domenica 30 ottobre 2011



Phyllis Bennis

Tradotto da Curzio Bettio

Il popolo libico deve affrontare sfide importanti per lo sviluppo della democrazia in un paese che è ricco di petrolio, profondamente diviso e dipendente dalla NATO per la sua vittoria contro Gheddafi.



La morte del leader libico Muammar Gheddafi - anche se è troppo presto per sapere qualcosa di sicuro – dovrebbe significare la fine della fase attuale della guerra civile della Libia.
Anche se verranno poste le basi per la pace, la riconciliazione nazionale, la democrazia, la normalizzazione nella regione o altri obiettivi si presentano avvolti in un clima di incertezza.
E ugualmente, la natura delle relazioni della Libia post-Gheddafi con gli Stati Uniti e gli altri paesi della NATO rimane poco chiara.
Questa mattina, un commentatore libico su Al Jazeera, celebrando la morte di Gheddafi, ha descritto la rovina di Gheddafi come la “terza caduta” di dittatori nel corso della “primavera araba”.
Ma, mentre il rovesciamento del regime di Gheddafi, al potere da 42 anni, ha trovato le sue origini nelle stesse mobilitazioni non violente in Tunisia ed Egitto, che hanno ispirato quelle ancora in corso in Bahrein, Siria, Yemen e altrove, la traiettoria della Libia è stata profondamente diversa.
Tutto è iniziato allo stesso modo, con un appello di gente libica per protestare contro una dittatura responsabile di una terribile repressione, di massacro di prigionieri e di altro ancora.
Ma quando i contestatori libici hanno preso le armi, e soprattutto quando i loro leader hanno invitato la NATO e gli USA a diventare la “forza aerea del Consiglio nazionale di transizione”, i legami tra la ribellione della Libia e tutte le altre della “primavera araba” hanno cominciato a logorarsi.

Nella fase iniziale, la richiesta del Consiglio nazionale di transizione per una “no-fly zone” aveva ricevuto ben poco sostegno popolare. Molti consideravano questo con diffidenza, come se venisse pregiudicata l’indipendenza della rivoluzione libica.
Ma l’appoggio all’intervento NATO è andato via via crescendo con la narrazione di un “inevitabile” e “imminente” massacro a Bengasi, dove si andavano concentrando i ribelli armati.
Anche tra i ribelli, il consenso per l’intervento USA/ NATO non è mai stato unanime, forse a causa dell’incertezza circa le intenzioni di Gheddafi e, soprattutto, della sua effettiva capacità di contrapposizione nel conflitto.
Ora, può la nuova Libia post-Gheddafi rivendicare il posto d’onore nei processi rivoluzionari indipendenti, in gran parte non violenti, in corso negli altri paesi della primavera araba?
Un massacro era certamente possibile. Ma il popolo di Bengasi aveva già dimostrato la sua capacità di proteggere la città.
Quando il primo bombardiere della NATO pilotato da un Francese ha attaccato i quattro carroarmati dell’esercito regolare libico fuori Bengasi, questi carri sono stati presi di mira nel deserto, fuori della città, proprio perché erano già stati respinti dalla città dai combattenti anti-Gheddafi.
La capacità militare dei ribelli in quel momento era sconosciuta, ma la contraddizione evidente tra questa vittoria iniziale e l’affermazione che solo raid di bombardieri occidentali avrebbero potuto salvare il popolo di Bengasi poteva avere contribuito al disagio durato molto a lungo sul ruolo USA/NATO.
La domanda ora è, se e come la nuova Libia post-Gheddafi, dopo aver rovesciato il suo pluriennale leader essenzialmente mediante una guerra civile, in cui gli Stati Uniti e la NATO hanno sostenuto una loro parte, piuttosto che attraverso quei processi di cambiamento in gran parte non violenti in corso negli altri paesi della primavera araba, possa vantare un posto di primo piano all’interno di questo risveglio regionale.

La guerra per il controllo, non per il petrolio

Gli Stati Uniti non sono stati i primi istigatori dell’intervento della NATO.
Questo ruolo deve essere assegnato all’Europa, a partire dalla Francia, il cui presidente stava ancora in sofferenza per gli attacchi politici dovuti alla sua reazione tanto insignificante quanto tardiva nei confronti della rivolta tunisina. Le preoccupazioni di Sarkozy per la sua popolarità domestica facevano il paio nel Regno Unito con quelle del Partito conservatore al governo, che era smanioso di rivendicare una posizione in quella che prevedevano sarebbe stata la parte vincente nel conflitto libico.
Tutto questo creava lo scenario per posizioni europee di privilegio nel condizionare il nuovo governo post-Gheddafi e, naturalmente, nell’ottenere accesso privilegiato al petrolio della Libia.
Così, la Francia e la Gran Bretagna hanno assunto la guida del Consiglio di sicurezza dell’ONU, con la stesura di una risoluzione iniziale che imponeva una “no-fly zone”, apparentemente per “proteggere i civili” in Libia.
L’esercito degli Stati Uniti non si dimostrava entusiasta della prospettiva. Ufficiali degli Stati Uniti di grado superiore, tra cui il Comandante di stato maggiore Michael Mullen, dimostravano come una “no-fly zone” di per sé non avrebbe funzionato - che sarebbe stato necessario dapprima bombardare la Libia, per mettere fuori uso le armi anti-aeree, e così proteggere i piloti occidentali. La Casa Bianca dimostrava scarso entusiasmo.
Poi, un gruppo di stanza al Dipartimento di Stato, guidato dalla segretaria di Stato Hillary Clinton, l’ambasciatrice alle Nazioni Unite Susan Rice, e la consigliera della Casa Bianca Samantha Power, funzionari che spesso avevano sollecitato azioni militari in risposta alle violazioni dei diritti umani, hanno avuto la meglio.
Così, invece di limitarsi a votare “no” sulla risoluzione che il Pentagono non avrebbe accettato l’incarico, gli Stati Uniti hanno assunto la bozza anglo-francese e l’hanno “migliorata”, raccomandando l’uso di “tutti i mezzi necessari” per proteggere i civili - un semaforo verde per l’uso di tutte le armi, contro qualsiasi bersaglio, per tutto il tempo che il Pentagono e la NATO decidevano di rimanere in Libia.
Questo ha segnato la fine della “primavera libica” e l’inizio di una crudele - e per i civili, mortale - guerra civile.
L’intervento USA / NATO in Libia non è stato una “guerra per il petrolio.”
L’accesso al petrolio non è stato il problema principale nemmeno negli anni ‘70 e ‘80, anni di opposizione degli Stati Uniti al ruolo della Libia, che sosteneva i movimenti di liberazione nazionale durante la Guerra Fredda, o perfino negli anni ’90, quando gli Stati Uniti avevano isolato la Libia per il suo coinvolgimento con il terrorismo. Il greggio più leggero e dolce della Libia è stato sempre ampiamente disponibile sul mercato petrolifero mondiale.
L’interesse strategico di prendersela con Gheddafi, dopo anni di buoni rapporti amichevoli, era soprattutto radicato nella paura della perdita di controllo.
Ma, dopo il 2001, quando l’amministrazione Bush era impaziente di radunare nuove reclute per la sua “guerra globale al terrorismo”, erano stati inviati emissari per accattivarsi il leader libico, che da tempo tanto aspramente era stato criticato.
Nel giro di un paio di anni, i rapporti con Gheddafi si erano scongelati. Gheddafi aveva accettato di smantellare il nascente programma nucleare della Libia, aveva offerto un indennizzo alle famiglie dell’attentato di Lockerbie, aveva instaurato normali relazioni diplomatiche con i suoi nemici di una volta e del futuro, negli Stati Uniti e in Europa.
Dal 2003, o giù di lì, le compagnie petrolifere europee e statunitensi erano in fila per firmare contratti.
Dal 2007 e oltre, foto di Gheddafi braccio-a-braccio con Sarkozy, Tony Blair, Silvio Berlusconi – ma anche con Bush e Obama e, quella famosa con Condoleezza Rice - sono state oggetto delle prime pagine dei giornali e dei siti web di tutto il mondo.
Nel 2011, l’interesse strategico degli Stati Uniti di rovesciare Gheddafi, dopo anni di così buoni rapporti intimi, era principalmente dettato dalla paura della perdita di controllo.
Gheddafi era dei nostri, adesso sì - ma Washington si chiedeva, cosa può succedere se…?
Cosa poteva succedere se il volubile leader libico, sotto la pressione di processi di democratizzazione anti-dittatura della porta accanto, invertiva la rotta e prestava la sua attenzione ai nemici di Washington, intrattenendo legami strategici?
La Cina continua la sua espansione di investimenti e di influenza in Africa: cosa può succedere se…?
Gli oppositori di Gheddafi comprendono islamisti di vario tipo, tra cui alcuni salafiti, seguaci del ramo di quel Islam estremista che fa capo all’Arabia saudita, che tanto favore riceve da militanti libici: cosa può succedere se…?
Il popolo della Libia potrebbe decidere che un’alleanza con l’Occidente non fa al meglio i suoi interessi: cosa può succedere se…?
Il “cosa può succedere se…?” all’improvviso si è trasformato in un deciso “sì, andiamo!” E così tutto ha avuto inizio.
Il nuovo Comando degli Stati Uniti per l’Africa (AFRICOM) ha avuto la sua prima occasione per mostrare la sua essenza, (anche se sembra che il comandante dell’AFRICOM sia stato sostituito dai comandanti della forza aerea degli Stati Uniti di stanza nelle basi NATO in Italia).
I leader dell’opposizione libica, che prima avevano dichiarato: “Noi, possiamo farcela da soli!”, cominciavano ad affermare: “solo una no-fly zone, ma nessun intervento straniero” - anche se generali superiori degli Stati Uniti aveva già sostenuto che non poteva esistere l’una senza l’altro .
E nel contesto della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevedeva con retorica espansiva l’uso di “ogni mezzo necessario” per quanto riguardava gli attacchi militari, le altre raccomandazioni della risoluzione in favore di negoziati, e soprattutto per un immediato cessate-il-fuoco, venivano ignorate dalle potenze occidentali.
Naturalmente, Gheddafi disdegnava del tutto un cessate-il-fuoco, ma la risoluzione delle Nazioni Unite avrebbe dovuto indirizzare ad una maggiore enfasi sui negoziati per porre fine alla violenza.
La questione di “se, quando, e in che misura” la nuova Libia potrà liberarsi della sua attuale dipendenza dagli eserciti occidentali e da altri sostenitori strategici rimane senza risposta.

Una società divisa

Come è avvenuto in Egitto e Tunisia, sembrava che la maggior parte dei Libici sostenesse le richieste di più democrazia, più diritti, addirittura la fine del regime. Ma non tutti. Un numero significativo di Libici chiaramente sosteneva il regime, una situazione più vicina alla crisi ancora in pieno sviluppo in Siria.
Sarebbe stato sorprendente se questo non fosse avvenuto. Nei suoi 42 anni di gestione del governo, Gheddafi aveva concentrato il potere nelle sue mani sì, ma aveva permesso libertà di parola, libertà di riunione e manifestazioni di opposizione politica.
Aveva usato i proventi del petrolio della Libia per armare e addestrare un gruppo di milizie geograficamente e politicamente separate, molte delle quali comandate dai suoi figli e da altri parenti, ma rispondenti solo a lui, mentre l’esercito nazionale ufficiale rimaneva relativamente debole.
Ma la ricchezza petrolifera della Libia è talmente enorme, e la sua popolazione abbastanza ridotta, che il “Libro Verde” di Gheddafi, espressione di un quasi-socialismo, idiosincratico com’era, ha potuto imporre sistemi statali pubblici di assistenza sanitaria, istruzione, previdenza e sicurezza sociale, tali comunque da conquistare i primi posti nelle classifiche delle Nazioni Unite degli indicatori di sviluppo umano.
E per quanto questa singolare concentrazione di potere risiedesse nelle mani di un’unica persona, Gheddafi riceveva credito dal popolo, non proprio con la repressione, ma soprattutto con posti di lavoro, fornendo accesso gratuito alle cure ospedaliere, borse di studio universitarie, e altri sussidi del genere.
Certamente questi diritti economici e sociali non erano equamente disponibili. La storia moderna della Libia come nazione unitaria ha dovuto tener conto di una spesso difficile unione delle parti occidentale e orientale, che avevano una lunga storia, sotto il dominio coloniale e prima, come province separate.
Gheddafi ha sempre ricevuto più forti consensi nella zona ovest della Libia, quella di Tripoli, che non nella metà orientale del paese, dove Bengasi è la più grande città. Sirte, la sua città natale, dove è stato ucciso giovedì, si trova sulla costa quasi esattamente a metà strada tra la parte orientale e occidentale.
Sirte, in particolare, e la metà occidentale della Libia, più in generale, avevano ricevuto un accesso relativamente privilegiato ai benefici ricavati dalla ricchezza petrolifera della Libia.
La sfida che deve affrontare la Libia post-Gheddafi è scoraggiante. L’assunzione di responsabilità, la gestione del potere e soprattutto la legittimità della struttura di un governo ad interim rimangono controverse.
La guerra civile ha creato nuove divisioni tra le parti della popolazione libica, e ne ha consolidato le antiche. Le spaccature tra oriente e occidente sono state amplificate, con il Consiglio nazionale di transizione insediatosi a Bengasi che non riscuote un’ampia fiducia in altre aree del paese. Il Consiglio ha già avuto difficoltà nel metter su bottega a Tripoli, dove resta la rabbia per la sproporzionata rappresentanza di Bengasi / Libia orientale.
Le milizie anti-Gheddafi rimangono ancora ampiamente indipendenti dal Consiglio nazionale di transizione, con i combattenti dalla città occidentale di Misurata e dei monti Nafusa che dichiarano pubblicamente di non dovere rendere conto di nulla al Consiglio nazionale di transizione.
Sono state esacerbate divisioni tra Arabi e Tuareg libici, nonché tra quei Libici con lingue, tribù o clan locali, o identità regionali diversi.
Il divario tra Libici arabi di pelle più chiara e Libici africani di pelle scura è stato ulteriormente aggravato da diffusi attacchi contro Libici di pelle scura, così come contro lavoratori dell’Africa sub-sahariana, mossi da combattenti anti-Gheddafi, che accusavano gli scuri di pelle di servire come mercenari al soldo di Gheddafi.
Sebbene mercenari africani facessero parte di alcune milizie pro-Gheddafi, la stragrande maggioranza degli Africani stanno in Libia come migranti economici, fornendo le loro prestazioni nei lavori meno pagati e più sgradevoli e pesanti, in tutto il paese. Il razzismo insito in questi attacchi ora è una ferita sanguinante nel corpo della società libica.
Il Consiglio nazionale di transizione - o qualsiasi altra struttura di governo a venire – come riuscirà ad includere i rappresentanti della Sirte, che molti , all’interno e nell’ambito del Consiglio nazionale di transizione, hanno condannato come tutti fedelissimi di Gheddafi?
Certamente la popolazione di Sirte ha compreso molti sostenitori del leader deposto e ora morto, ma molti avevano abbandonato la città prima dell’intensificazione degli scontri nelle ultime settimane. Ora, costoro stanno tornando, e trovano la loro città in rovina, con interi quartieri saccheggiati e distrutti.
Se le offerte di “aiuto” da parte di Americani ed Europei serviranno come copertura per .... mantenere una base di appoggio per gli Stati Uniti al centro della primavera araba, altrimenti indipendente, è una questione sospesa dietro alle celebrazioni odierne sulle strade della Libia.
Il Consiglio nazionale di transizione si è impegnato a tenere elezioni entro otto mesi dalla “liberazione finale” del Paese – che dovrebbe essere annunciata nei prossimi giorni.
Il primo ministro pro tempore messo in carica dagli Stati Uniti ha promesso di dimettersi subito dopo questo annuncio.
Se tale promessa verrà mantenuta, che qualcosa di anche lontanamente simile a una elezione libera ed onesta possa essere organizzato in otto mesi in un paese privo di un recente retaggio di partiti politici o di istituzioni della società civile, rimane una sfida enorme.
Nel pomeriggio di giovedì, un lapsus freudiano affascinante è sfuggito alla Segretaria di Stato Clinton, quando, riferendosi alla Libia ora inondata di armi, da parte degli Stati Uniti manifestava la “preoccupazione di come noi dobbiamo disarmare” il paese, subito dopo correggendosi e ritrattando la sua dichiarazione: “ovvero come i Libici dovranno disarmare tutti coloro che detengono armi.”
Se le offerte di “aiuto” da parte di Americani ed Europei serviranno come copertura per garantire l’elezione di un governo filo-statunitense, sottomettendo l’indipendenza libica all’Occidente, e mantenendo così una base di appoggio per gli Stati Uniti al centro della primavera arba, altrimenti indipendente, sono domande in bilico dietro alle celebrazioni di oggi sulle strade della Libia.


Per concessione di Tlaxcala
Fonte: http://www.salon.com/2011/10/20/after_gadhafi_the_west_eyes_the_libyan_prize/singleton/
Data dell'articolo originale: 21/10/2011
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6094

giovedì 27 ottobre 2011



Marica Frangakis Μαρίκα Φραγκάκη

Tradotto da Curzio Bettio

Ogni storia ha bisogno di una narrazione, di una spiegazione del perché le cose sono accadute in quel modo. In questo racconto si trovano le risposte di come evitare / correggere simili situazioni in futuro, e di come diffondere le idee di sviluppi positivi.

Voci di ristrutturazione del debito greco, ma l'Fmi smentisce pressioni su Atene

Introduzione

Ogni storia ha bisogno di una narrazione, di una spiegazione del perché le cose sono accadute in quel modo. In questo racconto si trovano le risposte di come evitare / correggere simili situazioni in futuro, e di come diffondere le idee di sviluppi positivi.
Comprensibilmente, ci possono essere narrazioni differenti per ogni particolare evento, a seconda del proprio punto di vista, sulla base di interessi individuali, del proprio gruppo di appartenenza o di classe, e a partire dalle informazioni disponibili, ecc.
La narrazione della crisi del debito pubblico greco deve essere scomposta su piani diversi: quello nazionale, date le caratteristiche particolari del capitalismo greco; quello europeo, sulla base ristretta dell’integrazione europea e dell’unione monetaria; quello globale, visto il ruolo dominante del sistema della finanza, che fa ricadere la sua parte di responsabilità per la crisi sui contribuenti ordinari.
Andremo ad analizzare ognuno di questi livelli nella prima parte di questa nostra presentazione.
Le politiche messe in atto in Grecia, apparentemente nell’interesse del popolo, costituiscono un precedente per la profonda applicazione in Europa del paradigma neoliberista, favorendo il sistema finanziario e più in generale le classi sociali privilegiate. Per esempio, il programma Unione Europea/Fondo Monetario Internazionale è apertamente quello di sostenere le privatizzazioni come mezzo per affrontare la crisi del debito pubblico, violando così la neutralità del Trattato, a tutto favore della proprietà privata.
Inoltre, l’istituzione di una “task force” per fornire assistenza tecnica al governo greco, con il compito di presentare al presidente della Commissione europea e al commissario agli Affari economici un’informativa trimestrale, by-passando il governo greco, compromette la sovranità politica della Grecia.
Le politiche attualmente implementate in Grecia verranno analizzate nella seconda parte della nostra presentazione. La deflazione ha già afferrato l’economia greca, mentre la prospettiva di un lungo periodo di depressione è più reale che mai. Il malcontento sociale si sta trasformando in fermento sociale, mentre la società è attanagliata dalla paura che la luce alla fine del tunnel è ben lontana dal vedersi! Il governo sta mobilitando sempre più reparti di polizia, al fine di sedare le proteste nelle strade. Allora, che cosa si deve fare?
Pur apparendo disperata la situazione, dobbiamo tenere a mente che non c’è carenza di proposte alternative. È la volontà politica di porle sul tavolo e applicarle che scarseggia. È a questo punto che le mobilitazioni sociali possono rapportarsi alla situazione. Più partecipate, più informate, meglio coordinate e organizzate saranno, più è probabile che riusciranno a bloccare, ed anche ad invertire la tendenza degli eventi che ci stanno difronte.
Le prospettive e le alternative possibili saranno discusse nella terza parte di questa nostra analisi.

La narrazione greca – le radici della crisi

La spiegazione canonica della crisi del debito pubblico della Grecia è quella della dissolutezza fiscale, è quella di un paese che vive al di sopra dei propri mezzi. Questo non fa sorpresa, dal momento che il deficit pubblico e il debito della Grecia, così come il deficit di conto corrente, sono andati persistentemente elevandosi negli ultimi dieci anni.
Tuttavia, questa è una lettura superficiale della crisi, nella misura in cui non si tiene conto del processo che ha portato la Grecia al suo stato attuale. È solo attraverso la comprensione di questo processo, che si può tentare di cambiare questa condizione.

Fattori domestici

Per “domestiche” si intendono le caratteristiche peculiari della formazione capitalista in Grecia, di come questa si è andata a sviluppare nel passato mezzo secolo, caratteristiche che aiutano a spiegare l’attuale stato delle finanze pubbliche greche.
Nei primi anni ‘50, l’economia greca era a brandelli, a seguito di una devastante Seconda guerra mondiale e di una guerra civile altrettanto distruttiva.
Il periodo 1950-1973 è stato dominato dalla Destra autoritaria (1950-1967) e dalla dittatura (1967-1973). Durante questo periodo, la politica economica aveva poco interesse per un’agenda sociale, era volta ad una “crescita ad ogni costo”, sulla base di un particolare tipo di “compromesso sociale”, che tollerava evasioni ed elusioni fiscali le più diverse, come un regime fiscale favorevole per il settore industriale, l’esenzione degli agricoltori dall’imposta sui redditi, l’evasione fiscale da parte delle piccole imprese e dei professionisti, ecc. Tanto, che si era fatto strada il concetto di “evasione fiscale legale”, radicato a tutt’oggi (Stathakis, 2010).
Gli inizi dell’istituzione di uno “stato sociale” si devono far risalire agli anni ’80, durante i quali un certo numero di ex “national champions” sono state nazionalizzate, però con lo Stato che si prendeva carico delle loro passività. (1)
I problemi che affliggevano l’economia venivano aggravati da una crescita lenta e da un’alta inflazione, con un conseguente grave peggioramento delle finanze pubbliche.
Congiungersi all’Eurozona è divenuto l’obiettivo strategico degli anni ’90 e 2000.
I settori produttivi - manifatturiero e agricolo – retrocedevano sempre più, mentre le privatizzazioni e le liberalizzazioni del mercato contribuivano ad approfondire la finanziarizzazione del sistema economico.
Mentre lo stato delle finanze pubbliche peggiorava, queste venivano “falsificate” attraverso l’uso di derivati ​​e con l’aiuto di istituzioni finanziarie…tanto osannate, come la Goldman Sachs; un punto su cui torneremo tra breve.
Inoltre, l’afflusso di investimenti di portafoglio componeva gran parte del disavanzo di conto corrente. (2)
Per tutto il sessantennio 1950-2010, la questione di incrementare le finanze statali attraverso l’eliminazione dell’evasione fiscale rimaneva estranea all’agenda politica.
Questa è una caratteristica saliente dei problemi cronici fiscali della Grecia. Il fatto che nemmeno oggi vengono posti limiti all’evasione è indicativo degli interessi dei gruppi dominanti nella società greca. Per esempio, si stima che il 20% più ricco della popolazione paga la minima quantità di imposte sul reddito!
Altre caratteristiche del profilo del sistema economico greco e delle sue basi fiscali possono anche essere spiegate prendendo in esame su lungo periodo lo sviluppo del capitalismo greco. Per esempio, l’esistenza di “professioni a numero chiuso”, e alti tassi di occupazione nel settore pubblico denotano i tentativi dei capitalisti di vincolare ai loro interessi la classe media e settori della classe operaia (Tsakalotos, 2010).
In questo senso, la risultante configurazione sociale ed economica è una componente della Grecia contemporanea, piuttosto che solo il sintomo di uno “Stato clientelare”. Solo una radicale trasformazione sociale ed economica, a partire dal sistema fiscale e dalla pubblica amministrazione, possono avere un impatto duraturo.
Il programma predisposto da UE / FMI non affronta la natura sociale dei problemi fiscali della Grecia, mentre l’aggravarsi della crisi rende più difficile il cambiamento istituzionale.

Fattori europei

È stato detto che la Grecia deve affrontare un triplice vincolo (a) l’impossibilità di svalutare la sua moneta, (b) la crisi mondiale (c) un partner potente (la Germania) determinato ad amministrare per suo conto un surplus di conto corrente (la differenza tra esportazioni e importazioni totali) (Papadimitriou et al, 2010).
Infatti, adottando una moneta unica, per certo i membri dell’Eurozona hanno risolto il problema della speculazione sui cambi. Tuttavia, la mancanza di un banchiere governativo - vale a dire, di una banca centrale in grado di stabilizzare il mercato obbligazionario sovrano attraverso operazioni di mercato aperto, nello stesso modo in cui la Federal Reserve ed altre banche centrali sono in grado di farlo - questo ha esposto i membri alla speculazione nel mercato obbligazionario, visto che in questo settore il Trattato vieta alla Banca Centrale Europea di agire con competenza legale.
Allo stesso tempo, il regime fiscale dell’unione monetaria si fonda sulla disciplina e su interessi paritari, mentre il bilancio dell’Unione è minimo (meno dell'1% del PIL dell’Unione Europea), escludendo per definizione il concetto di unione di trasferimento di moneta. Così paesi come la Grecia, in un momento di crisi, si trovano senza difese.
L’aumento del deficit pubblico della Grecia è in gran parte esogeno. E soprattutto è il risultato della recessione mondiale ed europea, e dell’entrata in gioco di stabilizzatori automatici. (3)
Da qui, un deficit pubblico cronicamente elevato e un debito sparato verso l’alto nel 2009-2010. L’ingegneria finanziaria ha aggravato la situazione.
Il terzo vincolo a cui la Grecia deve sottostare, così come altri paesi della Zona Euro indebitati, è il crescente divario nel rendimento dei diversi paesi. In particolare, un persistente e crescente squilibrio commerciale tra la Germania e alcuni altri paesi del Nord Europa, da un lato, e la maggior parte dei paesi del Sud Europa, tra i quali la Grecia, dall’altro, è indicativo dei problemi di competitività che sono presenti anche in tempi normali, figuriamoci in momenti di crisi. La posizione macroeconomica scelta dalla Germania grazie al suo sistema economico più importante nell’Eurozona, mina ogni tentativo di convergenza.
Quindi, anche se i Greci lavorano molte più ore dei Tedeschi su base annua, hanno uno dei più bassi redditi pro capite in Europa, una distribuzione decisamente diseguale del reddito e un elevato livello di povertà, soprattutto tra i lavoratori poveri (OCSE, 2010); questi lavoratori sono meno competitivi rispetto ai loro omologhi tedeschi, perché la Germania sta perseguendo una strategia di crescita a bassi salari, che è coerente con il suo modello dominato dalle esportazioni.
Sul lungo periodo, tali divergenze non sono compatibili all’interno di un’unione monetaria, a meno che la differenza nel saldo delle partite correnti tra gli Stati membri con surplus e deficit sia compensata da trasferimenti. Questo però è precluso strutturalmente.
In buona sostanza, gli accordi restrittivi istituzionali dell’Unione Monetaria Europea e le politiche salariali divergenti dei suoi Stati membri danno conto per la maggior parte non solo della situazione in cui la Grecia si trova, ma anche della sua incapacità di superarla.

Fattori globali

Come accennato in precedenza, gran parte dell’aumento del debito pubblico greco è stato originariamente provocata dalla crisi globale. Inoltre, il sistema finanziario globale ha svolto un ruolo significativo nell’aggravare la crisi nelle sue diverse fasi.
Partiamo dall’inizio: per quasi quindici anni, la Goldman Sachs (GS) ha creato “riporti valutari” che hanno permesso all’amministrazione greca di emettere il debito in dollari e yen, per poi essere scambiato con titoli espressi in euro, che sarebbero stati rimborsati in un secondo momento. (4)

L’intervallo di maturazione dei titoli era compreso tra i 10 e i 15 anni. La GS riceveva una commissione di peso, e nel 2005 vendeva contratti a riporto ad una banca greca.
Il governo greco manteneva contenti e sicuri i suoi partner dell’Eurozona e lo stato delle finanze pubbliche della Grecia veniva contraffatto sapientemente e legalmente!
Quando nel 2009 le condizioni finanziarie della Grecia peggiorarono, la GS, JP Morgan e alcune altre banche dettero il loro sostegno ad una quasi sconosciuta società - il gruppo Markit di Londra – nell’introdurre un nuovo indice – l’iTraxx SovX Europa Occidentale - composto dai 15 “credit default swap” più scambiati in Europa a coprire economie in situazioni di difficoltà come quella della Grecia. (5)
Questo permette agli speculatori sul mercato di scommettere se la Grecia, tra gli altri, dichiarerà fallimento o meno. Il comprare e vendere swap produce l’aumento del costo per assicurare il debito sovrano greco e, a sua volta, l’aumento di ciò che Atene deve pagare di interessi per prendere a prestito fondi. Di qui il fenomeno delle banche che scommettono se la Grecia dichiarerà fallimento per debiti, che loro hanno contribuito a nascondere!
Come accennato in precedenza, il regime monetario dell’Eurozona abbandona i suoi membri più vulnerabili alle speculazioni del mercato dei cambi. Come la crisi greca ha dimostrato, questi paesi possono essere tenuti in ostaggio dai mercati finanziari e dalle stesse agenzie di valutazione del credito.
I molteplici dimensionamenti verso il basso delle obbligazioni emesse dallo Stato greco sono illustrativi a questo proposito. Solo nella prima metà del 2011, le tre grandi agenzie di rating le hanno declassate 7 volte! Non sorprende che, entro il luglio 2011, i differenziali su questi titoli siano esplosi, così come i “cds”.
In buona sostanza, la finanza globale ha influenzato la nascita e lo sviluppo della crisi greca del debito pubblico, sia direttamente che indirettamente.
I casi particolari di cui sopra sono esempi di responsabilità diretta.
Indirettamente, la finanza globale è stata strumentale nel promuovere la narrazione sul sistema economico poco virtuoso della Grecia, nel tentativo di distogliere l’attenzione dalla sua parte di responsabilità nella crisi, e per garantire fondi freschi per il salvataggio finanziario.
Inoltre, come sottolineato da Walden Bello, puntando i riflettori sulla spesa pubblica sempre elevata ed in crescita, come il problema chiave dell’economia mondiale, la finanza mondiale sta cercando di deviare le pressioni per una regolamentazione più severa della finanza, tanto richiesta dai cittadini e dai governi fin dall’inizio della crisi globale.

Il salvataggio finanziario da parte dell’EU/IMF – Cura micidiale per il paziente?

La corsa al primo salvataggio

La saga della crisi del debito pubblico della Grecia ha avuto il suo inizio nel mese di ottobre 2009, quando il governo socialista di recente elezione annunciava che il deficit pubblico per il 2009 avrebbe raggiunto il 12,5% del PIL, invece del 3,7%, come previsto nel bilancio di quel anno.
Il differenziale di rendimento decennale dei titoli di stato (rispetto a quello della Germania), che era pari a 134 punti base (pb) il 22 ottobre 2010, cominciava a crescere. (6)
Ai primi del 2010, la Grecia annunciava una serie di misure di austerità, che venivano “ben accolte” dalla Commissione Europea (nella sua assemblea del 25 marzo 2010). Tuttavia, il 22 aprile, il differenziale di rendimento decennale dei titoli di stato raggiungeva i 586 pb.
Il 23 aprile 2010, il governo greco ufficialmente si rivolgeva per assistenza finanziaria all’Eurozona e al Fondo Monetario Internazionale (FMI). Il salvataggio finanziario veniva concordato all’inizio di maggio 2010, quando la Banca Centrale Europea (BCE) annunciava che avrebbe accettato titoli di stato greci come garanzia, a prescindere dalla loro valutazione di solidità (rating).
Eppure, il 7 maggio, il differenziale di rendimento decennale dei titoli di stato arrivava ai 1038 bp, e si manteneva intorno a questo valore per tutto il 2010, e comunque attualmente è stato superato.

Il salvataggio del 2010

Questo prestito ammonta a 110 miliardi di Euro, di cui 80 miliardi sono prestiti intergovernativi impegnati dai paesi dell’Eurozona e 30 miliardi da parte del FMI.
Il progetto di erogazione dei prestiti veniva impostato per soddisfare le esigenze di finanziamento della Grecia fino alla prima metà del 2013.
I prestiti, con un tasso d’interesse del 3,5%, hanno una scadenza di 15-30 anni, compreso un periodo di dilazione del pagamento di 10 anni. Il pacchetto di salvataggio è strettamente subordinato alla realizzazione di misure di austerità severe, e di riforme a largo raggio di liberalizzazioni e di privatizzazioni.
Nello specifico, le misure di austerità si basano più su tagli di spesa (oltre il 60% della riduzione del deficit) che su aumenti delle tasse, e sono state studiate per ridurre il deficit pubblico dal 15,4% del PIL del 2009 al 2,6% entro il 2014.
Inoltre, le riforme, già dettagliate o in fase di approfondimento, del sistema pensionistico, della sanità e dell’istruzione pubblica costituiscono condizioni esplicite del pacchetto di salvataggio.
I progressi in tutti questi settori verranno controllati ad intervalli regolari da funzionari dell’Unione europea e del FMI, a determinare se la nuova tranche di prestiti potrà essere erogata o no. In questo modo, viene esercitata un’ulteriore pressione, provocando ulteriori misure di austerità, nel caso di non conseguimento degli obiettivi.
Le proiezioni del salvataggio finanziario si basavano su un assunto fondamentale, sulla ripresa della crescita non solo in Grecia, ma anche a livello globale. Come l’esperienza dello scorso anno ha dimostrato, si trattava di una supposizione audace, quasi per certo destinata a fallire nel breve periodo. La Grecia è già stretta in una spirale verso il basso di salari, prezzi e produzione in caduta e aumento della disoccupazione (17%, dal 10% nel 2009, e a breve dovrebbe superare il 20%), della povertà e delle disuguaglianze.
Come la Quarta Revisione del “Programma di aggiustamento economico per la Grecia” sottolinea, la recessione è più profonda e più lunga di quanto inizialmente veniva previsto. Il risultato è il mancato raggiungimento degli obiettivi del salvataggio finanziario, che porta a nuove misure, prese in una situazione di quasi-panico da parte del governo greco, perennemente all’inseguimento della propria ombra!

Il salvataggio del 2011

Questo salvataggio è stato deciso nel luglio del 2011, e segna uno scostamento da quello precedente, in quanto contiene una clausola riguardante il coinvolgimento del settore bancario, a cui viene richiesto di accollarsi una perdita di circa il 21% del suo portafoglio in titoli di Stato greci. L’effettiva forma e la quota di partecipazione delle banche specifiche non sono ancora state definite.
Una pietra miliare di entrambi i salvataggi finanziari è l’imposizione della rapida privatizzazione delle partecipazioni statali presenti in tutto il sistema economico. Nonostante la presunta neutralità dell’Unione europea nei confronti della proprietà privata (art. 345 del Trattato), la Commissione europea assume una posizione chiara a favore delle privatizzazioni, come mezzo per ridurre il debito pubblico, e nel contempo promuovere l’attività economica.
Inoltre, il processo di privatizzazione deve essere monitorato da una commissione indipendente, sull’esempio dell’agenzia “Treuhand”, incaricata della privatizzazione del sistema economico della Germania Est, dopo l’unificazione.
Ovviamente, si ritiene che questa agenzia abbia colto dei bei successi, anche se in questo processo di privatizzazioni sono andati persi 2,5 milioni di posti di lavoro, mentre il costo intero di esercizio ha superato i 300 miliardi di marchi tedeschi, a fronte di profitti dalle privatizzazioni non superiori ai 60 miliardi di marchi.
In buona sostanza, i salvataggi Unione Europea /FMI non riescono a riconoscere la natura della crisi del debito greco, sia esso nazionale, europeo o mondiale. In questo modo, si chiudono gli occhi non solo sugli aspetti più profondi delle carenze dell’economia greca, ma anche sulle debolezze e inadeguatezze strutturali della costruzione dell’euro, così come sul ruolo del sistema finanziario.
Inoltre, la stessa unilateralità di ordine logico e politico viene manifestata in relazione non solo ad altri paesi indebitati in cerca di assistenza finanziaria, come l’Irlanda e il Portogallo, ma anche per quanto riguarda i principali orientamenti politici da adottare per l’Eurozona nel suo complesso.
Perseguire il risanamento di bilancio simultaneamente su un’area di 17 Stati membri (per non parlare dei 27!) in un momento di crisi è semplicemente diffondere un’“austerità contagiosa” con il rischio di provocare una “crisi contagiosa” nell’Eurozona nel suo complesso, in effetti mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza (Munchau, FT, 4 settembre 2011).
Prospettive ed alternative
Le misure di austerità e le riforme del mercato del lavoro portate avanti in Grecia sono una forma di svalutazione interna, cioè un modo di abbassare il tasso di cambio effettivo reale in termini di costo unitario del lavoro. Si tratta di un processo che va a protrarsi a lungo, con un costo sociale pesante, reso ancora più pesante dalle attuali incertezze mondiali ed europee. (7)
Per di più, non si potrà andare avanti così per molto, non solo perché l’economia finirà per crollare, ma anche perché, in una società con gruppi di interesse diversificato, quelli che stanno sopportando la maggior quota degli oneri raggiungeranno il limite della loro capacità di farlo. Già, ci sono segnali di alienazione politica e manifestazioni di rabbia contro i due principali partiti politici, che si sono alternati al potere in Grecia nel dopoguerra.
Infatti, la Destra estrema sta registrando un aumento nelle preferenze elettorali.
Nel complesso, la situazione in Grecia non è più economicamente e socialmente sostenibile. L’esperienza dello scorso anno ha dimostrato che il consolidamento del sistema finanziario senza crescita non è possibile, e che proseguire nel programma di austerità e di riforme proposto dalla UE / FMI, di fatto approfondisce la recessione, rendendo più imminente un default senza controlli. Allora, che cosa si deve fare? La risposta ortodossa, classica, a questa domanda è “più ortodossa della stessa”.
Il ministro federale tedesco delle finanze, Wolfgang Schäuble, afferma che “i governi interni ed esterni all’Eurozona hanno bisogno non solo di impegnarsi per il risanamento di bilancio e il miglioramento della competitività, hanno bisogno di iniziare a generare tutto questo, ora e subito. La ricetta è tanto semplice quanto difficile da attuare nella pratica: le democrazie occidentali e altri paesi devono far fronte ad alti livelli di indebitamento, e i deficit necessitano il taglio delle spese, l’aumento delle entrate e la rimozione degli ostacoli strutturali nelle loro economie, comunque il tutto politicamente doloroso” (FT , 5 settembre 2011).
Un messaggio chiaro, in chiaro linguaggio neoliberista, che purtroppo non può funzionare in un momento di crisi. Ma qual è l’alternativa?
L’idea di emettere “eurobond”, cioè obbligazioni garantite collettivamente dagli Stati membri dell’Eurozona, è stata avanzata da proponenti diversi e in una varietà di forme.
Per esempio, secondo la proposta di “titoli blu”, i paesi potrebbero avere il diritto di emettere obbligazioni “blu”, collettivamente garantite fino al 60% del loro PIL, con un abbassamento significativo dei costi dovuti all’indebitamento finanziario.
Un’altra proposta di “eurobond” sarebbe che la Banca Centrale Europea (BCE) emetta obbligazioni e compri fino al 60% del debito esistente nei paesi dell’Eurozona, mentre i singoli paesi dovrebbero rendersi responsabili per la loro quota di interessi sugli eurobond.
Entrambe queste proposte potrebbero offrire qualche conforto nell’attuale crisi di fiducia nella Eurozona, e aiutare i paesi indebitati come la Grecia ad uscire dalla loro attuale impasse.
Tuttavia, la proposta del titolo “blu” implica un trasferimento dai paesi più forti verso i paesi più deboli, sotto forma di garanzie, mentre la proposta dell’“eurobond” si scontra con la clausola “no bail-out – nessun salvataggio” del Trattato e dello statuto della BCE.
Sono disponibili altre proposte, che non necessariamente richiedono la revisione del Trattato dell’Unione. Per esempio, Thomas Palley ha proposto l’istituzione di un’Autorità europea sulla finanza pubblica, che dovrebbe agire come tesoreria per l’Eurozona, in collaborazione con la BCE, che a sua volta dovrebbe aiutare il finanziamento del bilancio attraverso la gestione dei tassi d’interesse obbligazionari, come un banchiere governativo dovrebbe normalmente fare (Palley a FT, 31-8-2011).
Tutte le proposte di cui sopra per una unione più significativa dell’Eurozona finanziaria, se non fiscale, hanno due cose in comune: (i) richiedono la volontà politica di adottarle e applicarle, (ii) sono misure di medio se non lungo termine. Nel migliore dei casi, non possono affrontare immediatamente i problemi che stanno di fronte alla Grecia o all’Eurozona.
Molti analisti concordano sulla necessità di offrire condizioni più favorevoli alla Grecia. La continuazione di politiche di austerità non solo smorzano la domanda aggregata complessiva. Aumenta anche il valore reale del debito in essere, che porterà al fallimento delle banche e alla bancarotta delle imprese. Da qui, la necessità di invertire la marcia, cioè, di ridare stimolo all’economia attraverso la promozione della crescita economica. Dal momento che il settore privato non può fare questo, dovrà essere il governo a farlo!
Inoltre, vi è un urgente bisogno di riavviare la crescita nell’Eurozona e più in generale nell’Unione europea. Paesi con avanzo di bilancio come la Germania possono incrementare la spesa dei consumatori, in coordinamento con il resto dell’Eurozona. Anche la Banca Europea per gli Investimenti può contribuire al rilancio tramite il finanziamento di opere pubbliche.
Inutile dire che tale azione di stimolo dell’economia dovrebbe tener conto delle considerazioni ambientali e climatiche e dovrebbe essere condotta in modo da ridurre la disuguaglianza e la povertà.
Infine, è essenziale che la riforma della politica di regolamentazione finanziaria in Europa, così come a livello globale, si concluda presto, dopo più di due anni di deliberazioni. I tentativi da parte delle banche e di altri istituti finanziari di adattare le nuove norme ai propri interessi devono essere contrastati. Dopo tutto, la crescita e la stabilità sono i presupposti per superare con successo l’attuale crisi a livello nazionale, europeo e mondiale.
N.d.T.:
(1) - “national champion” è un concetto politico-economico con cui si configurano grandi aziende impegnate in settori strategici, non solo per cercare profitto ma anche… per “promuovere gli interessi della nazione”.
(2) - Secondo la definizione del Fondo Monetario Internazionale, si definiscono “diretti” gli investimenti effettuati per acquisire un “interesse durevole” in un’impresa, dove l’“interesse durevole” deriva dall’acquisizione di almeno il 10% delle azioni ordinarie o del diritto di voto. Tutti gli altri investimenti sono invece considerati “investimenti di portafoglio.
(3) - Gli stabilizzatori automatici sono meccanismi interni al sistema economico, che non necessitano di specifiche decisioni da parte delle autorità governative. Gli stabilizzatori hanno l’importante funzione di attenuare le eccessive oscillazioni del sistema economico, operando in maniera restrittiva durante i periodi di espansione ed in maniera espansiva durante la fase di recessione. Tra gli stabilizzatori risultano essere particolarmente importanti i prelievi fiscali, sia diretti che indiretti. Ad esempio in periodi di depressione, il gettito fiscale dell’IVA subirà sicuramente una flessione a causa dei minori consumi; un effetto opposto si avrà in una fase di espansione.
(4) - Per riporto valutario si intende la vendita e l’acquisto simultanei della stessa quantità di valuta a corso di cambio a termine.
Il riporto è un contratto frequentemente collegato con le operazioni di borsa a termine, cioè un contratto con il quale una parte (il riportato) trasferisce in proprietà ad un’altra (il riportatore) titoli di credito di una data specie per un determinato prezzo, e il riportatore assume l’obbligo di trasferire al riportato, alla scadenza del termine stabilito, la proprietà di altrettanti titoli della stessa specie, verso rimborso del prezzo, aumentato o diminuito nella misura convenuta. Quando il prezzo è diminuito si parla, più propriamente, di deporto.
Pur trattandosi, dal punto di vista giuridico, di un contratto unitario, il riporto corrisponde, in sostanza, ad una vendita a pronti e contemporaneo riacquisto a termine che il riportato compie con il riportatore, e può servire a scopi diversi.
Così, ad esempio, può consentire al riportato che necessita di denaro, ma non intende disfarsi dei titoli (perché prevede un rialzo), di procurarsi il denaro stesso dando i titoli a riporto ad una banca, che percepirà, come utile, la differenza fra i due prezzi.
Può accadere, invece, che il contratto venga stipulato nell’interesse del riportatore che desidera disporre temporaneamente di titoli (ad esempio, per esercitare il relativo diritto di voto in un’assemblea), ma non intendendo acquistarli, li prende a riporto (in questo caso, anzi, a deporto, come abbiamo detto) e sarà lui a pagare un corrispettivo. In questi casi il riporto ha un contenuto essenzialmente economico, ed è detto anche riporto di banca.
Altre volte, invece, viene posto in essere da operatori di borsa per un fine essenzialmente speculativo, e precisamente per prolungare nel tempo posizioni speculative al rialzo od al ribasso compiute mediante operazioni allo scoperto (cioè acquisti fatti senza disporre dei corrispondenti capitali, ovvero vendite senza disporre dei relativi titoli) ; è questo il cosiddetto riporto di borsa.
(5) - i “Credit Default Swap” (CDS) sono contratti derivati che permettono agli investitori, pagando un premio, di proteggersi dall’eventuale fallimento di una obbligazione (soprattutto titoli di Stato).
Una vera e propria polizza assicurativa, che di conseguenza segnala il livello di rischio di un titolo, dalle azioni alle obbligazioni governative. Infatti più aumenta il costo per stipulare un “credit default swap”, quindi per assicurarsi, più significa che il sottostante (l’oggetto del contratto) aumenta il suo grado di rischio.
Il problema è che spesso questi sottostanti sono rappresentati da titoli di Stato di un paese sovrano.
A questo punto una domanda sorge spontanea: possono le banche e le istituzioni private decidere sul destino economico e finanziario di interi paesi e di milioni di cittadini?
Un discorso simile alle recenti polemiche sul ruolo eccessivo assunto dalle agenzie di rating americane. Non a caso, se andiamo ad analizzare come funzionano (e chi gestisce) i cds, le curiosità non mancano.
Anzitutto sono contratti stipulati sui mercati non regolamentati, sono comprati e venduti dagli operatori al telefono, senza un sistema elettronico e quindi privi di trasparenza. Il loro mercato è concentrato nelle mani di 4-5 colossi bancari americani e rimangono accessibili solo ai grandi investitori. Insomma si tratta di strumenti opachi e senza tracciabilità, che hanno però un potere enorme: quello di influenzare e condizionare mercati enormi, come quello dei titoli di Stato.
Possono diffondere il panico e far lievitare i rendimenti, contribuire a destabilizzare i governi, le borse e di conseguenza i risparmiatori.
(6) - La misura dei prodotti su obbligazioni e titoli è il punto base equivalente a un centesimo di punto percentuale, ossia è uguale allo 0,01%. Viene usato per esprimere differenziali di rendimento. (7,50% - 7,15% = 0,35%, vale a dire 35 punti base). Quindi un differenziale (spread) del 3,64% è uguale a 364 punti base.
(7) - Il tasso di cambio effettivo è un indice di competitività di prezzo di un’area economica (area domestica) rispetto ad un certo gruppo di aree economiche concorrenti. Esso mira a rappresentare l’evoluzione dei prezzi nell’area domestica relativamente ai prezzi nelle aree concorrenti. Può essere calcolato nella versione nominale o nella versione reale.
Il tasso di cambio effettivo nominale, si costruisce come media ponderata dei tassi di cambio tra la valuta utilizzata nell’area domestica e le valute utilizzate nelle aree concorrenti.
Il tasso di cambio effettivo reale si costruisce aggiungendo alle informazioni sull’evoluzione dei tassi di cambio anche le informazioni sull’evoluzione dei prezzi nelle aree economiche considerate attraverso l’utilizzo di opportuni indici di prezzo, ad esempio l’indice dei prezzi al consumo.
I pesi utilizzati nella ponderazione della media si basano, di norma, sull’entità dei flussi di commercio verso le aree concorrenti, in modo da dare maggiore importanza ai prezzi delle aree con le quali si ha un maggiore interscambio commerciale. L’interpretazione dell’indice è che ad un incremento corrisponde una diminuzione della competitività di prezzo dell’area (ad esempio perché i prezzi domestici sono aumentati mediamente di più rispetto ai prezzi delle aree concorrenti), mentre ad un decremento corrisponde un aumento di competitività dell’area.




Per concessione di Tlaxcala
Fonte: http://www.tni.org/article/public-debt-crisis-greece
Data dell'articolo originale: 15/10/2011
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6067

lunedì 24 ottobre 2011


George Katrougalos interview di elegr


Christina Laskaridis της Χριστίνας Λασκαρίδη

Tradotto da Curzio Bettio
elegr.gr




George Katrougalos è un giurista costituzionalista e di diritto internazionale, professore associato di diritto pubblico all’Università Democrito di Tracia, presidente del Dipartimento di

amministrazione della società, mediatore e arbitro dell’organizzazione greca per i servizi di arbitrato e mediazione (O.ME.D). G. Katrougalos è membro fondatore dell’Iniziativa greca per una Commissione internazionale di Revisione del debito pubblico.


Christina Laskaridis: Partiamo con la legittimità dello stesso salvataggio finanziario. Qual è il quadro giuridico che àncora il salvataggio finanziario della Grecia tra il governo greco e la Troika (la Comunità Europea, la Banca Comune Europea e il Fondo Monetario Internazionale FMI)? E questo vale anche per i salvataggi futuri? Qual è la necessità di un trattato internazionale tra la BCE, i paesi dell’Euro-zona e la Grecia, e in che cosa questo differisce dal quadro giuridico che interessa la porzione del prestito erogato dal FMI?


George Katrougalos: Vi è una doppia base giuridica per quanto riguarda il piano di salvataggio greco. Abbiamo, come al solito, un accordo stand-by con il FMI, un accordo a scadenza prefissata, che secondo il FMI non ha il carattere di un trattato internazionale. Il FMI non vuole che i suoi accordi assumano il carattere di trattato internazionale, in modo da sfuggire alla giurisdizione di tribunali internazionali, nazionali, nonché all’obbligo di ratifica da parte dei governi nazionali.

Allora, il processo di formazione di un accordo legale tra un paese e il FMI inizia nel momento in cui il paese che vuole un prestito indirizza una lettera di intenti al FMI in cui descrive le misure che intende adottare al fine di conformarsi a tutte le condizioni che il FMI vuole imporre.

È solo nominalmente che questa lettera è una lettera specifica di un governo al FMI, visto che se si va a leggere tutti i simili accordi stand-by e le lettere di intenti, dal caso Argentina alla Grecia, si vede che esiste una comunanza di obiettivi e politiche. E la ragione è molto semplice; non sono i governi stessi che stanno scrivendo queste lettere, queste lettere sono in realtà dettate e imposte dal FMI.

Per quanto riguarda il salvataggio e il prestito che la Grecia ha ricevuto dagli altri paesi della Zona Euro, è stato necessario un trattato internazionale perché il diritto primario europeo non prevede nulla riguardo a un salvataggio finanziario di un paese.

Al contrario, ci sono alcune clausole del Trattato di Maastricht, che formalmente non consentono ad un paese di essere salvato utilizzando risorse europee. Quindi, un accordo speciale doveva essere stipulato in modo che, prima di tutto, i limiti del diritto europeo potessero essere superati, e in secondo luogo potessero essere imposti obblighi concreti alla politica economica della Grecia in una direzione neoliberista.

Devo aggiungere che questo accordo avrebbe dovuto essere ratificato dal Parlamento greco, dato che noi Greci per questo dobbiamo sottostare ad un obbligo costituzionale molto concreto, ma nonostante questo obbligo, anche se il governo greco ha presentato l’accordo al Parlamento, l’accordo non è mai arrivato alla necessaria ratifica. Quindi, questo è il primo segnale di incostituzionalità formale, ma molto concreto, rispetto al salvataggio della Grecia.

Sarebbe questo medesimo trattato che verrà applicato per il nuovo pacchetto di salvataggio?

Molto probabilmente, dovremo valutare un secondo trattato, comunque dai contenuti del tutto simili. Questo diverrà necessario, in primo luogo per avere delle disposizioni di legge per il nuovo prestito, e in secondo luogo per i nuovi obblighi (ad esempio, clausole collaterali) che la Grecia molto probabilmente sarà costretta ad affrontare.

Lei potrebbe forse spiegare perché non hanno portato il trattato in Parlamento per una votazione, mentre allo stesso tempo sono riusciti a manovrare per portare al voto i pacchetti normativi sull’austerità?

Il Memorandum era un programma politico che doveva essere imposto ai parlamentari del PASOK (Movimento Socialista Panellenico). La ragione per cui il trattato non è stato presentato al Parlamento per essere ratificato è che questo accordo contiene alcune clausole esorbitanti per quanto riguarda la sovranità nazionale, che renderebbero impossibile per un numero significativo di parlamentari votarle.
Per esempio, vi è una clausola veramente unica nella storia dei trattati internazionali, una rinuncia all’immunità per motivi di sovranità nazionale. Abbiamo molti esempi di clausole di esonero di immunità in diversi trattati, ma non ho ancora visto rinunce di clausole di immunità direttamente associate alla sovranità nazionale. Così un parlamentare, che avrebbe votato in favore di questo trattato, avrebbe votato contro la sovranità nazionale del proprio paese, qualcosa di inaccettabile anche per i parlamentari che appartengono al partito di governo.

Come potrebbe riassumere l’impatto del trattato sulla sovranità nazionale?

Prima di tutto c’è il problema molto serio che riguarda la mancanza di rispetto della Costituzione, nella misura in cui il trattato non è mai stato ratificato. Ma questo è solo l’aspetto formale del problema. La cosa più sostanziale è che un paese che rinuncia alla sua sovranità cessa di essere un paese indipendente, sia politicamente che per quanto riguarda il futuro del regime politico del paese. È in gioco la sua legittimità, e questo è risultato evidente in questi ultimi mesi, quando la grande maggioranza della popolazione greca non ha accettato la continuità del governo in questi termini.

Data la situazione in cui si trova ora la Grecia, come considera la mancata ratifica del trattato in relazione ai pacchetti normativi sull’austerità che devono passare? Per certo, il ruolo di una Costituzione non è forse quello di assicurare che i decreti parlamentari non possono ignorare gli obblighi costituzionali? Che cosa significa tutto questo per il diritto costituzionale?

Esattamente. L’intero processo di globalizzazione economica mira a indebolire la possibilità per gli elettorati nazionali di influenzare le politiche economiche dei loro paesi. In situazioni normali, questo non è così ovvio. Ad esempio, abbiamo trattati internazionali con l’Organizzazione Mondiale del Commercio o la normativa dell’Unione Europea, per cui in situazioni normali non è così evidente che la sovranità nazionale viene limitata. Si potrebbe anche arguire che è limitata, ma è limitata per ragioni di un qualche bene superiore, per esempio per il miglioramento del commercio internazionale.
Al contrario, quando ci si trova in presenza di una situazione di crisi, come quella in Grecia, è più evidente che le decisioni assunte non sono per il profitto e nell’interesse del popolo, ma nell’interesse dei creditori e per i centri economici esterni a tali paesi in crisi. E questo non è solo un problema che concerne i fondamenti della sovranità o della legittimità costituzionale, diventa un problema sul terreno dei principi democratici.
In tutte le democrazie, anche in quelle puramente formali, in ultima analisi le decisioni politiche devono essere presentati come assunte e attuate in favore del popolo.

Lei vede una via d’uscita da questa crisi per la Grecia, e in quale modo può avvenire questo? E la situazione attuale non è in contrasto con altri trattati internazionali che la Grecia potrebbe avere ratificato?

Per prima cosa risponderò alla seconda domanda, visto che l’argomento interessa questioni giuridiche, e poi darò il mio parere circa la via d’uscita.
Un primo problema è che in Grecia non esiste una Corte costituzionale, e anche se abbiamo cercato di adire alla Corte suprema amministrativa (che, in qualche modo, svolge un ruolo simile a quello di una Corte costituzionale), non siamo riusciti a far ritirare le clausole incostituzionali: prima di tutto perché per molte di queste clausole il tribunale amministrativo non ha giurisdizione.
Questo è il caso, ad esempio, della mancata ratifica di questo trattato. D’altra parte ci sono altri fori, per esempio, il Comitato della Carta sociale europea, l’Organizzazione internazionale del Lavoro OIL, che offrono una possibilità legale per contestare queste politiche.

Abbiamo discusso con molti sindacati prima di adire a questi forum per dimostrare che le politiche del governo sono contraddittorie con i diritti garantiti dagli specifici strumenti internazionali (la Carta sociale europea, i trattati OIL, ecc.)
E finora ci siamo riusciti. Abbiamo appena ricevuto la prima decisione del Comitato della Carta sociale europea in merito alla ammissibilità delle nostre istanze. A settembre avremo la discussione in merito. E sebbene il governo abbia cercato di dimostrare che in tempi di crisi anche la ricevibilità delle istanze come quelle che abbiamo presentato non sia accettabile, abbiamo almeno superato questo primo ostacolo e questi ricorsi verranno discussi nella loro sostanza.

Ora, veniamo alla questione più importante, qual è la via d’uscita: noi giuristi stiamo cercando di trovare soluzioni giuridiche al problema, perché questa è la nostra professione. Ma la crisi non è una questione legale, non è neppure principalmente una questione economica, è soprattutto una questione politica.
La questione investe le importanti decisioni politiche che stanno per essere prese in merito alla distribuzione della ricchezza. E devo confessare che all’inizio della crisi ero molto pessimista sul futuro, perché un clima di paura regnava in Grecia, un clima che il governo ha cercato di coltivare; secondo il governo non esisteva altra alternativa, altra scelta che sottomettersi a ciò che i nostri creditori richiedevano; e che, come un paese che non può sostenersi, dobbiamo sopportare e obbedire alle loro richieste.
Ma per fortuna, negli ultimi due o tre mesi, abbiamo visto il sorgere di un movimento politico molto genuino e di massa, un movimento indipendente che è sfuggito a questa trappola della paura e ha cercato di reinventare soluzioni democratiche, che stanno per essere proposte dal popolo, e non da potenze straniere o dai nostri creditori.

Si tratta ancora di un movimento amorfo e soprattutto che non vuole assumere caratterizzazioni, per esempio, non vuole l’attuazione di politiche che siano antidemocratiche e sterili. Ma sono molto ottimista per il fatto che non si tratta solo di un movimento di resistenza, ma di un movimento che sta producendo alternative politiche ed economiche concrete su queste problematiche.
Inoltre, spero che avremo un movimento paneuropeo, perché i problemi sono simili, soprattutto nei paesi del sud, ma in realtà, in tutta l’Unione Europea. Come ha affermato lo storico primo ministro britannico del 19 ° secolo, Benjamin Disraeli, in ogni nazione ci sono due nazioni, i poveri e i ricchi, e i loro interessi non sono mai gli stessi. Così, noi abbiamo una comunanza di problemi, e noi, che non siamo i ricchi, abbiamo l’interesse molto importante di acquisire una piattaforma comune e politiche comuni contro questo assalto neoliberista ai nostri diritti.

#greekrevolution : Errore 404 – Democrazia non rilevata

Quindi, per quanto riguarda l’attacco neoliberista contro i paesi europei, proprio la scorsa settimana è avvenuto il summit europeo dove si sta ancora disperatamente cercando una soluzione in ambito Unione Europea; cosa ne pensa dei risultati di quella riunione?

Sicuramente si è trovata davvero una soluzione, ma una soluzione per le banche e per i creditori! Questo vertice è riuscito a garantire a tutti i creditori che il debito sarà rimborsato, se naturalmente verranno attuate queste decisioni. E ha concesso al sistema economico della Grecia appena una dilazione dell’esecuzione di fallimento, perché la situazione non è cambiata, e tutto ciò che abbiamo acquisito dalla relativa riduzione del tasso di interesse lo stiamo per pagare con il prolungamento del debito e con tutte le misure gravi che ci verranno imposte a partire da settembre.

Per quanto riguarda la disponibilità di informazioni per l’opinione pubblica, c’è qualcosa che può legalmente far arretrare il popolo greco nella sua ricerca di informazioni sui contratti di debito?

Questo sarebbe davvero problematico se non avessimo membri del Parlamento partecipi della nostra iniziativa, che possono richiedere vari documenti al governo, se le procedure costituzionalmente lo prevedono, visto che noi potremmo avere accesso solo ai documenti già pubblicati in Gazzetta Ufficiale.
La maggior parte dei prestiti e delle intese sono accordi formali simili tra loro, e non è molto facile per qualcuno leggere tra le righe e scoprire se si tratta di un debito “odioso”, illegale, o completamente legittimo.
Questo è uno dei problemi che concernono l’applicazione della dottrina del “debito odioso” in Grecia, così come negli altri paesi sviluppati di Europa. Le clausole non sono così esorbitanti come quelle che vengono imposte ai paesi in via di sviluppo, dove a volte è così evidente a occhio nudo che una clausola è tanto irragionevole che non può essere considerata legittima.
Nei casi di prestiti alla Grecia, a prima vista tutto sembra “ok”, e si deve scavare molto per trovare problemi di legittimità, o per portare alla luce le modalità di trasferimento di denaro pubblico al settore privato.

Vi è proprio la necessità di disporre di parlamentari per cercare queste informazioni, per potere poi confrontarle ed analizzarle, o siamo in presenza di una situazione molto diversa dalla normativa sulla libertà di informazioni, per esempio, nel Regno Unito?

Esiste una legislazione, come l’Information Act, che obbliga tutti gli enti pubblici a dare informazioni relative ai documenti a loro disposizione, ma ci sono eccezioni gravi ad acquisire la documentazione, ad esempio, le informazioni riguardanti l’interesse nazionale. Quindi, ci sono scappatoie che permettono a qualcuno che desidera nascondere di riuscire a farlo.

Se uno di questi trattati internazionali e convenzioni favorevoli alla Grecia dovesse avere buon esito presso un tribunale per i diritti dell’uomo o in un altro equivalente, si potranno vedere imporsi favorevolmente risoluzioni del debito a livello europeo?

Prima di tutto, la globalizzazione non è un movimento uniforme, assistiamo a tendenze della globalizzazione che sono neoliberiste, ma abbiamo aspetti della globalizzazione che riguardano i protagonisti nel settore dei diritti umani che cercano di agire a livello globale.
Naturalmente, abbiamo dei movimenti popolari, ma disponiamo anche di alcuni fori giurisdizionali, per esempio, le due Convenzioni delle Nazioni Unite in materia di tutela dei diritti civili e sociali o la Carta sociale del Consiglio di Europa. Quindi, ci sono strumenti giuridici che possono essere utili a livello internazionale.
Tuttavia, la questione importante è come costruire un movimento politico globale, che si opponga come avversario potente alla dominazione politica ed economica neoliberista. Penso che tutto ciò che facciamo in questa direzione vada ad aiutare tutti, non solo la gente di Grecia, ma tutti gli altri popoli che possono trovarsi in futuro dalla stessa parte e nelle medesime condizioni.

Dato che questo del debito è un problema europeo, e il movimento contro le misure di austerità è anche paneuropeo, sono curiosa di sapere se altri paesi che pur hanno Costituzioni diverse possono comunque prendere qualche indicazione dall’esempio della Grecia. Una domanda sul Regno Unito: quali sarebbero le implicazioni per paesi come la Gran Bretagna se cercassero di esercitare modalità incostituzionali come base per una revisione contabile del debito, data la diversa natura dello Stato e del complesso delle norme giuridiche, e in cosa altro potrebbe consistere questa base?

Il problema di base costituzionale per la Gran Bretagna sarebbe la limitazione della sovranità del Parlamento, messo di fronte a tali politiche. Perché queste non sono politiche che vengono decise a livello nazionale, ma sono decise in forum, come ad esempio il WTO, il FMI, o per alcune competenze importanti l’Unione Europea, in cui il legislatore nazionale, il Parlamento, non ha affatto alcuna influenza.
In ultima analisi, il problema del debito è un problema politico, il problema di fondo è se noi viviamo una reale attuazione del principio democratico.
Tutte queste decisioni economiche sono prese dai rappresentanti del popolo, e sono a favore e nell’interesse del popolo? Questa è la questione politica fondamentale, che ha anche importanti implicazioni costituzionali.
Oltre l’aspetto democratico del problema, vi è anche l’aspetto relativo ai diritti umani. Per fortuna esiste tutta una serie di prese di posizioni conclusive a livello europeo, come ad esempio le deliberazioni della Corte costituzionale di Lettonia, della Corte costituzionale della Romania o della Corte costituzionale di Ungheria, che hanno riscontrato che le politiche del FMI sono state almeno in parte incostituzionali a causa del loro conflitto con i diritti umani, soprattutto con i diritti umani sociali. Penso che questo costituisca il terreno comune nella cultura giuridica europea, che noi non solo godiamo di diritti politici e civili, ma anche di diritti sociali, ed io ho una grande speranza nella possibilità di utilizzare i diritti sociali come una sorta di grimaldello contro questo attacco neoliberista.

Quale potrebbe essere la fase successiva dopo il riconoscimento di incostituzionalità? Come si dovrebbe andare oltre?

Il problema è che in Grecia non abbiamo una Corte costituzionale. Quindi, il nostro prossimo passo sarà quello di affrontare la Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo, se la decisione della Corte suprema è, come sembra da informazioni di stampa, non favorevole alle nostre posizioni. Quindi il prossimo round avverrà sull’arena europea.

Va bene. Un’ultima domanda. Alcune parole di consiglio ad altri paesi europei che si trovano anch’essi sotto la scure di programmi di austerità? Nulla per quanto riguarda la revisione del debito?

Non mi piace usare la parola “consiglio”, perché anche noi abbiamo preso profitto dall’esperienza di altri paesi, in particolare dai paesi dell’America Latina e di altre parti del terzo mondo, ma abbiamo cercato di mettere in pratica questa loro esperienza, per esempio la dottrina delle verifiche del debito, con le nostre specificità.
Quello che raccomando, e non consiglio (dato che io non sono in una posizione di consigliare nessuno), è di cercare di trovare un nostro terreno comune, di trovare ciò che abbiamo in comune, quello che possiamo imparare dalle nostre esperienze, e cercare di costruire un fronte comune, poiché i nostri avversari hanno un fronte comune molto forte e solido. Hanno il Club di Parigi, il Club di Londra, hanno il Fondo Monetario Internazionale e tutte le altre istituzioni del consenso di Washington. Noi non abbiamo nulla di simile e dobbiamo cercare di costruire qualcosa di simile.

La ringrazio.
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