mercoledì 30 novembre 2011

petras.lahaine

Tradotto da  Curzio Bettio

Introduzione Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo. Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale.
 
Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica.
La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.  
Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”.
Si procederà a chiarire i concetti chiave, il loro significato operativo: in particolare la natura e la dinamica delle “democrazie decadenti”, delle democrazie oligarchiche e della “dittatura colonial-tecnocratica”.
 
La seconda metà del saggio puntualizzerà le politiche della dittatura colonial-tecnocratica, il regime che più si è discostato dal principio di democrazia rappresentativa sovrana.
Verranno chiarite le differenze e gli elementi simili tra le dittature tradizionali militar-civili e fasciste e le più aggiornate dittature colonial-tecnocratiche, mirando l’analisi sull’ideologia del “tecnicismo apolitico” e della gestione del potere tecnocratico, come preliminare per l’esplorazione della catena gerarchica profondamente colonialista del processo decisionale.
La penultima sezione metterà in evidenza il motivo per cui le classi dirigenti imperiali e i loro collaborazionisti nazionali hanno ribaltato la pre-esistente formula di gestione del potere oligarchico “democratico”, la ricetta del “governare indirettamente”, a favore di una presa di potere senza più paraventi.
 
Dalle principali classi dominanti finanziarie di Europa e degli Stati Uniti è stata consumata la svolta verso un diretto dominio coloniale (in buona sostanza, un colpo di stato, con un altro nome).
Verrà valutato l’impatto socio-economico del dominio di tecnocrati colonialisti designati di imperio, e la ragione del governare per decreto, prevaricando forzatamente il precedente processo di persuasione, manipolazione e cooptazione.
Nella sezione conclusiva valuteremo la polarizzazione della lotta di classe in un periodo di dittatura colonialista, nel contesto di istituzioni svuotate e delegittimate elettoralmente e di politiche sociali radicalmente regressive.
Il saggio affronterà le questioni parallele delle lotte per la libertà politica e la giustizia sociale a fronte di governi imposti da dominatori colonialisti tecnocratici, alla fine venuti alla ribalta.
La posta in gioco va oltre i cambi di regime in corso, per identificare le configurazioni istituzionali fondamentali che definiranno le opportunità di vita, le libertà personali e politiche delle generazioni future, per i decenni a venire.
 
Democrazie decadenti e la transizione verso democrazie oligarchiche.
Il decadimento della democrazia è evidente in ogni sfera della politica. La corruzione ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i contributi finanziari dei ricchi e dei potenti; posizioni all’interno dei poteri legislativo ed esecutivo hanno tutte un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” corporative che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione.
Eminenti faccendieri che agiscono nei posti di influenza come il criminale statunitense Jack Abramoff si vantano del fatto che “ogni membro del congresso ha il suo prezzo”.
 
Il voto dei cittadini non conta per nulla: le promesse elettorali dei politici non hanno relazione alcuna con il loro comportamento quando sono in carica. Bugie e inganni sono considerati “normali” nel processo politico.
L’esercizio dei diritti politici è sempre più sottoposto alla sorveglianza della polizia e i cittadini attivi sono soggetti ad arresti arbitrari.
L’élite politica esaurisce il tesoro pubblico sovvenzionando guerre coloniali, e le spese per queste avventure militari eliminano i programmi sociali, gli enti pubblici e i servizi fondamentali.
I legislatori si impegnano con demagogia al vetriolo in conflitti da vere marionette, sul tipo dei burattini Punch (Pulcinella) e Judy (Colombina), in manifestazioni pubbliche di partigianeria, mentre in privato fanno festa insieme alla mangiatoia pubblica.
 
A fronte di istituzioni legislative ormai screditate, e del palese, volgare mercato di compravendita dei pubblici uffici, i funzionari dirigenti, eletti e nominati, sequestrano i poteri legislativo e giudiziario.
La democrazia in decomposizione si trasforma in una “democrazia oligarchica” come governo auto-imposto di funzionari dell’esecutivo; vengono scavalcate le norme democratiche e si ignorano gli interessi della maggioranza dei cittadini. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso una oligarchia finanziaria, e mossa da pregiudizi di classe riduce il tenore di vita di milioni di cittadini tramite “pacchetti di austerità”.
 
L’assemblea legislativa abdica alle sue funzioni, legislativa e di controllo, e si inchina davanti ai “fatti compiuti” della giunta esecutiva (il governo di oligarchi) . Alla cittadinanza viene assegnato il ruolo di spettatore passivo - anche se si diffondono sempre più in profondità la rabbia, il disgusto e l’ostilità.
Le voci isolate dei rappresentanti il dissenso sono soffocate dalla cacofonia dei mass media che si limitano a dare la parola ai prestigiosi “esperti” e accademici, compari pagati dall’oligarchia finanziaria e consiglieri della giunta esecutiva.
I cittadini non faranno più riferimento ai parlamenti, alle assemble legislative, per trovare soccorso o riparazione per il sequestro e l’abuso di potere messo in atto dall’esecutivo.
Per fortificare il loro potere assoluto, le oligarchie castrano le costituzioni, adducendo catastrofi economiche e minacce assolutamente pervasive di “terroristi”.
 
Un mastodontico e crescente apparato statale di polizia, con poteri illimitati, impone vincoli all’opposizione civica e politica. Dato che i poteri legislativi sono fiaccati e le autorità esecutive allargano la loro sfera di azione, le libertà democratiche ancora presenti sono ridotte attraverso “limitazioni burocratiche” imposte al tempo, luogo e forme dell’azione politica. Lo scopo è quello di minimizzare l’azione della minoranza critica, che potrebbe mobilitare simpateticamente e divenire la maggioranza.
Come la crisi economica peggiora, e i detentori di titoli e gli investitori esigono tassi di interesse sempre più alti, l’oligarchia estende e approfondisce le misure di austerità. Si allargano le diseguaglianze, e viene messa in luce la natura oligarchica della giunta esecutiva. Le basi sociali del regime si restringono. I lavoratori qualificati e ben pagati, gli impiegati della classe media e i professionisti cominciano a sentire l’erosione acuta di stipendi, salari, pensioni, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di prospettive di carriera futura.
 
 Il restringersi del sostegno sociale mina le pretese di legittimità democratica da parte della giunta di governo. A fronte del malcontento e del discredito di massa, e con settori strategici della burocrazia civile in rivolta, scoppia la lotta tra fazioni, tra le cricche rivali all’interno dei “partiti ufficialmente al governo”.
L’“oligarchia democratica” è spinta e tirata nelle varie direzioni: si decretano tagli alla spesa sociale, ma questi possono trovare solo limitati appoggi alla loro applicazione. Si decretano imposte regressive, che non possono venire riscosse. Si scatenano guerre coloniali, che non si possono vincere. La giunta esecutiva si dibatte tra azioni di forza e di compromesso: robuste promesse per i banchieri internazionali e poi, sotto pressioni di massa, si tenta di ritornare sugli errori.
A lungo andare, la democrazia oligarchica non è più utile per l’élite finanziaria. Le sue pretese di rappresentanza democratica non possono più ingannare le masse. Il prolungarsi dello stato conflittuale tra le fazioni dell’élite erode la loro volontà di imporre a pieno l’agenda dell’oligarchia finanziaria.
 
A questo punto, la democrazia oligarchica come formula politica ha fatto il suo corso.
L’élite finanziaria è già pronta e decisa a scartare ogni pretesa di governo da parte di questi oligarchi democratici. Sono considerati sì volonterosi, ma troppo deboli; troppo soggetti a pressioni interne da fazioni rivali e non disposti a procedere a tagli selvaggi nei bilanci sociali, a ridurre ancora di più i livelli di vita e le condizioni di lavoro.
Arriva in primo piano il vero potere che muoveva le fila dietro le giunte esecutive. I banchieri internazionali scartano la “giunta indigena” e impongono al governo banchieri non-eletti – doppiando i loro banchieri privati ​​da tecnocrati.
Elecciones y democracia,Injerencia
USA. en crisis.???
 
La transizione verso la dittatura coloniale “tecnocratica”
Il governo dei banchieri stranieri, alla fine venuto direttamente alla ribalta, è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi privati. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per- e- con i grandi interessi finanziari privati ​​e internazionali.
Lucas Papdemos, nominato Primo ministro greco, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e, come capo della Banca centrale greca, è stato il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro finanziario.
Mario Monti, designato Primo ministro dell’Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione europea e la Goldman Sachs.
 
Queste nomine da parte delle banche si basano sulla lealtà totale di questi signori e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche regressive, le più inique sulle popolazioni di lavoratori di Grecia e Italia.
I cosiddetti tecnocrati non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sono sensibili a qualsiasi protesta sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico ... tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori stranieri dei titoli di Stato - in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane.
I tecnocrati sono totalmente dipendenti dalle banche estere per le loro nomine e permanenze in carica. Non hanno alcuna infarinatura di base organizzativa politica nei paesi che governano. Costoro governano perché banchieri stranieri minacciavano di bancarotta i paesi, se non venivano accettate queste nomine. Hanno indipendenza zero, nel senso che i “tecnocrati” sono soltanto strumenti e rappresentanti diretti dei banchieri euro-americani.
 
I “tecnocrati”, per natura del loro mandato, sono funzionari coloniali esplicitamente designati su comando dei banchieri imperiali e godono del loro sostegno.
In secondo luogo, né loro né i loro mentori colonialisti sono stati eletti dal popolo su cui governano. Sono stati imposti dalla coercizione economica e dal ricatto politico.
In terzo luogo, le misure da loro adottate sono destinate ad infliggere la sofferenza massima per alterare completamente i rapporti di forza tra lavoro e capitale, massimizzando il potere di quest’ultimo di assumere, licenziare, fissare salari e condizioni di lavoro.
In altre parole, l’agenda tecnocratica impone una dittatura politica ed economica.
Le istituzioni sociali e i processi politici associati con il sistema di sicurezza sociale democratico-capitalista, corrotto da democrazie decadenti, eroso dalle democrazie oligarchiche, sono minacciati di demolizione totale dalle prevaricanti dittature coloniali tecnocratiche.
 
Il linguaggio di “sociale / regressione” è pieno di eufemismi, ma la sostanza è chiara. I programmi sociali in materia di sanità pubblica, istruzione, pensioni, e tutela dei disabili sono tagliati o eliminati e i “risparmi” trasferiti ai pagamenti tributari per i detentori di titoli esteri (banche).
I pubblici dipendenti vengono licenziati, allungata la loro età pensionabile, e i salari ridotti e il diritto di permanenza in ruolo eliminato. Le imprese pubbliche sono vendute a oligarchi capitalisti stranieri e domestici, con decurtamento dei servizi ed eliminazione brutale dei dipendenti. I datori di lavoro stracciano i contratti collettivi di lavoro. I lavoratori sono licenziati e assunti a capriccio dei padroni. Ferie, trattamento di fine rapporto, salari di ingresso e pagamento degli straordinari sono drasticamente ridotti.
Queste politiche regressive pro-capitalisti sono mascherate da “riforme strutturali”.
Processi consultativi sono sostituiti da poteri dittatoriali del capitale – poteri “legiferati” e messi in attuazione dai tecnocrati designati allo scopo.
Dai tempi del regime di dominio fascista di Mussolini e della giunta militare greca (1967 - 1973) non si era mai visto un tale assalto regressivo contro le organizzazioni popolari e contro i diritti democratici.
Raffronto fra dittatura fascista e dittatura tecnocratica
Le precedenti dittature fasciste e militari hanno molto in comune con gli attuali despoti tecnocratici per quanto concerne gli interessi capitalistici che loro difendono e le classi sociali che loro opprimono. Ma ci sono differenze importanti che mascherano le continuità.
La giunta militare in Grecia, e in Italia Mussolini, avevano preso il potere con la forza e la violenza, avevano messo al bando tutti i partiti dell’opposizione, avevano schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti eletti.
Alla attuale dittatura “tecnocratica” viene consegnato il potere dalle élites politiche della democrazia oligarchica - una transizione “pacifica”, almeno nella sua fase iniziale.
 
A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi dispotici conservano le facciate elettorali, ma svuotate di contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di “pseudo-legittimazione”, che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe di solo pochi stolti cittadini. Infatti, dal primo giorno di governo tecnocratico gli slogan incisivi dei movimenti organizzati in Italia denunciavano: “No ad un governo di banchieri”, mentre in Grecia lo slogan che ha salutato il fantoccio pragmatista Papdemos è stato “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!”
 
Le dittature in precedenza avevano iniziato il loro corso come stati di polizia del tutto vomitevoli, che arrestavano gli attivisti dei movimenti per la democrazia e i sindacalisti, prima di perseguire le loro politiche in favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima lanciano il loro malefico assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro, con il consenso parlamentare, e poi di fronte ad una resistenza intensa e determinata posta in essere dai “parlamenti della strada”, procedono per gradi ad aumentare la repressione caratteristica di uno stato di polizia... mettendo in pratica un governo da stato di polizia incrementale.
Politiche delle dittature tecnocratiche: campo di applicazione, intensità e metodo
L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione politica. Al fine di imporre politiche che si traducono in massicci trasferimenti di ricchezza, di potere e di diritti giuridici, dal lavoro e dalle famiglie al capitale, soprattutto al capitale straniero, risulta essenziale un regime autoritario, soprattutto in previsione di un’accanita e determinata resistenza.  
L’oligarchia finanziaria internazionale non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con una qualche parvenza di governance democratica, e tanto meno una democrazia oligarchica in decomposizione.
 
Da qui, l’ultima risorsa per i banchieri in Europa e negli Stati Uniti è di designare direttamente uno di loro a esercitare pressioni, a farsi largo e ad esigere una serie di cambiamenti di vasta portata, regressivi a lungo termine. La missione dei tecnocrati è di imporre un quadro istituzionale duraturo, che garantirà per il futuro il pagamento di interessi elevati, a spese di decenni di impoverimento e di esclusione popolare.
La missione della “dittatura tecnocratica” non è quella di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento dei dittatori tecnocrati è quello di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficiente in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.
 
Per massimizzare il potere e i profitti del capitale a scapito dei lavoratori, i tecnocrati garantiscono ai capitalisti il ​​potere assoluto di fissare i termini dei contratti di lavoro, per quanto riguarda assunzioni, licenziamenti, longevità, orario e condizioni di lavoro.
Il “metodo di governo” dei tecnocrati è quello di avere orecchio solo per i banchieri stranieri, i detentori di titoli e gli investitori privati.
Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. Soprattutto, in base a regole colonialiste, i tecnocrati devono ignorare le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.
Sotto la pressione delle banche, non c’è tempo per le mediazioni, i compromessi o le dilazioni, come avveniva sotto le democrazie decadenti e oligarchiche.
 
Dieci sono le trasformazioni storiche che dominano l’agenda delle dittature tecnocratiche e dei loro mentori colonialisti.
  1. Massicci spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni sociali ai pagamenti dei titoli di stato e alle rendite  
  2. Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
  3. Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione su detentori di titoli ed investitori.
  4. Eliminazione della sicurezza del lavoro (“flessibilità del lavoro”), con l’aumento di un esercito di riserva di disoccupati a salari più bassi, intensificando lo sfruttamento della manodopera impiegata (“maggiore produttività”).
  5. Riscrittura dei codici del lavoro, minando l’equilibrio di poteri tra capitale e lavoro organizzato. Salari, condizioni di lavoro e problemi di salute sono strappati dalle mani di coloro che militano nel sindacato e consegnati alle “commissioni aziendali” tecnocratiche.
  6. Lo smantellamento di mezzo secolo di imprese e di istituzioni pubbliche, e privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono sopravvenienze attive su una dimensione storica mondiale. Monopoli privati ​​rimpiazzano i pubblici e forniscono un minor numero di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di nuova capacità produttiva.
  7. L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa nuova dinamica richiede salari più bassi per “competere” a livello internazionale, ma contrae il mercato interno. La nuova strategia si traduce in un aumento degli utili in moneta forte ricavati dalle esportazioni per pagare il debito ai detentori di titoli di stato, provocando così maggiore miseria e disoccupazione per il lavoro domestico. Secondo questo “modello” tecnocratico, la prosperità si accumula per quegli investitori avvoltoio che acquistano lucrativamente da produttori locali finanziariamente strozzati e speculano su immobili a buon mercato.
  8. La dittatura tecnocratica, per progettazione e politiche, mira ad una “struttura di classe bipolare”, in cui vengono impoverite le grandi masse dei lavoratori qualificati e la classe media, che soffrono la mobilità verso il basso, mentre si va arricchendo uno strato di detentori di titoli e di padroni di aziende locali che incassano pagamenti per interessi e per il basso costo della manodopera.
  9. La deregolamentazione del capitale, la privatizzazione e la centralità del capitale finanziario producono un più esteso possesso colonialista (straniero) della terra, delle banche, dei settori economici strategici e dei servizi “sociali”. La sovranità nazionale è sostituita dalla sovranità imperiale nell’economia e nella politica.
  10. Il potere unificato di tecnocrati colonialisti e di detentori imperialisti di titoli detta la politica che concentra il potere in una unica élite non-eletta.
Costoro governano, supportati da una base sociale ristretta e senza legittimità popolare. Sono politicamente vulnerabili, quindi, sempre dipendenti da minacce economiche e da situazioni di violenza fisica.
Solo los Obreros llegan hasta el Final
Organizar, construir y educar
 
I tre stadi del governo dittatoriale tecnocratico
Il compito storico della dittatura tecnocratica è quello di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia, dai dipendenti pubblici e dai pensionati dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.
Il disfacimento di oltre sessanta anni di storia non è un compito facile, men che meno nel bel mezzo di una profonda crisi socio-economica in pieno sviluppo, in cui la classe operaia ha già sperimentato drastici tagli dei salari e dei profitti, e il numero dei disoccupati giovani (18 - 30 anni) in tutta l’Unione europea e nel Nord America varia tra il 25 e il 50 per cento.
 
L’ordine del giorno proposto dai “tecnocrati” - parafrasando i loro mentori colonialisti nelle banche – consiste in sempre più drastiche riduzioni delle condizioni di vita e di lavoro. Le proposte di “austerità” si verificano a fronte di crescenti disuguaglianze economiche tra il 5% dei ricchi e il 60 % degli appartenenti alle classi subalterne tra Sud Europa e Nord Europa.
Di fronte alla mobilità verso il basso e al pesante indebitamento, la classe media e soprattutto i suoi “figli ben educati”, sono indignati contro i tecnocrati che pretendono ancor di più tagli sociali. L’indignazione si estende dalla piccola borghesia agli uomini di affari e ai professionisti sull’orlo della bancarotta e della perdita di status.
 
I governanti tecnocratici giocano costantemente sulla insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico”, se la loro “medicina amara” non venisse trangugiata dalle classi medie angosciate, che temono la prospettiva di sprofondare nella condizione di classe operaia o peggio.
I tecnocrati lanciano appelli alla generazione presente per sacrifici, in realtà per un suicidio, per salvare le generazioni future. Con atteggiamenti dettati all’umiltà e alla gravità, parlano di “equi sacrifici”, un messaggio smentito dal licenziamento di decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro / dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri. L’abbassamento della spesa pubblica per pagare gli interessi ai detentori di titoli e per invogliare gli investitori privati ​​erode ogni richiamo all’“unità nazionale” e all’“equo sacrificio”.
Il regime tecnocratico si sforza di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale regressiva, l’arretramento di sessanta anni di storia, prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e di cacciarli.  
 
Per precludere l’opposizione politica, i tecnocrati domandano “unità nazionale”, (l’unità di banchieri e oligarchi), l’appoggio dei partiti in disfacimento elettorale e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri colonialisti.
La traiettoria politica dei tecnocrati avrà vita breve alla luce dei cambiamenti sistemici draconiani e delle strutture repressive che propongono; il massimo che possono realizzare è quello di dettare e tentare di attuare le loro politiche, e poi tornarsene ai loro santuari lucrativi nelle banche estere.
Governo tecnocratico : prima fase
Con l’appoggio unanime dei mass-media e il pieno sostegno di banchieri potenti, i tecnocrati approfittano della caduta dei politici disprezzati e screditati dei regimi elettorali del passato.
Essi proiettano un’immagine pulita del governo, che parla di un regime efficiente e competente, capace di azioni decisive. Promettono di porre fine alle condizioni di vita progressivamente in deterioramento e alla paralisi politica dovuta allo scontro fra le fazioni dei partiti.
All’inizio della loro assunzione di potere, i dittatori tecnocratici sfruttano il disgusto popolare, giustificato, nei confronti dei politici privilegiati “nullafacenti” per assicurarsi una misura del consenso popolare, o almeno l’acquiescenza passiva da parte della maggioranza dei cittadini, che sta annegando nei debiti e alla ricerca di un “salvatore”.
 
Va notato che fra la minoranza politicamente più preparata e socialmente consapevole, che i banchieri ricorrano ad un “regime tecnocratico” da colonia, questo provoca poco effetto:  gli appartenenti alle minoranze immediatamente identificano il regime tecnocratico come illegittimo, dato che fa derivare i suoi poteri da banchieri stranieri. Essi affermano i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale. Fin dall’inizio, anche sotto la copertura dell’assunzione del potere in uno stato di emergenza, i tecnocrati devono affrontare un nucleo di opposizione di massa.
I banchieri realisticamente riconoscono che i tecnocrati devono muoversi con rapidità e decisione.
 
Politiche shock dei tecnocrati : seconda fase
I tecnocrati lanciano un “100 giorni” del più eclatante e grossolano conflitto di classe contro la classe operaia dai tempi dei regimi militare / fascista.
In nome del Libero Mercato, del Detentore di Titoli e dell’Empia Alleanza fra oligarchi politici e banchieri, i tecnocrati dettano editti e fanno passare leggi, immediatamente buttando sul lastrico decine di migliaia di dipendenti pubblici. Decine di imprese pubbliche sono mandate in blocco all’asta. Viene abolita la certezza del posto di lavoro e licenziare senza giusta causa diventa la legge del paese. Sono decretate imposte regressive e le famiglie vengono impoverite. La piramide del reddito complessivo viene capovolta. I tecnocrati allargano e approfondiscono le disuguaglianze e l’immiserimento.
 
L’euforia iniziale che salutava il governo tecnocratico viene sostituita da biasimi amari. La classe media inferiore, che ricercava una risoluzione dittatoriale paternalistica della propria condizione, riconosce “un altro raggiro politico”.
Come il regime tecnocratico corre a gran velocità a completare la sua missione per i banchieri stranieri, lo stato d’animo popolare inacidisce, l’amarezza si diffonde anche tra i “collaboratori passivi” dei tecnocrati. Non cadono briciole dal tavolo di un regime colonialista, imposto al potere per massimizzare il deflusso delle entrate statali a tutto vantaggio dei detentori del debito pubblico.
L’oligarchia politica compromessa cerca di far rivivere le sue fortune e “contesta” le peculiarità dello “tsunami” tecnocratico, che sta distruggendo il tessuto sociale della società.
 
La dimensione e la portata del programma estremista della dittatura, e il continuo accumulo di frustrazioni di massa, spaventano i collaborazionisti appartenenti ai partiti politici, mentre i banchieri li incalzano per tagli alle garanzie sociali sempre più grandi e più profondi.
I tecnocrati di fronte alla tempesta popolare che sta montando cominciano a farsi piccoli e ritirarsi in buon ordine. I banchieri esigono da loro maggiore spina dorsale e offrono nuovi prestiti per “mantenerli in corsa”. I tecnocrati si dibattono in difficoltà - alternando richieste di tempo e sacrifici con promesse di prosperità “dietro l’angolo”.
Per lo più fanno assegnamento sulla mobilitazione costante della polizia e di fatto sulla militarizzazione della società civile.
Con Jesus,el Che,Miguel ,la Lumi.la Claudia y tod@s los jovenes combatientes Venceremos.
Cristianos por el Socialismo y le Revolucion Social
 
Missione compiuta: guerra civile o il ritorno della democrazia oligarchica?
La riuscita dell’“esperimento” con un regime dittatoriale colonialista tecnocratico è difficile da prevedere. Una ragione è dovuta al fatto che le misure adottate sono così estreme ed estese, tali da unificare allo stesso tempo quasi tutte le classi sociali importanti (tranne la “crema” del 5%) contro di loro. La concentrazione del potere in una élite “designata” la isola ulteriormente e unifica la maggior parte dei cittadini a favore della democrazia, contro la sottomissione colonialista e governanti non eletti.
Le misure approvate dai tecnocrati devono far fronte alla prospettiva improbabile della loro piena attuazione, in particolare a causa di funzionari e impiegati pubblici a cui si impongono licenziamenti, tagli di stipendio e pensioni ridotte. I tagli a tutta l’amministrazione pubblica minano le tattiche del “divide et impera”.
 
Data la portata e la profondità del declassamento del settore pubblico, e l’umiliazione di servire un regime chiaramente sotto tutela colonialista, è possibile che incrinature e rotture si verificheranno negli apparati militari e di polizia, soprattutto se vengono provocate sollevazioni popolari che diventano violente.
A questo punto, le giunte tecnocratiche non possono assicurare che le loro politiche saranno attuate. In caso contrario, i ricavi vacilleranno, scioperi e proteste spaventeranno gli acquirenti predatori delle imprese pubbliche. La grande spremitura ed estorsione pregiudicherà le imprese locali, la produzione diminuirà, la recessione si approfondirà.
 
Il governo dei tecnocrati è per sua natura transitoria. Sotto la minaccia di rivolte di massa, i nuovi governanti fuggiranno all’estero presso i loro santuari finanziari. I collaborazionisti appartenenti alle oligarchie locali si affretteranno ad aggiungere miliardi di euro/dollari ai loro conti bancari all’estero, a Londra, New York e Zurigo.
La dittatura tecnocratica farà ogni sforzo per riportare al potere i politici democratici oligarchici, a condizione che siano mantenute le variazioni regressive poste in essere. Il governo tecnocratico vedrà la sua fine con “vittorie di carta”, a meno che i banchieri stranieri insistano che il “ritorno alla democrazia” operi all’interno del “nuovo ordine”.
L’applicazione della forza potrebbe rivelarsi un boomerang.
I tecnocrati e gli oligarchi democratici, rinnovando la minaccia di una catastrofe economica in caso di inosservanza, riceveranno un contrordine dalla realtà della miseria effettivamente esistente e dalla disoccupazione di massa.
 
Per milioni, la catastrofe che stanno vivendo, risultante dalle politiche tecnocratiche, prevale su qualsiasi minaccia futura. La maggioranza ribelle può scegliere di sollevarsi e rovesciare il vecchio ordine, e cogliere l’opportunità di istituire una repubblica socialista democratica indipendente.
Una delle conseguenze impreviste di imporre una dittatura di tecnocrati designati, radicalmente colonialista, è che viene cancellato il panorama politico delle oligarchie politiche parassite e si pongono le fondamenta per un taglio netto. Questo facilita il rigetto del debito e la ricostruzione del tessuto sociale per una repubblica democratica indipendente.
 
Il pericolo grave è quello che i politici screditati del vecchio ordine tenteranno con la demagogia di impadronirsi delle bandiere democratiche delle lotte “anti-dittatoriali anti-tecnocratiche”, per rimettere in piedi quello che Marx definiva “la vecchia merda dell’ordine precedente”.
Gli oligarchi politici riciclati si adatteranno al nuovo ordine “ristrutturato” dei pagamenti dell’eterno debito, come parte di un accordo per conservare il processo in corso di regressione sociale senza fine.
La lotta rivoluzionaria contro i dominatori tecnocratici colonialisti deve continuare e intensificarsi per bloccare la restaurazione degli oligarchi democratici.

Per concessione di James Petras
Fonte: http://petras.lahaine.org/?p=1881
Data dell'articolo originale: 27/11/2011
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6312 

martedì 29 novembre 2011


 
Antoni Gramsci 
Comunitarianus de Sardynia
Comunitariani di Sardegna

lunedì 28 novembre 2011

Giampaolo Meloni | 

Soru Milis
La Nuova Sardegna,
21 novembre 2011.
Milis. I grandi valori dell'Autonomia coniugati con un progetto di sviluppo costruito sui pilastri delle risorse locali sfruttate con sapienza e modernità. Una Sardegna fondata sulle proprie forze ma coniugata con Italia, Europa e mondo da uno Statuto che dica chi comanda. Puntare a fermare gli sprechi di risorse, salvare e coltivare la terra non soffocarla con valanghe di metri cubi.
La Sardegna «che deve bastare a se stessa», nell'impostazione politica di Renato Soru è quella che «saremo capaci di costruire, sapendo che siamo più soli del passato». Il malato che entra nell'ambulatorio del Palazzo Boyle di questo paese dell'Oristanese profumato d'agrumi, ne esce senza ricetta e medicine ma con le idee molto chiare su anamnesi, patologie e terapia. C'è la grande cornice, c'è l'idea del mosaico che ci deve andare dentro. Si tratta di ricostruire ma ci deve essere la piena coscienza che si tratta di lavorare in uno scenario difficile che deriva dalla crisi internazionale, dalla delicatezza politica del governo Monti, dalle scelte dolorose che dovrà fare. Ma anche da scelte sbagliate e subalternità imposte alla Sardegna, in passato e di recente. Con qualche sfumatura interpretativa e di prospettiva che li distingue, ma a mettere insieme la lettura di ciascuno è questo il verdetto dei tre So: Pietro Soddu, padre dell'Autonomia regionale e più volte presidente della giunta sarda, Antonello Soro, parlamentare e uomo di punta del Pd e traghettatore della parte più riformista della Dc nel tragitto verso il centrosinistra, Renato Soru, governatore della Sardegna nell'esperienza più forte e delicata del centrosinistra nell'isola.
Riuniti da Sardegna Democratica, l'associazione che ispira l'azione politica di Soru e da qualche giorno guidata da Massimo Dadea, con il proposito di seminare nuovamente la passione politica nella società isolana, i tre esponenti chiudono due giorni di puntigliosa radiografia della Sardegna.
Ora il punto è: quale futuro? La scrittrice Michela Murgia stimola con efficacia e punzecchia gli interlocutori che coordina attribuendo loro qulche deficit d'indipendentismo nelle loro iniziative. Per esempio, il Piano di Rinascita degli anni Sessanta-Settanta non fu forse una cura d'importazione, una medicina imposta? Soddu, che quella programmazione sostenne con molta determinazione, non ci sta: «In quel Piano di Rinascita è mancata l'idea del futuro». Ma la valutazione autocritica non annulla il valore «di modernizzazione che ebbe nel processo di affinacamento della società sarda a quella nazionale». E formò anche la classe operaia sarda, non dimentica di segnalare Antonello Soro. Restano tracce tutt'altro che trascurabili, anche nell'impostazione di una Sardegna rinnovata: il valore dell'industria, la sciagura di non avere saputo costruire un sistema produttivo di seconde e terze lavorazioni che andrebbe invece sostenuto nella prospettiva. «Tutto ciò va fissato in uno Statuto di pchi articoli, che dica chi comanda e come, che stabilisca la dinamica dei rapporti con Roma e Bruxelles». E che sia sostenuto da un'impostazione politica che dica chiaro e tondo quale è la società che distingue il centrosinistra da Berlusconi.
C'è piena concordia di vedute. Soro mette in allerta: non si può costuire il nuovo salvando tutto il vecchio. Perchè non tutti i tasselli sono coerenti, dice. Allora: si deve dice chiaro che le Province vanno abolite, che le università diffuse come i funghi alimentano ignoranza e false aspettative, deprimono la voglia di conoscenza dei giovani, non ci possono essere condizioni di monopolio nelle politiche del latte e del formaggio, deve essere corretta e governata la spesa pubblica sarda. «Non è possibile che l'agricoltura sarda abbia sempre gli stessi problemi», sottolinea poi. Il passo avanti si fa con un piano che punti sull'agroalimentare e il turismo.
Conoscenza e industria come elementi di sapienza e crescita, dice Soru. Ricette importate? «E perchè non dovrei volere un grande stabilimento della Apple nella piana di Sanluri? Come sardo non mi sentirei sminuito». È la risposta per tutto e per tutti: «Costruire lavoro e poterlo generare con i tanti che dovrebbero riempire le case vuote dei paesi dell'isola».

domenica 27 novembre 2011





Edward Harrison

Tradotto da  Curzio Bettio

Durante la stesura di running through Italian default scenarios (Excursus attraverso uno scenario di default italiano) http://www.nakedcapitalism.com/2011/11/italian-default-scenarios.html ponevo una domanda, che lasciavo in sospeso:
“L’Italia potrebbe uscire unilateralmente dall’Eurozona e ridefinire i suoi debiti, ora quantificati in euro, nominalmente in una nuova valuta, la lira, per prevenire il default? Forse. Questo è un fatto da considerare in un secondo momento.”
Bene, ora è il momento di farlo.
Ho contattato David McWilliams [David McWilliams un popolare economista, presidente o ospite in occasione di eventi sia in Irlanda che all’estero, N.d.T.] per una sua riflessione scritta sul perché consideri [ the end of the euro is nigh ] la fine dell’euro prossima.
Nella sua argomentazione, egli sottolinea come, con l’uscita dell’Irlanda (e dell’Italia) dall’Eurozona, l’Europa potrebbe funzionare a “due velocità”.
Immagino che lo stesso potrebbe funzionare anche con l’uscita dell’Italia.
La parte sottolineata ha catturato la mia attenzione. Consideriamo quello che potrebbe essere simile ad una “Europa a due velocità”:
“La prima cosa di cui ci rendiamo conto è che i paesi periferici non possono tenere il passo con la Germania. Prendiamo ad esempio l’Irlanda.
Quando abbiamo avuto la sterlina irlandese, Punt, vincolata al marco tedesco abbiamo svalutato sei volte in tredici anni, solo per cercare di tenere il passo competitivo con i Tedeschi. Al contrario, quando ci siamo uniti all’euro, e non potevamo svalutare, abbiamo perso il 30% della competitività rispetto alla Germania. Non si potrebbe essere più chiari!
Per gli altri paesi periferici la situazione è peggiore.
Allora, abbiamo tutti bisogno di un diversificato tasso di cambio del valore delle valute negli scambi commerciali in modo da rendere le nostre aziende più competitive e, quindi, avere maggiori probabilità di esportazione. Parallelamente, abbiamo bisogno di rendere le importazioni più costose, in modo da non comprare troppo dall’esterno. Il tasso di cambio più debole favorisce tutto questo. Le svalutazioni fanno lavorare. E per chi mette in dubbio questa affermazione, basta puntare lo sguardo sui guadagni duraturi ottenuti per maggior competizione da Finlandia e Svezia dopo le loro svalutazioni del 1992.
Senza un cambio di valuta, non possiamo tenere il passo con i Tedeschi, e questo rende la promessa di convergenza economica da parte dell’Unione Europea difficile da raggiungere senza un indebitamento finanziario enorme. Fino ad ora, ci siamo indebitati per raggiungere e conservare uno stile di vita ottimale e un livello competitivo di attività economiche. Ora nessuno di noi può restituire questi soldi. Quindi abbiamo bisogno di remissioni dei debiti, o di una riforma economica e sociale per far fronte al debito. Accompagnare il nuovo euro comporterebbe anche la svalutazione della massa del debito, perché se si riduce il valore della moneta con cui la gente deve pagare, ma non si riduce in proporzione il valore dei loro debiti, la gente semplicemente non sarà in grado di pagare, e il Paese dichiarerà default dopo la svalutazione. Questo non sarebbe intelligente. Tutto deve essere fatto contemporaneamente.
Quindi cerchiamo di pensare al nuovo euro.
Il nuovo euro “soft” potrebbero essere scambiato al 70% di quello attuale (questo valore mi è venuto di getto, senza tanto pensarci). Ciò significherebbe che rispetto ai Tedeschi, il nostro tenore di vita verrebbe tagliato di un terzo da un giorno all’altro. Verrebbe realizzato in un momento quello che l’attuale politica cerca di fare in cinque anni.
Diventeremmo una zona estremamente attraente per gli investimenti in quanto il nostro costo del lavoro sarebbe molto più conveniente. Ma non bisogna dimenticare che questo va a ridurre il nostro reddito dello stesso ammontare.
Tutti i nostri debiti si ridurrebbero del 30%, poiché verrebbero quantificati nella nuova moneta. Ovviamente, le banche che hanno prestato in euro “hard”, e che ora verrebbero rimborsate in euro “soft”, subirebbero un’enorme perdita dal rapporto di cambio.
Questo è un problema che avrebbe bisogno di essere affrontato.
Le banche di ciascun paese potrebbero emettere obbligazioni garantite dall’Unione Europea e redimibili per nuovi euro presso la Banca Centrale Europea. Queste obbligazioni potrebbero essere considerate capitale, in modo da evitare il fallimento delle banche.
E cosa succederebbe ai risparmiatori, che sul loro stock di risparmio in vecchi euro riscontrerebbero una svalutazione del 30%, se convertito nei nuovi euro? Si potrebbe assegnare loro obbligazioni indicizzate nei nuovi euro, emesse dallo Stato e riscattabili dalla BCE, ma non subito. I risparmiatori sarebbero incentivati a mantenerle nelle banche come risparmio. Questo è normale, perché a ben pensarci, alla maggior parte delle persone basta non le si tocchi i risparmi. Lo Stato dovrebbe assicurare ai nuovi titoli tanta credibilità, in modo che la gente non li esiga in contanti subito.
Non esiste un modo facile per uscire da questo pasticcio. Non siamo in grado di agitare una bacchetta magica e promettere che nessuno verrà colpito, ma è chiaro che l’euro ha fatto il suo tempo e, nella migliore delle ipotesi, dovrà mutare in qualcosa d’altro.
L’idea dell’euro a due velocità almeno eviterebbe il caos di una implosione disordinata e la reintroduzione affrettata di molte valute. Ne consegue una svalutazione competitiva, che per noi in Irlanda, con la maggior parte delle nostre attività commerciali e degli investimenti orientati verso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, costituirebbe una boccata di ossigeno. Inoltre, la componente della cancellazione del debito potrebbe fornire un’occasione alla generazione dei precari fortemente indebitati – ai… Pope’s Children, ai Ragazzi del Papa, la meglio gioventù.
In una crisi, non esiste mai il modo migliore di affrontare le cose, semplicemente il modo meno peggio. Forse è proprio così che si deve fare. Una cosa che sappiamo per certo è che “quando le cose non possono continuare così per sempre, le si devono bloccare.”
Ecco la questione cruciale: “Tutti i nostri debiti si ridurrebbero del 30%, perché verrebbero valutati in una nuova moneta”. Questo mi risuona come se McWilliams stesse pensando per l’Irlanda quello che stavo considerando per l’Italia. Se funziona per loro, perché non dovrebbe funzionare anche per la Grecia, la Spagna e il Portogallo?





Per concessione di Credit Writedowns
Fonte: http://www.creditwritedowns.com/2011/11/david-mcwilliams-on-irish-and-italian-euro-exit.html
Data dell'articolo originale: 15/11/2011

giovedì 24 novembre 2011

DI BEN DYSON
Guardian.co.uk


La piu grande privatizzazione della storia non ha fatto notizia. È tempo di riprendere dalle banche il potere di produrre denaro

È un fatto noto che stampare una banconota da 10 sterline a casa propria è una cosa malvista dalla polizia di Sua Maestà. Ma c’è ancora un piccolo gruppo di compagnie che sono autorizzate a creare – e spendere – più soldi di quanti i falsari siano mai stati in grado di stampare. Nel gergo dell’industria, queste aziende sono chiamate "istituzioni monetarie e finanziarie", ma probabilmente le conoscete per il loro nome comune: "banche".

Il denaro che creano, dal niente, non sono i soldi di carta che portano il logo della Banca di Inghilterra di proprietà del governo. È il denaro elettronico che illumina lo schermo quando controlli il tuo estratto conto a un ATM. In questo momento, questo denaro elettronico forma più del 97% di tutta la moneta presente nell’economia. Solo il 3% dei soldi sono ancora nella vecchia forma di vero contante che può essere toccato.

Difficile da credere, vero? Martin Wolf, uno degli esperti che ha fatto parte di una commissione indipendente sul settore bancario, non ha usato mezzi termini, dicendo sul Financial Times che "l’essenza del sistema monetario di questi tempi è stata la creazione di moneta, dal niente, tramite i prestiti spesso assurdi che venivano concessi dalle banche private".

Ecco come funziona. Quando tu chiedi alla banca i soldi per comprare a Londra un box per farci entrare un letto, i soldi che appaiono sul tuo conto corrente non provengono dai risparmi di una vita di qualche nonno prudente. Infatti, la banca digita semplicemente questi numeri sul tuo conto, creando soldi nuovi di pacca che ora tu puoi spendere. Visto che le altre banche fanno lo stesso, l’ammontare di denaro nell’economia cresce e cresce. Ogni mutuo nuovo aggiunge nuovi soldi, che spingono i prezzi delle abitazioni un po’ più in alto, costringendo il prossimo compratore a prenderne in prestito ancora più dalle banche. (Una spiegazione più dettagliata e precisa di questo processo è fornita nel libro Where Does Money Come From?, pubblicato dalla New Economics Foundation.)

Grazie a questo processo di creazione della moneta, le banche sono state in grado di inflazionare l’emissione di moneta al tasso dell’11,5% l’anno, spingendo in alto i prezzi delle case e soggiogando un’intera generazione.

Naturalmente, il rovescio della medaglia di questa creazione di moneta è dato dal fatto che con ogni nuovo prestito arriva un nuovo debito. Questa è la fonte della nostra montagna di debito personale, non il denaro che è stato prudentemente salvato dai pensionati, ma soldi che sono stati creati dal niente dalle banche e prestati a destra e a manca. Alla fine il peso del debito diventa insostenibile, e così si assiste a un’ondata di default come quella che ha dato il via alla crisi finanziaria ancora in corso.

Ma come è possibile che una cosa così importante come la creazione di denaro sia stata privatizzata? Com’è che il potere di emettere denaro è caduto nelle mani delle stesse banche che hanno provocato la crisi, con conseguenze devastanti per milioni di persone comuni?

È incredibile, ma la legge che rende illegale stampare le proprie banconote a casa non è mai stata aggiornata per applicarla al denaro elettronico che ora è creato dalle banche. Quando abbiamo iniziato a utilizzare il denaro elettronico per la gran parte dei pagamenti, il contante è diventato meno importante e il potere di creare il denaro è passato alle banche che hanno causato la crisi. Senza essere notato da nessuno, il potere di emettere soldi è stato privatizzato di soppiatto.

Mentre i gruppi criminali cercano di creare circa 2,5 miliardi di sterline di soldi falsi ogni anno, le banche collettivamente creano più di 100 miliardi di sterline l’anno senza violare una singola legge. La ricompensa per il loro lavoro è l’interesse che al momento viene raccolto su quasi ogni sterlina esistente. Il costo per noi tutti è una vita di debiti.

Questo ci porta a una soluzione molto semplice per la crisi finanziaria. Molti dei manifestanti di oggi potrebbero sorprendersi nel sentire che la risposta alla crisi odierna giunge da un ex Primo Ministro dei Conservatori. Già nel 1844, Sir Robert Peel comprese che le monete di metallo, che all’epoca erano il solo mezzo legale di pagamento, erano state sostituite dalle banconote di carta emesse dalle banche. Queste banconote erano più leggere e più convenienti, e quindi molto più popolari. Il Bank Charter Act introdotto da Peel nel 1844 tolse il potere di creare denaro alle banche e lo attribuì alla Banca di Inghilterra. Dovremmo fare esattamente la stessa cosa per quanto riguardo il denaro elettronico. La mia organizzazione, Positive Money, ha già elaborato un progetto di legge necessario per farlo.

Reclamando questo potere, possiamo assicurarci che il nuovo denaro non venga usato per far esplodere bolle immobiliari e per finanziare speculazioni rischiose. Invece, i soldi creati possono diventare le fondamenta dell’economia, grazie ai normali consumatori. Finiranno nei negozi, nelle aziende e nelle industrie, che le possono usare per investire, crescere e per creare lavoro. Far sì che "le banche prestino di nuovo di soldi" non è di alcun aiuto quando le persone sono già caricate da una montagna di debito. Quello di cui abbiamo bisogno sono più soldi, non più debiti. Ciò è impossibile dato che tutti i soldi vengono creati dalle banche quando le persone si indebitano.

Naturalmente, dobbiamo proteggere questo potere di emissione dai politici in cerca di voti. Ma il potere di creare denaro è troppo pericoloso per essere lasciato nelle mani delle banche che hanno causato la crisi. Portargli via questo potere è la nostra migliore speranza per far finire la crisi attuale, e per prevenire la prossima.

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Fonte: Money has been privatised by stealth

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

lunedì 21 novembre 2011


VERUSHKA ANCONITANO

Il governo irlandese ha sottoposto il progetto di bilancio per il 2012 e 2013 alla Ue e al governo tedesco prima di discuterlo in parlamento. Previste misure straordinarie con molte più tasse e meno welfare

Il governo irlandese si appresta a presentare il documento finale contenente le misure fiscali per il 2012, ma c'è maretta in parlamento dopo che il documento programmatico, non ancora discusso ufficialmente, è stato inviato alla Commissione europea la quale l'ha rigirato in maniera automatica al governo tedesco.

Il documento, strettamente confidenziale e firmato dal ministro delle finanze nonostante lui stesso continui a negare, riporta tutta una serie di misure che dovranno entrar a far parte del budget 2012 e del budget 2013 tra cui spicca l'aumento dell'Iva che in due anni dovrebbe passare dal 21 al 23%.

Nessuno ha confermato nulla ma la sensazione è non solo che l'aumento sarà inevitabile ma soprattutto che sarà solo una delle tante misure che l'Irlanda "sottomessa", così come è stata definita dalla stampa e dagli analisti finanziari locali, dovranno accettare pur di guadagnarsi il favore della Germania e ottenere così l'ultima tranche del prestito per il salvataggio pari a 4,2 miliardi di euro.

Tra le misure presentate nel documento ci sono aumenti delle tasse sull'acqua, riduzione dei servizi sociali (in special modo gli assegni familiari, quelli a favore degli invalidi e i sussidi di disoccupazione), modifiche alla tassazione per i singoli e le famiglie con cambiamenti per quel che riguarda la base imponibile, aumenti delle accise, l'introduzione di una tassa di almeno 100 euro sulla casa di proprietà e di tutta una serie di imposte indirette non identificate.

Solo quattro mesi fa, a luglio, era stata abbassata l'Iva per la ristorazione e altri servizi in modo da incentivare la spesa interna e riportare i consumi a livelli accettabili facendo in modo che il Pil negli ultimi mesi risalisse di qualche punto percentuale; l'aumento dell'Iva dal 21 al 23% dovrebbe riguardare beni di consumo e servizi ma non cibo e vestiti per bambini, si è difeso così il governo, e in questo modo l'Irlanda applicherebbe una tassa più alta di 4 punti percentuali rispetto all'Inghilterra con la conseguenza evidente di uno spostamento di massa verso l'Irlanda del Nord per le spese di routine che non farà altro che svantaggiare la già svantaggiata Repubblica.

Nel complesso se le cose saranno quelle che si prospettano, il governo irlandese il prossimo 6 dicembre presenterà un piano per cui si taglieranno circa 2,2 miliardi di euro e si introdurranno tasse che permetteranno un introito di circa 1,6 miliardi di euro; il tutto mentre l'opinione pubblica si sente offesa per via dell'ingerenza della Germania nelle questioni interne e sente che il problema privato legato alla fragilità delle banche è ormai diventato un problema talmente pubblico da mettere a rischio un sistema in cui il debito pubblico è sempre stato basso.

domenica 20 novembre 2011




Qualcuno l'ha definita la «quadratura del cerchio». È una questione che affligge un quinto dell'umanità - quel quinto privilegiato che non muore di fame (semmai, ha un problema di obesità), gode dell'acqua calda, ha un tetto e un'occupazione più o meno decente - ed è una questione che non si riduce a quelle che, in evidente polemica con l'impostazione marxiana, l'intelligente Daniel Bell chiama le «contraddizioni culturali del capitalismo». Pesca più a fondo.
In un mondo in cui gli Stati Uniti, con 300 milioni di abitanti, consumano l'80% delle risorse del pianeta, riguarda la possibilità di conciliare gli entitlements, cioè i diritti di cui i cittadini si ritengono legittimi titolari, con le provisions, cioè le risorse effettivamente disponibili nelle nazioni tecnicamente progredite per farvi fronte. Nei paesi più sviluppati, in particolare nell'Europa Occidentale o Unione Europea, nel Nord America e in Giappone, dopo la grande transizione storica dallo Stato di diritto allo Stato dei diritti, questa tensione fra entitlements e provisions è diventata drammatica.
Notavo vent'anni fa che la tensione, di cui discorre ampiamente con il consueto accattivante praticismo di diligente burocrate Ralf Dahrendorf, scaturisce dalle contraddizioni e dai dilemmi dello Stato democratico pluriclasse socialmente orientato, di cui scrivevo nel 1954, introducendo "L'azione volontaria" di Lord Beveridge in Italia.

Ma lo Stato di cui parlano Beveridge e Dahrendorf non può essere spacciato, se non con inammissibili forzature, per lo Stato sociale di William Beveridge. L'interpretazione spenceriana dello Stato, quella che sottende la posizione liberale tradizionale, è puramente negativa. La formulazione classica di questa posizione la si può trovare in Man versus the State. Essa corrisponde abbastanza esattamente agli interessi delle classi medie al loro sorgere nel mondo moderno, in rivolta contro i residui del dispotismo feudale e appassionatamente devote alla libertà di movimento, di azione e di atteggiamento dell'individuo.

Non c'è strabismo, temo, che possa far scambiare questa situazione storica e culturale con quella italiana. La ricetta di Beveridge contro gli eccessi dell'autoritarismo centrale e il mito dello Stato onnipresente e onnisciente è di natura strettamente pragmatica e non ha riscontro nella cultura politica italiana, salvo forse il caso del gran lombardo Carlo Cattaneo, del resto presto isolato e battuto, con il suo giudizioso, sobrio e tenace riformismo, dalla retorica delle patrie carducciane e dei "soli dell'avvenire" privi di avvenire.

In Italia non sono solo le carenze a suo tempo individuate da Piero Gobetti a pesare (mancanza di una rivoluzione politica, come in Francia, e di una riforma religiosa, come in Germania). C'è di più, e di peggio. Bisogna fare uno sforzo e andare a rileggere, sociologicamente, il codice Rocco, che solo da pochi anni ha subito varianti procedurali di un certo rilievo con riguardo al processo penale. Vi spira una fredda, coerente aria di autoritarismo centralizzato assoluto, in cui la spaccatura classista della società viene esaltata come una funzionalità ritenuta nello stesso tempo necessaria e auspicabile. Ad Alfredo Rocco corrisponde, sul piano della scuola e su quello, più ampio, della cultura politica, Giovanni Gentile.
Con la sua riforma, Gentile deliberatamente riserva il ginnasio e il liceo alle classi alte, vivaio per i futuri dirigenti in tutti i campi, mentre alle classi popolari vengono indicati i corsi della "scuola di avviamento professionale", secondo un disegno di autoperpetuazione delle élite al potere in cui l'intelligenza si suppone duramente condizionata dalle origini sociali e familiari.

In Europa lo Stato sociale non è più in grado, oggi, di far fronte ai suoi impegni. Non può far debiti indefinitamente. Non ha più una banca centrale con pieni poteri. E la Banca centrale europea non è disposta e non è comunque in grado di comprare tutti i buoni del Tesoro necessari a "servire" il debito. D'altro canto, la classe politica non può, non ha né il coraggio né la lungimiranza per imporre drastiche misure, di cui pure riconosce, a parole, la necessità. Ne va della sua rielezione. Sono misure necessarie ma impopolari: imposta patrimoniale, abolizione di vasti parassitismi in tutti i servizi pubblici, elevazione dell'età pensionabile, riforme delle pensioni di anzianità e dell'assistenza sanitaria pubblica.
È chiaro che chi si è battuto in Italia per i diritti sociali e per lo Stato sociale ha avuto una certa quota di illusioni, se non di pura e semplice ingenuità, che una certa vocazione al sarcasmo potrebbe anche presentare come analfabetismo economico o sprovveduta spinta utopistica. Non andrebbe però dimenticata o sottovalutata, dai duri realisti odierni che non perdono occasione per incensare il mercato (che non è più solo italiano - avvertono - ma è anzi europeo, anzi mondiale), la funzione sociale dell'utopia.
Non c'è solo lo Stato. Quando si dice "pubblico", nella pubblicistica politica italiana e, cosa più grave, nella mentalità media dei politici, si pensa unicamente allo Stato. Pubblico non significa solo statuale, secondo una impostazione essenzialmente statolatrica, che purtroppo non è stata prerogativa solo della destra politica fascista, ma per anni ha anche permeato e seriamente compromesso le prospettive della sinistra innovatrice. Pubblico significa statuale, ma anche, e forse in primo luogo, sociale. La società civile è più ampia dello Stato; non può accettare di venirne tutta assorbita senza correre il rischio di negarsi. Lo Stato, ad ogni buon conto, con riguardo ai diritti sociali, si è mosso in Italia secondo due modalità di intervento largamente insufficienti: da una parte, trasferimenti monetari e, dall'altra, istituzione di servizi sociali erogatori di prestazioni dirette.
Entrambe le modalità di intervento, non solo in Italia, sono approdate ad esiti per certi aspetti negativi. I trasferimenti monetari non garantiscono livelli minimi di sussistenza, tali almeno da far uscire dalle situazioni di povertà e di indigenza cronica - si vedano in proposito le risultanze della Commissione Gorrieri - né fungono da volano per l'economia con l'aumento dei consumi interni, se non marginalmente e per prodotti di uso comune. I servizi sociali, d'altro canto, non sembrano in grado di trarsi fuori dalla spersonalizzante spirale burocratica, autentica maledizione italiana che frustra nel momento dell'implementazione anche le leggi socialmente più avanzate, con incredibili inefficienze, costi e sprechi incalcolabili, insoddisfazione ai limiti del tollerabile da parte dei cittadini-utenti. La visione generosa di Claudio Napoleoni che scorgeva il loro trasformarsi in relazione comunicativa umana, pensando al rapporto tra operatore sociale e utente, in una vena forse non immemore dell'apporto di Lord Beveridge, resta a tutt'oggi un prologo in cielo, se non un'illusione finanziariamente insostenibile.
Il debito pubblico è dunque destinato a crescere. D'altro canto, la classe politica non può permettersi interventi drastici, teme l'impopolarità. I "mercati", intanto, speculano sulla paralisi; gli interessi sul debito crescono rapidamente, salgono e scendono, ma soprattutto salgono (dall'1,9% ad agosto al 7,3% a novembre 2011). I politici lasciano il posto e passano le leve di comando ai tecnici; almeno loro non hanno da temere le elezioni. Se necessario, sono nominati senatori a vita. Trionfano, nelle loro ovattate stanze, i potentati finanziari, rigorosamente anonimi, ancora giuridicamente "domicili privati", a vergogna dei giuristi, anche quando le loro inappellabili decisioni incidono sulle condizioni di vita di intere popolazioni. Sono il deus absconditus che comanda a quelli che comandano. Come accadeva in Inghilterra nel Medioevo, quando il boia veniva dalla città vicina, la crisi sociale potrà contare sui suoi anonimi, asettici, ma efficienti macellai sublimati.

giovedì 17 novembre 2011

16 novembre 2011


Stefano Deliperi

manifestosardo.org


La vicenda del progetto di gasdotto Algeria – Sardegna – Toscana proposto da Galsi s.p.a. rappresenta proprio un caso emblematico di come le cose nascano e siano gestite in Sardegna. A cavolo. O a membro di segugio, come preferite.

C’è una società di infrastrutture (Galsi s.p.a.) direttamente o indirettamente riconducibile a Stati e regioni europei (Italia, Regione autonoma della Sardegna) o magrebini (Algeria) che intende realizzare un’infrastruttura energetica definita “strategica” dall’Unione Europea. L’obiettivo è portare miliardi di metri cubi di gas naturale dai giacimenti algerini alla rete europea. La Sardegna, poi, è l’unica regione italiana non servita da una rete di distribuzione di gas naturale. Senza dimenticare che, in un’ottica di medio periodo, il gas naturale può essere una fonte energetica di transizione dalle fonti fossili “tradizionali” (olio pesante) e finto-alternative (es. Targas) verso le fonti energetiche rinnovabili.

A questo punto, essendo fondamentale sul piano economico il passaggio sulla terraferma sarda, la Regione autonoma della Sardegna, azionista di Galsi s.p.a. attraverso la società finanziaria Sfirs s.p.a. (detiene l’11,6% del capitale sociale), avrebbe dovuto giocare il suo ruolo da protagonista, dettando condizioni temporali e infrastrutturali irrinunciabili per la realizzazione dell’opera in progetto.

In parole povere, il tracciato, i tempi di realizzazione e le opere di connessione alle aree industriali e urbane le avrebbe dovute decidere la Regione autonoma della Sardegna, attraverso il coinvolgimento delle comunità locali e i soggetti sociali interessati (imprenditori, agricoltori, associazioni ecologiste, ecc.).

Le varie Amministrazioni regionali che si sono succedute dalla proposta dell’opera (Pili, Masala, Soru, Cappellacci) non hanno fatto niente di tutto questo, non hanno fatto praticamente nulla per minimizzare l’impatto ambientale e per massimizzare l’utilità dell’opera per l’Isola.

Il tracciato l’ha progettato Galsi s.p.a. e le uniche variazioni sono state quelle imposte dal provvedimento conclusivo del procedimento di valutazione di impatto ambientale – V.I.A., il decreto DVA DEC – 2011 n. 64 del 24 febbraio 2011, con gli allegati (parere della Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale V.I.A. e V.A.S. CTVA – 2011 n. 174 del 25 gennaio 2011; parere del Ministero dei beni e attività culturali – Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee n. 25241 del 25 agosto 2010; parere Regione autonoma della Sardegna – Assessore della difesa dell’ambiente n. 28308 del 17 dicembre 2010). Risultato ottenuto soprattutto grazie alla battaglia disperata di associazioni ecologiste come Gruppo d’Intervento Giuridico, Amici della Terra e Lega per l’Abolizione della Caccia e appassionati disinteressati come l’ornitologo Giuseppe Floris e la biologa marina Paola Turella.

Per anni l’interesse mostrato da amministrazioni locali e popolazioni interessate è stato piuttosto scarso fino a queste ultime settimane, quando in modo caotico e poco ragionato le tifoserie del “si”, del “no”, del “nì” e del “boh” si sono improvvisamente destate. Le associazioni ecologiste Gruppo d’Intervento Giuridico, Amici della Terra e Lega per l’Abolizione della Caccia avevano in proposito presentato uno specifico atto di “osservazioni” (20 febbraio 2010) indicando varie modifiche del tracciato per la salvaguardia di aree di rilevante interesse ambientale e naturalistico, nonché attività economiche e sviluppando sinergie con il solo Comune di S. Antioco, comitati, semplici cittadini, pur essendovi stati anche incontri pubblici di sensibilizzazione a S. Antioco e Portoscuso (a fine gennaio 2010 e a fine febbraio 2010).

Ma dove passa il tracciato del gasdotto Galsi? Interessa la prateria di posidonia del Golfo di Palmas, vero e proprio polmone d’ossigeno per il mare e la pesca locale, le zone umide litoranee del basso Sulcis, i vigneti del Carignano (Sulcis) e del Vermentino (Gallura), zone agricole del Campidano e dell’Arborea, numerosi siti di importanza comunitaria, allevamenti di cavalli (Gallura), boschi (in varie parti della Sardegna), zone turistiche (Olbia). Eppure le proposte alternative non sono mancate. Il tracciato dovrebbe esser diverso – con l’approdo nella zona industriale di Portovesme (e non nel Golfo di Palmas), lungo aree già pubbliche del tracciato dismesso delle Ferrovie Meridionali Sarde, lungo i tratti dismessi e le fasce di rispetto della S. S. n. 131 e di altra viabilità pubblica – come abbiamo formalmente chiesto nell’atto di intervento del procedimento di V.I.A. – e l’impatto ambientale e socio-economico sarebbe infinitamente minore. Inoltre, come abbiamo analogamente formalmente richiesto, dovrebbero esser previsti e finanziati i collegamenti e le connessioni con le reti di distribuzione delle aree urbane e industriali sarde (es. con i fondi comunitari 2007-2013). Altrimenti, ci dovremo tenere chissà fin quando impianti inquinanti e depredatori di soldi pubblici come il Targas (gruppo Saras s.p.a.) e quelli di Portovesme e Porto Torres.

Perché di questo non parlano l’on. Mauro Pili, il Presidente della Provincia di Carbonia-Iglesias Tore Cherchi e tutti gli altri sfegatati tifosi del gasdotto? Dove stanno i progetti e – soprattutto – i soldi per le connessioni con le aree urbane e industriali?

Ora siamo agli ultimi atti della lunga procedura: il 25 luglio 2011 sul quotidiano La Nuova Sardegna è stato pubblicato l’avviso + elenco particelle catastali e proprietari di avvio del procedimento di esproprio (art. 52 ter del D.P.R. n. 327/2001 e s.m.i.) delle aree interessate dal tracciato in Sardegna e a Piombino, in Toscana. Inoltre, il Ministero dell’ambiente, pur imponendo solo minime modifiche di tracciato (soprattutto nella parte a mare: la prateria di Posidonia oceanica interessata è di 78.700 mq. rispetto ai 175.800 della versione progettuale Galsi, con una riduzione di circa 97.000 mq.), ha disposto ben 112 prescrizioni vincolanti (65 da parte del Ministero dell’ambiente, 17 da parte del Ministero per i beni e attività culturali, 30 da parte della Regione autonoma della Sardegna) e rimane necessario il parere della Commissione europea (art. 5, comma 10°, del D.P.R. n. 357/1997 e s.m.i.), nonostante le modifiche di tracciato imposte, in quanto “comunque persista un’incidenza negativa sull’habitat tutelato ai sensi della Direttiva europea 92/43 Habitat e dei D.P.R. n. 357/1997 e 120/2003”.

Rimangono inoltre da acquisire i pareri sul vincolo idrogeologico (regio decreto n. 3267/1923 e s.m.i.) da parte dei competenti Ispettorati del Corpo forestale e di vigilanza ambientale, l’autorizzazione integrata ambientale–A.I.A. sulla centrale di compressione di Olbia, l’approvazione del piano di caratterizzazione per l’attraversamento di aree minerarie dismesse, eventuali ulteriori prescrizioni da parte della Direzione generale protezione della natura del Ministero dell’ambiente per l’attraversamento del “Santuario dei Cetacei”, il parere sull’immersione in mare dei materiali di escavo marino (art. 109 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.).

Allo stato attuale, senza alcuna distribuzione locale immediata del metano, il gasdotto Galsi s.p.a. è solo portatore di danni ambientali e socio-economici, ma di nessun beneficio per la Sardegna. L’ennesima speculazione, grazie all’insipienza della Regione autonoma della Sardegna e della sua classe politica, buona solo a parlare per slogan.


mercoledì 16 novembre 2011

Migliaia di persone manifestano a Francoforte e Berlino


tagesschau.de

Tradotto da Alba Canelli

A Berlino e Francoforte migliaia di persone sono tornate a scendere in piazza per protestare contro il potere delle banche. Secondo gli organizzatori, circa 8000 persone nella capitale federale hanno formato una catena umana intorno al Reichstag ed altri edifici nella zona del Parlamento.

La protesta è stata convocata da una coalizione di critici della globalizzazione intorno alla rete Attac e Campact. Sotto lo slogan "Die Banken in Schranke" ("mettiamo dei limiti alle banche"), la manifestazione chideva che fossero tratte delle conclusioni dalla crisi finanziaria che ha colpito l'Europa, e che s'intraprendano azioni decisive.

I partecipanti cantavano "Basta con il potere di banche e grandi aziende" o "Nessun potere alle banche". La polizia ha mobilitato 400 agenti e ha riferito che non ci sono stati incidenti.

Catena umana intorno al Reichstag nella zona del governo di Berlino

"Siamo il 99 per cento"

A Francoforte si sono radunate 9.000 persone (secondo la polizia) contro la gestione della crisi. Hanno formato una catena umana intorno al qualtiere finanziario della città. "Siamo il 99 per cento", si legge su alcuni cartelli in riferimento alla disuguale distribuzione della ricchezza. In altri si poteva leggere "Banken in die Schranken" ("Mettiamo dei limiti alle banche"). "Sempre più persone sono stanche del fatto che i mercati finanziari controllano la politica e che consentono alle grandi banche di ricattare intere società", dice Max Banca di Attac.

I manifestanti sostengono di Francoforte per frenare l'ingerenza delle banche nella politica

Per richiamare l'attenzione sulla loro protesta, giovedi gli attivisti hanno dispiegato da un grande ponte uno striscione lungo tredici metri con lo slogan "Banken in die Schranke". I manifestanti chiedevano il controllo democratico delle grandi banche e il divieto di operazioni finanziarie a rischio.

I movimenti anti-globalizzazione si sono mobilitati per settimane in tutto il mondo contro la gestione della crisi. In Germania, i punti più caldi si trovano a Berlino e Francoforte, dove si sono formati accampamenti in strada sul modello del movimento newyorkese "Occupy Wall Street".

Per concessione di TLAXCALA
Fonte: http://www.tagesschau.de/inland/demoskapitalismuskritiker100.html
Data dell'articolo originale: 12/11/2011
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6228



Isaac Rosa

Tradotto da Alba Canelli

L'ultimo grido in tema di governi in Europa, una tendenza di cui alcuni stanno cercando di lanciare la moda, è la tecnocrazia: il governo di esperti. Di esperti economisti, naturalmente, e di una garantita ortodossia. Di fronte all'incertezza dei politici, alla mercé dell'opinione pubblica, non c'è niente di meglio della sicurezza che da un esperto, addestrato nelle migliori scuole di business.

Finora hanno cercato di lanciare questa moda in Grecia e in Italia. Nel primo paese, hanno spinto fino all'ultimo minuto per piazzare l'omologo greco del nostro Miguel Angel Fernandez Ordonez*, Lucas Papademos, economista, ex governatore della banca centrale greca ed ex consigliere della BCE. Alla fine non ha funzionato, era troppo mettere un banchiere sulla poltrona, con la febbre che sale nella strada, ma ci hanno provato, e il suo nome è rimasto in riserva per la mossa successiva. [L'articolo è stato scritto qualche ora prima l'annuncio della nomina di Papademos come Primo Ministro, Nota di Tlaxcala].
In Italia, mentre Berlusconi agonizza, si vagliano diverse opzioni, tra cui quella tecnocratica, rappresentata da Mario Monti, ex commissario europeo, formato come Papademos negli Stati Uniti, e direttore europeo della Commissione Trilaterale, di cui è membro anche il greco. Monti sarebbe in realtà stato raccomandato da Mario Draghi, presidente della BCE, ex governatore della Banca d'Italia ed ex vice presidente di Goldman Sachs (l'influente gruppo di investimento, di cui è consulente lo stesso Monti).

Logo della Commissione Trilaterale

Perché qui, dove le mode arrivano in ritardo per ora non abbiamo bisogno di un esecutivo tecnocratico in quanto Rajoy** obbedirà agli ordini. Ma, se necessario, propongo il nostro Fernández Ordóñez.
Poco a poco il cerchio si chiude, e con banchieri ed economisti tecnocratici che elaborano i decreti arriveremo ad una situazione in cui gli stessi che ci hanno portato alla crisi saranno incaricati di governarci. Sì, lo so che in pratica sono quelli che tirano le corde, ma finora è stato diverso: una cosa è governare, e un altro è avere il potere, e abbiamo accettato che i politici governano, mentre i banchieri avevano il potere. Che questi finiscano per avere tutto, il potere e il governo, sarebbe stato poco presentabile, naturalmente. Ma io mi aspetto di tutto d'ora in avanti.
Note di Tlaxcala
* Governatore della Banca di Spagna. "Socialista", naturalmente
** Presidente del Partito Popolare ("democristiano"), che dovrebbe vincere le prossime elezioni anticipate del 20 novembre.

Per concessione di Tlaxcala
Fonte: http://blogs.publico.es/trabajarcansa/2011/11/10/que-gobiernen-los-banqueros/
Data dell'articolo originale: 10/11/2011
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6223

martedì 15 novembre 2011

jumpinshark

Disoccupati disperati: aumentano i suicidi e le morti in carcere


L'associazione Ristretti Orizzonti riporta i seguenti valori per suicidi e morti in carcere nel periodo 2000-2011 (dati per quest'ultimo anno aggiornati al 14 Novembre):

Anni
Suicidi
Totale morti
2000
61
165
2001
69
177
2002
52
160
2003
56
157
2004
52
156
2005
57
172
2006
50
134
2007
45
123
2008
46
142
2009
72
177
2010
66
184
2011
58
165
Totale
684
1.912

La media sul decennio 2000-10 è di quasi 57 suicidi e 159 morti all'anno, numeri che gli undici mesi e mezzo del 2011 hanno già superato. Circa un decesso su 3 è per suicidio. Da minime mie elaborazioni su foglio dati Detenuti morti dal 2002 al 2011 rilevo che l'età media dei deceduti, per il periodo indicato è di 39 anni, e si abbassa a 37 e mezzo per i suicidi. Una mappa dei suicidi dal 2002 ai primi mesi del 2011 mostra inoltre come siano distribuiti su tutto il territorio nazionale.
In aggiunta a questa documentazione, l'associazione Antigone rende disponibile un rapporto Rapporto Online sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane non ugualmente aggiornato per tutti gli istituti e purtroppo offerto in un formato scomodissimo che illustra nel dettaglio i problemi cronici del nostro sistema carcerario, a cominciare dal "sovraffollamento" (espressione neutralizzante che ormai si è imposta come dato di natura). Ad es. cito il bilancio di una recente visita al carcere di Genova Marassi:
"È il carcere più grande della Liguria, con una capienza di 450 posti, affetto da un endemico sovraffollamento (attorno agli 800 detenuti, nella maggior parte stranieri e metà in attesa di giudizio) e una carenza di personale pari al 30% dell’effettivo in organico. È un vecchio carcere a struttura a “panopticon”, con celle affollate e abbastanza buie, non molti spazi comuni e poche attività lavorative, ulteriormente diminuite a causa dei drastici tagli subiti dal bilancio destinato alle carceri.
EVENTI CRITICI
Negli ultimi 3 anni, si sono verificati:
- un suicidio di un nuovo giunto
- vari tentativi di suicidio per impiccagione, sventati
- frequenti casi di autolesionismo
- 2 evasioni durante permessi premio
- scioperi della fame: circa 2 – 3 al giorno, della durata anche di 20 – 30 giorni
- attualmente, la sera, i detenuti attuano lo “sgavettamento” (battono le sbarre delle finestre con utensili di alluminio) per appoggiare il movimento che sta richiedendo una amnistia per alleviare la situazione di sovraffollamento nelle carceri."
Dal foglio dati prima citato rilevo che a Marassi dal 2002 ad oggi i suicidi sono stati 8, le morti per malattia 2, quelle "da accertare" (etichetta che, ovviamente, non è neutra per nulla) 4. Dal 12 Dicembre 2010 al 20 Ottobre 2011 a Genova vi è stato un suicidio a Marassi (non ancora avvenuto alla data della visita di cui sopra), uno ai domiciliari, uno alla casa circondariale di Pontedecimo ("unico carcere femminile di tutta la Liguria, ma ospita anche detenuti maschi, grosso modo nella stessa proporzione", così su Antigone) e uno in una non meglio specificata casa circondariale di "Genova".
Sempre per rimanere in Liguria, l'Osservatorio Antigone pare aver visitato recentemente (non posso fornire data precisa, ma vedo che è nell'elenco di ultime visite) la casa circondariale di Sanremo, riguardo alla quale scrive:
È il carcere più vicino alla frontiera con la Francia. Inaugurato il 9 novembre 1996, dopo più di 10 anni di lavori di costruzione, è il carcere più capiente della Liguria, dopo Marassi, ed è stato considerato un carcere modello. Attualmente il sovraffollamento crea mancanza di disponibilità dei kit ministeriali per i detenuti (lenzuola, coperte, materiali igienici, ecc.).
Al momento della visita i detenuti erano poco più di 300, contro una capienza regolamentare di 209 posti.
EVENTI CRITICI
Non vengono segnalati particolari eventi critici da parte del personale intervistato. Si sono verificati qualche sciopero della fame, tentativi di suicidio e autolesionismo definiti dal personale “a scopo dimostrativo”. Ma sia l’autolesionismo che la violenza è diminuita da quando il Direttore ha proibito il vino.
Dal foglio dati rilevo però che la dichiarazione sopra è piuttosto "ottimista". A Sanremo vi è stata una morte da accertare il 26/12/2010 e una il 14/02/2011 (oltre a un suicidio nel 2002, una morte per malattia a fine 2008 e un'altra a metà 2010).
La morte di Santo Stefano dello scorso anno aveva fatto un po' di rumore, in quanto caso "mediaticamente appetibile". Si era infatti subito appreso che il defunto Ferdinando Paniccia era:
  • Invalido al 100%, affetto da ritardo mentale, epilettico e semiparalizzato, 186kg di peso, morto nella cella del carcere di Sanremo dove era detenuto.
  • Detenuto per reati di droga. Fine pena previsto: 31 Dicembre 2011.
  • Entrato in carcere per la prima volta a 19 anni, per il furto di 3 palloni di cuoio in una palestra; da allora era stato più volte arrestato per piccoli reati "di cui, probabilmente - secondo l'associazione Ristretti Orizzonti - non era nemmeno consapevole, poiché la sua capacità di comprensione era quella di un bambino di tre anni". Già all'epoca del suo primo arresto era completamente invalido, incapace di muovere le mani, di parlare correttamente e di controllare gli stimoli fisiologici, necessitando di assistenza continua da parte dell'ASL.
Paniccia era uno dei 500 disabili gravi nelle carceri italiane. Inoltre voglio specificare che la morte di malattia di metà 2010 sopra ricordata è presumibilmente dovuta a una caduta dal terzo livello del letto a castello. Riguardo al carcere di Sanremo, Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto e commissario straordinario per la Liguria del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, dichiarava a fine Dicembre 2010: "A Sanremo mancano ben 85 agenti di Polizia Penitenziaria mentre i detenuti sono costantemente oltre la capienza regolamentare: 370/380 i presenti (il 60% dei quali stranieri) a fronte di 209 posti letto." Incrociando i dati di Martinelli e Antigone vediamo che detenuti sono tra il 50% e il 75% in più di quelli previsti.
Se ci spostiamo di qualche chilometro e andiamo a Imperia (di nuovo visitato recentemente da Antigone) troviamo "un piccolo carcere normalmente sovraffollato e con scarsità di personale. In anni recenti si è caratterizzato per alcune evasioni e tentativi di suicidio (una ventina). Due suicidi si sono verificati negli ultimi due anni (2008 e 2009). Molti immigrati arrestati per reati connessi con l’emigrazione clandestina e in transito verso la Francia." I dati di Ristretti Orizzonti sono in parziale disaccordo, indicando un suicidio nel 2006, un altro nel 2009 e una morte da accertare nel 2008, e confermano però un quadro terribile.
E intanto, nel "pre-carcere", siamo al solito morto che c'è scappato con Cristian De Cupis, 36 anni (come vedete anche lui in media con l'età), che ai medici del Pronto Soccorso dell'Ospedale Santo Spirito di Roma ha dichiarato: "Mi hanno pestato mentre mi arrestavano: sono stati i poliziotti alla stazione Termini..." (Corriere). E mentre il garante dei detenuti del Lazio avanza l'ipotesi di un "nuovo caso Cucchi", i lettori dei grandi quotidiani si chiedono preoccupati: "ma di nuovo? se ne era appena usciti!", e dopo aver letto pure dell'ennesima morte in carcere o suicidio, stufi di tanta demagogia chiedono l'ennesimo bel servizio su Breivik nel fantomatico "carcere hotel superlusso a 5 stelle con sauna" norvegese, grazie al quale tirare su il morale e scatenare la cattiva coscienza...
Come se infine una civiltà non si giudicasse dal modo in cui tratta coloro che sono sottoposti al suo controllo e privati di libertà.
Come se noi non sapessimo queste cose da più di 200 anni, dai tempi del nostro illuminismo.
Come se non fosse vero quello che scriveva ieri lo sconsolato Mazzetta: "Altri due suicidi in carcere, si continuerà così perché è una crisi che non interessa a nessuno"

Carmelo, anni 19. Morto di galera
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