di uranio che si sprigionavano e misuravano la radioattività che veniva emessa.

Rokke ha dichiarato che nell’ultimo decennio 30 dei 100 suoi collaboratori in queste operazioni sono morti.

I polmoni e i reni di Rokke sono pregiudicati. Lui ritiene che la polvere di ossido di uranio si sia “intrappolata” in permanenza all’interno dei suoi polmoni. Ha lesioni al cervello, pustole sulla sua pelle. Soffre per una sindrome di stanchezza cronica. Ha disturbi virulenti alle vie respiratorie, che comportano accessi di asma e di tosse, e soffre per mancanza di respiro quando fa esercizio fisico. Inoltre ha una fibromialgia, una patologia che gli causa una sofferenza cronica ai muscoli, ai legamenti e ai tendini.

Nel 1994, l’Ente di assistenza agli ex combattenti (VA) ha sottoposto Rokke a test per rilevare la presenza di uranio nel suo corpo; Rokke ha ricevuto l’esito di queste indagini dopo due anni e mezzo. Le sue urine contenevano 5000 volte la quantità consentita di uranio.

Dopo anni di battaglie con il VA, Rokke è riuscito ad ottenere una disabilità del 40%, ma non esistono dichiarazioni ufficiali che la sua malattia sia stata causata dal suo lavoro sul DU.

L’Esercito e il Pentagono continuano ad insistere che il DU è sicuro! Rokke afferma che sanno che non è così, dato che lui ha fornito loro le prove. Lui dichiara che loro non vogliono ammettere le prove dei pericoli del DU, visto che “loro si aspettano cose diverse e sbagliate, e stanno usando procedure erronee.”

Rokke ha dichiarato che il problema con il DU sta nel fatto che si sprigiona quando un proiettile scoppia e si infiamma. Il proiettile comincia a bruciare immediatamente, e più del 70 % del DU si ossida. Questo ossido di uranio polverizzato, sotto forma di aerosol, è la cosa realmente pericolosa, particolarmente quando viene inalato.

Rokke insiste che lui e i suoi uomini indossavano un equipaggiamento di protezione, o che avrebbe dovuto proteggerli. Ma le loro maschere antigas erano in grado di filtrare particelle solo di 10 microns o di diametro maggiore. Secondo l’Esercito e il Pentagono, queste sono le dimensioni del diametro delle particelle di DU.

Per Rokke, invece, queste particelle hanno diametro inferiore ai 3 microns, e gli scienziati dei laboratori di Livermore hanno misurato essere addirittura di diametro inferiore ad 1 micron: quindi, le misure di precauzione che attualmente vengono applicate sono completamente inutili.

(Nota del traduttore: la dimensione del diametro delle nanoparticelle di DU è inferiore al diametro degli alveoli polmonari e quindi le particelle, oltre ad insediarsi con grande probabilità nei tessuti del sistema respiratorio, si riversano nel flusso sanguigno. Nel giro di una sessantina di secondi possono andare ad insediarsi in un qualsiasi organo più o meno recettivo del corpo e lì cominciare ad irradiare i tessuti circostanti con radiazioni corpuscolari α. Le particelle alfa o raggi alfa consistono di due protoni e due neutroni legati insieme, quindi sono una forma di radiazione corpuscolare altamente ionizzante e con un basso potere di penetrazione. I raggi alfa, a causa della loro carica elettrica, interagiscono fortemente con la materia e quindi vengono facilmente assorbiti dai materiali e possono viaggiare solo per pochi centimetri nell’aria. Possono essere assorbiti dagli strati più esterni della pelle umana e così generalmente non sono pericolosi per la vita, a meno che la sorgente non venga inalata o ingerita. In questo caso i danni sarebbero invece maggiori di quelli causati da qualsiasi altra radiazione ionizzante. Se il dosaggio fosse abbastanza elevato comparirebbero tutti i sintomi tipici dell'avvelenamento da radiazione.)

Circa un quarto dei 700.000 soldati inviati alla Guerra del Golfo Persico hanno riportato un qualche tipo di malattia relativa alla Guerra del Golfo, e Rokke è persuaso che il DU ha qualche attinenza con tutto questo, associato con la grande quantità di sostanze chimiche alle quali le truppe sono state esposte, compresi bassi livelli di gas sarin, nubi tossiche da impianti petroliferi in fiamme, innumerevoli pesticidi, per non parlare delle tavolette anti gas nervini che i soldati sono costretti ad ingerire.

Se Rokke ha ragione sui pericoli del DU, perché il Ministero della Difesa lo continua ad usare ed insiste che questo è sicuro?

“Quando si va in guerra, l’obiettivo è quello di ammazzare, e il DU è il mezzo più valido che noi abbiamo a disposizione”, così ha affermato Rokke.

Rokke ritiene che l’esercito USA sta ponendo maggior attenzione sulla potenza di fuoco piuttosto che sulla salute e sulla sicurezza delle sue truppe.

Egli ha fatto suo un memorandum dei primi anni Novanta, che a suo dire comprova le sue affermazioni.

Datato 1 marzo 1991, il memorandum é stato scritto dal Ten. Col. M.V. Ziehmn dei Laboratori di Los Alamos nel New Mexico.

“Vi é stata e continua ad esserci la preoccupazione che concerne l’impatto del dU [sic] sull’ambiente. Quindi, anche se non ci sono dubbi sull’efficacia del dU sul campo di battaglia, i proiettili al dU possono essere inaccettabili dal punto di vista politico e, perciò, dovrebbero essere eliminati dagli arsenali,” questo recita il memorandum. “Visto che le bombe perforanti al dU hanno fornito tutto il loro potenziale durante le nostre recenti attività di combattimento, allora noi dobbiamo garantirci sulla loro futura esistenza (fino a che non venga sviluppato qualcosa di meglio) tramite il servizio rifornimenti del Ministero della Difesa. Se questo non verrà garantito, è possibile che noi ci troviamo davanti alla perdita di una considerevole potenzialità di combattimento. Io penso che dobbiamo tenere a mente questo delicato problema.”

Per Rokke, il significato di questo memorandum è del tutto chiaro. Dato che le munizioni a DU sono tanto efficaci, devono continuare ad essere usate in combattimento, senza tanti riguardi per l’ambiente o per le conseguenze sulla salute.

L’altro problema è di natura finanziaria. Noti gli effetti reali del DU, i costi della bonifica diventerebbero assolutamente sbalorditivi.

Le aree contaminate dal DU si estendono molto più oltre ai campi di battaglia del Golfo Persico. Rokke ha ammesso che il DU è regolarmente usato nelle esercitazioni sul campo negli USA, in particolare negli Stati dell’Indiana, Florida, New Mexico, Massachusetts, Maryland

e Puerto Rico. Per non parlare del Kosovo, dove proiettili al DU sono stati usati per mettere fuori uso i carri armati dei Serbi.

Quando gli USA stavano sul punto di intraprendere un’altra guerra con l’Iraq, Rokke dichiarava che era sua intenzione mettere in guardia l’opinione pubblica Americana che questa guerra sarebbe stata ben peggiore della prima, e che il numero di soldati che si sarebbero ammalati a causa del DU probabilmente sarebbe stato molto maggiore.

Rokke insiste di non essere un pacifista. “Io sono un combattente ed un patriota. Se si verificasse una minaccia contro gli USA, non esiterei un solo istante per andare a combattere.”

Ma afferma anche di voler parlare chiaro e tondo per il bene dei soldati americani, e per qualsiasi altra persona, anche per i soldati e i civili Iracheni, che potrebbero essere esposti all’azione del DU.

“Sto propagandando la pace, oggi? Sì, lo sto facendo.”

Rokke affermava che prima che si prendesse in considerazione l’eventualità di una nuova guerra contro l’Iraq, il DU doveva essere rimosso da ogni arsenale nel mondo.

Comunque, perché questo avvenisse, il Pentagono avrebbe dovuto ammettere che Doug Rokke era nel giusto, e avrebbe dovuto pagare un prezzo molto caro, fuori da ogni immaginazione.

Ma il denaro poteva ripagare le vite di coloro che erano morti, secondo Rokke, per causa del DU e il denaro avrebbe potuto espellere l’ossido di uranio dai polmoni di coloro che erano stati contaminati?

Rokke denuncia che al Pentagono c’è della gente che si rende conto di tutto questo, e che giudica tutte queste domande come inconcepibili. “Questo è assolutamente da criminali!”

Originale da: Global Research-Uranium Weapons, Low-Level Radiation and Deformed Babies

Articolo originale pubblicato il 1-1-2010

L’autore

Curzio Bettio è membro di Tlaxcala, la rete internazionale di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9768&lg=it

lunedì 25 gennaio 2010

24.01.2010

Convegno a Santa Cristina di Paulilatino

Organizzazione:

FONDAZIONE SARDINIA



TEMA

SARDEGNA: STATUTO E SOVRANITA'

Movimenti presenti:


iRS (indipendentzia Repubrica de Sardigna)

SNI (Sardigna Natzione Indipendentzia)

PSdAz (Partito Sardo d'Azione)

ROSSOMORI

SD (Sardegna Democratica)



SA DEFENZA SOTZIALI

Il mattino prometteva una giornata radiosa (24.01.010) , il sole era alto, ed il cielo bello azzurro e terso, qualche piccola discussione tra amici per le scie chimiche che vedevamo a distanza tracciate sul nostro bel cielo, e si intrecciano e incrociano a modo di triangoli e quadrati a nord ovest di Santa Cristina di Paulilatino (SCP) dove noi indipendentisti insieme ad altri soggetti sardisti stavamo per convenire e dialogare su: Sardegna, Statuto e Sovranità , organizzato dalla Fondazione Sardinia.

Il nostro ospite Salvatore Cubeddu, presenta i partecipanti al convegno: Giovanni Colli, Renato Soru, Carlo Sechi, Pietrino Soddu, Bustianu Cumpostu, Gavino Sale, Uriel Bertram (parlamentare indipendentista catalano), Elizenda Paluzie (Preside della facoltà di economia Università di Barcellona), Jordi Mirò (leader dell’indipendentismo catalano).

Un nuovo soggetto aleggia nell'aria la Natzione Sarda.

Un convegno che risponde positivamente, finalmente, alle istanze di rivedimento degli accordi sbagliati del No vembre del 1847 con il Re Savoiardo usurpatore della nostra sovranità!

Inizia il dibattito Carlo Sechi dei Rossomori di Alghero che inizia con la lettura dello statuto della natzione Catalana e rimembra la sua appartenenza a tale cultura, (ad Alghero si parla catalano), in realtà fa un d

iscorso più sindacale che appropriato all’argomento del convito.

L’onorevole Pietrino Soddu , nonostante il suo passato di ex democristiano, non ha deluso le aspettative del convegno nè la capacità oratoria e storica, che ha scaldato la platea con un bel intervento imperniato sulla storia della perdita dell’indipendenza sarda del 1847/48, a motivo della povertà economica e culturale a cui sottostava la Sardegna popolare ed intelletuale di allora.
La speranza era, che, la fusione producesse una qualità di riscatto dalla fame e dalla sudditanza che però ben presto venne frustrata e consumata dagli imperialisti e aproffittatori Piemontesi, altro che fruttuoso accordo per la causa Sarda!

La rinnovata perdita dell’indipendenza si ebbe nel 1948 con la emanazione della cosidetta Autonomia della regione Sarda profusa dallo stato Repubblicano Italiano uscito dalla guerra dichiarata dallo stato fascista, ha mantenuto e palesato lo stesso comportamento con la nostra natzione, sostenuto dal nuovo Meri Americanu.

La cosa non ha prodotto alcun buon risultato per la nostra causa , anzi, ha determinato una ulteriore sudditanza a livelli coloniali, che ancor oggi a distanza di sessanta anni e più continuiamo a scontare, e l'evidenza la vediamo nello sfruttamento che attuano nel nostro territorio con la occupazione militare di enormi quantità di territorio ,( in mare più di due milioni di ettari più di mille volte lìestensione della nostra terra), con ricadute ambientali drammatiche sia per la questione sanitaria che per la questione sociale,(malattie come linfomi, leucemie e incompatibilità genetiche sono diffuse a morivo delle sperimentezioni attuate sulla nostra terra), inoltre la impari dignità, autor ità e sovranità, proprio il contrario di quanto era sottinteso nell’accordo del 1847/48, è stata ampiamente smentita dalla Storia, e se si vuole essere concreti e realisti essa ci ha creato più problemi che soluzioni pragmatiche, cosa ci induce ad essere ancora soggetti a tale accordo?

Abbiamo bisogno ancora d'altro per capire ch'è giunta l'ora della separazione consensuale?


Nulla di tutto ci ò è da considerarsi attivo e gratificante per Noi Sardi, e pensiamo sia giunta l'ora ed è questa, che sia il caso di rimettere in discussione tutto l'apparato sia legislativo che economico che militare, costruito e costituito sullo sfruttamento di una sola parte: la nostra, perciò affermiamo che è ora di riprenderci la nostra libertà!


Noi de Sa Defenza pensiamo che su tale accordo che virtuale non era, dobbiamo tagliare corto e cancellare la nostra so fferenza centenaria , abbia mo appurato che se c'è stato beneficio c'è stato solo per gli "amici" Italiaoti, di conseguenza non vogliamo essere da meno da loro, e perciò un solo eco vogliam sentire: ognuno d'ora in poi và per la sua strada!

Anche il Segretario del PSdAz Giovanni Colli , ha messo il punto sulla proposta loro che giace nel parlamento Regionale, la dichiarazione di indipendenza dall’Italia, cui il PdL loro alleati di governo ha per ora messo in un cassetto che spera diventi un dimenticatoio. Il segretario Colli ha affermato che presto s arà posta la questione che non può essere più rinviata a sine die.

Bustianu Cumpostu Coordinatore di Sardigna Natzione Indipendentzia, ha avanzato l’idea di consultare parallelamente, il popolo sardo, alle elezioni provinciali che si terranno a Maggio, per vedere e capire se è comune sentire l’argomento sovranità e autodeterminazione della patria sarda.

Gavino Sale Presidente di iRS Indipendentzia Repubrica de Sardigna, ha posto l’accento sul referendum Catalano che ha portato 60 paesi a votare sull’indipendenza Catalana dalla Spagna, vi è stat o un indubbio successo che ha visto il 60% dei votanti dei circa 700.000 elettori esprimersi sul referendum dell’autodeterminazione della Catalunia, di questi che hanno votato il 95% si è espresso a favore della indipendenza della loro nazione catalana.

Renato Soru ha rivendicato la bontà del suo governo della passata legislatura ed ha ribadito la giustezza delle leggi salva coste e delle tasse per gli Yacht, gli esempi adotti sono sicurame nte chiari ed esaustivi della giustezza delle sue dichiarazioni.

I patrioti catalani, con l’intervento del Deputato Catalano Uriel Bertram e la Preside Elizenda Paluzie, ci hanno sp ie ga to gli aspetti che li riguarda rispetto alla loro attività e la lotta attuata per la loro libertà dalla Spagna, e ci hanno invitato a far riferimento all’Europa dei popoli che anche se non ancora rappres entata dall’attuale governo Europeo bisogna farvi riferimento affinchè la propria soggettività e identità sia accettata e riconosciuta dall’istituzione sovranazionale Europea...

La giornata è stata proficua per la Sardegna ed il suo popolo , abbiamo visto finalmente l’unità d’intenti

di parte rilevante dei soggetti politici rappresentanti dei sardi e la natzione sarda.

Abbiamo visto consumarsi davanti ai nostri occhi la divisione in seno ad iRS; da una parte la Segretaria Demuru, espressione della linea Sedda-Sanna, ha attaccato frontalmente la posizione collaborativa del suo Presidente smentendo le posizioni da Lui espresse, dall'altra l’accorato discorso di Gavino Sale “agli uomini ed alle donne di iRS” a prendere una posizione a favore dell’unità del progetto esposto dall’assemblea che teneva il convegno, Gavino Sale ha reso manifesta la divisione interna.
Ha manifestato a favore di una più ampia coalizione, rappresentativa della costituzione statuale, della sovranità e dell’autodeterminazione della natzione sarda.

autori V.Erriu













venerdì 22 gennaio 2010

Pakistani contro Pentagono
Emanuele Giordana
ilmanifesto.it
Quella che il segretario alla difesa Robert Gates ha cominciato ieri a Islamabad è la sua prima visita ufficiale in Pakistan da che Obama è presidente. Ma non è una passeggiata. Militari e governo gli hanno preparato una doccia fredda respingendo al mittente, prima ancora dell'incontro col primo ministro Gilani, le richieste di un maggior impegno contro i militanti taleban.
La richiesta Gates l'aveva resa esplicita senza mezzi termini domandando un impegno a tutto campo perché Washington vuole che tutti i gruppi estremisti che operano nella zona di confine tra Pakistan ed Afghanistan vengano combattuti e sgomina
ti. Se Islamabad non volesse farlo ciò significherebbe, per Gates, ignorare «una parte del tumore» che minaccia la stabilità stessa del Pakistan. Ma nel paese il messaggio da cui il capo della Difesa americana si è fatto precedere e che, per la verità è un tasto dolente dell'attuale rapporto tra il Pakistan e gli Stati uniti, non è piaciuto per niente.
L'offensiva l'ha aperta il responsabile dell'informazione militare Athar Abbas, sia parlando con i giornalisti al seguito di Gates, sia concedendo un'intervista alla Bbc nella quale ha detto che l'esercito pakistano è oberato di lavoro e che non ha nessuna intenzione di sobbarcarsi nuove offensive nel Waziristan del Sud. Figurarsi inseguire i taleban afghani, che usufruiscono dei «santuari» in Pakistan, fin dentro il confine afghano. A fargli eco c'erano per altro le parole che il primo ministro Gilani - ieri in serata era in agenda una cena con Gates - ha rivolto al senato pakistano spiegando che, per il suo governo, non sarà una soluzione militare a chiudere la partita col radicalismo islamico che, com'è noto, è ormai uscito dalle frontiere della regione tribale (al confine con l'Afghanistan e dove si trova il Waziristan) e della valle di Swat. Aree dove l'esercito pakistano ha impegnato nel 2009 circa 30 mila soldati in due massicce operazioni anti-taleban. Gilani ha spiegato che il fucile può servire al 10% ma che il 90% di un successo si gioca sul piano politico e delle riforme sociali per lo sviluppo di quelle zone. Ha snocciolato le cifre messe a disposizione dal governo senza dimenticare di sottolineare il «successo» di aver riportato a casa in pochissimo tempo (anche grazie alla «comunità internazionale») due milioni e mezzo di sfollati.
Athar Abbas è entrato nello specifico: mettere in sicurezza il Waziristan richiederà tempo. Sei mesi, forse un anno. Ma senza estendere le operazioni. A suo dire molti risultati sono già stati raggiunti nell'offensiva di ottobre e non è il caso di andare oltre. Per Abbas non è il Pakistan a muoversi troppo delicatamente ma la Cia a non essere in grado di produrre informazioni che possano tradursi in piani operativi mirati. Non ci sarà quindi un'espansione dell'attività militare anche se, notavano ieri i giornali locali, i taleban pakistani, noti con la sigla di Tehreek-e-Taliban Pakistan, continuano a mandare segnali di forte vitalità, quantomeno attraverso l'ondata di attentati terroristici che - con maggior determinazione che non in Afghanistan - hanno preso di mira anche i civili e non solo gli obiettivi militari.
Dal canto loro gli americani pensano che l'offensiva della Nato nell'Afghanistan orientale possa essere compromessa da un rallentamento delle attività militari pakistane che vorrebbero vedere espandersi anche oltre frontiera. Ma lo stesso Gates sa benissimo che proprio la zona del Waziristan è un tasto dolente. L'allusione del portavoce militare all'inefficienza d
ella Cia tocca infatti un nervo scoperto: la strategia dei droni, gli aerei senza pilota autori degli omicidi mirati che sono, per Obama e il suo staff, la carta vincente nell'area tribale per colpire talebani pakistani, afghani e qaedisti. Ma i droni - pilotati dal vicino Afghanistan e considerati da molti pakistani una violazione della sovranità territoriale del paese - hanno ucciso un numero enorme di civili, molto spesso sbagliando clamorosamente obiettivo e aumentando la diffidenza nei confronti degli Stati uniti. In tasca però Gates ha anche l'assegno a nove zeri che gli Usa hanno deciso di versare per almeno tre anni a Islamabad purché faccia quello che Washington le chiede. La vera leva su cui pensa probabilmente di contare.
Lettera22

mercoledì 20 gennaio 2010

Gasdotto

Stefano Deliperi*

ilmanifestosardo.org

C’è molta aspettativa per il gasdotto Galsi, il gasdotto Algeria – Sardegna – Toscana, previsto grazie all’importante accordo internazionale con l’Algeria del novembre 2007 per far giungere il gas naturale in Sardegna con un percorso che terminerà nell’Italia centrale.
C’è aspettativa di energia “pulita” a basso costo per le città e le industrie, tanto da poter essere finalmente competitive per la riduzione dei costi dell’energia. A Cagliari, poi, nel dicembre scorso si è svolto un convegno internazionale in grande stile, dal taglio tipicamente promozionale (così come le tante sponsorizzazioni di manifestazioni locali) e dai toni molto trionfalistici. In tanti si aspettano molto da quel gas naturale che finora in Sardegna non è arrivato, unica regione italiana.
In teoria un gran bell’affare, nella realtà concreta finora un mezzo salto nel buio.
Ma ora c’è la possibilità di vederci più chiaro e di intervenire per poter incidere su un’opera di rilevante interesse come questa. Infatti, il Ministero dell’ambiente ha chiesto (2 novembre 2009) una lunga “serie di integrazioni relative ad aspetti programmatici, progettuali ed ambientali” che hanno comportato un nuovo avvìo del procedimento di valutazione di impatto ambientale – V.I.A. Lo scorso 30 dicembre 2009, sul quotidiano L’Unione Sarda, è stato riportato il relativo “avviso al pubblico”. Entro la fine del prossimo mese di febbraio possono essere inoltrati atti di “osservazioni” al Ministero dell’ambiente, della tutela del territorio e del mare.
E’ il frutto anche dei ricorsi inoltrati dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico (esposto del 28 agosto 2009 ed esposto del 22 novembre 2009), grazie al prezioso e competente lavoro di Giuseppe Floris ed al sostegno di oltre 160 ornitologi, naturalisti, appassionati di avifauna, docenti e ricercatori universitari, fotografi e disegnatori naturalistici, esperti di zone umide, al Ministro dell’ambiente, all’Assessore regionale della difesa dell’ambiente ed alla Commissione europea per salvaguardare le Saline di Sant’Antioco e la prateria di posidonia del Golfo di Palmas, gravemente minacciate dal progetto.
In proposito il Ministero dell’ambiente, della tutela del territorio e del mare – Direzione generale per la protezione della natura aveva già reso noto (nota n. DPN-2009-22416 del 22 ottobre 2009) di aver chiesto all’Assessorato regionale della difesa dell’ambiente specifiche assicurazioni riguardo la salvaguardia delle zone umide interessate. Infatti, “tali opere andrebbero a ricadere in un’area particolarmente sensibile, caratterizzata dalla presenza di siti con peculiarità ambientali, biotiche e abiotiche rilevanti, unitamente alla presenza di numerose zone umide, come la palude di Rio Sassu, di notevole importanza per la nidificazione delle specie ornitiche acquatiche, alcune delle quali incluse negli Allegati della Direttiva n. 79/409/CEE. Si sottolineano altresì le possibili interferenze che tale opera potrebbe causare al limitrofo SIC ITB 0422223 (Stagno di Santa Caterina) e all’IBA n. 190 (Stagni del Golfo di Palmas)”.
Tuttavia, all’utilità della fonte energetica alternativa (riserve accertate di 8 miliardi di metri cubi), da realizzare anche in Sardegna, dove non risultano previste le necessarie reti di distribuzione verso le zone urbane ed industriali, dovrà esser connessa la minimizzazione degli impatti sull’ambiente mediante la procedura di valutazione di impatto ambientale.
E se ne sente proprio il bisogno, viste le caratteristiche del tracciato del gasdotto Galsi che interessa il territorio sardo. Infatti, la realizzazione interesserebbe una fascia di rispetto larga 40-80 metri, lunga 272 km. sulla terraferma (sui 900 km. complessivi, di cui circa 600 in mare), dove verrebbe posizionata una tubazione da 1.200 mm. di diametro ad una profondità di mt. 3 ove non in superficie. Ovviamente la vegetazione delle aree interessate sarebbe eliminata. Vengono interessati ben sette siti di importanza comunitaria – S.I.C. (”Stagno di Porto Botte”, “Stagno di Santa Caterina”, “Altopiano di Campeda”, “Piana di Semestene, Bonorva, Macomer e Bortigali”,” Piana di Ozieri, Mores, Ardara, Tula e Oschiri”, “Campo di Ozieri e Pianure Comprese tra Tula e Oschiri”, ” Isole del Nord Est tra Capo Ceraso e Stagno di San Teodoro”).
Perché non seguire per il tracciato del gasdotto e delle reti di distribuzione gli assi stradali già esistenti, muniti in gran parte già di fasce di rispetto?
In precedenza le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico erano intervenute con successo, su segnalazione di residenti, per evitare l’interessamento della costa di Golfo Aranci, dove i picchetti dei tecnici facevano capire quali disastri paesaggistici possono causare tracciati poco meditati.
Quindi una seria rivisitazione del tracciato è possibile. E’ pur vero che il gasdotto Galsi è stato dichiarato progetto di interesse europeo (decisione n. 1364/2006/EC del Parlamento europeo e del Consiglio del 6 settembre 2006 – orientamenti per le reti transeuropee nel settore dell’energia, TEN-E) Questo gasdotto dev’essere un utile opportunità per la Sardegna, non un disastro ambientale ed economico-sociale. Ora la riapertura del procedimento di V.I.A. è un’importantissima occasione da non perdere per rendere davvero utile e non devastante un’opera d’interesse pubblico così rilevante. Ed è il momento che si facciano sentire anche gli Enti locali interessati dal tracciato, così come ha fatto il sindaco di Sant’Antioco Mario Corongiu, che ha manifestato la sua netta opposizione a “questo” tracciato. E’ proprio il caso di farsi sentire…

* Gruppo d’Intervento Giuridico


il gasdotto galsi si candida di diritto a rappresentare l'ennesima servitù a carico del popolo sardo e della sua terra. il miraggio di una energia a basso costo porterà allo sventramento dell'intera isola, per pompare il gas in italia e in europa. Il costo ambientale e i rischi sono un prezzo troppo alto, mentre tutto il mondo civile punta sulle energie rinnovabili, noi ci mettiamo una bomba in casa.

martedì 19 gennaio 2010

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com/

Mentre i giornali ci solleticano con le abituali vicende legate alle tasse – oggi si tolgono, domani no, troppo tardi, forse dopodomani… – oppure con le molte leggi e leggine utili a riformare la giustizia (minuscolo) per il solo comprensorio di Arcore, sono state emanate le direttive per le future centrali nucleari. In sostanza, si dice che dovranno essere vicine all’acqua e lontane dalle aree sismiche: elucubrazioni che, anche chi non è Pico della Mirandola, già sapeva.
Poi si parla d’incentivi: una manna – gente! – incentivi “a pioggia”, per tutti! Chi vorrà, potrà prendere visione del decreto in nota [1].
Insomma, con il “rientro” di 95 miliardi di euro, grazie al bel regalo dello “Scudo Fiscale” – hanno pagato il 5% di tasse mentre avrebbero dovuto pagare il 40% – ci saranno tanti soldini per fare tante cose, nucleare compreso?

Ma, quanto costa una centrale nucleare?



Il costo medio attuale di una centrale nucleare è di circa 2000-2200 euro/kWe installato, ovvero il costo in conto capitale di una centrale da 1000 MWe è di circa 2 miliardi di euro. Il costo dell’EPR da 1600 MWe (il reattore europeo di III Generazione fornito dalla franco-tedesca Areva) è di 3 miliardi di euro [2].

In realtà, sul Web circolano anche altre cifre – qualcuno arriva a dichiarare 15-20 miliardi di euro per il solo reattore – ma quelle più attendibili variano in una “forbice” fra 3-7 miliardi di euro. Il nodo, non facile da districare, riguarda cosa s’intenda per “costo”: il reattore, oppure la struttura? Entrambi?
Non dimentichiamo che, proprio per il nucleare, ci sono delle procedure d’infrazione aperte dall’UE per il finanziamento “occulto”, usando fondi statali per finanziare imprese private, che lavorano in quello che dovrebbe essere un libero mercato [3]. Insomma, un ginepraio.
In effetti, la cifra di 5 miliari di euro per una centrale (struttura + reattore) da 1600 MWe è credibile, ma qui salta fuori un altro coniglio dal cappello: la “levitazione” dei costi.

Un chiaro esempio di questi problemi è la costruzione in corso a Okiluoto, in Finlandia, di un reattore europeo pressurizzato ad acqua (EPR) di nuova generazione – il primo reattore di questo tipo – che dopo soli diciotto mesi di costruzione ha già accumulato un ritardo di diciotto mesi sul programma, superando già adesso il budget previsto di 700 milioni di euro [4].

I tempi di costruzione delle centrali, dagli anni ’70 ad oggi, sono praticamente raddoppiati: per la maggior complessità tecnologica, per i sistemi di sicurezza, ecc. Se non sono riusciti a star “dentro” nei tempi (e quindi nei costi) tutti gli altri, c’è da sperare che ci riusciremo noi italiani?
Si potrà ricordare che il reattore finlandese è di nuova generazione, ma il fenomeno del procrastinarsi dei tempi di costruzione è un fenomeno planetario, che riguarda anche le centrali non sperimentali.

Poi, bisogna conteggiare i finanziamenti per “compensazione” alle popolazioni (termine assai poco chiaro) che ammonteranno a 3-4000 euro/anno per MWe installato: in pratica, una centrale da 1.600 MWe sborserà a “qualcuno” circa 6 milioni di euro l’anno.
Nel decreto recentemente approvato [5], si parla addirittura di “interventi a pioggia” per tutti: Comuni, Province, sconti sull’IRPEF, sulle forniture elettriche…ancora…roba da Babbo Natale Atomico, mica scherzi.
Saremo curiosi di verificare, dopo le elezioni regionali, quando si saprà chi si “beccherà” la centrale sulla cocuzza – prima no, ovvio, votate tranquilli… – quante di queste “piogge” di denaro rimarranno.
Bisogna stare attenti quando si parla di provvedimenti a favore della popolazione, perché quei soldi s’intendono dati agli amministratori locali, che sono cosa assai diversa dalle popolazioni.
Scusate il sospetto, ma i trucchi delle tre carte di Tremonti li conosciamo da tempo: magari “cartolarizzerà” quei benefici, “spalmandoli” in 25 esercizi finanziari…roba del genere…ma la centrale arriverà, sicuro. Cioè, sicuro: forse.
Calcolando benefici a “pioggia”, costi di costruzione e quant’altro…chiudiamo la faccenda a 7 miliardi di euro per una centrale da 1.600 MWe per 25 anni? Senza considerare, ovviamente, l’Uranio, il personale, le scorie…

I sostenitori del nucleare affermano che la “forza” di quel sistema è una produzione continua, senza interruzioni: falso. Anche le centrali nucleari, come tutti i sistemi complessi, necessitano di manutenzione: altrimenti, si spalancano veramente le porte dell’Inferno Nucleare.
E’ appena passato Natale e vogliamo essere generosi: concediamo a quelle centrali di produrre alla massima potenza per l’80% del tempo, da quando entreranno in funzione (circa 2020) al 2045.
Una centrale da 1.600 MWe produrrà, in un anno (all’80%), circa 11,2 milioni di MWh (11,2 TWh), in 25 anni 280 milioni di MWh (280 TWh).

Quanta potenza elettrica di fonte eolica sarebbe possibile installare con 7 miliardi di euro?
Calcolando il costo di 1 MW di potenza eolica installato in mare – lontano dalla costa, su piattaforma ancorata, invisibile da terra – in 1,3 milioni di euro [6] (+ 25-30% rispetto agli impianti a terra [7]), potrebbero essere installati 5.385 MW. Quanto produrrebbero in 25 anni?

Siccome le mappe eoliche del CESI [8] stimano nella aree marine del basso Adriatico, del Canale di Sicilia e del Sud della Sardegna (fondali inferiori ai 100 m) una produzione alla massima potenza per +3.000 ore l’anno, quegli aerogeneratori produrrebbero, sempre in 25 anni, circa 404 milioni di MWh (404 TWh). 124 TWh in più della centrale nucleare!
Crediamo bene che gli alfieri della “estetica ambientale” si spellino la lingua, in TV, contro l’eolico: potremmo addirittura ipotizzare che qualcuno paghi, e parecchio, per tanto fervore!
Difatti, negli altri Paesi stanno abbandonando il nucleare per investire nell’eolico: lo fa, addirittura, l’ENEL in Texas!

124 TWh in più senza considerare che la manutenzione dell’eolico è infinitamente meno onerosa rispetto ai costi del materiale fissile, del personale e della custodia delle scorie (peraltro, ben lontana dal trovare una soluzione)!
A questo punto c’è la solita obiezione: le rinnovabili non sono affidabili poiché intermittenti, poco costanti.
Ciò è vero, e sarebbe una follia affidarsi al solo eolico.

Carlo Rubbia – oramai solo “di passaggio” in Italia – non ha mancato di “tirare le orecchie” al governo per lo strampalato piano energetico di Scajola & Co: riteniamo che un Nobel italiano, il quale sta operando proprio nel campo delle rinnovabili (solare termodinamico), almeno il diritto di togliersi qualche sassolino dalla scarpa (per come è stato trattato…) ce l’abbia.
In qualsiasi Paese – diciamo solo “normale” – sarebbe Rubbia a stendere il piano energetico, anche perché il solare termodinamico sta funzionando benissimo in Spagna, i tedeschi stanno cercando joint venture per installarlo in Africa, Israele ci sta pensando, così l’Algeria, il Marocco…
Insomma, tante nazioni rivierasche del Mediterraneo puntano su sole e vento…e noi – ma saremo proprio i più furbi della nidiata? – pianifichiamo un obbrobrio costoso, tutto d’importazione, meno redditizio e…ancora cantiamo?

Un serio piano energetico dovrebbe poggiare principalmente su tre direttrici: solare termodinamico, eolico e biomasse di scarto. Perché?
Poiché le energie naturali sono anche energie stagionali, ossia dipendenti dalla meteorologia, dalla stagione, dai capricci del tempo.
Se è vero che il solare termodinamico, grazie all’inerzia delle alte temperature generate, riesce a soddisfare anche la richiesta notturna (che è sensibilmente inferiore di quella diurna, circa 1/6), poco può fare quando ci sono prolungati periodi di cielo coperto. In Inverno, ad esempio.
Ma, proprio in Inverno, in Primavera ed in Autunno la circolazione dei venti è consistente, favorendo così l’eolico. Il quale, è certamente meno favorito d’Estate (ampia omeotermia nel Mediterraneo, e quindi ridotta circolazione dei venti), quando il termodinamico raggiunge le migliori rese.

Ogni anno, poi, in Italia generiamo 30 milioni di tonnellate di scarti dell’agricoltura, della silvicoltura e delle industrie di trasformazione (segherie, ecc): scarti “puliti”, non come i rifiuti, materiali che si possono utilizzare ovunque.
Calcolando in circa 4.000 Kcal/Kg l’energia che si può ricavare da quegli scarti, essi corrispondono all’incirca a 12 MTEP, ossia a 12 Milioni di Tonnellate di Petrolio, circa il 6% del fabbisogno energetico nazionale.
Di più: proprio perché quegli scarti non inquinano, potrebbero essere utilizzati in un ciclo combinato, ossia per produrre energia elettrica e riscaldare le abitazioni con il vapore esausto delle turbine.
Oggi, nelle centrali termoelettriche, il rendimento non supera il 35%: la gran parte dell’energia se ne va, sprecata, nei fiumi e nel mare, nelle acque usate per il raffreddamento nei condensatori. Nelle centrali a ciclo combinato – proprio perché il calore non viene dissipato bensì utilizzato per riscaldare le case – il rendimento raggiunge già oggi il 60% [9], ma con l’affinarsi delle tecnologie potrebbe migliorare.

Vorremmo proporre una considerazione ed un’esortazione.
Abbiamo fior fiore di tecnici e ricercatori, bravissimi, in grado di progettare e migliorare qualsiasi settore energetico: sanno fare bene il loro lavoro, al punto che alcune piccole industrie lavorano come sub-contraenti per l’industria eolica.
Abbiamo aziende in grado di produrre meccanica di precisione, elettronica di supporto, ecc: non sono questi i problemi.
Mancano filosofi.
Ci vogliono persone in grado di dialogare, di proporre, di valutare – senza pelli di salame agli occhi – le future scelte.
Avere un Rifkin sarebbe chiedere troppo?
Forse mi sono sbagliato, i “filosofi” ci sono: non mancherà, per caso, chi li dovrebbe interpellare? Ad ascoltare certe fregnacce televisive, il dubbio viene.
E veniamo all’esortazione.

Prima di gettare nel nucleare del 2020 miliardi che, per ora, manco ci sono, perché non modificare il piano energetico – a questo punto suddiviso su più esercizi finanziari e con “ritorno” quasi immediato degli investimenti, non nel 2020 – su quelle tre direttrici come esperimento pilota?
Tralasciamo, in questa sede, altre forme d’energia, il risparmio energetico e il dilemma di scegliere fra grandi impianti oppure sistemi per l’autosufficienza energetica: la questione diverrebbe troppo complessa, e ci torneremo in un prossimo articolo.
Restringendo l’indagine a questi soli tre sistemi di produzione energetica: quale scenario potremmo ipotizzare?

Alcune centrali termodinamiche nel Sud, “campi” eolici in mare e centrali a biomasse laddove c’è più produzione di scarti agricoli. Poi, fra pochi anni – da tre a cinque, non nel 2020 – potremmo già tracciare delle conclusioni, verificare i problemi, migliorare i sistemi, ecc.

Distribuendo i campi eolici al limite delle acque territoriali (12 miglia, circa 23 Km, invisibili da terra), in tre zone ben definite: le coste adriatiche pugliesi, il Canale di Sicilia e l’area a Sud di capo Teulada, l’incostanza del sistema eolico sarebbe compensata dalla distanza poiché, chiunque abbia un minimo d’esperienza di mare, sa che è praticamente impossibile avere le medesime condizioni di vento in aree così distanti.

Le centrali a biomasse potrebbero sorgere nei pressi di grandi città della pianura padana (forte produttrice di scarti agricoli), così da non incorrere in significative perdite per il trasferimento sulla rete elettrica di distribuzione e facilitando, per la stessa ragione, il teleriscaldamento delle abitazioni. Funzionando prevalentemente durante l’Inverno, compenserebbero la scarsa produzione termodinamica. Un’accorta programmazione – dato che il trasporto delle biomasse è uno dei principali fattori di costo – prevedrebbe, in parallelo, di riattare la rete fluviale italiana, dal Po ai canali limitrofi, compresa l’area veneta, ed un maggiore impulso alla navigazione di cabotaggio. Sono interventi non molto costosi, per altro finanziabili in parte con fondi europei.

Per le centrali termodinamiche servono poche parole: che fine ha fatto la modesta centrale sperimentale di Priolo Gargallo, appaltata all’ENI per la costruzione e la messa in esercizio? Di questo passo, potremmo dare in appalto l’Arma dei Carabinieri ad una holding paritetica fra Mafia, Camorra e N’drangheta.
In realtà, il termodinamico sta avanzando nel Pianeta [10], e in Spagna stanno passando dalle prime centrali da 50 MW a quelle, in fase di progettazione, da 300 MW. Se e quando funzionerà Priolo Gargallo, sarà una delle prime centrali progettate, ma avrà la minor potenza fra tutte le altre: 5 MW.
Tutto questo, nonostante Rubbia abbia dimostrato che una superficie di specchi pari a quella compresa all’interno del raccordo anulare di Roma provvederebbe, da sola, ad un terzo del fabbisogno nazionale.

Concludendo, potremo riassumere la faccenda in poche considerazioni.
I dati sui costi reali dell’energia nucleare sono soggetti ad una continua disinformazione e facciamo notare che, nella nostra analisi, non abbiamo considerato i costi dell’Uranio né quelli del personale e neppure la custodia delle scorie, assai onerosa, come avevamo già analizzato nel nostro “Vattelapesca forever” [11].
Programmare delle centrali per il 2020 è un’operazione molto azzardata, poiché il costo dell’Uranio ha goduto, dal 1990 in poi, di un importante calmiere del prezzo, dovuto allo smantellamento di moltissime testate belliche del dopoguerra (gli accordi SALT, ecc). Oggi, quella “manna” è terminata, ed il prezzo dell’Uranio – che influisce sulla produzione elettrica per un 5-10% – è in costante aumento.
Nel 2020 non sappiamo a quanto arriverà il prezzo del minerale, poiché dieci anni – in mercati così volatili – possono riservare di tutto: vento, sole ed acqua costeranno quanto costano oggi, cioè niente. Le tecnologie per captare le energie naturali, al contrario, man mano che s’affinano e migliorano abbassano il costo del KWh prodotto.
Da ultimo, ricordiamo che il costo d’impianto oggi stimato per il nucleare è di 2,2 milioni euro per MW, mentre quello dell’eolico è di un milione per le installazioni a terra e di 1,3 milioni per quelle in mare.
Perciò, la scelta insensata va oltre la querelle sulla sicurezza delle centrali: si costruiscono obsoleti macinini ad Uranio e non si guarda oltre. Siamo un paese vecchio, che teme le novità, la ricerca, la sperimentazione. Nuove verità che affossino antiche credenze mettono in dubbio false sicurezze: ma, le false certezze, sono destinate da sole a crollare.

Non siamo ingenui: conosciamo perfettamente la ragione che conduce l’Italia lontano dalle fonti rinnovabili e ad affidarsi, quando quasi tutti gli altri lo stanno abbandonando, al nucleare.
Qualsiasi produzione energetica che necessiti di un rifornimento costante di materiali produce flussi di denaro e, su quei flussi di denaro, la corruzione crea enormi ricchezze per i soliti noti.
Per quanto ci possa consolare il pensiero che corruzione e lobbismo siano radicati ovunque, non c’è terra dove la corruzione sia quasi “istituzionale”, come avviene in Italia. Condite “l’insalata nucleare” italiana con un po’ d’ignoranza e tanta voglia di soldi sicuri da distribuire ai famelici appetiti della politica e dei baroni dell’economia, ed ecco la risposta.

La questione si sposta dunque dal settore tecnico alla politica: ci rendiamo conto che, per molti, questa è la classica scoperta dell’acqua calda, ma riteniamo che ogni tanto sia necessario “rinfrescare” le idee. Soprattutto a coloro i quali, dopo le elezioni regionali, si vedranno “recapitare” una centrale nucleare sulla cocuzza: mentre ENEL ed ENI si fregheranno le mani contente – e con esse il Tesoro, che ha importanti partecipazioni azionarie in entrambe le holding – quei “fortunati” vedranno le loro abitazioni precipitare ad un terzo del loro valore. Contenti loro.

Cosa possiamo fare?
L’unica forza politica che ha lanciato una petizione contro la costruzione delle centrali nucleari è stata “Per il Bene Comune” [12], la quale ha consegnato le prime 50.000 firme alla Presidenza della Repubblica, senza che – fino ad ora – sia giunta risposta (se gli amici di PBC hanno novità in merito, saremmo felici se ci aggiornassero, nei commenti o direttamente all’autore).
PBC non ha passato sotto silenzio che il referendum del 1987 fu un pronunciamento contro l’energia nucleare nel nostro Paese: si potrà affermare che il meccanismo di qualsiasi referendum abrogativo prevede l’abolizione di una norma, come in quel caso furono abrogate le norme che prevedevano l’impianto delle centrali di Caorso e di Montalto di Castro (semplifico un po’ la questione).
In pratica, furono abrogate le norme per quelle centrali, ed oggi ci sono nuove norme (emesse dall’attuale governo) che, per essere parimenti abolite, necessiterebbero di un altro referendum. Questo è il “corso” giuridico.

Non ci si può, però, nascondere dietro ad un dito perché gli italiani – concediamo che la vicenda di Chernobyl abbia, all’epoca, modificato i consensi – si pronunciarono chiaramente contro il nucleare. Oggi, sono favorevoli?
Per niente.
Secondo una ricerca effettuata da “Il Sole 24 ore” [13] – che non è certo una fonte “comunista” – solo il 26,3% degli italiani è disposto ad accettare una centrale sul proprio territorio. E, tutto questo, nonostante il buon Mannehimer si sia tanto dato da fare per organizzare – lo scorso 12 Novembre 2009 – un bel convegno con un titolo che era tutto un programma: “Energia nucleare: la gestione del consenso [14].
Insomma, ‘sti italiani sono contrari, lo erano già nel 1987: come facciamo a farli cambiare opinione? Va da sé che se la sono “sparata” fra di loro e basta: di voci contrarie, manco l’ombra.
Il buon Mannheimer deve aver fatto un bel flop, tanto che il governo sarà costretto a militarizzare le aree delle centrali.

E l’opposizione?
L’UDC è favorevole, mentre Di Pietro ha recentemente dichiarato di voler promuovere due referendum abrogativi [15], contro il nucleare e la privatizzazione dell’acqua. Ma, Di Pietro, è la stessa persona che si alleò con il Presidente della Regione Molise Iorio (all’epoca, Forza Italia) contro il primo “campo” eolico italiano off-shore. La vicenda è comica, e la trattammo in “Venti nucleari” [16].
Farà seguire alle parole i fatti? Ah, saperlo…
Non è il caso di chiederlo al PD – che, paradossalmente, si dichiara contrario al nucleare e favorevole all’eolico [17] – per il problema che, loro, prima dovrebbero trovare il PD.

Centrale nucleare di Borgo Sabotino (Italia) [prima parte video].
La centrale nucleare di Latina è stata la prima in Italia a entrare in funzione nel 1963.
Dal 1986 non produce più energia. Nel 2000, la SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari SpA),
ha presentato il progetto di smantellamento, ma purtroppo la centrale contiene ancora materiale radioattivo.


Perciò, l’unica via da seguire è appoggiare PBC nella sua petizione e chiedere, finalmente, a Pietruzzo cosa vuol fare da grande. Ha un partito, è in Parlamento, può lanciare la raccolta di firme: il 75% degli italiani non vuole quelle centrali.
Se ci sei, Pietruzzo, batti un colpo: altrimenti, taci.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/01/arriva-il-bengodi-nucleare.html
18.01.2010

Difesa-Servizi S.p.A è la società per azioni, la cui creazione è prevista dalla finanziaria, che gestirà alcuni settori dei servizi del Ministero della Difesa. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa generale Vincenzo Camporini spiega in un'intervista le ragioni e le esigenze a cui tale società dovrebbe rispondere.
NOI DI SA DEFENZA SOTZIALI
PENSIAMO , CHE, DIFESA-SERVIZI SPA SIA IL CAVALLO DI TROIA PER LA MANIPOLAZIONE DELLE CENTRALI NUCLEARI (C.N.) NEGLI SPAZI MILITARI E PERCIO' POSSIBILI LUOGHI DI COSTRUZIONE DELLE C.N. E ALLONTANATE DALLA CONTESTAZIONE CIVILE PONENDOLE SOTTO IL CONTROLLO DELLA DIFESA ARMATA DELL'ESERCITO ITALIANO
a cura di Maurizio Torrealta Rai News 24
Ne discutono in studio l'onorevole Rosa Villecco Calipari, capogruppo del PD in Commissione Difesa, l'onorevole Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa e autore del progetto, Gianluca Di Feo, giornalista de "L'Espresso" che per primo si è occupato di questo tema e Francesco Vignarca, responsabile della Rete per il Disarmo e autore del libro "Il caro armato". In collegamento da Venezia interviente l'onorevole Filippo Ascierto, membro della Commissione Difesa per il PDL



Centrale nucleare di Borgo Sabotino (Italia) [prima parte video].
La centrale nucleare di Latina è stata la prima in Italia a entrare in funzione nel 1963.
Dal 1986 non produce più energia. Nel 2000, la SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari SpA),
ha presentato il progetto di smantellamento, ma purtroppo la centrale contiene ancora materiale radioattivo.



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