mercoledì 29 dicembre 2010

I pastori sardi sbarcano a Roma e la polizia li aggredisce
Avevano viaggiato l'intera notte in nave per riuscire a farsi sentire dal governo. Ma a nessuno degli oltre 200 pastori sbarcati a Civitavecchia ieri mattina è stato permesso di arrivare fino a Roma. Ad aspettarli c'erano polizia e carabinieri che, a suon di manganelli, li hanno costretti a tornare indietro. La denuncia del portavoce Felice Floris: «Siamo padri di famiglia e ci trattano come criminali»
Pietro Carzina
Pasquale D'Alessio

il manifesto
CIVITAVECCHIA

La protesta dei pastori sardi sbarca sulla penisola. Volevano raggiungere la capitale per gridare le ragioni del loro malessere che da mesi anima il dibattito politico isolano. Ad attenderli sulle banchine del porto di Civitavecchia c'erano invece diverse decine di poliziotti e carabinieri schierati affinché i circa 200 rappresentanti del Movimento dei pastori sardi (Mps) non partissero con i pullman alla volta di Roma. I manifestanti avevano raggiunto alla spicciola lo scalo di Olbia dove lunedì sera si erano imbarcati su una nave della Tirrenia. Molte donne, ragazzi e addirittura signore anziane componevano la delegazione che si è vista sbarrare il passo alle prime luci dell'alba di ieri.

La tensione è scoppiata intorno alle 8 del mattino dopo, quasi tre ore di trattative fra Mps e forze dell'ordine: si poteva uscire dall'area di sbarco solo dopo la consegna dei documenti e la conseguente identificazione. «Non abbiamo fatto niente di male, non siamo dei delinquenti - urlavano i pastori - non ci potete trattenere qui con la forza».

Prima alcuni spintoni e poi lo sfondamento del cordone di polizia e carabinieri da parte dei manifestanti. Manganellate e parapiglia hanno riscaldato il freddo mattino di Civitavecchia con una lotta all'ultimo respiro fra Felice Floris, leader dell'Mps, e alcuni funzionari di polizia che in tutti i modi hanno cercato di fermarlo e portarlo via dai suoi pastori. Priamo Cottu è invece stato bloccato a ammanettato per diversi minuti. Solo la mediazione del sindaco di Busachi (Oristano), Giovanni Orrù, ne ha permesso la liberazione. Il bilancio dei tafferugli è di alcuni feriti lievi, due denunciati per resistenza a pubblico ufficiale e della denuncia per tutti i 200 di manifestazione non autorizzata. I toni si sono poi abbassati e fra le due parti si è ripreso a dialogare. Mentre buona parte dei manifestanti sono rimasti a presidio vicino i pullman parcheggiati sul porto, altri si sono mossi in direzione della stazione ferroviaria con l'intenzione di raggiungere Roma da turisti.

Niente da fare anche in questo caso. «Un cordone di uomini delle forze dell'ordine ci ha impedito di salire sui treni - ha spiegato Maria Barca, portavoce dell'Mps e ferita alla caviglia dal calcio di un poliziotto - questa è una cosa assurda e inaccettabile». Dello stesso tono le dichiarazioni di Floris: «Siamo padri di famiglia, invece ci hanno trattato come criminali; siamo stati sottoposti ad un vero e proprio sequestro preventivo, insieme ai pullman i cui autisti sono stati identificati e minacciati di denuncia se solo si fossero mossi».

La battaglia dei pastori sardi ha mosso i primi passi nel luglio scorso con l'occupazione della statale Carlo Felice (l'arteria che collega Cagliari a Sassari) e con i blocchi negli aeroporti di Cagliari, Olbia e Alghero. Poi una sortita anche in Costa smeralda, la patria dei vip, e una serie di blitz negli scali navali di Porto Torres e Olbia. Fra settembre e ottobre iniziano gli incontri con i politici isolani. Dopo una imponente manifestazione conclusasi sotto la Regione, il 14 settembre, il governatore Ugo Cappellacci, e l'assessore Andrea Prato dichiaravano davanti a migliaia di pastori di accettare il 95% della loro piattaforma.

Una lotta di sopravvivenza che rischia di dimezzare, nei prossimi anni, le oltre 15mila aziende zootecniche sarde. Con la crisi del pecorino romano, esportato soprattutto nei mercati nord americani, il prezzo del latte ovicaprino è crollato a 65 centesimi di euro al litro, mentre per produrlo, secondo diversi studi dell'Mps, se ne spendono fra i 90 e 1 euro. Il 19 ottobre, dopo l'ennesima manifestazione a Cagliari, 12 pastori occupano un'aula della Regione. Scoppiano tafferugli fra manifestanti e forze dell'ordine e un allevatore perde un occhio dopo esser stato colpito da un lacrimogeno.

Gli irriducibili abbandonano la sala con la promessa di Cappellacci di accettare le loro richieste. Così il continuo botta e risposta fra governatore e pastori arriva fino ad oggi. «Volevamo portare a Roma - ha precisato Floris - il progetto di un Coordinamento mediterraneo dei pastori che dovrà coinvolgere anche i colleghi francesi, greci e spagnoli affinché a Bruxelles la voce del mondo ovicaprino si faccia più forte con una grande manifestazione europea». Le cose sono andate in maniera diversa, con gli allevatori sardi costretti a risalire, alle 22.30, su quella nave che li aveva portati sul continente con qualche speranza in più.


venerdì 24 dicembre 2010


Anticipiamo in questa pagina un ampio brano da uno dei saggi raccolti in Educazione e rivoluzione.
Per diventare persone, in uscita nelle librerie in questi giorni dalle Edizioni dell'asino. Una denuncia del pervasivo lavaggio del cervello in un mondo dominato dal profitto, scritta nel 1963 e ancora troppo attuale


Paul Goodman
ilmanifesto


Paul  Goodman
Prendiamo in esame il dominio comunicativo definito dalla reciproca influenza tra scuola e cultura generale e poniamoci la domanda: cosa accade alle capacità linguistiche e cognitive dei giovani americani mentre crescono e diventano adolescenti? All'interno del discorso istituzionale, un bambino assorbe una sola visione del mondo. Nel nostro caso, sappiamo come i mezzi di comunicazione soddisfino un unico grande denominatore comune di gusti e opinioni. Tuttavia, ancor più interessante è andare a vedere quel che ogni mass media, in quanto dispositivo, riesce, per così dire, a sincronizzare.

Le cosiddette «informazioni», ad esempio, corrispondono in realtà a ciò che viene selezionato e considerato degno di esser fatto circolare da due o tre agenzie al massimo; tre reti radiotelevisive quasi identiche riassumono queste medesime informazioni. Analogamente, lo «standard di vita», vale a dire ciò che viene comunemente inteso come uno stile di vita degno e decoroso, è quel che principalmente viene illustrato nelle pubblicità di alcune riviste ad ampia diffusione e negli spot televisivi. Anche i set cinematografici in cui vengono girate queste scene di vita degna e decorosa sono progettati dagli stessi ingegneri sociali della pubblicità commerciale. E, allo stesso modo, ora perfino il «pensiero politico» è divenuto un palcoscenico per i due principali partiti che sono in accordo su tutti i temi cruciali (...) e praticamente occupano per intero giornali, radio e televisioni.

Kit per il bricolage e cibi precotti

Gran parte di questa comunicazione pubblica è in buona sostanza senza senso. Le pubblicità gareggiano a suon di retorica, ma i prodotti sono quasi gli stessi, e ogni bambino può vedere come le nostre vite non siano ancora abbastanza occupate da soap opera, sigarette e birra. Dal canto loro, i politici sono molto polemici, ma nei loro discorsi evitano abilmente qualsiasi tema concreto possa differenziarli dai candidati della parte opposta e causare, così, una perdita di voti. Il vero significato dei discorsi, l'obiettivo del profitto e del potere, non è mai citato. I ragazzini più brillanti, attorno agli undici o dodici anni, riconoscono come in realtà la maggior parte dei discorsi sia fatta di mere parole. L'assimilazione delle scuole all'interno del sistema è affare più serio, poiché qui i ragazzi si trovano costretti a impegnarsi in prima persona e a cooperare.

È sempre la stessa storia. La definizione sempre più rigida di test di competenza decisi astrattamente su scala nazionale fa in modo che il lavoro in classe verta principalmente sulla preparazione in vista di questi stessi criteri. I talent scout inviati da imprese ed enti vari, passano al setaccio le scuole superiori e, ora, persino le scuole del primo ciclo d'istruzione sono state invase dalle brochure delle multinazionali. Scienziati d'eccellenza, chiamati a Washington a definire i corsi di studio in scienze e matematica, capiscono come sia vitale lasciare uno spazio d'azione per il lavoro individuale e lo sviluppo della capacità di formulare ipotesi; tuttavia, nelle mani di insegnanti incompetenti, lo standard nazionale diventa, inevitabilmente, un inflessibile dominatore. Televisione e insegnamento computerizzato sono ormai realtà così formalizzate che tutti ne recepiamo i contenuti nello stesso modo, senza avvertire il bisogno di dialogo.

Eccezion fatta per la famiglia, i bambini parlano poco con gli adulti, se non con i loro insegnanti. Ciò nonostante, la scuola, per via dell'affollamento e dei ritmi incessanti, lascia poco tempo e sicuramente non molte occasioni per il contatto umano. Inoltre, sempre più nella scuola primaria così come alle superiori, gli insegnanti hanno progressivamente abdicato al loro ruolo a favore di consulenti, specialisti o amministratori, così che quelle relazioni significative e indispensabili per far maturare allo studente la fiducia e un orientamento tendono a instaurarsi solamente in situazioni estreme. Pare quasi che per essere presi in considerazione come esseri umani si debba passare per «devianti».

Pur essendo sotto gli occhi di tutti, però, questo discorso non può essere facilmente verificato tramite l'esperienza diretta. Tanto i bambini che vivono nella città quanto quelli che abitano le periferie non hanno più occasione di vedere attività artigianali e industrie. I giocattoli sono prefabbricati, sono poveri di falegnameria, idraulica, meccanica; poi, però, in commercio spuntano i kit per il bricolage; il contrasto tra città e campagna svanisce a causa della conurbazione senza fine; pochi bambini conoscono gli animali; persino i principali cibi che consumiamo sono confezionati e distribuiti sempre più frequentemente precotti, in sintonia con lo stile di vita generale.

Un bambino ha sempre meno occasioni di conoscere forme di pensiero antagonista o conflittuale, di coglierne lo stile. Perfino il punto di vista antagonista basato sulla religione (per quanto ipocrita) non ha più alcuna influenza dato che i bambini non conoscono la Bibbia. La letteratura classica per l'infanzia - o quella giudicata eccentrica - è scoraggiata dai librai, e viene bollata come sovversiva da coloro che sono stati deputati a educare. I libri approvati sono quelli conformi al punto di vista ufficiale. Lo stesso, in maniera più insidiosa, si può dire dei film, che si presentano, all'apparenza, come prodotti «adulti» e reali. Da ultimo, i modelli ideali di carriera, con i loro personaggi e le loro filosofie - lo scienziato, l'esploratore, l'infermiera, lo scrittore -, sono tutti normalizzati dagli stereotipi televisivi e incarnano, sebbene sotto diverse spoglie, l'Uomo del Sistema Organizzato.

Tuttavia questo apparato di significato, per quanto apparentemente blando e omogeneo, non è affatto debole o silente. Al contrario, siamo inondati da una quantità di discorsi dei quali tutti siamo i destinatari, che si tratti di commedie, informazioni, cartoni. Il tono è esaltante e dispersivo. Nelle scuole, l'esposizione al sistema viene attuata attraverso una pressione intensa finalizzata ai test, basati sulla memorizzazione, nonché sulla punizione in caso di fallimento. Nessuno è in grado di apprezzare criticamente una tale quantità di immagini e di idee. Al tempo stesso, la relazione concreta tra il discorso pubblico e le sue parole d'ordine con l'esperienza e i bisogni individuali è quantomeno confusa, molto astratta, e questa confusione si aggiunge all'ansia.

Il bambino - in modo ancora intuitivo - capisce perfettamente che se non sarà capace di veicolare queste conoscenze in modo pedissequo, sarà destinato a scendere dalla scala sociale, all'insuccesso scolastico e all'esclusione dalla comunità dei suoi coetanei. Per il bambino, tutto ciò va ad aggiungersi al lavaggio del cervello, i cui punti cruciali sono una visione del mondo omologata, l'assenza di alternative percorribili, un sentimento di confusione a proposito del valore dell'esperienza e dei sentimenti personali, uno stato d'ansia cronico, cosicché si aggrapperà a una visione monolitica del mondo come unico appiglio sicuro.
Questo è lavaggio del cervello.

Spazi limitati di autonomia

Naturalmente, in tutte le società ed epoche storiche i bambini sono stati sottoposti al lavaggio del cervello, poiché per natura sono deboli, ignoranti, dipendenti dal punto di vista economico e vittime della prevaricazione. Per certi versi, nella nostra società il lavaggio del cervello che i bambini subiscono non è così pernicioso come è stato in altre epoche: sono diminuite le punizioni fisiche, la povertà estrema, la paura della morte, l'igiene brutale e la disciplina sessuale. D'altro canto, però, siamo fortemente esposti a un'ideologia che ci sta sommergendo in modo sistematico e profondo.

Le società di mercato, vere e proprie società caserma, fanno in modo che il profitto invada ogni aspetto della nostra vita. La cosa più grave è che i genitori stessi si sentono confusi tanto quanto i loro figli; loro stessi perdono il contatto con informazioni pratiche, che riguardano la loro vita e quella dei propri figli, nel momento in cui gli spazi di autonomia e di iniziativa a loro disposizione sono strettamente limitati. Pertanto, nonostante tutto il nostro surplus tecnologico, la condizione di pace in cui viviamo e le numerose opportunità educative e culturali, è difficile per un bambino americano sviluppare indipendenza, trovare la propria identità, mantenere la curiosità e l'intraprendenza, acquisire un atteggiamento scientifico, abitudini di studio, spirito d'iniziativa, linguaggio poetico.

Purtroppo, la filosofia pervasiva alla quale i bambini vengono sottoposti durante la loro crescita, non è altro che l'ortodossia di una macchina sociale che nelle sue scelte politiche ed economiche di fondo si disinteressa nel modo più totale delle persone in generale e dei giovani in particolare.
(traduzione di Lucia Lazzarini)


Drawing the Line Once Again: Paul Goodman's Anarchist Writings


PROFILO


Da «politics» alla Gestalt, un precursore del '68

Paul Goodman nacque a New York nel 1911, da famiglia ebraica. Laureatosi al City College, alla fine degli anni '30 fu nominato assistente all'Università di Chicago, incarico presto revocato per via della sua omosessualità. Nello stesso periodo pubblicò le prime opere narrative e poetiche e scrisse per la «Partisan Review». Negli anni '40 fu impegnato nel movimento pacifista e collaborò a «politics», rivista eretica diretta da Dwight MacDonald (dove, negli stessi anni, trovavano spazio gli scritti di Chiaromonte, e Silone, così come di Simone Weil, Hannah Arendt, Camus). Nel '47 pubblicò con il fratello un libro di critica sociale e pianificazione urbana, «Communitas». Poco dopo contribuì alla fondazione del New York Institute for Gestalt Therapy e alla scrittura del testo base della nuova tendenza («Gestalt Therapy», 1951). Negli stessi anni ottenne incarichi universitari per i quali non ebbe la riconferma, ancora una volta probabilmente a causa della sua condotta apertamente omosessuale. Negli anni '50 diresse la rivista «Complex» e fu tra i fondatori di «Liberation». Del '60 è «Growing Up Absurd», che gli diede notorietà come sociologo e critico del sistema. Fu di nuovo chiamato a insegnare in diverse università statunitensi, pubblicò libri di politica e sociologia, nonché una grande quantità di saggi e interventi e divenne un punto di riferimento del movimento giovanile. Nel '67 il figlio Matthew perse la vita in un incidente, provocandogli un dolore dal quale non riuscì più a risollevarsi del tutto. Nell'ultimo scorcio degli anni '60 fu spesso ospite del Centro di Documentazione Interculturale fondato a Cuernavaca da Ivan Illich, che - al pari di MacDonald e Susan Sontag -non si stancò mai di riconoscere il suo debito nei confronti delle tesi di Goodman. Morì d'infarto nella sua fattoria nel New Hampshire nel '72

mercoledì 22 dicembre 2010




LA MOSSA DEL PREMIER

Approvata la legge bavaglio, i media nella rete di Orbán
Massimo Congiu

BUDAPEST
Il parlamento ungherese ha approvato la «legge bavaglio» sui media che consente all'esecutivo di esercitare un ampio controllo su tutti gli organi di stampa. La norma, approvata l'altro ieri sera, comprende 175 articoli e mira a irreggimentare la condotta di giornali, radio, tv e organi di informazione in rete a beneficio di quello che gli ideatori della riforma chiamano «interesse pubblico».

Secondo il primo ministro Orbán è arrivato il momento di riportare l'ordine nel mondo mediatico da tempo vittima di una situazione caotica incoraggiata dalle sinistre. Gli strumenti per rendere operativi i nuovi provvedimenti sono l'Autorità nazionale delle telecomunicazioni - che ha per garante Annamaria Szalai, personaggio di fiducia del premier, investito di un mandato di nove anni e dotato della facoltà di emanare decreti - e l'ente unico che accorpa la televisione, la radio pubblica e l'agenzia di stampa Mti con direttori che verranno nominati dal garante.

È prevista la soppressione delle redazioni di news delle tv e delle emittenti radiofoniche a vantaggio di un unico centro che troverà posto presso l'agenzia Mti e che provvederà a rendere conformi le notizie da trasmettere agli organi di stampa pubblici. L'Autorità potrà imporre ammende pesanti ai media che si comporteranno in modo tale da recar danno all'«interesse pubblico» precedentemente menzionato, il che, tradotto in altri termini, significa che verranno sanzionati gli organi di informazione che non si uniformeranno al nuovo clima e all'orientamento imposto dal governo.

Il giornalismo investigativo dovrà rivelare le fonti di cui si avvale per le sue ricerche, i telegiornali saranno tenuti a trasmettere notizie di cronaca nera secondo una percentuale massima del 20% rispetto al contenuto complessivo di ciascun notiziario, il 40% della musica diffusa da tv e radio dovrà essere ungherese. Le ammende previste per i media inadempienti sono salate e potrebbero facilmente decretare la fine di quelli provvisti di mezzi economici poco consistenti.


Negli ambienti liberali e di sinistra si parla di attentato alla libertà d'espressione. Per questo motivo lunedì alcune centinaia di persone si sono riunite a Szabadság tér (Piazza della Libertà), sede della tv di stato (Mtv), per protestare. Giornali e organi di stampa lontani dall'orientamento governativo denunciano il carattere antidemocratico dei nuovi provvedimenti, il Népszabadság, principale quotidiano del paese, testata tradizionalmente legata ai socialisti, ha annunciato un ricorso alla Corte costituzionale, ma le possibilità di successo sono scarse, dal momento che i poteri della medesima sono stati limitati dalla maggioranza.

La situazione creatasi ostacola notevolmente o addirittura inibisce l'iniziativa di chi volesse impegnarsi per la tutela di un diritto fondamentale come quello di diffondere e ricevere un'informazione critica e priva di bavagli. Il governo di Orbán non è nuovo a orientamenti di questo genere; basti pensare che al tempo del primo esecutivo guidato dal Fidesz (1998-2002) venne redatta una lista nera di corrispondenti esteri colpevoli di aver diffuso un'immagine negativa dell'Ungheria.

Tutto ciò la dice lunga sulle propensioni democratiche del premier e dei suoi collaboratori ma per i sostenitori degli attuali governanti era tempo che si rimettesse ordine nell'ambiente dei media. La pensano in modo diametralmente opposto scrittori e intellettuali che stasera prenderanno parte all'incontro intitolato: Amíg lehet (Fino a che si può); l'iniziativa è della casa editrice Magveto che propone una riflessione comune su quanto avvenuto e sul futuro della libertà di stampa e di espressione. In visita a Vienna e Londra Orbán ha detto che la nuova legge è conforme alle norme europee ma l'Ipi (International press institute) e l'Osce esprimono preoccupazione per le norme adottate in Ungheria.



Imre Kertész è la coscienza scomoda di una nazione che non ha mai elaborato il suo antisemitismo e gli orrori del regime nazifascista delle «Croci frecciate», delle quali è oggi erede la formazione d'estrema destra Jobbik Intervista al Nobel per la letteratura sui magiari «senza certezze» e sull'Europa, alla vigilia della presidenza ungherese dell'Ue


1997 Imre Kertész

Mariarosaria Sciglitano
ilmanifesto

BUDAPEST
Nato nel 1929 a Budapest, Imre Kertész è stato deportato ad Auschwitz nel '44. A inizio anni Cinquanta ha intrapreso l'attività di scrittore e nel 2002 ha ricevuto il premio Nobel. È la coscienza scomoda di un paese che secondo diversi studiosi non ha elaborato in modo critico la complessa questione del rapporto con la comunità ebraica e gli orrori che quest'ultima ha vissuto in Ungheria negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale sotto il regime delle Croci frecciate. Per Kertész l'Olocausto è un verbo coniugato sempre al presente che continua a inviarci messaggi. Vive a Berlino, che apprezza per l'apertura e la vivacità culturale, e conserva un rapporto conflittuale con il paese in cui è nato e che continua a osservare criticamente. Dell'autore sono usciti in italiano Essere senza destino (Feltrinelli, 1999), Fiasco (Feltrinelli, 2003), Il vessillo britannico (Bompiani, 2004), Liquidazione (Feltrinelli, 2005), Kaddish per il bambino non nato (Feltrinelli, 2006), Il secolo infelice (Bompiani, 2009), Verbale di polizia (Casagrande, 2007), Storia poliziesca (Feltrinelli, 2007), Diario dalla galera (Bompiani, 2009), Dossier K. (Feltrinelli, 2009). «Giunti alla soglia del XXI secolo, siamo rimasti abbandonati a noi stessi, in senso etico. Il progresso dell'uomo, nel senso più alto, si cela oltre la sua esistenza storica, ma non evitando le esperienze storiche, al contrario, sfruttandole, impossessandosene e identificandosi tragicamente con esse. Solo la conoscenza può elevare l'uomo al di sopra della storia, in un'epoca in cui la storia totale è avvilente e priva l'individuo di ogni speranza, la conoscenza rappresenta l'unica via d'uscita degna, essa è l'unico bene»: è il brano del suo discorso in occasione dell'insediamento all'Accademia delle Scienze ungherese. Lo abbiamo incontrato per i lettori del manifesto.

Qual è oggi il ruolo sociale degli intellettuali?
Quello di intellettuale è un concetto collettivo, anche quello di scrittore lo è. Conosco intellettuali di destra e di sinistra. Ve ne sono alcuni che se ne stanno a casa e scrivono, pensano, ma non intervengono nella vita pubblica. In generale non so se gli intellettuali abbiano un ruolo sociale serio in Ungheria. Penso, però, che facciano veramente del male quando pescano nel torbido e riesumano vecchie dispute politiche ormai declassate e prive di senso.

Da parte degli scrittori c'è oggi attenzione alla vita concreta o piuttosto all'astrazione?
Ora secondo me ognuno si occupa di quello che vuole. Io, personalmente, mi occupo di problemi reali.

Qual è il rapporto tra cultura/letteratura e politica in Ungheria?
Qui oggi la cultura e la letteratura - come ho detto nel discorso che ho pronunciato all'Accademia Ungherese delle Scienze, quando mi hanno nominato membro - sono separate dalla realtà. La cultura è tagliata fuori dalla politica nel vero senso della parola. Non conosco nessuna personalità della cultura che si sieda a un tavolo e dica: «Signori, il problema è che...». No, ci sono solo dibattiti, si farfuglia di qualcosa. L'intellettualità ungherese non è organizzata: questo è il problema principale. Altrove non è così. Per esempio, mi trovavo in Germania per la prima volta, a Monaco, e potei assistere a grandi manifestazioni per il Südtirol, guidate dall'allora presidente della Repubblica Federale Tedesca Johannes Rau. E allora pensai: qui c'è un collegamento organico, si muove qualcosa. In Ungheria, invece, non succede niente. Gli ultimi grandi movimenti sociali che ricordo sono le nostre proteste per la Transilvania. Fu in quell'occasione che sentii per l'ultima volta una qualche forma di solidarietà che ora non c'è più. C'è invece Jobbik (partito dell'estrema destra) che agisce come un partito ufficiale e che addirittura ha dei rappresentanti in Parlamento. Questa è la situazione.

Non pensa che ci sia una crisi generalizzata non solo dal punto di vista economico ma soprattutto da quello culturale?
Questa crisi dura da molto tempo. Ci sono tante personalità intelligenti che scrivono saggi meravigliosi e acuti su questo argomento, ma poi comunque non succede niente.

Alla fine del 2009 il mondo ha ricordato i venti anni dalla caduta del Muro e a ottobre la riunificazione tedesca. Secondo lei, che significato hanno oggi queste ricorrenze?
Una cosa grandiosa, Berlino, la città in cui abito, è diventata una città interessante, stimolante. C'è una enorme differenza tra la chiusura, la limitatezza di vedute di qua e l'apertura, la democrazia che ci sono là. È un grande problema, veramente grande. Guardi, la democrazia, in fin dei conti, non è una forma di stato che vada bene per tutti. Funziona laddove si è formata. Non è che si sia formata perché improvvisamente è venuto in mente a qualcuno di crearla, si comprende da sé. Prendiamo, per esempio, le grandi scoperte, la navigazione, la scoperta di un altro continente. Hanno hanno dato impulso al commercio; c'era bisogno di compagnie d'assicurazione, si è evoluta la navigazione civile, la Compagnia delle Indie per l'Inghilterra, per esempio, assicurava i suoi beni. Si sono formate le colonie. Non si è trattato di una bella pagina, ma si sono formate. Si è avvertito il bisogno dello stato di diritto, della certezza del diritto, di forme di tutela. Insomma, tutto ciò che poteva rendere la vita gradevole e sicura. Le merci che arrivavano dalle colonie aumentavano il benessere. La democrazia si è formata in modo naturale in paesi come l'Olanda, l'Inghilterra, la Francia, l'Italia. L'Ungheria non ha preso parte a questi processi, non ha nemmeno il mare. C'è una grande differenza, guardi: quanti paesi europei non hanno il mare? Tre o quattro (Austria, Repubblica Ceca...).

Questo che cosa comporta?
A questi paesi mancano la cultura del mare, l'avventura del mare, le grandi avventure. In genere dico che oggi gli uomini hanno perso il loro ruolo, sono tutti "impiegati". Non ci sono fondatori, grandi figure, quelle che fanno le scoperte e che hanno determinato la grande fioritura dell'Occidente. Con Mohács (decisiva battaglia contro i turchi nel 1526, combattuta in una località dell'Ungheria meridionale) l'Ungheria ha perso la partita decisiva, si è giocata il ruolo che avrebbe potuto avere all'interno dell'Europa e si è rassegnata a ricoprirne uno di secondo piano, fino al 1867. Bisognerebbe considerare l'insieme dei fattori che ho descritto e parlare della democrazia come di un tesoro che si può conquistare, ma non tramandare, consegnare. Lo si potrebbe consegnare solo se ci fosse qualcosa di organico. In Europa c'è un principio radicato in questo senso, senza il quale la democrazia non si può tramandare.

Che motivazioni hanno in Ungheria l'intolleranza e questo nuovo revanscismo d'estrema destra? C'è un problema irrisolto nella società e nella storia ungheresi?
La gente qui non sa, non ha identità, non ha trovato un suo ruolo e il Paese non ha avuto modo di formarsi un'identità democratica. A questo punto devo di nuovo fare riferimento al fatto che l'Ungheria è un paese che ha subito delle invasioni, ha perso delle battaglie. Tutte le nostre feste nazionali ricordano la sconfitta di una battaglia o di una rivoluzione e facilmente questo può apparire strano. Di solito si celebrano cose positive. Il Risorgimento non è la celebrazione di qualcosa di funebre, qui invece tutto è commiserazione e incapacità di riconoscere le possibilità che ci vengono date.

Quali sono le ragioni di questa incapacità?
Quali? Ci sono delle cause che spiegano questo fenomeno, io potrei menzionarne alcune, ma non sarebbe sufficiente, bisognerebbe analizzarle approfonditamente. Sono in corrispondenza con una scrittrice che vive a Ginevra e che per prima, a Occidente, mi ha recensito Essere senza destino. Ora si occupa spesso dell'argomento di cui stiamo parlando ma quando è venuta qui, non riusciva a capire la causa di tutto questo pessimismo. È normale. Per comprendere meglio la situazione bisogna considerare il fatto che gli ungheresi non si sono conquistati la libertà ma l'hanno ricevuta quando ormai non l'aspettavano più. Se nel '56 un popolo dinamico, impetuoso, avesse combattuto per la sua libertà, le cose starebbero diversamente. Ora la gente si lamenta della mancanza di certezze, dice che con Kádár il pane costava poco e non c'era disoccupazione, ma questo non significa niente. C'era una disoccupazione generalizzata, come dimostrato anche dai bassissimi stipendi. Purtroppo c'è questa mentalità nell'area. Ricordo che mi trovavo ospite nella Germania dell'Est e il padrone di casa diceva: vediamo cosa si prende stasera alla televisione, nella Germania Occidentale avrebbero detto: guardiamo i programmi che ci sono stasera. Questa è una differenza grandissima, una grande differenza concettuale.

Che futuro vede per l'Ungheria e per l'Europa? Si può parlare di futura unità europea o di crisi prolungata?
Guardi, ci saranno sempre tante piccole Europe, naturalmente. Ma devo dirle che l'Europa, c'è, esiste. Al momento la moneta migliore è l'euro e questo è molto importante per un europeo. L'Europa deve essere forte e capace di sintetizzare le esperienze negative in qualcosa di positivo che bisogna vivere e tradurre in attività culturali o altro. L'Europa è per me l'unica forma di esistenza immaginabile ancora per 40 anni, spero. Ecco.


martedì 21 dicembre 2010


Marinella Correggia
il manifesto

Cancún Messe (photo: Friends of the Earth)



I governi continuano a sottostimare l'entità dei tagli alle emissioni di gas serra necessarie a rendere meno probabile la catastrofe climatica. Questo sostiene un rapporto della rete internazionale Friends of the Earth International (Foei, 5.000 gruppi sparsi per il mondo) a pochi giorni dalla conclusione della conferenza sul clima a Cancun.

Finora i calcoli governativi sembrano una roulette russa: quando affermano di voler mantenere l'aumento della temperatura al di sotto di 2 gradi, accettano un 50% di probabilità che il pianeta non precipiti in un disastro climatico con fame, sete, siccità, alluvioni, migrazioni epocali, morte della biodioversità. Per questo è una soglia discussa: secondo molti scienziati (e secondo il governo della Bolivia) non bisogna superare uno, massimo o 1,5 gradi.

Questo fifty/fifty è giocare sulla pelle del pianeta, dice Foei. Una chance ragionevole sarebbe un 70% di probabilità, non un 50%. A questo scopo, sostiene la ricerca (rivista dal direttore del famoso Tyndall Centre for Climate Change Research), le emissioni planetarie dovrebbero scendere almeno del 16% (rispetto a quelle del 1990) entro il 2030. Sembra poco. Ma non lo è se lo ponderiamo, come fa Foei, sulla base della giustizia climatica.

Infatti se l'ammontare totale delle emissioni che il mondo si può permettere (il «rimanente budget di carbonio») fosse - come è giusto - diviso equamente sulla base della popolazione, da qui al 2050, allora entro il 2030 (sempre rispetto al 1990) gli Usa dovrebbero ridurre le loro emissioni del 95%, l'Ue dell'83%, la Gran Bretagna dell'80%! A calcolare poi le emissioni storiche cumulate dagli Usa e dell'Ue, questi paesi hanno già usato oltre metà della loro quota nel bilancio carbonico globale.

Quanto alla Cina, dovrebbe arrivare al picco delle emissioni entro il 2013 e poi ridurle del 5% all'anno. Foei ripete che se 15 anni fa il mondo avesse ridotto le emissioni anche solo dell'1,.5%, le chance di rimanere al di qua dei due gradi di aumento sarebbero buone. Adesso invece occorre uno sforzo ben superiore alle promesse di Cancun.

Anche la rete International Rivers Network (Irn) critica l'accordo raggiunto in Messico. Fa notare che sulla base degli impegni volontari attualmente assunti dai singoli paesi, secondo una analisi fatta mesi fa del Programma Onu per l'ambiente, la temperatura mondiale aumenterebbe di orribili 4 gradi.

Doris Leuthard told delegates in Cancun that not acting on climate  change has economic consequences and leads to destabilistation


L'Irn sostiene poi che gli impegni si indeboliscono ulteriormente con l'uso delle compensazioni (offsets), meccanismi di mercato a cui si prevede un ricorso sempre maggiore: sia sotto la forma del Clean Development Mechanism (meccanismo per lo sviluppo pulito), in cui saranno conteggiati anche i progetti di «Cattura e stoccaggio del carbonio», una geoingegneria climatica assai controversa.

Sia anche la riduzione delle emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado delle foreste (Redd), che si configura sempre più come un meccanismo di mercato: se anche questo sarà un modo per generare crediti di carbonio, sempre più difficile saranno il monitoraggio e il rispetto dei popoli abitanti delle foreste.

L'unico sviluppo positivo della conferenza messicana, secondo Irn, è che si considerano anche meccanismi non di mercato, come gli incentivi, o la regolazione del gas Hfc-23, sottoprodotto della produzione di gas per la refrigerazione, con un meccanismo simile a quello stabilito dal Protocollo di Montreal per l'abolizione dei gas ammazza-ozono. Ma è troppo poco per salvare il clima.



venerdì 17 dicembre 2010

È possibile essere comunisti senza Marx? È evidente che sì.

Ciò non toglie che mi capiti spesso di discuterne con compagni e con intellettuali sovversivi di differenti estrazioni. Soprattutto in Francia – e le considerazioni che seguono riguardano essenzialmente la Francia. Debbo comunque confessare che spesso mi annoio a ragionare su questi argomenti, ci son linee troppo diverse e contraddizioni che raramente son condotte a confrontarsi con verifiche o soluzioni sperimentali. Si tratta spesso di confrontarsi con retoriche che astrattamente affrontano la pratica politica. E tuttavia, talora, ci si scontra con posizioni che negano addirittura che ci si possa dichiarare comunisti se si è marxisti. Da ultimo, ad esempio, un importante studioso – che pure aveva sviluppato nel passato le ipotesi del “maoismo” più radicale – mi diceva che, se ci si attenesse al marxismo rivoluzionario, che prevedeva il “deperimento dello Stato”, la sua “estinzione”, dopo la conquista proletaria del potere, e certo non ha realizzato questa finalità, non ci si potrebbe più dichiarare “comunisti”. Obiettavo che è come dire che il cristianesimo è falso perché il Giudizio Universale non è arrivato nei tempi prossimi, previsti dall’Apocalisse di Giovanni, e la “resurrezione dei morti” non la si è proprio vista! Ed aggiungevo che nell’epoca del disincantamento, la fine del secolo mondano per i cristiani e la crisi della escatologia socialista equivocamente sembrano giacere sotto la stessa coperta, meglio, subire eguali ingiunzioni epistemologiche – però, del tutto fallaci. È certo infatti che il cristianesimo è falso – ma io credo che lo sia per tutt’altre ragioni. E se anche il comunismo è falso, non lo è certo perché la speranza escatologica non si è in questo caso realizzata: non dico infatti che essa non fosse infatti implicita nella premessa, ma solo che molte delle “profezie” (meglio, dei dispositivi teorici) del comunismo marxiano si sono realizzate, al punto che oggi è ancora impossibile – senza Marx – affrontare il problema della lotta contro lo schiavitù del capitale. Proprio per questo, probabilmente, sarebbe importante ritornare dal cristianesimo a Cristo e dal comunismo a Marx…

E allora? Non si è data l’estinzione dello Stato, in Russia e in Cina lo Stato è divenuto onnipotente ed il comune è stato organizzato (e falsificato) nelle forme del pubblico: lo statalismo ha quindi vinto e, sotto quest’egemonia, non il comune ma un capitalismo burocratico sommamente centralizzato si è imposto. Tuttavia a me sembra che attraverso le grandi esperienze rivoluzionarie comuniste del secolo ventesimo, l’idea di una “democrazia assoluta”, e di un “comune degli uomini”, sia stata dimostrata possibile. Ed intendo la “democrazia assoluta” come un progetto politico che si costruisce oltre la democrazia “relativa” dello Stato liberale, e dunque come l’indice di una radicale rivoluzione contro lo Stato, di una pratica di resistenza e di costruzione del “comune” contro il “pubblico”, del rifiuto dell’esistente e dell’esercizio della potenza costituente da parte della classe dei lavoratori sfruttati.

Qui interviene la differenza. Qualunque sia stata la conclusione, il comunismo (quello che si è mosso secondo l’ipotesi marxista) si è provato (anche senza realizzarsi) attraverso un insieme di pratiche che non sono solo aleatorie, non solo transitorie: si è trattato di pratiche ontologiche. La questione, dunque, se si possa esser comunisti senza essere marxisti, dovrebbe prima di tutto confrontarsi con la dimensione ontologica del comunismo, con la determinazione materialista di questa ontologia, con i suoi residui effettivi, con l’irreversibilità di quel episodio nella realtà e nel desiderio collettivo degli uomini. Il comunismo è una costruzione, ci ha appreso Marx, un’ontologia, cioè la costruzione di una nuova società da parte dell’uomo produttore, del lavoratore collettivo, attraverso un agire che si rivela efficace perché è diretto all’accrescimento dell’essere.

Questo processo si è aleatoriamente dato, quest’esperienza si è parzialmente realizzata. Il fatto che sia stata sconfitta, non dimostra che sia impossibile: anzi è effettualmente mostrato che essa è possibile. Molti milioni di uomini e di donne hanno operato e pensato, lavorato e vissuto dentro questa possibilità. Nessuno nega che l’epoca del “socialismo reale” abbia ceduto a, e sia stata attraversata da, orribili derive. Ma sono esse tali da avere determinato un annullamento di quell’esperienza, da aver tolto quell’accrescimento dell’essere che il realizzarsi del possibile e la potenza dell’evento rivoluzionario avevano costruito? Se ciò fosse avvenuto, se il negativo che ha pur pesantemente intaccato la vicenda del “socialismo reale”, avesse prodotto una prevalente distruzione dell’essere, l’esperienza del comunismo sarebbe scivolata via e si sarebbe dispersa nel nulla. Ma questo non è avvenuto. Il progetto di una “democrazia assoluta”, l’istanza di costruire il “comune degli uomini” restano attrattivi, intatti nel nostro desiderio e nella nostra volontà. Non dimostra forse questa permanenza, questo materialismo del desiderio, la validità del pensiero di Marx? Non è perciò difficile, se non impossibile, essere comunisti senza Marx?

All’obiezione sullo statalismo che “necessariamente” deriverebbe dalle pratiche marxiste, occorre dunque rispondere riarticolando la nostra analisi: assumendo cioè che l’accumulazione dell’essere, il progredire della “democrazia assoluta”, l’affermazione della libertà e dell’uguaglianza, passano attraverso e subiscono incessantemente soste, interruzioni, catastrofi – ma che quest’accumulazione è più forte dei momenti distruttivi che pur conosce. Questo processo infatti non è finalistico, teleologico e neppure è una mossa di filosofia della storia: non lo è perché quest’accumulazione di essere che pur vive attraverso le vicende storiche, non è un destino e neppure una provvidenza, ma è la risultante, l’intersezione di mille e mille pratiche e volontà, trasformazioni e metamorfosi che hanno costituito i soggetti. Quella storia, quest’accumulazione sono prodotti delle singolarità concrete (che la storia ci mostra in azione) e produzioni di soggettività. Noi le assumiamo e le descriviamo a posteriori. Non c’è nulla di necessario, tutto è contingente ma concluso, tutto è aleatorio ma compiuto, nella storia che raccontiamo. Nihil factum infectum fieri potest: c’è forse filosofia della storia laddove i viventi desiderano solo continuare a vivere e per ciò esprimono dal basso una teleologia intenzionale della vita? La “volontà di vivere” non risolve i problemi e le difficoltà del vivere ma ci si presente nel desiderio come urgenza e potenza di costituzione del mondo. Se vi sono discontinuità e rotture, esse si rivelano nella continuità storica – una continuità sempre frastagliata, mai progressiva – ma neppure globalmente, ontologicamente catastrofica. L’essere non può mai essere totalmente distrutto.

Altro tema: quell’accumulazione di essere costruisce del comune. Il comune non è una finalità necessaria – è bensì un aumento dell’essere perché l’uomo desidera essere molteplicità, stabilire relazioni, essere moltitudine – non potendo star da solo, soffrendo soprattutto la solitudine. In secondo luogo, quell’accumulazione di essere non sarà neppure identità né origine: è essa stessa un prodotto di diversità e di consensi/contrasti fra singolarità, articolazione di costruzioni linguistiche e di determinazioni storiche, frutto di incontri e scontri. Va qui soprattutto sottolineato che il comune non si presenta come l’universale. Può contenerlo ed esprimerlo, ma non vi si riduce, è più esteso e temporalmente dinamico. L’universale si può predicare di ogni e di tutti gli individui. Ma il concetto di individuo autosussistente è contraddittorio. Non c’è individualità ma solo relazione di singolarità. Il comune ricompone l’insieme delle singolarità. Questa differenza del comune dall’universale è qui assolutamente centrale: Spinoza la definì quando, alla generica vuotezza dell’universale e all’inconsistenza dell’individuo, oppose la concreta determinazione delle “nozioni comuni”. Universale è ciò che nell’isolamento, nella solitudine, ogni soggetto può pensare; comune è invece quello che ogni singolarità può costruire, costituire ontologicamente a partire dal fatto che ogni singolarità è molteplice ma determinata concretamente nella molteplicità, nella comune relazione. L’universale è detto del molteplice, mentre il comune è determinato, è costruito attraverso il molteplice e qui specificato. L’universalità considera il comune come un astratto e lo immobilizza nel corso storico: il comune sottrae l’universale all’immobilità e alla ripetizione. E lo costruisce invece concretamente.

Ma tutto questo presuppone l’ontologia. Ecco dunque dove il comunismo ha bisogno di Marx: per impiantarsi nel comune, nell’ontologia. E viceversa. Senza ontologia storica non c’è comunismo.

Si può essere comunisti senza essere marxisti? Diversamente dal “maoismo” francese, che non ha mai frequentato Marx (ma su questo ritorneremo), Deleuze e Guattari ad esempio furono comunisti senza essere marxisti, ma lo furono in maniera estremamente efficace, fino al punto che si favoleggiò di un Deleuze autore, in punctuo mortis, di un libro intitolato “La grandeur di Marx”. Deleuze e Guattari costruiscono il comune attraverso degli agencements collectifs e un materialismo metodologico che li avvicina al marxismo ma li tiene distanti dal socialismo classico, e comunque da ogni ideale organico di socialismo e/o statalistico di comunismo. Sicuramente Deleuze e Guattari si dichiararono tuttavia comunisti. Perché? Perché, senza essere marxisti, furono implicati in quei movimenti di pensiero che si aprivano continuamente alla pratica, alla militanza comuniste. In particolare, il loro materialismo fu ontologico, il loro comunismo si sviluppò sui mille plateaux della pratica trasformativa. Mancava loro la storia, quella positiva che certo spesso può aiutare nel produrre e nel comprendere la dinamica della soggettività (in Foucault, questo dispositivo è finalmente reintegrato nell’ontologia critica): talora tuttavia la storiografia positivista, certo, ma talora la storia può essere iscritta all’interno della metodologia materialista, senza quegli orpelli cronologici e quell’eccessiva insistenza sugli eventi, tipica di ogni Historismus – e appunto ciò che avviene in Deleuze-Guattari. Insisto sulla complementarietà di materialismo e ontologia perché la storia (che nella prospettiva tanto dell’idealismo classico quanto del positivismo era certo ricalcata dalla filosofia, ma per finalizzarla ad ipostasi politiche o etiche e così a negarne la dimensione ontologica) può, invece, essere talora tacitamente ma efficacemente sussunta – quando l’ontologia costituisca dispositivi particolarmente forti, come avveniva in Deleuze-Guattari. Non bisogna infatti dimenticare che il marxismo non vive solo nella scienza ma piuttosto si svolge dentro esperienze “situate”: il marxismo è spesso rivelato dai dispositivi militanti.

Diversamente van le cose quando, ad esempio, si confronti il nostro problema (comunismo/marxismo, storia/ontologia) alle numerose varianti del socialismo utopistico, soprattutto a quello di derivazione “maoista”. Nell’esperienza francese del “maoismo” si assistette al diffondersi di una specie di “odio per la storia”, che – qui consistete la sua spaventosa deficienza – rivelava un estremo disagio quando si trattasse di produrre obiettivi politici. Così, infatti, evacuando la storia, si evacuava non solo il marxismo ma anche la politica. Paradossalmente si ripeteva, nella direzione opposta, quello che era avvenuto in Francia nel periodo della fondazione della scuola degli “Annales” di Marc Bloch e di Lucien Febvre: in quell’occasione il marxismo venne introdotto nella discussione filosofica attraverso la storiografia. E la storiografia divenne politica!

Altrettanto vale per il socialismo utopistico: si deve riconoscere che, in talune delle sue esperienze (fuori dalle varianti maoiste), esso ha offerto connessioni materialiste di ontologia e storia – non sempre, ma sovente. Si pensi solo – per quel che riguarda l’esperienza francese – ai formidabili contributi di Henri Lefebvre. Si tratterà allora di comprendere se e fino a che punto, dentro questo variare di posizioni diverse, emergono talora posizioni che (in nome dell’universalità del progetto politico proposto) si oppongono alla praxis ontologica – negando, ad esempio, la storicità di categorie come l’“accumulazione originaria” e proponendo di conseguenza l’ipotesi di un comunismo come pura restaurazione, immediata, dei commons, oppure svalutando le metamorfosi produttive che configurano variamente la “composizione tecnica” della forza lavoro (che è vera e propria produzione materialista di soggettività nella relazione fra rapporti produttivi e forze produttive), riconducendo in maniera radicale alla natura umana (sempre uguale, sub forma arithmeticae) l’origine della protesta comunista, ecc. ecc.: si tratta evidentemente di una riedizione ambigua dell’idealismo nella sua figura trascendentale.

Per esempio: in Jacques Rancière abbiamo recentemente visto accentuarsi i dispositivi che negano ogni connessione ontologica di materialismo storico e comunismo. La prospettiva dell’emancipazione del lavoro si sviluppa infatti, nella sua ricerca, in termini di autenticità della coscienza, assumendosi conseguentemente la soggettività in termini individuali, e quindi togliendo di mezzo – proprio prima di cominciare – ogni possibilità di chiamare comune la produzione di soggettività. Inoltre l’azione emancipatrice si stacca qui da ogni determinazione storica e proclama la sua indipendenza dalla temporalità concreta: la politica, per Rancière, è un’azione paradossale che stacca il soggetto dalla storia, dalla società, dalle istituzioni, pur quando, senza quella partecipazione (quell’inerenza che può essere radicalmente contraddittoria), il soggetto politico non sarebbe neppure predicabile. Il movimento di emancipazione, la “politica” perdono così ogni caratteristica di antagonismo, non in astratto ma sul terreno concreto delle lotte, e le determinazioni dello sfruttamento non si vedono più e (parallelamente) non costituisce più problema l’accumulazione del potere nemico, della “polizia” (sempre presentata in una figura indeterminata, non quantitate signata). Quando il discorso di emancipazione non riposa sull’ontologia, diviene utopia, sogno individuale e lascia il tempo che trova.

Siamo così entrati in medias res, al punto di chiederci se (dopo il sessantotto) ci sia mai stato un comunismo collegato al marxismo in Francia. C’è stato certamente (e permane) nelle due varianti dello stalinismo e del trotzkismo, l’una e l’altra ormai partecipanti di una storia lontana ed esoterica. Quando invece si viene alla filosofia del ’68, qui il rifiuto del marxismo è radicale. Vogliamo riferirci essenzialmente alle posizioni di Badiou, che godono di una certa popolarità.

Una breve precisazione. Quando Rancière, nelle immediate adiacenze del ’68, sviluppava (dopo aver partecipato alla comune lettura de “Il Capitale”) una critica pesante delle posizioni di Althusser, e metteva in luce come nella critica dell’umanesimo marxista (che solo dopo il ’68 – con un certo ritardo, dunque! – si apriva in Althusser alla critica dello stalinismo) permanessero in realtà gli stessi presupposti intellettualisti dell’“uomo di partito” e l’astrazione strutturalista del “processo senza soggetto” – aveva ragione da vendere. Ma non si dovrebbe oggi, da parte di Rancière sollevare la stessa critica nei confronti di Badiou? Anche per Badiou infatti è solo l’indipendenza della ragione, la sua garanzia di verità, la sistematicità di un’autonomia ideologica – è solo a queste condizioni che si determina la definizione del comunismo. “N’est-ce pas, sous l’apparance du multiple, le retour à une vieille conception de la philosophie supérieure?” – si chiedono Deleuze-Guattari. È quindi molto difficile capire dove stiano per Badiou le condizioni ontologiche del soggetto e della rottura rivoluzionaria. Per lui, infatti ogni movimento di massa costituisce una performance piccolo borghese, ogni lotta immediata, del lavoro materiale o cognitivo, di classe o del “lavoro sociale”, è qualcosa che mai toccherà la sostanza del potere – ogni allargamento della capacità collettiva di produzione dei soggetti proletari non sarà altro che un allargamento del loro assoggettamento alla logica del sistema – quindi, l’oggetto è inarrivabile, il soggetto indefinibile, a meno che la teoria non lo produca, a meno di disciplinarlo, di adeguarlo alla verità e di innalzarlo all’evento – oltre la pratica politica, oltre la storia. Ma tutto questo è ancor poco rispetto a quello che ci aspetta se seguiamo il pensiero di Badiou: ogni quadro di lotta, specificamente determinato, gli sembra (se la teoria e l’esperienza militante gli attribuiscono una potenza di sovversione) solo un’allucinazione onirica. Insistere ad esempio sul “potere costituente” sarebbe per lui sognare la trasformazione di un immaginario “diritto naturale” in una potenza politica rivoluzionaria. Solo un “evento” può salvarci: un evento che sia fuori da ogni esistenza soggettiva che sappia determinarlo e da ogni pragmatica strategica che ne rappresenti il dispositivo. L’evento per Badiou (la crocifissione di Cristo e la sua resurrezione, la Rivoluzione francese, la Rivoluzione culturale cinese, ecc.) è sempre definito a posteriori, è dunque un presupposto e non un prodotto della storia. Di conseguenza, paradossalmente, l’evento rivoluzionario esiste senza Gesù, senza Robespierre, senza Mao. Ma, privato di una logica interna di produzione dell’evento, come si potrà mai distinguere l’evento da un oggetto di fede? Badiou, in realtà, si limita con ciò a ripetere l’affermazione mistica, normalmente attribuito a Tertulliano: “credo quia absurdum” – credo, cioè, perché è assurdo. Qui l’ontologia viene spazzata via. Ed il ragionamento comunista è ridotto o a un colpo di matto o a un business dello spirito. Per dirla tutta, ripetendo Deleuze-Guattari: “l’événement lui-même apparaît (selon Badiou), moins comme une singolarità que comme un point aléatoire séparé qui s’ajout ou se soustrait au site, dans la trascendance du vide ou la vérité comme vide, sans qu’on puisse décider de l’appartenance de l’événement à la situation dans laquelle se trouve son site (l’indécidable). Peut-être en revanche y a-t-il une intervention comme un jet de dé sur le site qui qualifie l’événement et le fait entrer dans la situation, une puissance de « faire » l’événement”.

Ora, si comprendono facilmente alcuni dei presupposti di queste posizioni teoretiche (che comunque partono da una sofferta e condivisa autocritica di pratiche rivoluzionarie trascorse). Si trattava, infatti, in primo luogo, di distruggere ogni riferimento alla storia di un “socialismo reale”, sconfitto, sì, ma sempre e comunque infarcito di premesse dogmatiche e di un’organica disposizione al tradimento. In secondo luogo, si voleva evitare di stabilire qualsiasi relazione fra le dinamiche dei movimenti sovversivi e i contenuti e le istituzioni dello sviluppo capitalistico. Giocare con questi, dentro/contro, come la tradizione sindacale proponeva, aveva infatti prodotto corruzione del desiderio rivoluzionario ed illusione delle volontà in lotta. Ma trarre da questi giusti obiettivi critici la conseguenza che ogni tentativo politico, tattico e strategico di ricostruzione di una pratica comunista e la fatica di questo esercizio, siano esclusi dalla prospettiva di liberazione; che non possa darsi un progetto costituente, né alcuna presa trasformativa dentro la dimensione materiale, immediatamente antagonista delle lotte; e che ogni tentativo di render conto delle forme attuali del dominio, in qualsiasi modo esso si sviluppi, sia comunque subordinato ed assorbito dal comando capitalistico; che infine ogni riferimento alle lotte all’interno di un tessuto biopolitico, a lotte – dunque – che considerino in una prospettiva materialistica le articolazioni del Welfare, non rappresentino altro che un rigurgito vitalista – bene, tutto questo ha un solo significato: la negazione della lotta di classe. E ancora: secondo l’“estremismo” badiousiano, il progetto del comunismo non può darsi se non in maniera privativa e dentro forme di sottrazione dal potere, e la nuova comunità non potrà che essere il prodotto dei senza comunità (come d’altra parte sostiene Rancière). Quello che offende, in questo progetto, è la purezza giansenista che esso esibisce: ma quando le forme dell’intelligenza collettiva sono a tal punto disprezzate – perché ogni forma d’intelligenza prodotta nella storia concreta degli uomini è ricondotta alla logica del sistema di produzione capitalista – allora, non c’è più niente da fare. O, meglio, resta da riaffermare l’osservazione sopra già fatta, e cioè che la pragmatica materialista (quella che abbiamo conosciuto fra Machiavelli e Nietzsche, fra Spinoza e Deleuze), quel movimento che vale esclusivamente per sé stesso, quel lavoro che rinvia solo alla propria potenza, quell’immanenza che si concentra sull’azione e sull’atto di produzione di essere – è in ogni caso più comunista di ogni altra utopia che abbia un rapporto schizzinoso con la storia ed incertezze formali con l’ontologia.

Noi non crediamo dunque possibile parlare di comunismo senza Marx. Certo, il marxismo va profondamente, radicalmente riletto e rinnovato. Ma anche questa trasformazione creativa del materialismo storico può avvenire seguendo le indicazioni di Marx – arricchendolo con quelle che derivano dalle correnti “alternative” vissute nella modernità, da Machiavelli a Spinoza, da Nietzsche a Deleuze-Foucault. E se Marx studiava le leggi di movimento della società capitalista, ora si tratta di studiare le leggi del lavoro operaio, meglio, dell’attività sociale tutta intera, e della produzione di soggettività dentro la sussunzione della società nel capitale e l’immanenza della resistenza allo sfruttamento sull’orizzonte globale. Oggi non basta più studiare le leggi del capitale, bisogna lavorare all’espressione della potenza della ribellione dei lavoratori ovunque. Sempre seguendo Marx: quello che ci interessa “è il lavoro non come oggetto ma come attività; non come valore esso stesso ma come sorgente viva del valore. Di fronte al capitale, nel quale la ricchezza generale esiste oggettivamente, come realtà, il lavoro è la ricchezza generale come sua possibilità, che si conferma nell’attività come tale. Non è affatto una contraddizione dunque affermare che il lavoro è, per un lato, la miseria assoluta come oggetto, per l’altro è la possibilità generale della ricchezza come soggetto e come attività”. Ma come cogliere il lavoro in questo modo, e cioè non come oggetto sociologico ma come soggetto politico? Questo è il problema, questo è l’oggetto dell’inchiesta. Solo risolvendo questo problema possiamo parlare di comunismo – se è necessario (e quasi sempre lo è) sporcandoci le mani. Tutto il resto è chiacchiera intellettualista.

fonte: UniNomade

Tratto da: controlacrisi.org

lunedì 13 dicembre 2010





NO ALL'OSCURANTISMO DELL'EVO!!

sayli vaturu

.. in questi ultimi tempi abbiamo a che fare con situazioni non molto decorose per i movimenti che si battono per l'indipendenza della terra Sarda..

accade che sono sovraesposti gli atteggiamenti, e sotto molti aspetti difettosi, come, ad esempio i comportamenti tra soggetti indipendentisti, ognuno nel proprio movimento soffre o ha sofferto una sorta di ingiusta "perscutatio humanae" (mobbing)..

.. non fosse altro per le posizioni politiche divergenti dal pensiero più o meno unico che vige dentro i gruppi ed i movimenti che si richiamano all'indipendentismo?

L'aspetto deleterio di questi comportamenti da pettegolucci più che da politici, è il fatto che dal confronto politico, se non accettato o maldigerito, si passa velocemente al discredito ed all'infamia della persona..

questo atteggiamento dimostra ritrosia all'apertura e all'ascolto dell'altro che lo si vede come diverso, quando ritenuto non inquadarabile dentro schemi, allora si persegue senza limite.. questi metodi ritengo siano arcaici desueti e obsoleti, ma, ricordano molto i modi di fare e gli atteggiamenti del vecchio "comintern" del PCUS,

..infatti è l'idea sotto accusa poichè non è inquadrabile dentro la visione politica del movimento che si dichiara a suo dire, superiore o di maggioranza , e questo avviene all'interno dei soggetti che formano il CN (Consiglio Natzionale) ove è ritenuta una abiura pensare diverso, invece che una varietà plurale di idee e azione politica....

Segnali negativi e di grande antagonismo all'inconosciuto mondo della moltitudine da parte di movimenti indipendentisti, esso è percepito in senso negativo invece che la partecipe attività dei molti, e ciò si è evidenziato con la "Marcia pro s'indipendentzia" del 27 novembre scorso, in tale infatti e stata occasione per alzare un dibattito di forte critica dell'evento... forte contraddizione(?)... la verità sarà oggetto di discussione futura sulla storia della nostra terra..

..ora , invece, siamo alla evidente divisione all'interno del movimento indipendentista di iRS, si evince che ciò che è latente in questo movimento è motivo di agitazione per altri.. e i motivi peraltro sono gli stessi ovunque, la mancanza di etica nelle relazioni politiche e personali tra patrioti/e..

Stiamo vivendo momenti difficili, dobbiamo compattarci e riconoscerci annusandoci e avendo cura di non rovinare nessun soggetto a motivo di gelosie e vanagloriosa ambizione personale, il confronto deve essere sulle idee e non più sulla logica partitica o di giuramenti obsoleti, inadeguati al confronto basato su una giusta visione ideale e non ideologica..

chiediamoci che visione abbiamo del futuro, come ci dobbiamo inventare nell'intento del futuro natzionale e come mobilitarci per dare speranza ai giovani patrioti/e.

Per patria si intende : terra dei nostri padri, perchè non rispettare tale concetto con determinazione e passare sopra le ambizioni personali, e non diamo vivacità all'idea indipendentista?

Dobbiamo agire con onestà intelletuale e porre le basi per un'etica che sia base di rispetto per tutti i diritti personali e della dignità della persona,

... se così ci comportiamo allora verrà spontaneo attenersi al senso di appartenenza alla comunità sarda e a un destino comune , con una stessa lingua e tradizione e una storia da acclamare e sostenere, tra le giovani generazioni per dar loro, un motivo di rivendicazione pragmatico e istintuale.

Se ragioniamo in termini di stato , abbiamo modo di superare le divisioni personali e politiche e dare vita ad un progetto politico articolato e vincente per il superamento dell'attuale stato di cose coloniale per la liberazione della nostra natzione.

Dobbiamo dare speranza di un futuro (sperantzia de libertadi) che sia di felice convivenza sebbene nella decrescita economica, dobbiamo esprimere una logica che nulla ha a che vedere con la logica della crescita infinita e dello sfruttamento perenne delle cose e dei soggetti, determinando una nuova aria di pura libertà, così sicuramente decideremo e avremo ragione del futuro della nostra terra!

sa defenza



video con assemblea a Abbasanta
http://www.ventirighe.it/index.php?option=com_seyret&Itemid=533&task=videodirectlink&id=313




Ultima ora. Il Comunicato finale dell'Assemblea

Oggi 12 dicembre si è riunita ad Abbasanta, Hotel “Su Baione”, l'Assemblea Generale ufficialmente indetta il 24 ottobre 2010 dagli Organi del movimento. Erano presenti tra attivisti, sostenitori e simpatizzanti circa 300 persone.
L'Assemblea si è svolta in maniera regolare e ha deliberato, in virtù delle ultime vicende, di riportare la discussione sulla situazione attuale nelle assemblee territoriali con l'idea di riaprire il movimento alla più ampia partecipazione di attivisti, sostenitori e simpatizzanti in modo da coinvolgere tutti gli strati della società sarda. L'obiettivo di questa fase è quello di allargare la vita del movimento, riproponendo la progettualità in larga misura mancata nell'ultimo anno, nella convinzione che solo la partecipazione possa rilanciare l'unità e l'attività politica che da sempre ha contraddistinto iRS. Erano assenti i componenti dell'Esecutivo coinvolti nei fascicoli dissecretati. Essendosi sottratti al confronto, non è quindi stato possibile chiarire la loro posizione, si ritengono pertanto sospesi e diffidati dall'uso del simbolo o di qualsiasi altro riferimento al movimento politico organizzato iRS.
La prossima Assemblea Generale si svolgerà il 9 di Gennaio 2011.

L'indipendentismo di iRs: un rischio per molti. Conferenze stampa, comunicati, riunione convocate e poi disdette da chi le aveva convocate, le vicende del movimento indipendentista di iRS sono in prima pagina. Oggi si è consumata, nei fatti, una rottura del movimento. Una fase per l’indipendentismo sardo si è definitivamente chiusa. Dopo anni di battaglie, spesso solitarie, il movimento fondato anche da Gavino Sale e che tanti consensi anche elettorali aveva raccolto proprio alle ultime amministrative, è stato lacerato da una “scissione” ai più incomprensibile, ma chiara nei documenti che sono stati svelati proprio dal Presidente Gavino Sale (neo Assange di un Wikilearks sardo). Un’azione di disvelamento, di trasparenza, che ha consentito a tutti di conoscere ciò che si “tramava” da lungo tempo all’interno del movimento indipendentista. La tentazione di “impadronirsi” di un simbolo, di un logo e di eliminare lo stesso Sale, uno dei leader storici di iRS, è stata più forte delle ragioni di rafforzare con un serrato confronto politico l’azione del movimento. Mai era successo in Sardegna che un gruppo indipendentista, su una linea di forti rivendicazioni e di denuncia dei mali storici della “dipendenza” e di una “falsa autonomia” riuscisse anche a cogliere importanti risultati elettorali e ad entrare, dalla porta principale del voto democratico, nelle Istituzioni locali. Un risultato tanto evidente che ha attivato paradossalmente un meccanismo distruttivo e lacerante. Inspiegabile. Una forza giovane, decisa, determinata, guidata da un leader dalla forte personalità, radicata nei territori, è stata vittima di un oscuro “complotto” le cui trame, oggi è chiaro, erano disegnate da tempo, forse sin dall’indomani delle ultime regionali. Il nome, il simbolo, la credibilità di iRs, soprattutto tra le giovani generazioni, erano un bel boccone da “inglobare”, forse da “normalizzare”. Dietro apparenti ragioni organizzative (chi decide? e cosa decide?) sono stati attivati comportamenti dirompenti. La domanda ancora senza risposta è perché si è giunti a questo punto. Quali le ragioni politiche di uno scontro così aspro e così duro. Questioni di leadership? Di linea politica? Questioni, se fossero realmente queste, risolvibili solo con un confronto politico che però non si è svolto. La stessa assemblea odierna di Abbasanta poteva essere l’occasione per farlo, ma chi ha lanciato le accuse complottando si è ritirato sottraendosi al confronto e invocando ruoli inesistenti nei fatti. Quindi ritorna la domanda perché? Tentiamo una risposta. La creatura era cresciuta, faceva ombra, poteva diventare un riferimento sempre più forte per i sardi, soprattutto in una fase politica dove si dovrebbe riscrivere lo Statuto, proporre e disegnare un moderno federalismo, rivendicare l'applicazione delle leggi esistenti in materia di entrate. Insomma in una fase dove proprio i temi sollevati da iRS sono di stretta attualità: federalismo, autonomia o indipendenza? Questi i temi del confronto politico oggi in Sardegna. La creatura quindi dava fastidio. Andava depotenziata, riportata a più miti consigli, magari trasformata in un tradizionale “partito” dove spesso chi decide non rende mai conto a nessuno delle scelte fatte e se lo fa, lo fa solo dopo, quando è troppo tardi per rimediare. Tentiamo ancora una risposta. Indebolire la creatura magari per rinvigorire neonate liste elettorali - fallite alla verifiche del voto- e gruppi politici che parlavano di “indipendentismo” con nomi e simboli che richiamavano il fascino del “rosso” e dei “4 mori”, ma che, per come erano nate nel chiuso di qualche stanza, non avevano realizzato quei risultati che i promotori si auspicavano. I fatti di questi giorni rivelano che iRS è stata in questi ultimi mesi oggetto di un’Opa (interna ed esterna) da parte di chi, rifiutando ogni confronto aperto e pubblico era desideroso di appropriarsi, a tutti i costi anche tramando, di un soggetto “vincente” contando sulle rivalità interne e sui contrasti sempre presenti anche nei piccoli gruppi politici. Ma anche i complotti, per riuscire, seguono delle regole: la prima delle quali è la riservatezza. “Si fa, ma non si dice” è il credo di certa politica sempre più invisa da tanti. Caduta quella "segretezza", tutto il castello crolla, perché c’è sempre qualche “manina” che con un clic svela i misteri e le trame o che magari manda un CD con documenti “inconfessabili”. Prima o poi succede. E’ successo alla potente America di Obama, immaginatevi da noi!
La cronaca della giornata
Un’assemblea nazionale “circolare”, per “guardarsi in faccia”, nessuna Presidenza, nessun palco per gli oratori. Inizia così con una modifica anche logistica della sala riunioni dell’Hotel Su Baione di Nuraghe Losa di Abbasanta, l’assemblea nazionale del movimento indipendentista iRS. Una trasformazione simbolica di ciò che intendono i militanti del Movimento: una organizzazione senza vertici di tipo “partitico”, senza “comitati centrali”, ma al contrario un movimento organizzato capace di includere singoli militanti, gruppi di simpatizzanti, pezzi della società sarda in un ambito libero, dove la discussione è finalizzata allo scopo da tutti condiviso: l’indipendenza come condizionare per la libertà dei sardi. Ed è stato questo il filo conduttore dei partecipanti all’assemblea già indetta oltre due mesi fa e confermata proprio ieri anche dal gruppo dei “scissionisti” ma inaspettamente da loro stessi disdetta a notte fonda e oggi disertata. Il gruppo ha organizzato in fretta e fuori un’altra assemblea a Cagliari, rifiutando ogni confronto con l’Assemblea generale. Una “diserzione” che, nei commenti dei militanti di iRS è stata duramente criticata ed ha costituito per molti un motivo in più di riflessione su quanto accaduto. Nonostante questo, oltre duecento sono stati i militanti convenuti per discutere e valutare le iniziative da intraprendere dopo la denuncia di “un complotto” ordito, all’insaputa dei militanti di iRS, da un gruppo di “scissionisti” che puntava ad acquisire il totale controllo del movimento indipendentista. La denuncia, anticipata ieri in una conferenza stampa dal Presidente Gavino Sale, (vedi il video sulla nostra web tv) è stata l’antipasto della riunione odierna. Sono state proiettate le “slide” dei numerosi documenti che, con un Cd, erano stati recapitati direttamente nei giorni scorsi proprio a Sale da un partecipante (al momento anonimo) al gruppo degli “scissionisti” che ben conosceva quindi ciò che si stava tramando. Nel Cd sono contenute le missive che alcuni componenti dell’esecutivo nazionale si erano scambiati e nelle quali si delineavano gli scopi e le finalità del gruppo. Tra questi anche la copia della richiesta di “brevettare” il nome e il simbolo di iRS per avere così il pieno controllo non solo politico, ma anche formale del Movimento.
”Irs siamo noi e siamo in tanti, noi abbiamo il simbolo, gli attivisti e i sostenitori. Gli scissionisti sono una minoranza riunita a Cagliari”. Gavino Sale in apertura di riunione, riassume senza fronzoli la guerra interna che rischia di dilaniare il Movimento degli indipendentisti sardi e strappa la standing ovation al popolo di Irs che affolla la sala conferenze dell'Hotel Baione di Abbasanta.
”Irs riparte da qui - spiega Sale ai fedelissimi arrivati da tutta la Sardegna - e riparte con le porte e le finestre aperte: qui finalmente si respira aria pulita, qui c'e' il presidente eletto democraticamente e questa e' l'assemblea ufficiale di Irs”. Se le parole di Sale infiammano l'assemblea, le slide con la selezione delle e-mail che proverebbero 'il complotto' per far fuori uno dei fondatori del Movimento provocano sdegno e perfino sgomento in sala. In particolare quelle di una dirigente del Movimento che senza mezzi termini si chiede se non sia il caso di augurarsi la scomparsa di Sale per mano di Dio o magari se non sia preferibile la fine lenta del 'dittatore' in un letto di ospedale. Sale spiega che sono 6.800 le mail che documentano le trame dei suoi oppositori per cacciarlo dal movimento che aveva fondato, ma non chiude loro la porta in faccia, perche' “iRS e' un movimento inclusivo e dividersi quando si ha il 4% dei consensi elettorali e' ridicolo”. Con i giornalisti e nel suo intervento all'Assemblea Sale affronta anche la questione delle presunte pressioni esterne: “non ho la prova cartacea - spiega - ma e' sempre successo ogni volta che l'indipendentismo e' cresciuto. Noi siamo l'ala movimentista vera e quando siamo andati a toccare gli interessi forti (banche, grande industria e altri), sono arrivati i colpi, ma iRS oggi e' diventato maggiorenne ed e' uno e indivisibile”.
Gli interventi dei militanti confermano e rafforzano l'indipendentismo di iRS.
Claudia Arru del Medio Campidano: "solo oggi capisco le difficoltà che ho vissuto in questi ultimi mesi. Oggi ne capisco le ragioni: iRS non è un partito, non ci sono “cariche”, non ci sono “generali” che danno ordini: iRS è un movimento dove tutti possono partecipare e dove siamo tutti sullo stesso piano. E’ questa la forza di iRS, tanti, diversi, ma uniti nella lotta per l’indipendentismo".
Andrea Fredda della “regione” di Sassari: “siamo un insieme di diversità che si sono ritrovate nel lavoro comune di iRS, che si confrontano, discutono e che sono militanti veri e non “utenti” del web, dove magari chi ha le password magari ti cancella. Esistiamo perché ci confrontiamo senza gerarchie e senza “ordini” da eseguire”.
Nello Gardenia coordinatore di iRS di Sassari: “iRS è un progetto di cambiamento, un grande contenitore per tutta la sardegna e per i sardi. Un progetto politico unitario e con tante pluralità: è questa la ricchezza politica ed umana di questo movimento”.
Placido Cherchi di Oschiri. Un anziano militante che ha sottolineato come "l’invidia rimane sempre la malattia dei sardi” di chi “ha lo sguardo obliquo”, di chi "preferisce il muretto a secco al confronto aperto e leale". "Ho la certezza anche morale- ha aggiunto-che i documenti illustrati oggi sono veri e riflettono comportamenti dai quali dobbiamo diffidare e che dobbiamo condannare. Nessuna “pacificazione” sarà possibile con chi trama nell’ombra e non rende note le posizioni politiche". "Mi sembra- ha aggiunto- di vivere altri tempi quando l’ubbidienza era una virtù e il “centralismo democratico” un metodo per imporre, senza alcun confronto “la linea” da tenere". Anche sulle “aperture” al confronto Cherchi è stato netto raccomandando “cautela” perché le cose successe sono gravi e dannose per tutti.
Anche Bettina Pitzurru era sconcertata. Ha raccontato la sua storia personale di militante di iRS in quel di Cagliari, le sue difficoltà come coordinatrice del movimento “Abba libera” contro i disegni di privatizzazione dell’acqua in Sardegna: lasciata sola perché “prima ti rubano l’anima poi il resto”. "Difficile, ha aggiunto, ricucire con chi ti vuole eliminare. La stesso questione della “parità di genere” in un movimento dove le donne sono parte rilevante di iRS è stata osteggiata e spesso- ha concluso- i miei interventi censurati e nascosti". "Il web non è la democrazia- ha aggiunto- è uno strumento, ma non potrà mai sostituire il confronto e il lavoro quotidiano di ciascuno di noi" .
Gli scissionisti di Cagliari, confermano “Sale è fuori e noi andiamo avanti”.
Quello che resta dell’esecutivo di iRS oggi nell’ Assemblea da loro convocata a Cagliari, dopo aver rinunciato a partecipare a quella di Abbasanta, ha deciso l'espulsione e ha diffidato Gavino Sale a parlare a nome di IRS.
La spaccatura all'interno del movimento indipendentista sardo, ratificata oggi, e' avvenuta dopo che Sale, uno dei leader del movimento, ha denunciato ieri, in una conferenza stampa, un complotto per delegittimarlo e farlo fuori da IRS. “Sale ha reso noto i contenuti alla stampa di un plico anonimo mentre avrebbe dovuto parlarne all'interno dell'iRS, affrontare il problema all'interno - hanno spiegato gli attivisti nell'assemblea - in questo modo non ha riconosciuto gli organi dell'IRS, la struttura, e si e' autoescluso. Ne prendiamo atto e da oggi Sale non fa piu' parte del movimento fondato nel 2003”. La riunione di Cagliari ha confermato oggi anche la data, il 2 gennaio, in cui si terra' l'Assemblea nazionale elettiva dei nuovi organi che guideranno il movimento. E' probabile però che l'assemblea del 2 gennaio costituisca un nuovo gruppo perchè la questione del nome e del simbolo di iRS, alla luce di quanto detto da Gavino Sale nell'assemblea di Abbasanta dei militanti di iRS e i documenti presentati costituiscono un problema di non poco conto, anche sul piano legale, per il gruppo riunitosi oggi a Cagliari.




seguono comunicati di SNI iRS di CA ed di altre pubblicazioni





SCONTRO DENTRO IRS - FERMIAMOCI A RIFLETTERE

Lo scontro all’interno di IRS è ormai evidente e forse non riconducibile, nessuno più di SNI può capire quanto le divisioni interne all’indipendentismo siano il maggiore impedimento a che la proposta indipendentista passi dal condivisibile al delegabile.
Quel tipo di catarsi, SNI lo ha già vissuto nel 2002, quando in seguito ad una spaccatura interna, meno violenta, acque IRS.
I protagonisti furono gli stessi che oggi si stanno scontrando dentro IRS, i tre Frantziscu e Gavino Sale, che non si vollero confrontare con il coordinatore nazionale uscente Bustianu Cumpostu, disertarono il Congresso Nazionale del 2002 e preferirono frazionare l’indipendentismo, che fino ad allora si era riconosciuto unitariamente in SNI.
Per anni si sono fatte le gare di indipendentismo, beccandoci come i polli di Renzo, tra SNI e IRS.
In questa gara inutile e dannosa, il sottoscritto, che si può dire ha “allevato” sia i tre giovani Frantziscu che Gavino, si è vista persino tolta la patente da indipendentista e conferita d’ufficio quella da autonomista.
La stessa storia l’ha vissuta, più volte, il PSd’Az, storia di frazionismi che parte dai Rosso Mori di Lussu e arriva ai Rosso Mori di Muledda e Zuncheddu.
Eppure l’indipendentismo, l’anelito di libertà di una nazione oppressa, l’esaltazione di un valore alto come quello della libertà, applicato non solo agli individui ma anche ai popoli, dovrebbe esser un collante forte a sufficienza per tenere uniti militanti e dirigenti che per quel anelito di libertà si organizzano e lottano.
Potremo deresponsabilizzarci dando la colpa alla maledizione di Carlo V, portare avanti la frantumazione fino scomposizione dell’atomo e trasformare l’indipendentismo in una nota di colore da inserire nelle guide turistiche della Sardegna, al posto del banditismo.
Che fare allora?
Fermiamoci a riflettere per capire genesi ed obiettivi dell’indipendentismo, stabilire una scala di valorizzazione con al quale misurare le sfere personali, quelle di partito e quelle collettive, valutare il nostro agire e prendere atto che finché non renderemo affidabile e delegabile il progetto indipendentista i sardi continueranno a credere all’inganno italiano.
Certo, l’indipendentismo è figlio di un popolo, e riflette i mille colori del popolo, ma è frutto di un atto d’amore collettivo.
Noi indipendentisti siamo germogli e semi di quel atto d’amore, abbiamo dei doveri, siamo nati per restituire la dignità e la sovranità al nostro popolo non per cercare nell’indipendentismo predelle sulle quali portare in alto la nostra sfera personale o quella di partito.
FERMIAMOCI A RIFLETTERE, CON MODESTIA PERSONALE, MA CON ORGOGLIO DI FUNZIONE, APRIAMO DA SUBITO UN CONFRONTO TRANQUILLO SUL DA FARE, FACIAMO DEL 2011 “S’ANNU DE SA SARDIGNA LIBERA” E INIZIAMO UNA SERIE DI CONGRESSI ITINERANTI PER ARREJONARE CON IL NOSTRO POPOLO.
Un sincero augurio a tutto IRS affinché superi quanto prima questo momento di sofferenza.
Nugolo 13/12/2010

BUSTIANU CUMPOSTU

Sardigna Natzione Indipendentzia




Assemblea Nazionale iRS

iRS Comunicato Assemblea Nazionale 12 dicembre 2010
Cagliari 12 dicembre 2010
“L’Esecutivo Nazionale, gli attivisti e i sostenitori di iRS hanno preso atto della gravissima violazione della democrazia e dell’organizzazione interna da parte di Gavino Sale. Consci che non basta riunire poche decine di conoscenti per poter affermare di essere iRS, l’assemblea eletta e l’esecutivo in carica oggi a Cagliari hanno deliberato, con una maggioranza di otto regioni su nove, che non può stare nel movimento chiunque rifiuti di riconoscere e riconoscersi nel processo di democratizzazione interna.
Pur addolorati per le illegittime riunioni che Gavino Sale, nonostante i fermi richiami dell’esecutivo, insiste rabbiosamente a convocare confondendo gli animi dei meno informati, gli organi ufficiali riuniti in assemblea hanno valutato la gravità non solo dei suoi comportamenti a danno di iRS, ma anche la leggerezza con cui sono stati diffusi in queste riunioni contenuti privati di mail spacciate come appartenenti ad alcuni attivisti. Contro questo reato è stata già avviata la procedura di tutela legale in ogni sede, nella quale iRS si riserva di costituirsi parte civile. Fuori dall’ambito legale, l’assemblea ha preso atto della completa inaffidabilità politica dell’uomo Gavino Sale, disposto a qualunque bassezza pur di fermare il cambiamento.
L’assemblea garantisce a quanti hanno sinora dato fiducia al progetto di iRS che il lavoro continuerà con l’impegno di sempre, e per questo conferma le date calendarizzate per l’elezione del nuovo esecutivo e l’approvazione del nuovo statuto”.


La deriva Corsa di iRS

http://gianfrancopintore.blogspot.com/


Gianfranco Pintore

Quel che sta accadendo in questi giorni in iRS non è il dramma privato di un centinaio di suoi attivisti, è quello di migliaia di giovani che hanno speso energie e intelligenza e passione per costruire il movimento che avrebbe dovuto portare la Sardegna all'indipendenza. E si trovano di fronte a una deriva Corsa nel peggiore dei casi o, nel migliore, dentro una commedia che ricorda da vicino il Nekrasov di Jean Paul Sartre.
In Corsica, il movimento indipendentista – oggi passabilmente unito – ha attreversato per anni la tragedia, tale perché ci sono stati anche morti ammazzati, della lotta fratricida e delle scissioni a catena con la nascita di micro organizzazioni. La commedia di Jean Paul Sartre si svolge, con toni più soft, negli ambienti dell'indipendentismo ucraino ma con esiti simili, anche questi fatti di scissioni molecolari e di reciproche scomuniche.
I giornali sardi hanno descritto e continuano a descrivere l'oggetto del contendere fra i due gruppi, quello di Gavino Sale e quello che fa capo alla segreteria, per altro dimissionaria. Gli scambi di feroci accuse e il minacciato ricorso alla magistratura per derimere i contrasti, soprattutto per chi ne legge sui giornali, hanno per chi li osserva dall'esterno poca importanza. E certo non invogliano a simpatizzare per l'una o per l'altra fazione. Il problema che semmai interessa tutti noi, o almeno quanti di noi hanno in mente un processo di autodeterminazione della Sardegna, è questo: il modo in cui iRS si è andato costruendo è indifferente rispetto agli esiti di questi giorni?
Una struttura piramidale, fatta di elettori, simpatizzanti, membri candidati, iscritti cooptati in gran misura dai dirigenti può trasformarsi in una associazione democratica? E che modello di democrazia può essere quello in cui i dirigenti scelgono, in tutto o in gran parte, coloro che dovranno scegliere i gruppi dirigenti? Mi è capitato di leggere qualche giorno fa un vibrante articolo di Michela Murgia in difesa di una fazione contro quella di Sale. “La sua [di Gavino Sale] proposta di allargare smisuratamente il numero dei votanti mira infatti a ribaltare gli equilibri interni dando diritto di voto a persone impreparate che non hanno la minima idea di cosa abbia voluto dire nell’ultimo anno cercare di arginare le sue derive personalistiche, giocate spesso in spregio di ogni decisione comune.”
Solo le persone “preparate” (in che cosa e da chi?), quelle che sono andate a catechismo, hanno il diritto di voto? La Chiesa pretende che chi fa la cresima sia indottrinato alla scelta che vuol fare. È naturale, ma la Chiesa non si dà arie di organizzazione democratica. C'è piuttosto un'idea di setta nelle parole della scrittrice che, è vero, è solo una simpatizzante, non parla a nome di iRS. Il fatto è che quanti hanno titolo a parlare per quel movimento sono stati zitti, autorizzando chi osserva da fuori a pensare che quella espressa da Murgia sia l'idea del gruppo dirigente.
Del resto, le due assemblee delle contrapposte anime di iRS, ad Abbasanta a favore di Sale e a Cagliari a favore della segreteria, sono la dimostrazione plastica di due concetti di vita democratica. Sale ha riunito, pubblicamente e davanti alle telecamere, i suoi sostenitori, due o trecento persone. Gli attivisti, un centinaio, si sono riuniti a porte chiuse. Nella assemblea pro Sale è venuta alla luce l'esistenza di una struttura informatica, diciamo così, riservatissima a cui ha accesso solo un molto ristretto gruppo di militanti. Questo gruppo si è scambiato, fidando sulla riservatezza, mail di fuoco contro Gavino Sale per prepararne l'ostracismo. Il testo di queste comunicazioni è stato reso pubblico nell'assemblea di Abbasanta ed è disponibile nel sito Ventirighe.
Dall'altra parte, l'imbarazzo per questa brutta pagina di lotta intestina è stato vinto con la minaccia di denuncia alla magistratura della violazione di corrispondenza privata. Inconsapevolmente denunciando una natura settaria e piramidale di iRS, all'interno del quale solo pochi eletti hanno il diritto a conoscere i termini di una battaglia politica interna e di parteciparvi.
Non ci può essere alcuna soddisfazione nel vedere in quanto è successo la conferma di dubbi e preoccupazioni per la deriva che appariva evidente e che in molti abbiamo denunciato, con grande affetto per le migliaia di giovani che credevano di aver trovato in iRS un luogo in cui coltivare le proprie passioni politiche e culturali. C'è invece la speranza che il loro patrimonio di idee non si disperda in quella che a me appare sempre più una deriva Corsa.

venerdì 10 dicembre 2010

Migliaia di persone hanno manifestato il 30 novembre contro la riforma dell’università. Il testo è passato alla camera, ma il governo sembra sempre più in difficoltà


Mariangela Paone e Lucia Magi,

El País, Spagna

Prima è stata la volta della Francia, poi della Gran Bretagna e adesso dell’Italia. Come è già successo a Parigi e a Londra, il malessere sociale che attraversa l’Europa a causa delle riforme e dei tagli promossi dai governi dei paesi colpiti dalla crisi economica è sfociato il 30 novembre a Roma nella più grande protesta studentesca degli ultimi anni. Migliaia di studenti sono scesi in piazza nelle principali città italiane contro la riforma del sistema universitario voluta dal ministro della pubblica istruzione Mariastella Gelmini e per ribellarsi alle politiche del governo Berlusconi.


Nelle settimane precedenti la protesta ha raggiunto i monumenti che simboleggiano la cultura italiana: gli studenti hanno occupato pacificamente il Colosseo e la Torre di Pisa. Il 30 novembre, invece, hanno bloccato il traffico sulle strade e occupato i binari di diverse stazioni ferroviarie.

Secondo l’Unione degli universitari, alle proteste hanno partecipato 400mila persone. Da Torino a Palermo, da Venezia a Napoli, le manifestazioni hanno mandato in tilt molte città italiane. A Bologna ci sono stati degli scontri tra la polizia e gli studenti all’ingresso della stazione. A Milano tre stazioni della metropolitana sono rimaste chiuse per alcune ore.


“Blocchiamo il paese”, era lo slogan urlato dagli studenti mentre in parlamento si discuteva della riforma. Il disegno di legge è anche un nuovo banco di prova per la stabilità del governo, che non gode più dell’ampia maggioranza ottenuta alle politiche del 2008. La decisione del presidente della camera Gianfranco Fini di uscire dal Popolo della libertà – che aveva fondato insieme a Silvio Berlusconi – per formare il gruppo autonomo Futuro e libertà (Fli), ha messo in difficoltà il governo alla camera, dove il 14 dicembre sarà votata la siducia contro il premier. Lo stesso giorno in senato si voterà una mozione di fiducia.


Roma militarizzata

La riforma, che prevede tagli alle borse di studio e alla ricerca nelle università pubbliche, è stata approvata nella tarda serata del 30 novembre con 307 voti a favore e 252 contro. Ora deve essere approvata dal senato. I sostenitori di Fini avevano annunciato che avrebbero sostenuto il disegno di legge, ma la debolezza della maggioranza è sembrata evidente quando il governo è stato battuto su due emendamenti, approvati con i voti di Fli.


E mentre la riforma universitaria si trasformava in una prova generale per misurare le forze dei diversi gruppi parlamentari, fuori gli studenti si scontravano con la polizia, che aveva creato un cordone di sicurezza intorno a piazza Montecitorio. In via del Corso, una delle strade centrali della capitale, la polizia ha caricato gli studenti che lanciavano pietre e bottiglie. L’intervento delle forze dell’ordine è stato duramente criticato dall’opposizione. “La stragrande maggioranza degli studenti e dei ricercatori si è mossa in modo pacifico”, ha detto Pier Luigi Bersani, leader del Partito democratico. “Non ho mai visto Roma così. Se si è arrivati a livelli così alti di tensione è per l’irresponsabilità del governo”.


Il governatore della Puglia e presidente di Sinistra ecologia libertà, Nichi Vendola, si è spinto oltre e ha parlato di clima “cileno”. Il ministro dell’interno, Roberto Maroni, ha giustificato le misure di sicurezza (bisognava “garantire l’ordine pubblico”) e ha accusato l’opposizione di strumentalizzare la protesta. Berlusconi, dal canto suo, ha risposto così ai giovani che stavano protestando contro la riforma: “Gli studenti veri sono a casa a studiare, quelli che protestano sono dei centri sociali o fuori corso”. Gli studenti si sono dati appuntamento attraverso Facebook e Twitter, usati per organizzare le proteste in tutte le città. “Paralizziamo il paese per paralizzare questo progetto che toglie soldi all’istruzione pubblica”, era lo slogan che rimbalzava in dalla mattina presto dal Duomo di Milano alle piazze di Napoli, ancora sporche per l’ennesima emergenza riiuti. u sb

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