mercoledì 29 febbraio 2012


Manlio Dinucci

U-28.jpg


Un aereo militare Usa è precipitato a Gibuti: lo annuncia l’Africom, il Comando Africa degli Stati uniti, precisando che l’incidente è avvenuto durante un «volo di routine». 



Resta da vedere che cosa si intende per «routine». L’aereo era un U-28, un turboelica di fabbricazione svizzera, usato dalle forze speciali: dotato dei più avanzati sistemi elettronici, capace di decollare e atterrare su piste erbose o in terra battuta, è particolarmente adatto alle missioni segrete. 

A bordo di quello precipitato, c’erano tre ufficiali della Squadra delle operazioni speciali di Hurlburt (Florida) e uno della 25a Squadra di intelligence. Operavano da Camp Lemonnier, la principale base militare dell’Africom sul continente, sede della Task force congiunta del Corno d’Africa. 

Situata a Gibuti, in una posizione geostrategica di primaria importanza sullo stretto di Bab el Mandeb, dove la costa africana dista una trentina di chilometri da quella della penisola arabica, passaggio obbligato di una delle più importanti vie marittime, in particolare per le petroliere che transitano attraverso il Mar Rosso. La Task force di stanza a Gibuti dispone di circa 3.500 specialisti delle forze speciali e dei servizi segreti, compresi contractor di compagnie militari private, assistiti per i servizi logistici da circa 1.200 impiegati sia gibutini che di altri paesi. 

Suo compito ufficiale è «contribuire alla sicurezza e stabilità» in una vasta «area operativa», comprendente dieci paesi africani – tra cui Somalia, Etiopia, Eritrea, Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi – e in un’«area d’interesse» di cui fanno parte altri paesi africani (tra cui Madagascar, Mozambico, Ciad, Egitto, Sudan, Congo) e anche lo Yemen nonostante sia nella penisola arabica. 

Come lo faccia non si sa, dato che le sue operazioni sono coperte da segreto militare, ma se ne vedono i risultati. Sempre più frequenti sono le incursioni soprattutto in Somalia e nello Yemen, effettuate anche con i droni armati Predator, che la Cia ha dislocato a Camp Lemonnier. Altro importante compito della Task Force è l’addestramento di truppe africane, che vengono impiegate  nelle operazioni dell’Africom. 

In tale quadro, con un finanziamento di 7 milioni di dollari, è stato formato e armato un nuovo battaglione motorizzato gibutino, comprendente 850 soldati, da impiegare in Somalia. Qui, sempre sotto la regia dell’Africom che ha finanziato l’operazione con oltre 50 milioni di dollari, hanno inviato migliaia di soldati anche Etiopia, Kenya, Uganda e Burundi. Ufficialmente per combattere, su richiesta del «governo» somalo, il gruppo islamico al-Shabab, che si dice legato ad Al Qaeda (il mitico mostro tentacolare, descritto ancora come estremamente pericoloso nonostante sia stato decapitato con l’eliminazione di Bin Laden). 

In tal modo la Task force del Corno d’Africa contribuisce a «scoraggiare i conflitti e proteggere gli interessi statunitensi». E, a riprova degli alti fini della sua missione, annuncia che quest’anno la base di Lemonnier sarà dotata delle più avanzate tecnologie «amiche dell’ambiente». «Risparmiare energia sul campo di battaglia – assicura il segretario alla difesa Leon Panetta – significa risparmiare denaro e vite umane».

 is a frequent contributor to Global Research.  

martedì 28 febbraio 2012


di  Vassilis Nikolakopoulos
Diario dalla Grecia - 2


Difficoltà, posti di lavoro persi ed attacchi quotidiani alla vita di tutti i cittadini greci mediante i continui tagli che sono stati e continuano ad essere effettuati dai Governi, con la sinergia dell'UE, FMI e la BCE arrivano e si riflettono presso le fasce sociali più deboli ma soprattutto presso i bambini.. Icona di tutto ciò è questo componimento di un alunno di scuola primaria sulla democrazia in Grecia oggi, assegnatogli in classe da una mia amica insegnante. Mi sono limitato a tradurre il più fedelmente possibile tale componimento, senza stravolgere le parole ma soprattutto lo spirito di questo bambino di circa dieci anni.
Penso e scrivo: «La Democrazia nella Grecia oggi»
Scritto dallo studente della sesta elementare Petros Sal....
La Democrazia è nata per prima volta, migliaia di anni fa in Grecia e dopo si è diffusa in tutto il mondo molto velocemente, sebbene la mancanza di internet. La democrazia è il più importante dei regimi, è una cosa molto buona.
Se non ci fosse stata, l'avremmo sospesa come i termometri con il mercurio.
Democrazia in Grecia oggi significa che puoi dire liberamente la tua opinione, basta che è d'accordo con te Pretederis e la Tremi ed anche Protosaltis (annunciatori e commentatori televisivi). Democrazia è anche, che puoi manifestare liberamente per ogni cosa che vuoi.
Esistono migliaia di manifestazioni per andare ogni tanto. Vorrei anch'io andare in una manifestazione dove si dice che possiamo mangiare liberamente suvlakia, cheeseburger e altri cibi di merda ogni giorno e non 1 volta al mese, ma non si è fatta ancora una manifestazione così.
In queste (manifestazioni) che realizzano oggi i grandi, manifestano per la stessa cosa, ma separati.
Se si troveranno tutti coloro che scendono nelle strade insieme, può essere che litigheranno e cominceranno a darsi i cazzotti.
Nelle manifestazioni te la passi bene, è un' avventura pura, basta che porti la maschera, occhiali e resisti alle botte.
I grandi che vanno a queste manifestazioni, fanno bene a comprare gli occhiali, perché l'ultima volta che ci è andato il mio papà, mi ha preso gli occhiali della piscina, per non sentire il bruciore negli occhi e me li ha perduti. Io mi sono arrabbiato e dopo...ha litigato con la mamma, che gli diceva che è un incapace e che se fosse stato degno "avrebbe mangiato" anche lui un po' di soldi da quelli che avevano mangiato gli altri e ora non avrebbe bisogno di correre alle manifestazioni e di prendere botte...un uomo di 40 anni, ma non ho capito molto bene che cosa volesse dire.
Nella Democrazia voti chi vuoi far diventare parlamentare e dopo se non ti piace puoi anche insultarlo, puoi fargli i gestacci o buttargli le uova liberamente. Ma, lui anche se sente molti insulti non lo sposta nessuno dal suo posto...non capisce Cristo ( non capisce niente).
I diversi parlamentari dentro il Parlamento gridano, litigano, fanno i nemici e
le persone rimproverate certe volte si insultano l'uno con l'altro. Per esempio uno ha chiamato gli altri asini, poco tempo fa e dopo loro lo hanno fatto Ministro.
Quindi nella Democrazia puoi insultare liberamente se sei grande. Se invece sei piccolo, la maestra ti può dare la punizione perché hai chiamato Teodoro stronzo.
Oggi in Grecia abbiamo Democrazia..che è buona. L'opposto della Democrazia è la Junta (Dittatura) che è brutta. È quella che aveva papà quando era piccolo. Nella dittatura non fanno elezioni e non chiudono le scuole 4 giorni.
Neanche adesso facciamo elezioni perché sarebbe una catastrofe per il Paese, dicono tutti nelle televisioni, che non vogliono che perdiamo le lezioni altrimenti rimaniamo ignoranti.
Oggi abbiamo per primo ministro un signore molto buono Papadimos, che piace molto alla nonna perché è serio, bello, fa i discorsi senza guardare le carte come faceva il precedente, è venuto anche dall' estero.
La nonna ha l'Alzheimer crede che lui (Papadimos) è il re e si meraviglia perché non mette l'uniforme. Il re non l'aveva votato nessuno per governarci, ma neanche questo non l'ha votato nessuno, per questo la nonna si confonde.
Democrazia è anche fare quello che dicono i molti. Nella mia scuola non abbiamo democrazia, perché siamo 25 bambini in classe, facciamo sempre quello che vuole la nostra maestra.
A casa nostra pure abbiamo democrazia. Facciamo sempre quello che vogliamo: mio fratello, la mia mamma e io.
Siamo di più del mio papà. Siamo il popolo. E il papà è un buon governatore che ci ascolta.
Anche in Grecia abbiamo democrazia e in casa abbiamo democrazia e saremmo stati tutti felici se oltre alla democrazia, il mio papà avesse avuto anche lavoro.




lunedì 27 febbraio 2012



Comitato Gettiamo le Basi SARDINYA




Il prezzo del servaggio militare: da 0,08 centesimi a 7,14 euro al mese a ettaro
Come trasformare i centesimi in milioni e rendere felici sindaci e Governatore

Il ministro della Difesa, dopo i tradizionali infiniti solleciti, promette di ottemperare alle leggi e pagare i 12,7 milioni di indennizzi arretrati dovuti alla Sardegna per il danno causato alla collettività dall’occupazione militare. Governatore e sindaci esultanti ringraziano.

Si esulta molto meno se si valuta la montagna di milioni con i normali criteri di calcolo e le comuni misure di riferimento, cioè il valore mensile di un ettaro o kmq. Bastano due calcoli da prima elementare per smascherare il meccanismo truffaldino di trasformazione dei centesimi di euro in milioni.

I complessivi 15,1 milioni di indennizzi sono riferiti a cinque anni, attengono 24.000 ettari di demanio (il 91%  è adibito a poligono) e circa 11.000 hm gravati da servitù. A questi andrebbero sommate le sterminate zone classificate "Interdette o Pericolose per la navigazione aerea e marittima", solo uno dei 4 tratti di mare annesso al poligono Salto di Quirra con i suoi 2.840.000 hm supera la superficie della Sardegna. Per semplificare arrotondiamo, con forte ribasso, a 3.000.000 hm di mare e terra. Risulta che il prezzo del servaggio militare si aggira su 0,083 centesimi di euro al mese ad ettaro. Se invece si considera solo la terra si arriva alla “vertiginosa” somma di € 7,14 mese-ettaro.

 Gli indennizzi, ovvero il “contributo dovuto ai Comuni nei quali le esigenze militari incidono sull’uso del territorio e sui programmi di sviluppo economico e sociale” discende dal riconoscimento (sancito dalle leggi 898/1976, 104/1990) che demanio e servitù militari causano a tutta la collettività “oberata” un danno economico e sociale (negli anni 1976-90 mancava ancora la coscienza del danno ambientale e il danno sanitario non era ancora emerso). Però, il mare e il cielo annessi ai poligoni non sono classificati né demanio né servitù, quindi non rientrano nel computo. Le varie Giunte regionali e i tanti parlamentari sardi non si sono mai accorti della pesante ipoteca “sui programmi di sviluppo economico e sociale” posta dall’asservimento militare del cielo e del mare della Sardegna.

Dicono che il criterio di erogazione degli indennizzi non è quello mese-ettaro o chilometro (infatti con questo unico criteri si riscontra una disparità di trattamento, seppure lieve, tra i Comuni). Questo non inficia lo scandalo della somma vergognosamente irrisoria, del ricorso spudorato a trucchetti linguistici e contabili di bassa lega, a ritardi nei ritardi di pagamenti arretrati per trasformare i centesimi in milioni di euro.
In cambio di 0,08 centesimi spacciati come "pioggia di milioni" i sardi ben possono gioire, chiudere di nuovo gli occhi e rimuovere i sospetti/certezze sui veleni di guerra, lo scempio ambientale, la catena infinita di leucemie e alterazioni genetiche di bambini e animali. In barba alle leggi la fanfara può riprendere la solita vecchia solfa: “I poligoni danno occupazione e benessere”.





Si trasmette in allegato la lettera inviata alla stampa sarda relativa al Salto di Quirra.
                                     x il Coordinamento
                                                Paolo Pisu

domenica 26 febbraio 2012





Various Authors - Verschiedene Autoren - AA.VV. - Auteurs divers -Από διάφορους συντάκτες - Olika skribenter-مؤلفون مختلفين 




Nel momento in cui un giovane greco su due è disoccupato, 25.000 persone senza tetto vagano per le strade di Atene, il 30 per cento della popolazione è ormai sotto la soglia della povertà, migliaia di famiglie sono costrette a dare in affidamento i bambini perché non crepino di fame e di freddo e i nuovi poveri e i rifugiati si contendono l’immondizia nelle discariche pubbliche, i "salvatori" della Grecia, col pretesto che i Greci "non fanno abbastanza sforzi", impongono un nuovo piano di aiuti che raddoppia la dose letale già somministrata. Un piano che abolisce il diritto del lavoro e riduce i poveri alla miseria estrema, facendo contemporaneamente scomparire dal quadro le classi medie.


L’obiettivo non è il "salvataggio"della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l’Europa. Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un’eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione.

 

Salvati...”, di Dave BrownThe Independent
Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i "rappresentanti del popolo" dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto, un potere privo di legittimità democratica avrà ipotecato l’avvenire del Paese per 30 o 40 anni.
Parallelamente, l’Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà direttamente versato l’aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito. Le entrate del Paese dovranno essere "in priorità assoluta" devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli di proprietà dei beni pubblici.. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato, caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione istituzionale.
Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà.
Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C’è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio - ogni volta presentati come ‘ultimi’- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto "austerità o catastrofe". L’aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un’arma per prendere d’assalto una società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra di classe contro un’intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al ‘nemico’ sono le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev’essere più preservata.
E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d’entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello destinato all’Europa intera e anche oltre. E’ questa la vera questione in gioco. Ed è per questo che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco ci sono l’avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo.
Dappertutto la "necessità imperiosa" di un’austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto. Di fronte a questo attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il monopolio della parola agli esperti e ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? E’ possibile non alzare la voce contro l’assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di fronte all’instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l’idea stessa di solidarietà sociale?
Siamo a un punto di non ritorno. E’ urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. E’ urgente decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene più che urgente demistificare l’insistenza razzista sulla "specificità greca" che pretende di fare del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa prima di una crisi in realtà mondiale. Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o immaginari, ma il comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri.
Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall’alternativa "o la distruzione della società o il fallimento" (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia la distruzione sia il fallimento). Tutte vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un’altra Europa. Prima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella quale si trova il popolo greco a causa dei "piani d’aiuto" concepiti dagli speculatori e i creditori a proprio vantaggio. Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia? Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando?
Vicky Skoumbi, redattrice della rivista Aletheia, Atene, Dimitris Vergetis, direttore di Aletheia, Michel Surya, direttore della rivista Lignes, Parigi.
Prime adesioni: Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar, Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel, Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, Pierre-Philippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste, Michèle Sinapi, Enzo Traverso

Per firmare e vedere la lista completa dei firmatari, cliccare qui

Per concessione di Repubblica
Fonte: http://www.editions-lignes.com/sauvons-le-peuple-grec-de-ses.html

sabato 25 febbraio 2012





James Petras 
Tradotto da  Curzio Bettio



Introduzione. Dal “Financial Times” fino all’estrema sinistra, sono state versate tonnellate di inchiostro nello scrivere sulle possibili varianti delle “crisi del capitalismo globale”.
Mentre gli scrittori si differenziano sulle cause, le conseguenze e le cure, coerentemente con le loro visioni ideologiche, esiste un comune accordo, che “le crisi” minacciano di porre fine al sistema capitalistico come noi lo conosciamo.



 


Non vi è dubbio che, tra il 2008 e il 2009, il sistema capitalista in Europa e negli Stati Uniti ha subito un grave shock che ha scosso le fondamenta del suo sistema finanziario e ha minacciato di portare alla bancarotta i suoi “settori di punta”.
Tuttavia, io andrò a sostenere che le “crisi del capitalismo” si sono trasformate in sole “crisi per i lavoratori”.
Il capitale finanziario, il detonatore principe delle crisi e dello schianto, ha recuperato, la classe capitalista nel suo complesso si è andata rafforzando e, fattore più importante, ha utilizzato le condizioni politiche, sociali, ideologiche, originate come risultato delle “crisi”, per consolidare ulteriormente il suo dominio e lo sfruttamento sul resto della società.
In altre parole, le “crisi del capitale” sono state convertite in un vantaggio strategico per promuovere gli interessi fondamentali del capitale: l’allargamento dei profitti, il consolidamento del controllo capitalistico, la maggiore concentrazione della proprietà, l’approfondimento delle disuguaglianze tra capitale e lavoro, e la creazione di enormi “riserve di lavoratori” per aumentare ulteriormente i profitti dei capitalisti.
Inoltre, il concetto di una “omogenea crisi globale del capitalismo” fa trascurare le profonde differenze in termini di prestazioni e di condizioni, tra paesi, classi e gruppi di età.

La tesi sulla crisi globale: argomentazioni economico-sociali
I sostenitori della crisi globale argomentano che a partire dal 2007, e continuando fino al presente, il sistema capitalista mondiale è collassato, e il suo recupero è un miraggio. Citano la stagnazione e la recessione continua nel Nord America e nell’Eurozona.
Presentano i dati del PIL, che oscillano tra valori negativi e crescita zero. La loro argomentazione è sostenuta dai dati che indicano una disoccupazione a doppia cifra in entrambe le regioni. Spesso correggono i dati ufficiali, che sottovalutano la percentuale di disoccupati escludendo i lavoratori part-time, i disoccupati di lunga durata e altri.
L’argomento delle “crisi” è rafforzato dalla sottolineatura dei milioni di proprietari di case che sono state sfrattati dalle banche, dai dati sull’aumento violento della povertà e della miseria che accompagna coloro che perdono il lavoro, dalle riduzioni salariali e dall’eliminazione o riduzione dei servizi sociali. Inoltre, le “crisi” vengono associate all’aumento massiccio di fallimenti di piccole e medie imprese e di banche regionali.

Le crisi globali: la perdità di legittimità
Gli analisti, in particolare sulla stampa finanziaria, scrivono di una “crisi di legittimità del capitalismo”, citando sondaggi che rilevano maggioranze consistenti che sollevano dubbi sull’equità del sistema capitalistico, che denunciano le vaste e crescenti disuguaglianze e le regole truccate con cui le banche sfruttano le loro dimensioni (“too big to fail - troppo grandi per fallire”) per razziare il Tesoro e l’erario, a scapito dei programmi sociali.
In sintesi, i sostenitori della tesi di una “crisi globale del capitalismo” espongono le loro forti ragioni, dimostrando gli effetti penetranti, profondi e distruttivi del sistema capitalistico sulle esistenze della grande maggioranza dell’umanità.
Il problema è che una “crisi dell’umanità” (più precisamente dei lavoratori salariati) non è la stessa di una crisi del sistema capitalista.
In realtà, come vedremo qui di seguito, le crescenti avversità sociali, i redditi e l’occupazione in calo hanno rappresentato un fattore importante, che ha facilitato il recupero rapido e massiccio dei margini di profitto della maggior parte delle imprese di grandi dimensioni.
Per di più, la tesi di una crisi “globale” del capitalismo amalgama economie non confrontabili, paesi, classi e gruppi di età, con prestazioni nettamente divergenti in diversi contesti storiche.

Crisi globali, o sviluppo ineguale e squilibrato?
È del tutto sciocco sostenere la tesi di una “crisi globale”, quando molti dei sistemi economici importanti nel mondo non hanno subito una flessione di rilievo, e altri hanno recuperato e rapidamente si sono sviluppati.
Cina e India non hanno subito proprio la recessione. Anche durante i peggiori anni del declino dell’Eurozona e dell’area degli Stati Uniti, i giganti asiatici sono cresciuti in media di circa l’8%.
Le economie dell’America Latina, in particolare i principali paesi esportatori di prodotti agro-alimentari (Brasile, Argentina, Cile,) con mercati diversificati, in particolare in Asia, hanno sopportarto una breve pausa (nel 2009), prima di realizzare incrementi di crescita da moderati a rapidi (tra il 3% e il 7%) a partire dal 2010 - 2012.

Aggregando i dati economici dell’Eurozona nel suo insieme, i sostenitori della crisi globale hanno trascurato le enormi disparità nelle prestazioni all’interno della stessa zona.
Mentre l’Europa meridionale sguazza in un’intensa e profonda depressione, in buona sostanza, dal 2008 all’immediato futuro, nel 2011 le esportazioni della Germania hanno segnato il record di un trilione di euro, il suo avanzo commerciale ha raggiunto i 158 miliardi di euro, dopo i 155 miliardi di euro di avanzo commerciale nel 2010. (BBC News, 8 febbraio 2012).
Mentre il tasso di disoccupazione aggregato dell’Eurozona raggiunge il 10,4%, le differenze interne sfidano qualsiasi nozione di “crisi generale”. La disoccupazione in Olanda è al 4,9%, in Austria al 4,1% e in Germania al 5,5%, con recriminazioni da parte dei datori di lavoro per la diffusa carenza di manodopera specializzata in settori chiave per la crescita.
D’altro canto, nella depauperata Europa meridionale la disoccupazione corre ai livelli della depressione, in Grecia al 21%, nella Spagna al 22,9%, in Italia all’8, 9%, e in Portogallo al 13,6% (Financial Times, 19 gennaio 2012, p.7).
In altri termini, “le crisi” non influiscono sfavorevolmente su alcune economie, che in realtà approfittano della loro posizione dominante sul mercato, e della forza tecno-finanziaria nei confronti dei sistemi economici dipendenti, debitori e arretrati.
Parlare di una “crisi globale” porta ad offuscare le relazioni fondamentali di dominio e di sfruttamento che facilitano la “ripresa” e la crescita delle economie di élite, a spese e contro i loro concorrenti e Stati clienti.
In aggiunta, i teorici delle crisi, a torto, hanno amalgamato i sistemi economici finanz-speculativi, che hanno cavalcato le crisi (Stati Uniti, Gran Bretagna), con quelle economie produttive dinamiche nell’esportare (Germania, Cina).

Il secondo problema che sorge con la tesi di una “crisi globale” è che si sorvola sulle profonde differenze insite nelle fasce di età.
In molti paesi europei la disoccupazione giovanile (16-25 anni) si snoda dal 30 al 50% (Spagna 48,7%, Grecia 47,2%, Slovacchia 35,6%, Italia 31%, Portogallo 30,8% e Irlanda 29%), mentre in Germania, Austria e Olanda i giovani disoccupati sono rispettivamente in Germania al 7,8%, in Austria all’8,2% e all’8,6% nei Paesi Bassi.  (Financial Times 1 febbraio 2012, p.2)
Queste differenze sono alla base del motivo per cui non esiste un “movimento giovanile globale” di “indignati” e “occupanti”. Differenze dell’ordine di cinque volte tra giovani disoccupati non contribuiscono alla solidarieta “internazionale”. La concentrazione di alte percentuali di disoccupazione giovanile particolarmente centrata nel Sud Europa spiega lo sviluppo ineguale delle proteste di massa sulle strade.  .
Ciò spiega anche perché il Movimento “anti-globalizzazione” nord-euro-statunitense è in gran parte un Forum senza vigore, che attira la pontificazione accademica sulla “crisi globale del capitalismo”, e i “Social Forum” impotenti non sono in grado di coinvolgere i milioni di giovani disoccupati del Sud Europa. Costoro sono più attratti dall’azione diretta.
I teorici globalisti trascurano i modi specifici attraverso cui vengono sfruttate le masse di giovani lavoratori disoccupati nei loro paesi oppressi dal debito da cui dipendono.
I teorici non considerano il modo specifico in cui questi paesi sono governati e repressi da parte di partiti capitalisti di centro-sinistra e di destra. Il contrasto si è reso particolarmente evidente durante l’inverno del 2012. I lavoratori greci sono costretti ad accettare un taglio del 20% nei salari minimi, mentre in Germania i lavoratori stanno chiedono un aumento del 6%.
Se le “crisi” del capitalismo si manifestano in regioni specifiche, allora anche i settori degli introiti e le classi stipendiali ne vengono influenzati in modo differente.

I tassi di disoccupazione dei giovani rispetto ai lavoratori anziani variano enormemente: in Italia il rapporto è di 3,5 a 1, in Grecia 2,5 / 1, in Portogallo 2,3 / 1, in Spagna 2,1 / 1 e in Belgio 2,9 / 1. In Germania è di 1,5 contro 1 (Financial Times, FT, 1 febbraio 2012).
In altre parole, a causa dei livelli più alti di disoccupazione tra i giovani, questi hanno una maggiore propensione per l’azione diretta “contro il sistema”, mentre i lavoratori più anziani con più alti livelli di occupazione (e indennità di disoccupazione) hanno mostrato una maggiore propensione a fare assegnamento su esiti elettorali, e si impegnano ad attuare scioperi limitati a questioni connesse al loro lavoro e salario.
La vasta concentrazione di disoccupati tra i giovani lavoratori significa che sono loro a formare il “nucleo disponibile” per un’azione sostenuta, ma significa anche che questi giovani possono solo raggiungere una limitata unità d’azione con la classe dei lavoratori più anziani, che stanno subendo la disoccupazione per una percentuale ad una cifra.
Tuttavia, è anche vero che la grande massa di disoccupati giovanili offre una formidabile arma nelle mani dei datori di lavoro, che minacciano di sostituire i lavoratori più anziani impiegati con i giovani.
Oggi, i capitalisti costantemente ricorrono all’utilizzo di disoccupati per abbassare i salari e le previdenze e per intensificare lo sfruttamento (soprannominato “aumento della produttività”), per aumentare i margini di profitto.
Lungi dall’essere semplicemente un indicatore della “crisi capitalista”, gli alti livelli di disoccupazione sono serviti, insieme ad altri fattori, per aumentare il tasso di profitto, accumulare reddito, allargare le disuguaglianze di reddito: tutto ciò contribuisce al crescere del consumo di beni di lusso per la classe capitalista; le vendite di auto e di orologi di lusso sono in pieno boom.
La crisi di classe: la contro-tesi
Contrariamente ai teorici delle “crisi globali del capitalismo”, viene messa in evidenza una notevole quantità di dati che si oppongono ai loro presupposti.
Un recente studio riporta che “i profitti delle compagnie degli Stati Uniti sono percentualmente più alti del prodotto interno lordo in qualunque momento della storia a partire dal 1950”
(FT, 30 gennaio 2012).
La disponibilità netta di moneta da parte delle imprese statunitensi non è mai stata più grande, grazie allo sfruttamento intensifivo sui lavoratori, e a sistemi salariali differenziati su vari livelli, per cui i nuovi assunti lavorano per una frazione in più per ricevere un salario pari a quello che ricevono i lavoratori più anziani (grazie ad accordi sottoscritti dai boss dei sindacati “zerbino”).
Gli ideologi delle “crisi del capitalismo” hanno ignorato le relazioni finanziarie delle principali corporation degli Stati Uniti.
Secondo il rapporto 2011 della General Motors ai propri azionisti, costoro hanno realizzato il maggior profitto di sempre, arrivando ad un guadagno pari a 7,6 miliardi di dollari, superando il precedente record di 6,7 miliardi del 1997.
Una gran parte di questi utili risulta dal congelamento dei loro fondi pensione usamericani sottofinanziati e dall’estrazione di una maggiore produttività da un numero inferiore di lavoratori, in buona sostanza viene intensificato lo sfruttamento, e dal taglio a mezzo dei salari orari dei nuovi assunti. (Earthlink News 16 febbraio 2012 )
Inoltre, la crescente importanza dello sfruttamento imperialista è messa in evidenza dalla percentuale di profitti che le corporation statunitensi realizzano all’estero, in continuo aumento a scapito della crescita di reddito dei dipendenti.

Nel 2011, l’economia usamericana è cresciuta dell’1,7%, ma i salari medi sono diminuiti del 2,7%. Secondo la stampa finanziaria, i margini di profitto del S & P 500 [S & P 500 è l’indice della Borsa di New York calcolato sui 500 maggiori titoli, N.d.T], sono balzati dal 6% al 9% del PIL negli ultimi tre anni, una percentuale ultimamente conseguita tre generazioni fa.
Per circa un terzo, la quota estera di questi profitti è più che raddoppiata, a partire dal 2000.
(FT, 13 febbraio 2012, p.9)
Se questa è una “crisi del capitalismo”, allora di cosa si ha bisogno per parlare di “boom capitalista”?
Le inchieste sulle maggiori società rivelano che le compagnie statunitensi hanno nelle loro casse 1.730 miliardi in contanti, “i frutti di elevati margini di profitto, da record” (FT, 30 gennaio 2012, p.6).
Questi margini eccezionali di profitto sono il frutto di licenziamenti di massa, che hanno portato ad intensificare lo sfruttamento dei lavoratori rimanenti. Anche i tassi di interesse federali, praticamente irrilevanti, e un facile accesso al credito consentono ai capitalisti di sfruttare gli ampi differenziali tra l’indebitamento finanziario, i prestiti per mutui e gli investimenti.
Riduzione delle tasse e tagli ai programmi sociali danno come risultato per le corporation un bel mucchio di liquido contante sempre in crescita. All’interno della struttura societaria, i profitti finiscono quasi completamente nelle tasche dei vertici, visto che i superiori dirigenti si ripagano con bonus enormi. Infatti, tra le compagnie alla testa delle “S&P 500” imprese, la quota di profitto che va ai dividendi per gli azionisti è la più bassa dal 1900 (FT 30 gennaio 2012, p.6).
Una vera e propria crisi del capitalismo dovrebbe pregiudicare i margini di profitto, gli utili lordi e l’accumulo di “montagne di contante”. L’aumento dei profitti è dilagato perché i capitalisti hanno tratto vantaggio dallo sfruttamento intenso, e nel contempo ristagnano i consumi di massa.
I teorizzatori della crisi confondono ciò che è chiaramente rappresentato dal lavoro degradante, dal feroce attacco alle condizioni di vita e di lavoro, e perfino dalla stagnazione economica, con una “crisi del capitale”: quando la classe dei capitalisti aumenta i suoi margini di profitto, per montagne di miliardi, non è in crisi. Il punto chiave è che sono le “crisi del lavoro” ad essere lo stimolo importante per i capitalisti per recuperare profitti. Non si possono fare generalizzazioni da una crisi all’altra.
Senza dubbio, abbiamo assistito ad un momento di crisi del capitalismo (2008-2009), ma grazie al massiccio trasferimento di ricchezza, senza precedenti, dalle finanze pubbliche alla classe capitalista – alle banche di Wall Street in prima istanza - il settore delle compagnie ha recuperato, mentre i lavoratori e il resto del sistema economico è rimasto in crisi, è andato in bancarotta, e i lavoratori senza lavoro.
Dalle crisi al recupero di profitti: dal 2008/2009 al 2012
La chiave per il “recupero” dei profitti da parte delle corporation ha avuto poco a che fare con il ciclo economico, e tutto a che fare con il loro controllo completo di Wall Street e con il saccheggio del Tesoro degli Stati Uniti.
Tra il 2009-2012 centinaia di ex alti dirigenti di Wall Street, manager e consulenti per investimenti finanziari si sono insediati in tutte le principali posizioni decisionali del ministero del Tesoro e hanno incanalato migliaia di miliardi di dollari nelle casse dei principali gruppi societari e finanziari. Sono intervenuti nelle società in difficoltà finanziarie, come la General Motors, imponendo tagli salariali pesanti e licenziamenti a migliaia di lavoratori.
Questi agenti di Wall Street nell’ambito del ministero del Tesoro hanno elaborato la dottrina del “Too big to fail – troppo grande per fallire” per giustificare l’impressionante trasferimento di ricchezza. È stato ripristinato l’intero edificio speculativo costruito in parte da un contributo pari a 234 volte il volume di scambi commerciali con l’estero nel periodo 1977-2010. (FT 10 gennaio 2012, p.7).
La nuova dottrina sostiene che la priorità assoluta per lo Stato è quella di riportare il sistema finanziario alla redditività, qualsiasi sia il costo per la società, i cittadini, i contribuenti e i lavoratori.
“Too big to fail”  ripudia completamente il principio fondamentale del sistema capitalistico, il “libero mercato”: l’idea che i capitalisti che perdono devono sopportarne le conseguenze; che ogni investitore o amministratore delegato è responsabile delle proprie azioni.
I capitalisti finanziari non hanno più bisogno di giustificare le loro attività in termini di un qualche contributo alla crescita dell’economia o all’“utilità sociale”.
Secondo gli attuali governanti, Wall Street deve essere salvata, perché è Wall Street, anche se il resto del sistema economico e la gente vanno in malora. (FT 20 gennaio 2012, p.11).
Salvataggi e finanziamenti statali fanno da complemento per centinaia di miliardi di sgravi fiscali, producendo deficit di bilancio senza precedenti e la crescita di enormi disuguaglianze sociali.
La paga di un amministratore delegato come multiplo di quella di un lavoratore medio è arrivata da un rapporto di 24 a 1 nel 1965 ad un rapporto di 325 a 1 nel 2010. (FT 9 gennaio 2012, p.5).
La classe dirigente ostenta la propria ricchezza e il potere, assistita e spalleggiata dalla Casa Bianca e dal ministero del Tesoro. A fronte dell’ostilità popolare contro il saccheggio del Tesoro da parte di Wall Street, Obama è passato attraverso la finzione di chiedere al ministero del Tesoro di imporre un tetto sui bonus di molti milioni di dollari che i direttori generali in carica hanno dato in premio a se stessi, mentre era in corso il salvataggio delle banche.
Gli agenti di Wall Street insediatisi all’interno del ministero del Tesoro hanno rifiutato di applicare questo ordine esecutivo, e nel 2011 gli amministratori delegati hanno ricevuto miliardi in bonus.
Il presidente Obama è andato avanti, consapevole che truffava l’opinione pubblica degli Stati Uniti con la sua retorica bolsa, mentre mieteva da Wall Street milioni di finanziamenti per la sua campagna elettorale!
Le giustificazioni del ministero del Tesoro, riprese da Wall Street,  sono state che negli anni Novanta e Duemila le banche erano diventate una forza trainante delle economie occidentali. La loro quota nel PIL è aumentata nettamente (dal 2% negli anni Cinquanta all’8% nel 2010) (FT 10 gennaio 2012, p.7).
In questo tempo, per i Presidenti è divenuta una “procedura operativa normale” nominare dirigenti di Wall Street in tutte le posizioni chiave dell’economia; ed è “normale” per questi stessi funzionari il perseguire politiche che massimizzano profitti per Wall Street ed eliminano ogni rischio di fallimento, non importa quanto questo sia pericoloso e denso di corruzione per coloro che… praticano quest’arte.
La porta girevole: da Wall Street al ministero del Tesoro e ritorno
Effettivamente, la relazione tra Wall Street e il Tesoro si è concretizzata in una “porta girevole”: da Wall Street - al ministero del Tesoro -  a Wall Street.
I banchieri privati assumono cariche presso il Tesoro (o vengono reclutati) per garantire che tutte le risorse e le politiche adeguate alle esigenze di Wall Street siano assicurate con il massimo impegno, con il minimo ostacolo da parte dei cittadini, lavoratori e contribuenti.
I potenti di Wall Street aggregati al Tesoro attribuiscono la massima priorità alla sopravvivenza, al recupero e all’espansione dei profitti di Wall Street.
Costoro bloccano eventuali regolamenti o restrizioni sui bonus, o il ripetersi di truffe come in passato. Si “fanno una reputazione” al ministero del Tesoro e poi tornano al settore privato in posizioni più elevate, come consiglieri di amministrazione e soci.
Una carica al Tesoro è opportuna per una scalata gerarchica a Wall Street. Il Tesoro è una stazione di rifornimento per la “limousine” Wall Street: gli ex operatori di Wall Street riempiono il serbatoio, controllano l’olio e poi saltano sul sedile anteriore e partono rombanti verso una carica lucrativa, e… lasciano alla stazione di servizio (il pubblico) il conto da pagare!

Tra il gennaio 2009 e l’agosto 2011, 774 funzionari (per cominciare) sono usciti dal ministero del Tesoro (FT 6 febbraio 2012, pag. 7). Tutti hanno procurato “servizi” redditizi ai loro futuri padroni a Wall Street, un ottimo modo questo per rientrare nella finanza privata in una posizione più remunerativa.
Un articolo del Financial Times (5 Febbraio 2012, p. 7) portava il titolo appropriato “US Treasury: Manhattan Transfer”, e forniva esempi caratteristici della “porta girevole” Tesoro-Wall Street.

Ron Bloom era arrivato al Tesoro da una posizione di banchiere di livello inferiore presso la banca d’affari Lazard, contribuendo a progettare il piano di salvataggio di Wall Street per trilioni di dollari, e poi è rientrato in Lazard come consigliere di amministrazione.
Jake Siewert era arrivata da Wall Street per diventare il braccio destro del ministro del Tesoro Tim Geithner e poi veniva promossa alla Goldman Sachs, dopo aver contribuito a limitare i tagli ai bonus di Wall Street.
Michael Mundaca, il funzionario alle imposte di grado più alto nell’amministrazione Obama proveniva da Wall Street, e poi acquisiva una posizione altamente lucrativa presso la corporation Ernst and Young nel settore della contabilità aziendale, avendo collaborato alla riduzione delle tasse per le corporation durante il suo servizio come “pubblico ufficiale”.
Eric Solomon, un funzionario delle tasse di alto livello nella famigerata amministrazione Bush che esentava dalle imposte le corporation, percorreva il medesimo percorso di “commutazione”.
Jeffrey Goldstein, che Obama aveva messo a capo della regolamentazione finanziaria e che ha mietuto successi nel colpire le rivendicazioni popolari, è ritornato dal suo precedente datore di lavoro, la finanziaria Hellman e Friedman, con una promozione adeguata per i servizi resi.
Stuart Levey, che gestiva le sanzioni dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee, è un gruppo di pressione usamericano noto per il forte supporto allo stato di Israele) contro le politiche dell’Iran, come se AIPAC fosse una cosiddetta “agenzia anti-terrorismo” del ministero del Tesoro, è stato assunto come consulente legale generale per conto del gruppo HSBC (HSBC Holdings plc è uno dei più grandi gruppi bancari del mondo), per difenderlo dalle indagini su riciclaggio di denaro.
(FT 6 febbraio 2012, pag. 7)
In questo caso Levey è stato spostato da un ruolo di promozione di piani di guerra per conto di Israele a quello di difensore di una banca internazionale accusata di riciclaggio per miliardi di dollari dei cartelli della droga messicani. Levey, aveva speso così tanto tempo a contrastare i programmi dell’Iran, su mandato di Israele, che aveva totalmente ignorato il riciclaggio di miliardi di dollari dei cartelli della droga messicani, attraverso operazioni transfrontaliere per buona parte di un decennio.
Lew Alexander, consigliere superiore del ministro del Tesoro Geithner nel progettare il salvataggio delle banche per trilioni di dollari, è oggi un alto funzionario della Nomura, una banca giapponese.
Lee Sachs è ritornato dal Tesoro a Bank Alliance (la “piattaforma che l’aveva dato in prestito”).
James Millstein, passato da Lazard al Tesoro, ha salvato l’assicurazione AIG, entrando in collisione con Maurice Greenberg, e quindi ha costituito il proprio studio di investimenti privati riunendo attorno a sé un gruppo di ben coordinati funzionari del Tesoro. (1)
La “porta girevole” Goldman Sachs-Tesoro funziona ancor oggi.
Oltre ai responsabili del ministero del Tesoro, Paulson, nel passato, e attualmente Geithner, l’ex socio di Goldman, Mark Patterson, è stato di recente nominato “direttore del personale tecnico” di Geithner.
Tim Bowler ex amministratore delegato di Goldman è stato nominato da Obama alla direzione della divisione “mercati finanziari”.

Dovrebbe essere del tutto chiaro che le elezioni, i partiti e le campagne elettorali per miliardi di dollari hanno poco a che fare con la “democrazia”, e molto di più con la selezione del Presidente e dei legislatori che nomineranno alti dirigenti di Wall Street, che, pur non eletti, assumeranno tutte le decisioni economiche strategiche alle spalle del 99% degli Usamericani.
I risultati politici della “porta girevole” Wall Street-Tesoro sono chiari e ci forniscono un quadro per capire perché le “crisi del profitto” si sono rese evanescenti, mentre sono le “crisi del lavoro” a diventare sempre più profonde.
Le “realizzazioni politiche” della porta girevole
L’Apriti-Sesamo Wall Street-Tesoro (WSTC) ha eseguito un lavoro erculeo e sfacciato a favore della finanza e del capitale d’impresa. Nonostante la condanna universale di Wall Street da parte della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, per le sue truffe, i fallimenti, le perdite di posti di lavoro e i pignoramenti ipotecari, lo WSTC ha apertamente sostenuto i truffatori, con un piano di salvataggio finanziario di miliardi di dollari. Una mossa temeraria a fronte degli avvenimenti,  come se maggioranze ed elezioni contassero per nulla.
Altrettanto importante, lo WSTC ha scaricato del tutto l’ideologia del “libero mercato”, che giustificava i profitti capitalisti, però fondati sul “rischio”, imponendo il nuovo dogma del “too big to fail – troppo grande per fallire”, per cui la Tesoreria dello Stato deve garantire profitti anche quando i capitalisti sono arrivati alla bancarotta, a condizione che si tratti di imprese di miliardi di dollari.
Per di più, lo WSTC ha scaricato il principio capitalistico della “responsabilità fiscale”, a favore di sgravi fiscali per centinaia di miliardi di dollari per la classe dirigente finanz-capitalista, accumulando deficit di bilancio mai registrati in tempo di pace, per poi avere l’impudenza di biasimare i programmi sociali, supportati dalle maggioranze popolari.
(C’è da meravigliarsi che questi ex-funzionari del Tesoro ottengano offerte talmente lucrative nel settore privato, quando abbandonano l’incarico pubblico?)
In terzo luogo, il Tesoro e la Banca centrale (la Federal Reserve) concedono prestiti a tassi vicino allo zero che garantiscono grandi profitti agli istituti finanziari privati, i quali prendono a prestito a basso tasso d’interesse dalla Fed e prestano il denaro ricevuto a ben più alto tasso, (perfino nei confronti del governo!), in particolare speculando su fondi di investimento esteri, governativi e societari.
In buona sostanza, queste istituzioni finanziarie ricevono da quattro a dieci volte i tassi di interesse che pagano. In altre parole, i contribuenti forniscono mostruosi sussidi per le speculazioni di Wall Street. Con la clausola aggiuntiva, che oggi queste attività speculative sono assicurate dal governo federale, secondo la dottrina “Too Big to Fail”.
Condizionata dalla ideologia della “riconquista della competitività”, la squadra di Obama per il settore economico (ministero del Tesoro, Federal Reserve, ministeri del Commercio e del Lavoro) ha incoraggiato i datori di lavoro ad impegnarsi nel più aggressivo disfarsi dei lavoratori nella storia moderna.
L’aumento della produttività e la redditività non sono il risultato di “innovazione”, come sostengono Obama, Geithner e Bernache; sono il prodotto di una politica dello Stato rispetto al lavoro che approfondisce le disuguaglianze, tenendo bassi i salari e aumentando i margini di profitto. Un minor numero di lavoratori che producono più merci. Credito a buon mercato e salvataggi finanziari delle banche per miliardi di dollari, e nessun rifinanziamento per le famiglie e per le piccole e medie imprese, con la conseguenza di fallimenti, acquisizioni forzate e “consolidamenti”, vale a dire una maggiore concentrazione della proprietà nelle mani di pochi.
Ne risulta che ristagna il potere di acquisto delle masse, ma i profitti societari e bancari raggiungono livelli record.
Secondo gli esperti finanziari, sotto questo “nuovo ordine” del WSCT, “i banchieri costituiscono una classe protetta che gode di bonus indipendentemente dal rendimento, mentre addossa al contribuente la socializzazione delle loro perdite”. (FT, 9 gennaio 2012, p.5)
Per contrasto, sotto l’azione del team economico di Obama, il mondo dei lavoratori deve far fronte
alla più grande insicurezza e alla situazione più minacciosa nella storia recente: “in tutto questo, ciò che è senza dubbio insolito è la ferocia con cui le imprese degli Stati Uniti si disfano dei lavoratori, ora che i sistemi di remunerazione e di incentivazione dei dirigenti sono vincolati a obiettivi di rendimento immediato.” (FT, 9 gennaio 2012, p. 5).
Conseguenze economiche delle politiche pubbliche
A causa dell’“acquisizione del controllo” da parte di Wall Street sulle posizioni di politica economica strategica del governo, ora possiamo comprendere il paradosso di margini di profitto record nel bel mezzo di una stagnazione economica.
Siamo in grado di capire perché le crisi del capitalismo, almeno temporaneamente, sono state rimpiazzate da una profonda crisi del mondo del lavoro.
All’interno della matrice di potere “Wall Street-Ministero del Tesoro” sono tornate tutte le vecchie pratiche di corruzione e di sfruttamento che hanno portato al crollo del 2008-2009:
bonus da molti miliardi di dollari per i titolari di banche di investimento che hanno portato l’economia verso lo schianto; banche “ che non si lasciano sfuggire miliardi di dollari affastellando mutui ipotecari in titoli di borsa (che vendono poi a investitori, fondi pensionistici, fondi comuni e compagnie di assicurazione, ecc.), miliardi di dollari concessi da Wall Street a fornitori di mutui che hanno  consentito loro di continuare a fare prestiti incerti, portando così qualche (sic) responsabilità per le crisi finanziarie.” (FT, 8 gennaio 2012, p.1)  (2)
La differenza oggi sta nel fatto che questi strumenti speculativi stanno ora sulle spalle dei contribuenti (il ministero del Tesoro).

La supremazia della struttura finanziaria del sistema economico statunitense pre-crisi è rimessa a posto e prospera ... “solo” la forza lavoro degli Stati Uniti è sprofondata in una disoccupazione sempre più grande, vedendo declinare il suo tenore di vita, il diffondersi dell’insicurezza e di un profondo malcontento.
Conclusione: le ragioni contro il capitalismo e per il socialismo
Le crisi profonde del 2008-2009 hanno provocato un fiume di discussioni sul sistema capitalistico, perfino tra i molti suoi sostenitori più ardenti (Financial Times, dall’8 gennaio 2012 al 30gennaio 12) le critiche abbondavano.
“La riforma, la regolamentazione e la redistribuzione” erano pane quotidiano per i giornalisti finanziari.
Eppure la classe dirigente del sistema economico e di governo non prestava alcuna attenzione.
I lavoratori sono controllati da leader sindacali “zerbino” e mancano di uno strumento politico.
Gli pseudo populisti di destra abbracciano una ancora più virulenta agenda filo-capitalista, invocando l’eliminazione dei programmi di previdenza sociale e le imposte sulle società e le imprese.
All’interno dello Stato ha avuto luogo una grande trasformazione, che di fatto ha spezzato qualsiasi legame tra il capitalismo e il welfare sociale, tra le prese di decisioni del governo e l’elettorato.
La democrazia è stato sostituita da uno Stato sotto il controllo delle corporation, fondato sulla “porta girevole” tra Tesoro e Wall Street, che travasa ricchezza pubblica nelle casse private della finanza. La divaricazione tra il benessere della società e le operazioni di architettura finanziaria è definitiva.
Le azioni di Wall Street non hanno alcuna utilità sociale, i suoi praticanti arricchiscono se stessi in assenza di qualsiasi attività controbilanciante.
Il capitalismo ha dimostrato in modo inoppugnabile di prosperare attraverso la degradazione di decine di milioni di lavoratori e di respingere gli appelli infiniti per le riforme e la sua regolamentazione.
Il capitalismo che esiste in questa nostra realtà non può essere imbrigliato per innalzare gli standard di vita o per garantire un’occupazione libera dal timore di licenziamenti improvvisi e brutali su larga scala. Il capitalismo, come noi lo abbiamo sperimentato nel corso dell’ultimo decennio e prevedibile per il futuro, è al polo opposto dell’uguaglianza sociale, dei processi decisionali democratici e del benessere collettivo.
Profitti record per i capitalisti sono maturati saccheggiando il tesoro pubblico, negando le pensioni e prolungando “il tempo del lavoro fino alla morte”, causando il fallimento per la maggior parte delle famiglie con l’imposizione di costi esorbitanti in cambio di istruzione e sanità privatizzate e consegnate nelle mani delle corporation.
Più che mai nella storia recente, maggioranze record rifiutano di essere governate da, e per i banchieri e dalle classi dirigenti delle corporation (FT, 6 febbraio 2012, pag. 6).
Le disuguaglianze tra il vertice dell’1% e i sottostanti del 99% hanno raggiunto proporzioni record. Gli amministratori delegati delle società guadagnano 325 volte il salario di un lavoratore medio (FT, 9 gennaio 2012, p.5).
Dal momento che lo Stato è diventato il “fondamentale terreno di conquista economica” per i predatori di Wall Street, e visto che la “riforma” e la regolamentazione di Wall Street sono miseramente fallite, è tempo di considerare una fondamentale trasformazione di sistema, a partire da una rivoluzione politica, per scacciare con la forza le élite di non- eletti finanziarie e societarie che gestiscono lo Stato ad esclusivo loro interesse.
L’intero processo politico, comprese le elezioni, è stato profondamente corrotto: ogni ufficio a qualsiasi livello dispone di un proprio cartellino del prezzo di acquisto ben gonfio. L’attuale corsa alla Presidenza avrà un costo da 2 a 3 miliardi di dollari, per determinare quale dei servi di Wall Street presiederà la “porta girevole”.
Il socialismo non è più un termine che fa paura come nel passato.
Il socialismo implica la riorganizzazione dell’economia su larga scala, il trasferimento di migliaia di miliardi dalle casse delle classi predatorie, che ora non sono di alcuna utilità sociale, per il benessere pubblico.
Questo cambiamento può finanziare un’economia produttiva e di innovazioni, basata sul lavoro e il tempo libero, lo studio e lo sport.
Il socialismo elimina il terrore quotidiano del licenziamento, con la sicurezza che porta fiducia, certezze e rispetto sui luoghi di lavoro. La democrazia sul posto di lavoro è al centro della visione del socialismo del 21 ° secolo.
Cominciamo a nazionalizzare le banche e ad eliminare Wall Street. Le istituzioni finanziarie devono essere riprogettate per creare occupazione produttiva, per servire al benessere sociale e per rispettare e preservare l’ambiente.
Il socialismo dovrebbe dare inizio a questa transizione, da un’economia capitalista diretta da predatori e truffatori e da uno Stato al loro comando, verso un sistema economico fondato sulla proprietà pubblica sotto controllo democratico.















N.d.T.:
(1) - Questa è una storia interessante e paradigmatica!
Maurice Greenberg, l’ex amministratore delegato del colosso assicurativo americano AIG, ha fatto causa al Governo americano definendo l’intervento di salvataggio del 2008 “incostituzionale”. Secondo il Wall Street Journal, la Starr International, società guidata da Greenberg, e che all’epoca era il maggiore azionista della compagnia di assicurazioni, accusa il Governo di avere usato AIG come un “veicolo” per rilevare una quota dell’80% della compagnia in cambio di massicci aiuti; in questo modo, il Governo avrebbe sottratto proprietà di grande valore alla Starr e ad altri azionisti, in violazione del V emendamento della Costituzione (in base al quale nessuna proprietà privata può essere sottratta per uso pubblico senza un giusto compenso).
“Le azioni del Governo erano apparentemente studiate per proteggere l’economia degli Stati Uniti e salvare il sistema finanziario. Sebbene questo sia un obiettivo lodevole, il fine non può giustificare il ricorso a mezzi illegali”, si legge nella documentazione presentata al tribunale.
Con la causa, avanzata presso la U.S. Court of Federal Claims, la Starr chiede all’amministrazione Obama 25 miliardi di dollari di risarcimento per danni.

(2) - I critici delle banche affermano che la prassi di Wall Street di raggruppare mutui e titoli di stato ha celato l’esistenza di prestiti edilizi rischiosi ed ha incoraggiato prestiti spericolati perchè raggruppandoli e poi vendendoli consentiva a molti partecipanti di evitare la responsabilità delle conseguenti perdite.<
Per concessione di Tlaxcala
Fonte: http://petras.lahaine.org/?p=1887

venerdì 24 febbraio 2012


Wall Street Journal riferisce che funzionari statunitensi sono sempre più preoccupati che Israele colpirà gli impianti nucleari iraniani, Gli USA vuole dare le sanzioni anzitempo.

 Gli Stati Uniti hanno intensificato la pianificazione di emergenza in caso Israele lancia un attacco militare contro gli impianti nucleari dell'Iran, il Wall Street Journal Sabato.

Secondo il rapporto, funzionari della difesa degli Stati Uniti sono sempre più preoccupati che Israele si sta preparando a effettuare tale sciopero.


jet - Eliahu Hershkovitz - October 6, 2010Israel air force F16
Foto di: Eliahu Hershkovitz

 "La nostra preoccupazione è accresciuta," un alto funzionario militare degli Stati Uniti ha detto al Wall Street Journal.

 L'esercito americano starebbe preparando una serie di possibili risposte a un attacco israeliano contro l'Iran, compresi gli attacchi da parte delle milizie sciite filo-iraniane contro l'ambasciata Usa in Iraq.
 Il rapporto afferma che, in gran parte come un deterrente per l'Iran, gli Stati Uniti hanno 15.000 soldati in Kuwait e si sono spostati anche un secondo vettore un gruppo di aerei d'attacco nella regione del Golfo Persico.


 Inoltre, gli Stati Uniti hanno pre-posizionato aerei e altre attrezzature militari e ha accelerato i trasferimenti di armi agli alleati degli Stati Uniti nella regione del Golfo Persico.
 Secondo il rapporto, alti funzionari statunitensi, tra cui il presidente Barack Obama e il segretario alla Difesa Leon Panetta, hanno inviato una serie di messaggi privati ​​ai leader israeliani avvisandoli  circa le conseguenze di un attacco all'Iran.


Si ribardisce che gli Stati Uniti vogliono  imporre sanzioni e altre misure per lungo tempo, come parte degli sforzi per costringere l'Iran ad abbandonare il suo lavoro presunto di costruire armi nucleari.


Obama e il primo ministro Benjamin Netanyahu hano conversato al telefono  Giovedì;   il generale Martin Dempsey, il presidente del Joint Chiefs of Staff, visiterà Israele la prossima settimana.



Gorka Larrabeiti 
Tradotto da  Alba Canelli
Editato da  Gorka Larrabeiti

    • Monti2011111302973809853
      Ansa
    Economista, ex Commissario Europeo, 68 anni, appena nominato senatore a vita, Mario Monti ha avuto l'incarico di formare il nuovo governo dopo che Silvio Berlusconi ha dato le dimissioni il 12 novembre. L'unico commento che ha concesso ai giornalisti dopo essere salito al Quirinale dal presidente Napolitano è stato «Oggi è una bellissima giornata».
    Mario Monti promette tempi rapidi per formare il nuovo governo. Parla  di necessità di sforzi per il risanamento finanziario, per la crescita, e l'equità sociale. E ai partiti dice: «Assumo questo incarico con profondo rispetto nei confronti del Parlamento e delle forze politiche: opererò per valorizzarne l'impegno comune per uscire presto da una situazione che presenta aspetti di emergenza ma che l'Italia può superare con uno sforzo comune».

Saloni di Washington. Le cronache della prima visita ufficiale di Monti negli Stati Uniti dicono molto dello stato e della democrazia in tempi di capitalismo finanziario. La fitta agenda comprendeva la classica scena nella sala ovale della Casa Bianca, dove Obama ha affermato: "Ho piena fiducia nella leadership di Monti e confido che possa guidare l'Italia in questi momenti difficili. Voglio dire, che apprezziamo molto il forte inizio e le misure così efficaci che sta promuovendo".  Monti è stato ricevuto presso la sede del New York Times, del Petersen Institute for International Economics, e a Wall Street, dove è stata sventolata la bandiera italiana in onore dell'illustre ospite.



Il suo incontro più impegnativo ha avuto luogo a porte chiuse nell'edificio del gruppo Bloomberg, la più grande rete d'informazione finanziaria mondiale. Lontano dalle telecamere, Monti si è circondato di diversi squali della finanza mondiale: tra cui, Lloyd Blankfein, direttore esecutivo di Goldman Sachs, George Soros, noto speculatore finanziario, Peter Grauer presidente del gruppo Bloomberg e Henry Kravis del fondo di private equity KKR, il cui gesta hanno ispirato Wall Street, il film con Michael Douglas, nel ruolo di Gordon Gekko. Ecco il commento di Mario Monti, una vecchia conoscenza di molti presenti all'uscita della riunione: "Credo di averli convinti, anche se non direbbero mai il contrario in una riunione plenaria". Questa è la democrazia oggi: un presidente del governo non eletto democraticamente deve convincere un elettorato diverso dal popolo sovrano: i mercati. E sembra che Monti ha dovuto convincerli a giudicare dalla traiettoria della pressione sui titoli italiani, che hanno recuperato, dopo che Standard and Poor aveva punito 34 banche italiane.


SuperMario Monti, Salvatore dell'Europa. Anche se non ha ancora raggiunto la cifra tonda di 100 giorni, momento in cui di solito si fa il primo bilancio di un governo, già Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, è stato messo su un piedistallo. In concomitanza con la sua prima visita negli Stati Uniti, la rivista Time gli ha dedicato una copertina con questo titolo: "Può quest'uomo salvare l'Europa?". Prima della consacrazione negli Stati Uniti, Philip Stephens, uno degli editorialisti del Financial Times, titolava così la sua analisi:L'Europa poggia sulle spalle di Monti, il politico "più interessante" del vecchio continente, più di Sarkozy e della Merkel.


Il 15 febbraio Mario Monti è intervenuto al Parlamento europeo. Dicono che l'intervento è stato ben accolto dal portavoce socialista Swoboda ("Torna al palcoscenico europeo in modo che possiamo scegliere"), il liberale Verhofstadt ha proposto Monti per risolvere i problemi di altri paesi appena finisce con l'Italia, e il portavoce dei Verdi, Harms, si è congratulato con lui per il suo contributo alla politica dell'UE che sarà "più civilizzata". Molti poteri forti sostengono l'esperimento politico che si svolge in Italia. L'Italia è ritornata, dicono. Monti ha detto al Parlamento che l'Italia non applicherà più passivamente le linee d'azione dell'UE, ma sarà "promotrice di queste".

E bisogna ossevare con attenzione ciò che sta accadendo rapidamente, velocemente in un paese che spesso anticipa, chiamasi fascismo, democrazia cristiana o populismo mediadico, il corso della politica europea. La versione ufficiale del nuovo ruolo d 'Italia si riassume in un semplice sillogismo: se l'Italia dovesse fallire, fallirebbe l'intera Unione europea, e se l'UE crolla, crollerebbe l'economia globale. Tuttavia, ci sono ulteriori motivi di questa esigenza idell'Italia. Lo stesso Monti ha riconosciuto in questa intervista a Die Welt che l'Europa deve avere più di due poli, deve basarsi su qualcosa di più rispetto all'asse franco-tedesco Merkozy. Questo terzo polo italiano può essere utile affinché l'UE a superi la divisione tra paesi "maiali" e il direttorio franco-tedesco. Ma anche affinché gli Stati Uniti non perdano piede in una vecchia colonia  che ora  cercaaltri referenti globali, come la Cina, per uscire dalla crisi. A SuperMario, allora, converrebbe ripristinare il vecchio ordine transatlantico.


Democrazia "strana"  

Secondo le stesse parole di Monti, il suo governo "tecnico" è "strano ma molto interessante." Strana è stata la sua nascita: la Presidenza della Repubblica ha forzato le dimissioni di Berlusconi a causa dell'emergenza creata dagli attacchi finanziari. Strana è la composizione del governo, la maggior parte dei membri sono "professori", "saggi", ma ci sono anche "banchieri" e "Papaboys"di vario ordine. Strano è, che non si sia eliminato il conflitto di interessi all'interno del governo:vedasi  il caso di Corrado Passera, Ministro dello Sviluppo Economico Infrastrutture e dei Trasporti, proprietario di 7 milioni e mezzo di azioni della Banca Intesa, con cui potrebbe interferire nelle decisioni da prendere per l' NTV (Nuovo Traspoto Viaggiatori, N.d.T.), un'azienda che costruisce treni ad alta velocità in grado di competere con Trenitalia. Strano è che i membri del governo hanno vari nobili e che il Gran Maestro del Grande Oriente Massonico sostiene che Monti ha tutte le caratteristiche per essere "un fratello perfetto".
Questo governo è nato con un sostegno parlamentare molto strano. Mai c'era stato un governo con tanto sostegno in parlamento: tutti i principali partiti - di centro-destra cristiano-democratici - tranne la Lega Nord lo sostengono. Molto strana è stata la velocità con cui il governo Monti ha ottenuto dal Parlamento il sostegno per la riforma delle pensioni, che ha elevato a 67 anni l'età minima. Tale è stata la velocità di esecuzione del decreto che Sarkozy non credeva fosse già in vigore al primo incontro con Monti.
Stranissimo è stato che una riforma delle pensioni sia stata contestata con solo poche ore di sciopero da parte dei sindacati. Strano che i lavoratori del sindacato FIOM siano stati esclusi dallo stabilimento FIAT di Pomigliano, e che il brutale accordo imposto ai lavoratori in questa fabbrica sia esteso a tutti gli stabilimenti Fiat in Italia.
Strana è la mancanza di sostegno da parte dei partiti politici di centro-sinistra al sindacato FIOM, quando denunciamo la violazione della Costituzione.
Bizarra è stata l'operazione di polizia contro attivisti No Tav che ha portato a ventisei arresti il ​​26 gennaio con l'accusa di lesioni, violenza e resistenza all'arresto durante i combattimenti nel luglio del 2011, un'operazione il cui obiettivo era quello di criminalizzare il movimento di resistenza all'inutile treno dell'alta velocità. Stranissima è stata la rivolta dei Forconi in Sicilia: una rivolta popolare di una zona impoverita che le mafie e nuovi leader hanno cercato di sfruttare.
Strana è stata l'operazione mediatica da parte della polizia contro gli evasori fiscali nel bel mezzo del Natale nel cuore di Cortina D'Ampezzo, meta invernale di una classe benestante. Anche i successi di questo governo sono piuttosto rari: da un lato, questo governo non sosterrà la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020 perché vogliono evitare un indebitamento ulteriore, d'altra parte, questo governo "cattolico" è molto probabile che sia in grado di eliminare l'esenzione dal pagamento delle tasse sugli edifici di proprietà (ICI, N.d.T.) della Chiesa in cui si svolgono attività commerciali. Che strano che la Chiesa non protesta. D'altro canto, è anche molto strana questa provocazione di un abile oratore come Monti: "I giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso (di lavoro) per tutta la vita. D'altra parte, diciamo la verità, che monotonia avere un posto fisso per tutta la vita. E’ più bello cambiare e accettare nuove sfide".Sotto questa provocazione viene annunciata una rigida riforma del lavoro e una modifica dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che regola il licenziamento.
Alla nascita del suo strano governo, Monti ha detto che l'orizzonte temporale del suo governo sarebbe il 2013, data della fine della legislatura, a condizione che le parti mantengano il loro sostegno fino ad allora. E' molto strano il silenzio e il sostegno di Berlusconi. Paradossalmente, la potenziale fragilità "democratica" del governo Monti si basa sulla sua solidità "tecnica". In effetti, da Il Sole 24 Oregiornale dei datori di lavoro italiani, già si chiede che questo governo "non sia solo transitorio", e i democratici suggeriscono che questo governo "di armistizio" duri cinque anni. È normale. Secondo lo storico Paul GinsburgMonti "ha ricostruito in breve tempo una vera destra classica". Che la destra governi l'Italia non ha nulla di strano.
 
Mario Monti secondo dabobabo
Un'altra opposizione è possibile: i "benecomunisti". Nella democrazia "strana", il Parlamento diventa una terra desolata. Dà speranza, tuttavia, che l'opposizione extra-parlamentare continua, lentamente, ma inesorabilmente, extramediática, maturando e compattandosi senza soldi e dal basso.
Il 12 e 13 giugno 2011, essendo Berlusconi ancora il presidente, 26 milioni di italiani hanno difeso diversi beni pubblici: acqua, servizi pubblici locali, il No alle centrali nucleari, e l'uguaglianza davanti alla legge. Da allora, su questo successo si è basato un nuovo soggetto politico. Alla fine di gennaio si è svolto a Napoli un Forum dei Beni Comuni, che stabilisce come essenziale la creazione una piattaforma politica per sostenere ed implementare i risultati del referendum vinto da quei 26 milioni di cittadini di fronte ad un altro attacco, questa volta in forma di decreto del governo Monti, che riprende e intensifica la legislazione del governo Berlusconi che voleva, ma non ha potuto imporre. Qui si leggere la relazione introduttiva del Forum, con proposte di azione molto concrete.
Il 10, 11 e 12 febbraio nell'ambito del Teatro Valle Occupato, un bene pubblico che era sul punto di essere smantellato, ha accolto con favore la campagna europea per un'Europa dei popoli per costruire una alternativa europea. Una costituente europea dal basso che risponda a questa "rivoluzione dall'alto",come le chiama Etienne Balibar, che sta scuotendo l'Europa.Esiste già una Carta europea dei Comuni. A poco a poco si sta creando un concetto semplice e convincente. Quello comune. Un movimento che si rivolge al presente, l'ecologia sociale, evocando la tradizione politico comunista, aggregando e non dividendo.
La bellezza di questo movimento è che espande l'idea di bene comune. L'Europa, l'informazione, i servizi pubblici, l'ambiente, la cultura, le Costituzioni, il reddito di cittadinanza garantito, il lavoro e la bellezza non possono essere "strani" o "insoliti" perché sono proprio questo: beni comuni.


Per concessione di Tlaxcala
Fonte: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6875

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