domenica 31 marzo 2013


La guerra e le politiche economiche dominanti



di Paul Krugman, New York Times, 
da ildialogo.org

Dieci anni fa l'America invase l'Iraq: in qualche modo la nostra classe politica decise che dovevamo rispondere a un attacco terroristico con la guerra a un regime che, per quanto spregevole, non aveva nulla a che fare con l'attacco.
Alcune voci avvertirono che stavamo facendo un terribile errore - che i motivi per fare la guerra erano deboli e forse fraudolenti, e che era molto probabile che l'impresa, lungi dal darci la facile vittoria promessa, avrebbe probabilmente portato a costi e lutti molto pesanti. E questi avvertimenti si sono rivelati, ovviamente, fondati.

Si è scoperto che non c’era alcuna arma di distruzione di massa; è ovvio, a posteriori, che l'amministrazione Bush ha deliberatamente ingannato, e portato in guerra, la nazione. E la guerra - che è costata migliaia di morti americani e decine di migliaia di vite irachene, che ha imposto costi finanziari di gran lunga superiori a quelli previsti dai sostenitori della guerra - ha lasciato l'America più debole, non più forte, e ha finito per creare un regime iracheno più vicino a Teheran che a Washington.

La nostra élite politica ed i nostri mezzi di informazione hanno imparato qualcosa da questa esperienza? Non pare proprio.
Ciò che veramente colpiva, durante il periodo che ha preceduto la guerra, era l'illusione del consenso. Ancora oggi gli esperti che hanno fatto valutazioni sbagliate attribuiscono il loro errore al fatto che "tutti" pensavano che ci fossero validi motivi per la guerra. Naturalmente, ammettono, c’era anche chi si opponeva alla guerra - ma erano persone che non contavano, perché erano fuori dalla linea di pensiero predominante.

Il problema di questa argomentazione è che è stata ed è circolare: sostenere la guerra diviene parte della definizione di ciò che si intende come linea predominante. Chi dissente, non importa quanto qualificato, viene ipso facto etichettato come indegno di considerazione. Questo era vero negli ambienti politici, ma era altrettanto vero per gran parte della stampa, che di fatto si schierò col partito della guerra.

Howard Kurtz, della CNN, che era al Washington Post, ha scritto di recente su come funzionava questo meccanismo, su come segnalazione scettiche, per quanto fondate, venivano scoraggiate e respinte. "Gli articoli che mettevano in discussione le prove o le ragioni per la guerra", ha scritto, "sono stati spesso sepolti, minimizzati o bloccati."

Strettamente connesso a questa presa di posizione a favore della guerra ci fu un rispetto esagerato e ingiustificato per l'autorità. Solo le persone in posizioni di potere erano considerate degne di rispetto. Kurtz ci dice, ad esempio, che il Post cancellò un pezzo sui dubbi sulla guerra, scritto dal proprio capo settore per la difesa, per il fatto che si basava su dichiarazioni di militari in pensione e di esperti esterni - "in altre parole, di coloro che hanno sufficiente indipendenza per poter mettere in discussione i motivi per la guerra".

Tutto sommato, è stata una lezione pratica sui pericoli del pensiero di gruppo, una dimostrazione di quanto sia importante ascoltare le voci scettiche e tener distinta la ricerca dei fatti dalla linea editoriale. Purtroppo, come ho detto prima, è una lezione che non sembra essere stata davvero imparata. Si consideri, come prova, l'ossessione per il deficit del bilancio statale che ha dominato la scena politica negli ultimi tre anni.

Ora, io non voglio spingere quest’analogia troppo in là. Una cattiva politica economica non è l'equivalente morale di una guerra combattuta sulla base di falsi pretesti, e anche se le previsioni dei falchi del deficit si sono ripetutamente rivelate sbagliate, non c'è stato uno sviluppo decisivo o sconvolgente come il completo fallimento nel trovare le armi le armi di distruzione di massa che si erano ipotizzate. Inoltre, e ciò è ancora più importante, oggi chi dissente non è circondato da quell’atmosfera di minaccia, quella sensazione che il dubitare potrebbe avere conseguenze devastanti sulla propria carriera, che era così pervasivo nel 2002 e 2003. (Ricordate la campagna di odio contro il gruppo di musica country Dixie Chicks organizzata nel 2003 dalla Casa Bianca di Bush?)

Ma oggi come allora abbiamo l'illusione del consenso, un'illusione basata su un meccanismo per cui chiunque metta in discussione l’opinione ufficiale è immediatamente emarginato, non importa quanto solide siano le sue argomentazioni. E oggi come allora la stampa sembra spesso schierata. Colpisce in modo particolarmente evidente quanto spesso asserzioni discutibili siano riportate come dati di fatto. Quante volte, per esempio, avete visto articoli che affermano, come cosa scontata, che gli Stati Uniti si trovano di fronte a una "crisi del debito", anche se molti economisti direbbero che ciò non è affatto vero?

In realtà, il confine tra notizia e opinione è per certi versi ancora più confuso in materia fiscale di quanto non lo fosse quando si andava verso la guerra. Come Ezra Klein, delPost, ha osservato il mese scorso, sembra che "le regole della neutralità dell’informazione sui fatti non si applichino quando si tratta di deficit".

Quello che dovremmo aver imparato dal nostro fallimento in Iraq è che si dovrebbe sempre essere scettici e che non bisognerebbe mai fare affidamento su presunte autorità. Quanto si sente dire che "tutti" sostengono una certa politica, che si tratti di una guerra che si sceglie di fare o di austerità fiscale, ci si dovrebbe chiedere se "tutti" non significhi significa “tutti, tranne chi ha un parere diverso”. E gli argomenti di politica dovrebbero sempre essere valutati nel merito, non sulla base dell’autorità di chi li esprime; ricordate quando Colin Powell ci ha rassicurato sull’esistenza delle armi di distruzione di massa irachene?
Purtroppo, come ho detto, non sembra che abbiamo imparato la lezione. Ci riusciremo mai?

Traduzione di Gianni Mula

sabato 30 marzo 2013

ZONA FRANCA PORTUALE ESTESA A TUTTA LA CITTA' A CAPODISTRIA IN SLOVENIA, PERCHE' NON IN SARDEGNA?

de Mario Carboni

La notizia d'agenzia riportata di seguito chiarisce che è possibile estendere le zone franche previste nei sei porti sardi alle intere città. E' proprio ciò che sta succedendo a Capodistria. Questa è la strada principale nell'immediato. Immaginatevi la Zona franca di Cagliari, estesa a tutta l'area industriale del CACIP e a tutta l'area vasta urbana Cagliari-Quartu. 

Analoga misura per fare une esempio a Portotorres-Sassari, Olbia-Golfo Aranci, Oristano e Arbatax e PortoVesme, non sarebbe già al 90% una zona franca integrale? Per il resto basterebbe un'altra norma d'attuazione dell'Art.12 dello Statuto per estenderla al 100% della Sardegna per le dogane, fiscalità diretta ed indiretta ed altre defiscalizzazioni compreso il consumo sopratutto di prodotti energetici.
Si tratta solo di una questione politica.

ZONA FRANCA A CAPODISTRIA ESTESA A TUTTA LA CITTA'
Una zona Franca a Capodistria, della quale il porto potrebbe però usufruire solo indirettamente, perché nello scalo sloveno esiste già un simile regime agevolato. La precisazione arriva dalla stessa Luka Koper, società di gestione del porto di Capodistria, dopo la visita di martedì da parte del neo ministro sloveno per l’Economia, Stanko Stepišnik, al sindaco del Comune rivierasco, Boris Popovi›. 

Il ministro Stepišnik ha annunciato che il nuovo governo avrà una politica molto diversa da quello precedente nei confronti del porto di Capodistria e dei progetti per il Litorale. Durante la visita è stato sottoscritto un accordo per l’accelerazione dei più importanti progetti infrastrutturali, tra i quali la trasformazione della città di Capodistria in una zona franca doganale. Nell’ambito dei colloqui, il Comune di Capodistria ha dichiarato che non si opporrà ai piani di sviluppo del porto e in particolare al prolungamento del Molo Primo e alla costruzione del terminal passeggeri.

La notizia in un primo momento aveva fatto pensare a interventi sul regime doganale dello scalo, con le conseguenti considerazioni in merito alla concorrenza che si sarebbe generata nei confronti dello scalo triestino. 

Ma una precisazione in tal senso arriva da Sebastian Sik, responsabile delle Relazioni esterne di Luka Koper: «In realtà per il porto non cambia nulla, anche perché – ha precisato Sik chiarendo quello che sembra essere stato un malinteso – per lo scalo la Zona Franca esiste già, ma ciò che si vuol fare è estenderla alla città». 
Se l’ipotesi dovesse concretizzarsi, dunque, il porto di Capodistria potrebbe eventualmente riceverne un beneficio indiretto, poiché ad oggi gli investimenti nella zona franca sono riservati a Luka Koper, società controllata dallo Stato sloveno che gestisce lo scalo. 
Dopo che la notizia è rimbalzata dai media sloveni a quelli italiani, ieri mattina era stata la stessa presidente dell’Autorità portuale di Trieste, Marina Monassi, a commentare quella che potrebbe essere una novità importante – in termini di concorrenza – anche per il porto di Trieste. «Lo vedo come uno stimolo, complimenti al gruppo dirigente di Luka Koper, se riescono ad ottenerlo sono stati bravi. Hanno capito – ha detto la presidente dell’Authority triestina – quanto è importante avere una Zona Franca. 
Ad ogni modo se loro attraggono clientela questo può essere un vantaggio anche per il porto di Trieste e per gli altri porti del Napa (Venezia e Fiume, oltre agli stessi Trieste e Capodistria, ndr). L’Alto Adriatico potrebbe così diventare un grande polo di attrazione per i traffici marittimi».

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Cagliari 29.03.2013 ore 12.00 - 

Ufficio delle Dogane di Cagliari

Stamani ci siamo recati all’appuntamento fissato presso l’Ufficio delle Dogane di Cagliari, per mettere in ordine alcuni dettagli con il Responsabile Dott. Marcello Demuro, in attesa del prossimo tavolo tecnico a cui parteciperà anche l’Assessore Alessandra Zedda.

Visto che sarà innanzitutto necessario attendere la data del giorno 07.04.13, per avere conferma che quanto inviato dalla Regione Sardegna alla CEE, ci si è comunque accordati per la data dell’8 o del 9 aprile per i lavori del tavolo tecnico a cui parteciperanno il Responsabile delle Dogane di Cagliari, il Responsabile delle Dogane di Sassari, l’Assessore Alessandra Zedda e Giuseppe Marini,patrioti sardi,rapresentante medio campidano marrubiu ,legale,oviamente il tavolo e aperto ai tecnici pro zona franca e cordinatore comitati .Nel frattempo (la settimana dopo Pasqua) il Dott. Marcello Demuro responsabile dell’Ufficio delle Dogane di Cagliari, salirà a Roma al Ministero per raccogliere tutti gli elementi necessari per poter avere un Tavolo Tecnico di lavoro chiaro e operativo, senza dubbi sulla corretta esecuzione delle procedure necessarie per la definizione della Sardegna in Regime di Zona Franca Integrale. 

E’ stato molto importante anche avere avuto oggi la conferma da parte del Presidente Cappellacci, di aver voluto accogliere la nostra richiesta (del 06.03.13) per la chiusura di EQUITALIA nella Regione Sardegna con contemporanea riapertura dell’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate della Sardegna, che oltre alla gestione dei debiti dovuti dai contribuenti sardi allo Stato, servirà anche per la gestione delle accise dovute sulla vendita e sull’acquisto dei carburanti. 

A breve contiamo di avere anche la firma dell’Assessore Alessandra Zedda per la convenzione Regione- CEE, per la messa in atto del Piano Jeremie, che consentirà di poter avere per le nostre imprese dei contributi dalla CEE a tasso zero da rendere in 30 anni.

Siamo soddisfatti del buon lavoro che si sta svolgendo in collaborazione con le Istituzioni e che porterà sicuramente ad avere a breve buoni risultati di vantaggio per le attività Sarde, che giorno dopo giorno stanno chiudendo o rischiano la chiusura.

Giuseppe Marini (Movimento Terra Libera)--

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Fiscalità di vantaggio e Zone franche

 di Salvatore Cherchi

L’Autore è presidente della provincia del Sulcis. Da La Nuova, 27/03/2013
Il regime di fiscalità di vantaggio, decretato dal Ministro Passera per le piccole imprese (sotto i cinquan­ta addetti) della Provincia dì Carbonia-Iglesias (ma anche di altre zone del Paese, a scala comunale) è fi­glio del Piano Sulcis preparato e portato dalla Pro­vincia e dai Comuni, all’Intesa con Regione e Governo, sottoscritta nel novembre scorso in un clima di inusitata tensione sociale. Ribadito che quell’Intesa è stata un atto di responsabilità, utile per il territorio e contro il tanto peg­gio tanto meglio, questo speciale regime fiscale merita qualche commento anche per le connessioni con il dibat­tito sulle zone franche.
Il punto di partenza è la grave crisi delle piccole e delle micro imprese che concentrano la gran parte dell’ occupa­zione. Fra i tanti indicatori negativi, richiamo la caduta de­gli investimenti in beni durevoli (fonte Società degli Studi di Settore). Nel triennio il Sulcis registra una contrazione del 72%; la Sardegna del 44%, l’Italia del 20%. Un chiaro segnale di sfiducia verso il futuro, fortissimo nel Sulcis, preoccupante nell’intera Sardegna.
Lo strumento fiscale, sebbene non sia una ricetta miracolosa ha effetti immediati sull’impresa.
La Provincia ha scelto uno strumento praticabile, per­ché compatibile con le regole europee e insieme utile, non chiudendosi in rivendicazioni massime ma lontane nel tempo se non proprio improbabili.

Lo strumento che non richiede autorizzazioni della Commissione UE è  quello della Zona Franca Urbana (ZFU) che permette l’agevolazione fiscale, anche al fun­zionamento e non solo all’investimento, nel limite della regola de minimis, cioè di un beneficio per l’impresa non superiore a 200mila euro nell’ arco del triennio. Le ZFU, ben note in Europa, proposte dal se­condo Governo Prodi e cancel­late da Berlusconi, sono di nor­ma limitate a un quartiere o a una Città. Nel caso Sulcis è stata introdotta, con legge e previo accordo con il Governo, una sperimentazione territoriale, UE compatibile. La praticabilità è stata inoltre assicurata, dall’ aver posto il costo per minori entrate dello Stato, a carico dei
fondi del Piano Sulcis, rinunciando ad altri possibili progetti.
Lo strumento è robusto. Per le piccole imprese, esistenti o nuove, determina la compensazione anche integrale di Irpef o Ires, Irap, Imu-stato e di una quota degli oneri sociali. Insomma per queste imprese è una vera e propria zona franca fiscale alla produzione. Lo strumento è utile anche per fare, entro certi limiti, politica per lo sviluppo. La durata temporale di applicazione (14 anni di cui cinque a beneficio pieno e poi a decrescere) è adeguata per pro­grammare obiettivi; la possibilità di introdurre riserve sui fondi disponibili a favore di nuove imprese o di determi­nati settori o di determinate aree (es. le zone per imprese) consente di fare scelte funzionali agli obiettivi.
Gli Enti locali, la Regione e il Governo, definiti strumen­to e copertura finanziaria, devono ora fare scelte coerenti con gli obiettivi del Piano Sulcis, basato su innovazione nell’industria e diversificazione nei settori in ritardo di svi­luppo. La sfida per il Sulcis è il cambio di passo e non solo, sfida per la verità, attuale in tante parti della Sardegna.
Penso infine che lo strumento delle ZFU debba essere rivalutato alla scala regionale e che dovrebbero essere spe­rimentati sul serio i cosiddetti punti franchi doganali (di li­mitata portata ma buoni per lavorazioni estero su estero) il cui decreto istitutivo risale al Governo D’Alema: un’era politica e trascorsa. Forse selve più impegno per usare ciò che già abbiamo.

venerdì 29 marzo 2013


Eliseo Spiga: sesso, felicità la ricetta arriva dai nuragici 
comunitarius

de sa defenza

Le confessioni d'un sardo nato in Val d'Aosta iniziano col passo lieve e un tantino malinconico, dell'autobiografia.
Ma si frantumano subito per diventare altro:saggio antropologico, manifesto politico, pamphlet eretico.

Nulla di nuovo sotto il sole: Eliseo Spiga è sempre stato un irregolare e neppure adesso che viaggia in età di saggezza e distacco riesce ad essere saggio e distaccato.
La Sardegna come utopia (Cuec editore, 332 pagine, 16 euro) è un grido che va ascoltato. Grido ideale che partendo dai nuragici, sogna e spera un'isola che ne coltivi l'eredità cogliendo dal passato il senso di una esistenza radicalmente da quella nevrotica-competitiva-invidiosa di oggi.

Da qui la proposta di una Costituente neo-nuragica che metta insiemeuomini e donne di buona volontà , cancelli le storture dell'imperialismo (che oggi si chiama globalizzazione), azzeri la politica del precariato , la logica dello sfruttamento e della svendita: di uomini, merci, paesaggio e forza lavoro.Fosse un prete, Spiga potrebbe fare questo discorso , riveduto e corretto, in un'omelia domenicale.

Pescando dall'inferno quotidiano senza salvare nessuno, propone la vita come sogno: di libertà e giustizia, rispetto e fratellanza. Quanto al passato, ci vuole poco a scoprire chi è il vero mandante delle cose che vanno male: Chi comanda realmente in sardegna, chi manomette è senz'altro l'oligarchia mondiale dominante.

Senza fisionomia definita. Sen'anima, sopratutto. Un Caligola moderno ma come l'antico, posseduto dall'incubo. Unica legge, il dominio. Unico dio, il denaro. Unica lingua l'Inglese. E' l'umanità con unica testa, offerta alla scure.

Spiga è intellettuale che viene da lontano. Il primo quarto d'ora di celebrità gliel'ha regalato, nel 1968, un libricino intitolato Sardegna, rivolta contro la colonizzazione. Il prezzo era politico: cinquanta lire, la copertina naturalmente rossa , l'autore mascherato dietro uno pseudonimo (Giuliano Cabitza), l'editore nume rivoluzionario d'allora: Giangiacomo Feltrinelli.

Da quell'incontro è nata un'amicizia col timer: in meno di due anni è passata da un rapporto stretto nella comune visione di una sardegna nuova (e posssibilmente felice) alla rottura. Clamorosa: Feltrinelli stava nascosto in Carinzia nel timore di essere assassinato e Spiga, che era andato a trovarlo, gli rammentava i doveri del buon militante: vivere sempre in mezzo alle masse. Devi stare in Piazza Duomo, in mezzo alla gente, ventiquattr'ore su ventiquattro.

Il libro ha un sottotitolo: note di un cospiratore. Che non vuol dire complottista e nemmeno frustrato da una politica fallimentare a tempo pieno. Il segreto sta nel superare la muraglia cinese delle ideologie e vedere con occhi finalmente limpidi la realtà.
Eliseo Spiga ci è arrivato dopo mille esperienze: i circoli Città campagna, il partito comunista, le frange di un progetto epico che cercava la via per dimostrare che un'altro mondo è possibile. Basta volerlo.

In questo cammino, laicamente quaresimalista, non mancano i grandi incontri e, di conseguenza, i ritratti di autentici protagonisti della storia sarda recente: da Mario Melis (fumantino presidente sardista della giunta regionale) a Francesco Masala (poeta arrabbiato con molto anticipo e altrettanto seguito rispetto alla angry generation).

Ora che sona avanti negli anni, Spiga e Francesco Masala continuano a condividere l'idea distruttiva della società consumistica e una curiosa passione per le donne. I loro occhi, le loro fattezze, il timbro della voce mi hanno sempre trasmesso, anche a distanza, sentimenti di tenerezza e affetto, di creatività e creazione.

Masala invece ha confessato in un'intervista di addormentarsi contando gli amori della sua vita. Tutto questo, anche se non sembra, fa il paio col popolo dei nuraghi e dunque col revival di una cultura che si vorrebbe risorta e riportata in Sardegna.

Che c'entra l'amore? Per trovare una giustificazione, un'alibi, al nuovo mondo possibile (una via di mezzo tra gli hippy e il socialismo) Spiga cita a mani piene Giovanni Lilliu.
Non è stato lui a raccontare che la civiltà nuragica viveva di una sessualità insistita, che a quei tempi le donne erano libere perchè non esisteva il matriarcato? Nei tempi successivi, si annota amaramente, l'amore ha cominciato ad essere malamente frainteso tanto che ai giorni nostri è diventato difficile comprendere cosa veramente sia.

C'è malinconia per quella primordiale stagione:... la felicità dei sardi poggiava su una umana e mondana moralità da cui fluiva una concezione della vita sostanzialmente laica, libertaria, egalitaria, edonistica.

I nostri antenati, a quanto pare, la vita se la godevano tutta . Come sottile piacere etico-culturale e come godimento corporale. Senza scialacquare e ssenza afflizioni metafisiche.

Su queste parole getta le fondamenta l'Utopia del terzo millennio, insomma la sardegna da far risorgere. I tempi sono stretti (tant'è che non manca un appello-ultimatum a Renato Soru) per abbandonare un modello di società che produce sardi tristi e sarditudine cupa oltrechè servile.

Per dare scheletro e forza al discorso, Spiga si lancia in un oceano di citazioni, non risparmia Bush e la Russia di Putin , svela impietosamente il fallimento degli imperi, sintetizza opinioni di economisti e filosofi, rovescia a valanga le teorie che hanno caratterizzato il secolo archiviato. Orizzonte felicemente visionario.

Con la consapevolezza di inseguire l'utopia e sapendo bene che questo zibaldone politico-letterario difficilmente sortirà effetti magici.

I Sardi continueranno in saecula saeculorum ad essere, a seconda dei casi, camerieri o fanti, banditi o carabinieri.

Con l'eccezione ogni tanto, rincuorante e liberatoria, di un martire gloriosu a 

che il paradiso c'è . Lontanissimo e per pochi.


 


giovedì 28 marzo 2013


Archeologia, dibattito sulla scrittura nuragica

Zucca: «Fino ad ora non c’è nessuna prova certa»
di Antonio Melonilanuovasardegna.
SASSARI. Che fossero guerrieri sembra certo, che praticassero agricoltura e pastorizia pure, forse studiavano perfino i movimenti celesti, ma sulla conoscenza della scrittura, per l’epoca nuragica, non esiste, allo stato attuale delle conoscenze, alcun riscontro oggettivo.
Farà discutere l’intervento dell’archeologo Raimondo Zucca pubblicato nell’ultimo numero del “Bollettino di studi sardi”, presentato nel dipartimento di Lettere dell’Università di Sassari. Nella lunga e dettagliata comunicazione, che apre l’ultima uscita della prestigiosa rivista, diretta da Giovanni Lupinu e Paolo Maninchedda, Momo Zucca, direttore della scuola di specializzazione in beni archeologici “Nesiotikà”, tirando le fila di un lungo e appassionato dibattito e incrociando i dati delle ricerche effettuate negli ultimi decenni, dice di essere convinto che i segni rilevati su alcuni manufatti, databili a cavallo tra il IX e VII secolo avanti Cristo, portati alla luce nell’isola, siano, in realtà, segni scrittori da attribuire a importazioni di origine cipriota.
«Ipotesi supportate da documentazione -spiega Zucca - in base alla quale ritengo più logico propendere per l’inesistenza della scrittura nuragica». Questione che, secondo l’archeologo, deve essere inquadrata nella seconda metà del II millennio avanti Cristo, periodo in cui si sviluppa la cosiddetta Cultura dei sardi. Epoca nella quale, anche in Sardegna, come in Italia, nella penisola iberica e a Cartagine, si rileva una ricca disseminazione di segni scrittori specialmente su vasi e brocchette a scogli. «Ma -tiene a precisare Momo Zucca - un conto è dire che si tratta di scrittura, altro è attribuirla con certezza ai nuragici». Naturalmente l’archeologo non esclude che «utilizzando alfabeti greci e fenici i sardi possano avere tramandato scritti, ma su questo versante non esiste, attualmente, alcuna evidenza, né possiamo escludere che in futuro se ne possano trovare». Posizioni che sembrano concludere una lunga stagione di polemiche fiorite, anche negli ultimi anni, su siti e blog specializzati, soprattutto dopo la pubblicazione della ricerca “Sardoa Grammata” dell’oristanese Gigi Sanna, per anni stimato insegnante di greco e latino al liceo classico. «A Sanna - prosegue Momo Zucca - va il merito di avere portato l’attenzione su alcuni reperti, ma credo di poter affermare che, in base ai riscontri, si tratti di segni di scrittura non sarda su oggetti d’importazione cipriota».
Il caso delle iscrizioni sulla tavoletta di Tzirocottu, manufatto in bronzo rinvenuto nell’Oristanese, di probabile origine bizantina, secondo la valutazione di Zucca, «potrebbe essere opera recente di abili falsari». Che i ciprioti fossero i più stretti partner commerciali dei sardi, nel 1200 avanti Cristo, è attestato anche dalle ricerche condotte dall’archeologa Fulvia Lo Schiavo sul finire degli anni Settanta del secolo scorso.
In quest’ottica emerge, dunque, per dirla con Attilio Mastino, rettore dell’Università Sassari, nonché esperto epigrafista, «il quadro di una Sardegna aperta al Mediterraneo, in particolare all’Iberia e all’Oriente, caratterizzata dalla presenza di reperti di cui, pur senza escludere niente, occorre chiarire contesto e circostanze di ritrovamento per avere ogni informazione utile alla ricostruzione di un’epoca rilevante per la storia dell’isola».
Il procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi ha chiesto il sequestro probatorio del poligono di Quirra. Il magistrato lo ritiene necessario per non pregiudicare i nuovi campionamenti sui terreni che ricadono nelle pertinenze dell'area militare.


esplosione nel poligono di Quirra

di Paolo Carta
www.unionesarda.it

Richiesta eclatante: è necessario il nuovo sequestro probatorio del poligono militare del Salto di Quirra. Lo ha sollecitato ieri mattina il Procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi al giudice per le udienze preliminari Nicola Clivio. Il motivo: «Occorre non pregiudicare i nuovi campionamenti di terreni, suoli e acque richiesti dal Tribunale di Lanusei al professore Mario Mariani del Politecnico di Milano». È il super perito chiamato dallo stesso gup a esprimere una valutazione sull'inquinamento dell'area militare durante l'udienza preliminare dell'11 marzo, ultimo atto del procedimento penale che vede venti indagati a vario titolo nel cosiddetto caso Quirra (generali, esperti, ex sindaci, medici). 

POLIGONO SPENTO 

L'effetto del nuovo sequestro sarebbe lo spegnimento totale del poligono, la cessazione di ogni attività (esercitazioni delle forze armate e test di armamenti). In più lo sgombero dei pastori che, nonostante divieti e impegni ufficiali, secondo il Procuratore Fiordalisi «hanno riportato i loro animali a pascolare nei terreni contaminati da metalli pesanti in base alle analisi dei ricercatori dell'Università di Siena e della Sgs, mai messe in discussione neppure dai difensori e certificate dall'Arpas».

IL TRIBUNALE 

Il gup di Lanusei Nicola Clivio ha immediatamente preso atto della richiesta depositata ieri dal Procuratore Fiordalisi e ha anticipato la prossima udienza del procedimento penale al 22 aprile (in precedenza l'appuntamento con pm, indagati, difensori, parti civili e il professor Mariani era fissato per il 17 luglio). Tra meno di un mese il Tribunale dovrà esprimersi sulla richiesta di Fiordalisi, motivata in otto pagine fitte che riprendono in diversi punti un'inchiesta unica al mondo, che vede per la prima volta sotto indagine a largo spettro un'attività militare sospettata di aver creato negli anni un disastro ambientale capace di costituire un pericolo per la salute di militari e pastori. 

LE NOVITÀ 

Il pm Fiordalisi parte da una constatazione fresca fresca (datata ieri e avant'ieri) del Corpo forestale di Lanusei e della Questura di Nuoro, che hanno seguito passo passo l'indagine fin dal gennaio del 2011. «Il poligono non è stato recintato né messo in sicurezza o bonificato. Le situazioni di pericolo per la salute persistono eppure all'interno dell'area militare sono rientrati (abusivamente) i pastori e il loro bestiame».
 
IL SUPER PERITO 

Per consentire al professor Mariani di effettuare i nuovi campionamenti, secondo Fiordalisi «è necessario mettere sotto sequestro di nuovo l'intero poligono». Procedimento analogo a quello del 12 maggio del 2012, rientrato cinque mesi dopo su richiesta dei vertici del Ministero della Difesa con l'impegno dei militari, a quanto pare disatteso secondo il Procuratore, «di mettere in sicurezza la zona, di avviare la bonifiche, di impedire l'accesso ai pastori e ai loro animali, di non svolgere quelle attività ritenute pericolose e nocive (brillamento di munizioni desuete, test di oleodotti, prove dei razzi)».

I DUBBI 

Il Procuratore Fiordalisi mette nero su bianco anche alcune considerazioni: in diversi punti della richiesta presentata ieri al gup Clivio il pm ritiene che sia difficile per il professor Mariani completare in pochi mesi indagini che l'Università di Siena e la Sgs hanno svolto in un periodo di tempo molto superiore (anni). A pregiudizio di un'indagine penale «con venti indagati e undici capi di imputazione». Altra osservazione: la Procura non aveva mai disposto altri campionamenti, ma si è basata sulle analisi già svolte dall'Ateneo di Siena (2002-2004) e dalla Sgs (2008-2010), contestando le conclusioni e alcuni presunti falsi. «Oggi - rileva Fiordalisi - i nuovi campionamenti e le nuove analisi sono già inquinati dalle esercitazioni militari e dai movimenti di terra di alcune zone del poligono successive alle indagini ambientali già effettuate».
Fiordalisi chiede anche di pianificare i campionamenti affidati al professor Mariani e controllarli passo passo nel corso di udienze mensili davanti al Tribunale di Lanusei: «Le nuove analisi del terreno potrebbero essere svolte solo se assolutamente ritenute necessarie al professor Mariani, dopo una sua valutazione delle consulenze degli esperti del pm».
Il rischio scritto tra le righe è che altrimenti per il caso Quirra si arrivi a una verità troppo tardi. O mai.



Tra i venti indagati anche ufficiali  ed ex sindaci
Sono 20 gli indagati nell'inchiesta su Quirra. Nell'elenco i comandanti del poligono Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni, Carlo Landi e Paolo Ricci, accusati di omissione aggravata di cautele contro infortuni e disastri insieme ai comandanti del distaccamento di Capo San Lorenzo, colonnelli Gianfranco Fois e Francesco Fulvio Ragazzon, al responsabile del servizio di Prevenzione e protezione del poligono, il tenente Walter Carta (ex sindaco di Perdasdefogu), agli esperti dell'Università di Siena, Francesco Riccobono, Giuseppe Protano, Fabio Baroni e Luigi Antonello Di Lella; i chimici Gilberto Nobile e Gabriella Fasciani sono accusati di falso nell'ambito dei controlli ambientali affidati dalla Nato alla società per cui lavorano, la Sgs; i generali Molteni, Cecchetti e Quattrociocchi sono accusati anche di omissione d'atti d'ufficio per ragioni di igiene e sanità; il medico competente, il professore Pierluigi Cocco, è sospettato di omissione aggravata di cautele contro infortuni e disastri, omissione di atti d'ufficio e, insieme all'ex sindaco di Perdasdefogu, Walter Mura, di ostacolo aggravato alla difesa da un disastro e favoreggiamento aggravato.


lunedì 25 marzo 2013


Le strade per l’Indipendenza. 
Antonio Bassu

La maggior parte degli Indipendentisti percorrono la strada della politica per raggiungere la agognata meta della Indipendenza della Sardegna.

Chi in maniera diretta , chi attraverso la legalita’ internazionale , e chi invece attraverso le proteste o ricerca di condivisioni su argomenti importantissimi.

Questo lavorio , e’ importantissimo , anzi fondamentale per realizzare quanto auspicato.

Ma da solo non ha la forza di riuscire a spingere a mare il malaffare e soprattutto la mentalita’ Italianista troppo presente e permeata nei nostri conterranei.

Anche coloro che crediamo siano piu’ vicini a noi in questo pensare, sono invece piu’ vicini alle logiche di un Bersani o di un Berlusconi qualsiasi , rispetto invece a quelle che secondo me sono giuste e legittime di un popolo che aspira ad avere la propria legittimita’ e la propria liberta’.

Prendiamone atto, e’ certo oramai che da sola la politica non riuscira’ mai a cacciare gli empi dal tempio.

Se non si parte da questa considerazione ogni sforzo e’ vano, un esempio lo abbiamo sotto gli occhi in questo periodo che si parla di zona franca , dove senza altri sostegni , neanche la volonta’ popolare riesce a smuovere i monoliti ne’ alla regione e ne’ altrove.

Se dovessimo capacitarci di questo ogni altra via deve essere discussa e percorsa , nel rispetto delle logiche non violente , ma nell’ambito di altri settori.

Quali sono quindi questi settori ?

Sono tantissimi , ma i due piu’ importanti per avere il consenso popolare sono:

l’Economia,

La Societa’ civica :

Cosa intendiamo per economia ?

Faremo quindi solo alcuni esempi per meglio far comprendere questo argomento.

Noi importiamo l’ 85 % dei prodotti alimentari , con una perdita di circa 120/150 milioni di euro annui.

Se noi avessimo anche solo una fetta di questo mercato , potremo imporre e ribadisco imporre la nostra volonta’ nei tavoli di trattative dove si consumano gli accordi sempre o quasi a sfavore della economia dei sardi , come ad esmpio :

il latte ed il suo prezzo,
le carni ovine di importazione dai paesi esteri .

sembra assurdo che con decine di milioni di pecore bisogni importare carni ovine nei mercati Sardi.

Cio avviene perche’ non c’e’ organizzazione e ne’ peso contrattuale .

Altro esempio il credito , o meglio l’accesso al credito.

Oggi questi e’ negato a molti e concesso a pochissimi privilegiati, come tutti ben sapete sempre ed esclusivamente sulle nostre spalle in quanto la moneta’ che circola e’ a debito , e quindi la abbiamo pagata in toto e continuiamo a pagarne gli interessi passivi ogni qualvolta se ne ha bisogno.

Che significa che ogni operazione commerciale e’ tassata oltre che dai balzelli che ci portano via tre quarti del nostro lavoro anche da questa invisibile tassazione della moneta che comunque pesa notevolmente .

E’ come che pur avendo un auto a disposizione le leggi vi impongano di prenderne una a noleggio.

L’esempio di come una banca virtuosa ed in attivo sia stata distrutta per non dare questo potere alla societa’ economica in particolare lo avete nella Banca di Cagliari, come ben descritto da Pietro Murru nel suo libretto “ Una faccenda oscura”.

Questi due sono solo esempi di come il potere reale sia negato ai Sardi.

Chiunque si metta in politica , sa’ bene che la forza sta’ nel consenso “ rubato “ dei fenomeni mass media ed anche in quello delle banche,.

Ed e’ per questo che ad esempio la lega si sia organizzata bene in merito e malgrado tutti i colpi presi sia ancora in auge ed abbastanza rappresentativa.

Parliamo di consensi , e dove si vanno a cercare i consensi ?

Nella politica Indipendentista non esiste nessun ulteriore consenso oltre quella ristretta cerchia dei ferventi credenti in questa opzione politica.

Ma il consenso si ottiene se al popolo offri tre cose , specie in quella percentuale di svantaggiati della nostra societa’ che supera abbondantemente il 50 % e che ogni giorno si ingrossa sempre piu’

Le tre cose che il popolo chiede sono:

un tetto dove dormire
un piatto dove mangiare
e abiti per vestirsi.

Se si vuole che i Sardi diventino popolo bisogna soddisfare queste esigenze negate , e solo con una forza economica e col giusto sostegno della politica , e’ possibile ottenerlo.

Bisogna che chi vuole il consenso si renda conto di questo altrimenti ogni movimento politico per quanto giusto, per quanto onesto, e condivisibile e’ destinato alla sconfitta .
Le strade per l’Indipendenza. 



La maggior parte degli Indipendentisti percorrono la strada della politica per raggiungere la agognata meta della Indipendenza della Sardegna.

Chi in maniera diretta , chi attraverso la legalita’ internazionale , e chi invece attraverso le proteste o ricerca di condivisioni su argomenti importantissimi.

Questo lavorio , e’ importantissimo , anzi fondamentale per realizzare quanto auspicato.

Ma da solo non ha la forza di riuscire a spingere a mare il malaffare e soprattutto la mentalita’ Italianista troppo presente e permeata nei nostri conterranei.

Anche coloro che crediamo siano piu’ vicini a noi in questo pensare, sono invece piu’ vicini alle logiche di un Bersani o di un Berlusconi qualsiasi , rispetto invece a quelle che secondo me sono giuste e legittime di un popolo che aspira ad avere la propria legittimita’ e la propria liberta’.

Prendiamone atto, e’ certo oramai che da sola la politica non riuscira’ mai a cacciare gli empi dal tempio.

Se non si parte da questa considerazione ogni sforzo e’ vano, un esempio lo abbiamo sotto gli occhi in questo periodo che si parla di zona franca , dove senza altri sostegni , neanche la volonta’ popolare riesce a smuovere i monoliti ne’ alla regione e ne’ altrove.

Se dovessimo capacitarci di questo ogni altra via deve essere discussa e percorsa , nel rispetto delle logiche non violente , ma nell’ambito di altri settori.

Quali sono quindi questi settori ?

Sono tantissimi , ma i due piu’ importanti per avere il consenso popolare sono:

l’Economia,

La Societa’ civica :

Cosa intendiamo per economia ? 

Faremo quindi solo alcuni esempi per meglio far comprendere questo argomento.

Noi importiamo l’ 85 % dei prodotti alimentari , con una perdita di circa 120/150 milioni di euro annui.

Se anoi avessimo anche solo una fetta di questo mercato , potremo imporre e ribadisco imporre la nostra volonta’ nei tavoli di trattative dove si consumano gli accordi sempre o quasi a sfavore della economia dei sardi , come ad esmpio :

il latte ed il suo prezzo,
le carni ovine di importazione dai paesi esteri .

sembra assurdo che con decine di milioni di pecore bisogni importare carni ovine nei mercati Sardi.

Cio avviene perche’ non c’e’ organizzazione e ne’ peso contrattuale .

Altro esempio il credito , o meglio l’accesso al credito.

Oggi questi e’ negato a molti e concesso a pochissimi privilegiati, come tutti ben sapete sempre ed esclusivamente sulle nostre spalle in quanto la moneta’ che circola e’ a debito , e quindi la abbiamo pagata in toto e continuiamo a pagarne gli interessi passivi ogni qualvolta se ne ha bisogno.

Che significa che ogni operazione commerciale e’ tassata oltre che dai balzelli che ci portano via tre quarti del nostro lavoro anche da questa invisibile tassazione della moneta che comunque pesa notevolmente .

E’ come che pur avendo un auto a disposizione le leggi vi impongano di prenderne una a noleggio.

L’esempio di come una banca virtuosa ed in attivo sia stata distrutta per non dare questo potere alla societa’ economica in particolare lo avete nella Banca di Cagliari, come ben descritto da Pietro Murru nel suo libretto “ Una faccenda oscura”.

Questi due sono solo esempi di come il potere reale sia negato ai Sardi.

Chiunque si metta in politica , sa’ bene che la forza sta’ nel consenso “ rubato “ dei fenomeni mass media ed anche in quello delle banche,.

Ed e’ per questo che ad esempio la lega si sia organizzata bene in merito e malgrado tutti i colpi presi sia ancora in auge ed abbastanza rappresentativa.

Parliamo di consensi , e dove si vanno a cercare i consensi ?

Nella politica Indipendentista non esiste nessun ulteriore consenso oltre quella ristretta cerchia dei ferventi credenti in questa opzione politica.

Ma il consenso si ottiene se al popolo offri tre cose , specie in quella percentuale di svantaggiati della nostra societa’ che supera abbondantemente il 50 % e che ogni giorno si ingrossa sempre piu’

Le tre cose che il popolo chiede sono:

un tetto dove dormire
un piatto dove mangiare
e abiti per vestirsi.

Se si vuole che i Sardi diventino popolo bisogna soddisfare queste esigenze negate , e solo con una forza economica e col giusto sostegno della politica , e’ possibile ottenerlo.

Bisogna che chi vuole il consenso si renda conto di questo altrimenti ogni movimento politico per quanto giusto, per quanto onesto, e condivisibile e’ destinato alla sconfitta .

Antonio Bassu


Il Movimento "TERRA LIBERA" aderisce e parteciperà compatto alla manifestazione organizzata dai “PATRIOTI SARDI”, in programma per lunedì 25 marzo p.v. alle ore 12.00, presso l'Ufficio delle Dogane di Cagliari (Ingresso Portuale dietro Stazione Ferroviaria). Non si mollerà il presidio fino all'ottenimento del nuovo prezzo dei carburanti (eliminazione delle accise, dei dazi doganali e dell'IVA). Rivolgiamo l'invito a partecipare a tutti i vari Movimenti, Associazioni e Comitati spontanei della Sardegna. La fiscalità di vantaggio in Regime di Zona Franca Integrale è un diritto di noi Sardi. E' una legge..... e come tale.... VA' APPLICATA…. SUBITO!!
Giuseppe Marini (Mov. TERRA LIBERA)
Il Movimento "TERRA LIBERA" aderisce e parteciperà compatto alla manifestazione organizzata dai “PATRIOTI SARDI”, in programma per lunedì 25 marzo p.v. alle ore 12.00, presso l'Ufficio delle Dogane di Cagliari (Ingresso Portuale dietro Stazione Ferroviaria). Non si mollerà il presidio fino all'ottenimento del nuovo prezzo dei carburanti (eliminazione delle accise, dei dazi doganali e dell'IVA). Rivolgiamo l'invito a partecipare a tutti i vari Movimenti, Associazioni e Comitati spontanei della Sardegna. La fiscalità di vantaggio in Regime di Zona Franca Integrale è un diritto di noi Sardi. E' una legge..... e come tale.... VA' APPLICATA…. SUBITO!!
Giuseppe Marini (Mov. TERRA LIBERA)

domenica 24 marzo 2013


"La Germania contro l'Europa" 

(Juan Lopez Torres)

Censurato sul quotidiano "El Pais" da Democracia Ya reale (Nota)
Domenica 24 Marzo 2013 alle ore 18,43

Nel mio articolo di oggi de L'Andalusia in El Pais ho commentato la strategia economica che la Merkel sta attuando, con enormi danni verso il resto d'Europa. Una strategia che ricordo sfortunata, economicamente, alla ricerca di "spazio vitale" per la Germania di Hitler. ....


"E 'molto significativo il fatto che di solito si parla di " punizione " per fare riferimento a misure che la Merkel ei suoi ministri impongono ai paesi più colpiti dalla crisi. Raccontano ai loro compatrioti che devono punire la nostra irresponsabilità per i nostri rifiuti a non pagare i nostri debiti  ai tedeschi.

Ma il ragionamento è falso, perché non sono le persone chiamate irresponsabili dalla Merkel  che è determinata a punire, ad esserlo, ma lo sono le banche tedesche, che protegge e quelle di altri paesi a cui hanno prestato, che lo fanno con irresponsabilità, per guadagnare miliardi. 

I grandi gruppi economici europei sono riusciti a stabilire un modello di unione monetaria molto imperfetta e asimmetrica che si riproduce rapidamente e che ha ampliato le disuguaglianze tra le economie originali che sono state integrate. E grazie alla sua capacità enorme di investimento e il grande potere dei governi  e delle grandi aziende del Nord sono stati in grado di mantenere molte aziende e settori, anche interi paesi periferici, come la Spagna.
Questo ha causato enormi deficit commerciali ed eccedenze e quest'ultime soprattutto in Germania e, in misura minore, negli altri paesi. 

Parallelamente, le politiche dei vari governi tedeschi concentra più reddito in cima alla piramide sociale, aumentando il suo già alto livello di risparmio. Dal 1998 al 2008 la ricchezza del 10% dei più ricchi della Germania  si è alzato dal 45% al ​​53% del totale, mentre per il 40% è sceso al di sotto del 46% per giungere al 40% men tre per il 50% dei più poveri son scesi dal 4% all'1%. 

Queste circostanze hanno messo a disposizione delle banche tedesche enormi somme di denaro.
Ma invece di dedicarlo a migliorare il mercato interno tedesco e la situazione dei livelli di reddito più bassi, li hanno usati (circa 704.000 milioni di euro fino al 2009, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali) per finanziare il debito delle banche irlandesi, la bolla immobiliare spagnola, il debito privato o per speculare in quello greco, le banche tedesche piene di titoli tossici hanno reso il debito privato nei paesi europei periferici disseminato di titoli tossici (900.000 milioni di euro nel 2009). 

Allo scoppio della crisi sono stati gravemente perturbati, ma ottenuta la loro insolvenza, piuttosto che apparire come il risultato della loro imprudenza e grande irresponsabilità  (che non si riferisce alla Merkel), si presenta come il risultato del rifiuto e del debito pubblico dei paesi in cui le banche li avevano servito. I tedeschi ritirarono rapidamente i loro soldi da questi paesi, ma il debito è rimasto nei bilanci delle banche. La Merkel è emersa come il campione dei banchieri tedeschi e li ha aiutati lanciando due strategie. 
Primo, i salvataggi, sono stati venduti come se avessero avuto lo scopo di salvare il paese, ma in realtà sono stati costituiti per  dare ai governi denaro in prestito e pagare persone per trasmetterle alle banche nazionali in modo da recuperarli il più presto possibile e pagare immediatamente i tedeschi. Un altro punto, evitare alla radice  che la  BCE  riducesse gli attacchi speculativi contro il debito della periferia, l'aumento dei premi per il rischio degli altri verso il basso,  è finanziato dalla Germania.

La Merkel, come Hitler, ha dichiarato guerra al resto d'Europa, per assicurarsi lo spazio economico vitale.
Siamo puniti, non per proteggere le loro imprese e banche, ma per nascondere davanti ai suoi elettori la vergogna di un modello che ha alzato il grado di povertà nel paese,  il più alto degli ultimi 20 anni, che il 25% dei dipendenti guadagna meno di 9,15 € / ora, a cui  è interessata la metà della popolazione, come ho detto, hanno come reddito un misero 1% della ricchezza nazionale. 

La tragedia è la collusione massiccia tra gli interessi finanziari paneuropei che dominano il nostro governo, e questi, che invece di difenderci con patriottismo e  dignità, hanno tradito ed agito come semplici comparse della Merkel. " 




Juan Lopez Torres


Ante la retirada de mi artículo Alemania contra Europa de la web de El País quiero manifestar lo siguiente:
- Sin entrar a valorar la decisión del diario, lamento que se interprete que la tesis de ese artículo es comparar a la Señora Merkel con Hitler, tal y como algunas personas están dando a entender en la red. Lo lamento porque creo que es evidente que de ninguna manera son personas comparables o que sus políticas sean igual de dañinas. Y, sobre todo, porque creo que de ninguna manera se puede dedicir esto último de mi texto. Es más, creo que interpretarlo así solo sirve para desviar la atención sobre el fondo de mi artículo que es claramente otro.
- Es cierto que en el artículo afirmo que en mi opinión Alemania ha declarado la guerra económica contra el resto de Europa y que eso lo comparo con la búsqueda del espacio vital que llevó a que Hitler desatase la guerra, pero creo que esto debe entenderse como la comparación de dos hechos históricos lamentables aunque de desigual factura, y no como la equiparación de dos líderes políticos.
- Lamento también que haya que hacer este tipo de comparaciones que involucran a un pueblo al que admiro pero creo que los europeos tenemos la obligación de recodarnos el daño tan grande que ya en otras ocasiones nos hicimos por darle prioridad a los intereses financieros y de las grandes corporaciones, como creo que está sucediendo ahora. Yo mismo he lamentado en algunos otros artículos que Alemania no recuerde lo que sufrió por las reparaciones de guerra que tan injusta y equivocadamente le impusieron otras potencias europeas.
- Lamento finalmente los problemas que estas interpretaciones hayan ocasionado al diario y a sus lectores y lectoras, y que éstos no puedan seguir leyéndolo en la web.

sabato 23 marzo 2013


Dentro o fuori l'euro: dieci idee

Fundación 1º de Mayo

rebelion.org/
tradutziu de sa defenza
  
1. L'appartenenza di un paese a una zona con moneta comune può essere molto positivo e auspicabile, ma solo se vengono soddisfatte determinate condizioni. In un altro caso, una moneta comune, diventa un esperimento che causa più problemi di quanti ne possa risolvere (vedi Juan José R. Calaza, la teoria economica della moneta unica: l'euro contro la Spagna . .. Ed. Piramide, Madrid 1998 analisi più riassunti ds Juan Torres Lopez, L'euro: cosa vogliamo dire Siviglia 1995.. www.juantorreslopez.com / wp-content / uploads / EURO.pdf ).

2. L'Unione monetaria europea non è stata soddisfacente dopo la sua approvazione, e anche ora, non ha nessuno di questi requisiti. Ma non è un semplice errore di progettazione:  i paesi in grado di generare eccedenze di capitale e le grandi aziende con beneficio a forte posizione dominante sul mercato sono la condizione di questo disegno.

3. Le condizioni che sono inevitabili per le economie periferiche (così chiamate), che sono state incorporate nell'unione monetaria nella maggior parte in posizioni arretrate, sono  condannate a subire un danno grave:
a) Un processo graduale di disinvestimento e genuina colonizzazione interna da parte del capitale di economie 'centrali'.
b) Specializzazione del ciclo-dipendente di attività e le stravaganze dei flussi finanziari (in particolare delle bolle), che aumentano la sua instabilità e le carenze strutturali.
c) Una dipendenza elevata, non solo economica, ma politica, per rafforzare i gruppi oligarchici.
d) carenza di capitale sociale, sempre più grande.
In breve, la possibilità di aderire ad una zona monetaria di questo tipo era semplicemente suicida per i paesi europei periferici, tra cui la Spagna.

4. La Spagna non ha preso le opportune pratiche difese per affrontare i pericoli che avrebbero portato alla sua entrata  nell'euro nella condizione in cui era, non c'è stato un progetto della dimensione  reale in cui versava l'economica.
E 'vero che l'adesione all'euro ha consentito l'ingresso di un patrimonio di risorse, ma deve essere messo in conto coloro che hanno lasciato la Spagna per rendere il capitale che hanno ripreso nella maggior parte della produzione virtuale in tutte le attività economiche. Il cambiamento che ha preso il nostro paese è evidente, si è da dedicato principalmente alla costruzione di un modello produttivo caratterizzato dal grande spreco di energia, a causa del grande costo ambientale delle grandi infrastrutture, in ultima analisi insostenibile, molto diseguale, e solo apparentemente volto a limitare la concorrenza nei costi salariali perché alla fine (in cui vi è stato più moderazione salariale OCSE praticamente da quando siamo in euro) non ha migliorato la nostra bilancia dei pagamenti, ma il contrario.
Né il consolidamento di tale modello, non a caso: è  più sensibile alla politica del debito , vale a dire l'obiettivo esplicito di generare una maggiore domanda di credito per sostenere il settore bancario e la potenza di guadagno speculativo negli anni dell'euro.

5. La scala straordinaria della crisi è stato battuto come una superstrada con la linea di galleggiamento dell'economia spagnola è ora di fronte a quattro grandi problemi o squilibri ovviamente intrecciati:
a) Una crisi della domanda molto profonda, aggravata ora dalla politica di austerità.
b) Una crisi bancaria.
c) Una crisi del debito sovrano e del debito privato.
d) Una  crisi del modello di produzione.

6. Per uscire dalla crisi, almeno, nelle quattro dimensioni appena citate, l'economia spagnola avrebbe bisogno di avere un termine molto breve, di almeno:
a) un piano di stimolo per recuperare la generazione di reddito e della domanda interna.
b) una ristrutturazione radicale del sistema finanziario a fornire finanziamenti per impedire la distruzione continua di attività.
c) La realizzazione di nuovi modi di generare ricchezza e occupazione
d) Una ristrutturazione del debito.
e) Una vera e propria banca centrale per alleviare il peso crescente del debito che generano interessi collegati al finanziamento privato insufficienti per intervenire tempestivamente nei mercati secondari.
f) Una riforma fiscale profonda e sostenuta dall'esterno per evitare fughe di capitali e una esacerbazione di evasione fiscale.
g) Tutto questo richiede, soprattutto, la capacità di manovrare.
Chiaramente, tali misure richiedono conoscenza di base e la complicità in alcuni casi, o il sostegno esplicito e collaborazione di altri paesi dell'Unione europea. Ma è davvero impensabile o addirittura impossibile che sia attuabile nel periodo di tempo molto breve (e forse nemmeno a medio termine).
Quindi penso che i problemi della nostra economia non hanno alcuna soluzione possibile nell'ambito dell'Unione monetaria europea, se semplicemente si accettano le condizioni in cui è stato realizzato e le politiche che vengono imposte in questi ultimi tempi.

7. Tuttavia, l'appartenenza all'unione monetaria (attualmente viziata e dannosa come citato) non impedisce che ogni paese, e in particolare alla Spagna, di adottare misure che potrebbero dare un tocco diverso all'evoluzione della crisi .
- Si potrebbe raccogliere fondi per riattivare e invertire la domanda interna e le riforme del lavoro che hanno causato e continuato il declino nelle entrate finanziarie.
- Si potrebbe avere finanziamenti a breve termine per l'attività economica da formule che possono variare: nazionalizzare le banche e la creazione di una linea di depositi centrali di riforma bancaria, su cui  anche il Fondo monetario internazionale è in sintonia.
- Si potrebbe avviare nuove esperienze di attività di produzione, canali di distribuzione o nuovo impulso a settori (ci sono proposte interessanti su questo in Anthony Quero, base per un accordo nazionale per uscire dalla crisi e la difesa della sovranità economica . At http://www.basesenred.org/images/Bases_Acuerdo_Nacional_8-10-2012_II.pdf ).
- La Spagna ha anche a disposizione la possibilità di attuare riforme fiscali e attuare una battaglia forte contro l'evasione fiscale aumenterebbe in una gran parte i ricavi fiscali.
- Anche se più difficile da ridurre, nemmeno oso pensare che la Spagna potrebbe diversificare le fonti di finanziamento internazionali, al fine di rompere a breve e medio termine la servitù del capitale europeo che stanno imponendo.
- E si può anche prendere in considerazione la creazione di una moneta parallela all'euro, e chiuso il mercato e le operazioni di pagamento nazionali, come proposto John J. Calaza. Una proposta molto importante perché, essendo compatibile con l'appartenenza all'euro, consentirebbe un salvataggio del finanziamento e l'attività sul mercato interno è la condizione sine qua non per superare la crisi (John JR Calaza, Esci la crisi senza lasciare l'euro: Spagna deve emettere europesetas (e) , in: http://bit.ly/vurblg e . capire il europeseta elettronico che è e, soprattutto, ciò che non è, al seguente indirizzo: http:// bit.ly / YFrfkl ).

8. Un terzo scenario per far fronte alla situazione in cui si trova l'economia spagnola è l'uscita dall'euro che richiede di presentare due considerazioni precedenti: la possibilità intrinseca della sua realizzazione, ed i vantaggi e gli svantaggi di .
L'uscita dall'euro non è ancora formalmente indicato come tale nei trattati europei, per cui si potrebbe pensare che può essere prodotto da una rottura radicale istituzionale con l'Unione europea. Il che non vuol dire che non è fattibile, come proposto in un recente lavoro di Robert Bootle ( Lasciando gli euro .: Una guida pratica In http://bit.ly/HM09dX Vid Jacques Sapir anche,.. se uscire euro ... In Miguel. Riera, Come l'€ uro? El Viejo Topo, Barcelona 2012).
Sui vantaggi e gli svantaggi devono essere considerati, in primo luogo, l'impatto a breve termine, molto traumatico e costoso. E dall'altra, che potrebbe avere in medio-lungo termine,  essere positivo  non solo per superare l'effetto depressivo immediato e la destabilizzante svalutazione interna ed esterna che il disinvestimento veloce produrrebbe, ma riesce a cambiare direzione in breve tempo, impulso per le attività economiche e progetti di business in settori nuovi  con incentivi e forme di proprietà, la gestione e il finanziamento molto diverse da quelle oggi prevalenti.
Qualunque sia il bilancio finale di questo processo, non c'è dubbio che può comportare grandi difficoltà, disturbi e sacrifici, in particolare nei primi due o tre anni.

9. In conclusione, penso che ci sia un pericolo maggiore e un rischio reale per il futuro.
Il pericolo è che il comportamento nell'euro rientra nel quadro delle politiche del taglio dei diritti, la restrizione della spesa e il disinvestimento che vengono effettuate. Se il disinvestimento non viene  frenato, in uno o due decenni perduti, in un futuro immediato  la Spagna si troverà non solo impantanato in una grave crisi economica, e nelle tensioni sociali, ma in qualcosa di molto più pericoloso.  Una società dove il potere della  dittatura oligarchica ha  non  solo disarticolato,  ma è stato  rafforzato dalla democrazia.
Il rischio è far rompere la corda per l'inerzia a confrontarsi con i poteri dominanti in Europa, a parte, che non implementa correttamente le alternative riformatrici che lo chiamano ancora all'euro. E, naturalmente, ha che fare con grandi mercati, imprese e gruppi finanziari che definiscono il percorso attraverso l'Europa. Ma se la Spagna non assume da subito, pagherà un prezzo molto alto.
........
Ma (..l'Europa) non ha abbastanza chiaramente il desiderio di realizzare progetti sociali. Idealmente, la strategia sarebbe intermedia, e fornirebbe entrate, finanziamenti e, soprattutto, la manovrabilità, riducendo le lacune ancora oggi in testa all'euro a un atteggiamento passivo verso le polizze emesse dai paesi europei che generano surplus di capitale o lasciare.
E se è impossibile riformare l'area euro, molto probabilmente l'unica soluzione sarebbe l'uscita dall'euro, nelle circostanze in cui venivano date.

10. In ogni caso, quello che trovo più importante e la principale conclusione e che vorrei dire è che nessuna di queste alternative è praticabile nelle condizioni politiche in cui siamo. Mentre in Spagna dominano frammentazione politica  dei partiti e del regime e il relativo saldo delle alleanze della transizione e può tentare di cambiare la situazione  in Europa, né può attuare le riforme interne all'euro né, ovviamente, può essere possibile lasciare.

Si richiede la modifica prima del nostro quadro politico e la nascita di una nuova maggioranza intorno ad un progetto sociale che altrove sarebbe stato chiamato "nazionale", ma come prova delle difficoltà che hanno per farlo attuare in Spagna, qui il minimo comun denominatore dovrebbe  mettere la stragrande maggioranza delle persone e classi, gruppi sociali, senza danneggiare una serie di sensibilità.

Journal of Studies. Numero 48. Mayday Fondazione. Febbraio 2013 
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