domenica 29 giugno 2014

O STELLE O BUIO - Tsipras, massoni e Bilderberg - Farage e migranti - Servo encomio, codardo oltraggio

fulviogrimaldi
Fulvio Grimaldi

Amici, è lunga. Ma leggetelo un po' per volta. Tanto per qualche giorno non mi rifaccio vivo.
Quando persone che si trovano onestamente in errore imparano la verità, o cessano di essere in errore, o cessando di essere onesti. (Anonimo)

Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso., ma nessuno ne è più capace. Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà”. (Oswald Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”)

Con tutto il gran casino che sta succedendo da varie parti è difficile, dopo una settimana di esternalità nella tranquilla e, per alcuni a ragione, per altri strumentalmente, vituperata Ungheria, scegliere l’argomento. C’è la Turchia del despota integralista fuori di testa, Erdogan, che continua a deflagrare, mettendo in subbuglio altro che la tenuta del caposaldo Nato, l’intero assetto del terrorismo jihadista.euroatlantico nella regione. C’è soprattutto l’Ucraina dove, a dispetto del genocidio dell’altro fronte terrorista, stavolta nazista-euroatlantico, il complotto imperialista rischia di frantumarsi contro la stupefacente resistenza dei patrioti russi e, di più, contro la strepitosa mossa russo-cinese della creazione del blocco geopolitico, economico, militare euroasiatico, insieme a Kazakistan, Bielorussia, Iran e Armenia, sostenuto dalla simpatia dei BRICS e dell’intero “terzo mondo”. C’è, in Tailandia, la presa del potere dell’esercito, nel nome della resistenza popolare di piazza all’arbitrio della corrotta cosca  predatrice dei Shinawatra, intima di Washington Naturalmente, il “manifesto” valuta il  la vicenda come Obama, “golpe militare” contro i difensori della democrazia. “Sono militari!”. Già, Come quelli che tentarono di rovesciare Hitler nel 1944.


C’è l’Africa, della massiccia offensiva colonialista franco-israelo-statunitense nel Sahel e in tanti altri paesi, della Libia  in cui con un golpe militare della Cia, l’Occidente cerca di strappare il disgraziato paese ai mercenari jihadisti, prima allevati e scagliati contro il più prospero e giusto paese del Continente e ora sfuggiti al controllo. E c’è l’esaltante vittoria della Siria di Assad che, riconquistata la maggior parte del paese, va ora alla riconferma elettorale della sua sovranità e indipendenza, sotto il governo di un amato e stimato presidente. Un po’ per volta ne parleremo. Ma ora mi preme scrivere qualcosa sull’Italia uscita dalla farsa delle elezioni europee.

Brogli? Sì, comunque brogli.

Gli exit poll diffusi dagli affidabilissimi ambienti finanziari britannici e secretati in Italia davano il M5S al 29,9%, il PD al 28,8% e tutti gli altri a livelli più o meno pari ai risultati finali. Brogli? Certamente! Se li pratica al massimo livello lo stregone, vuoi che non lo facciano gli apprendisti? Entrambe le elezioni di Bush sono state dimostrate falsate dai brogli che hanno impedito la vittoria di Al Gore, prima, e poi di John Kerry. Brogli verificatisi nei vari passaggi, dal processo manipolato delle circoscrizioni elettorali, all’iscrizione nelle liste elettorali ostacolata per  le minoranze ritenute di opposizione, fino alla trasmissione telematica dei voti affidata a ditte private legate al potere. Dove il potere e il controllo del voto sono nelle mani degli emissari del Nuovo Ordine Mondiale, nessuna alternativa reale vince più. Vedi Iraq, Afghanistan, Ucraina, Honduras, Paraguay.

Anche da noi la trasmissione dei dati è gestita da una ditta privata con parola finale detta nientemeno che da un gestore del Viminale come Alfano, la cui sopravvivenza politica dipende da un sopracciglio di Renzi. E, per quanto possano essere approssimative e facilone le divinazioni dei sondaggisti, una differenza di tre, quattro punti tra PD e Cinque Stelle, prevista dai sondaggi e confermata dai primi exit poll, e quella finale di ben 20 punti, mi sembra lasci adito a dubbi non del tutto arbitrari. Ricordiamoci che non erano infondate le contestazioni dei risultati dello scontro PCI-DC del 1948, nei quali la manina dei servizi Usa è risultata comprovata. E, visto che Renzi con l’Italicum è stato capace di andare oltre al Mussolini delle legge Acerbo (altro che “Grillo oltre Hitler”), ricordiamoci anche di Giacomo Matteotti dal duce fatto assassinare per averne denunciato la frode elettorale. In tempi più recenti ci fu la documentatissima denuncia di Enrico Deaglio sui brogli del 2006 (che poi, coerentemente con il suo personaggio, rimise la coda tra le gambe), che videro ridursi al lumicino un vantaggio di Prodi previsto sugli 8-10 punti fino al giorno prima. Hanno buone ragioni in Venezuela se affiancano al voto e allo spoglio elettronico quello cartaceo, controllo incrociato inconfutabile schifato dalle democrazie occidentali (vedi in proposito il post “Broglio si, broglio no: la terra dei cachi”, sul blog di Grillo).

Che questo sia vero o falso, resta da constatare come la cosiddetta disfatta del M5S e il cosiddetto trionfo di Renzi siano da verificare alla luce dei dati reali e alle circostanze nelle quali sono avvenuti.  Quando il gerarca Napolitano, schieratissimo nella campagna elettorale e ancora una volta, a ennesimo golpe attuato, spudorato partigiano dei fantocci indigeni della Cupola e dei loro misfatti anticostituzionali programmati (dichiarazioni in occasione dell’oscena fregola militarista espettorata nella parata del 2 giugno), esulta per la “sconfitta dei populismi”, la cosa vanta lo stesso fondamento del “non sentito nessun boom”, all’indomani del primo successo elettorale di Grillo.

E non ci sarebbe neppure bisogno della materialità di un voto manipolato sulle schede. Manipolata è ormai ogni elezione che si svolga nel le democrazie occidentali e nei domini ad esse obbedienti. Gli strumenti sono infiniti, visibili e invisibili. Corruzione psicologica delle masse attraverso il terrorismo mediatico generalizzato che demonizza i protagonisti dell’opposizione con la stessa tecnica applicata ai governanti dei paesi fuori controllo (tutti “Hitler” e “fascisti”); occultamento e deformazione delle loro parole e azioni (vedi l’oscuramento dell’attività parlamentare dei Cinque Stelle e l’utilizzo degli utili idioti dissidenti); un paese frazionato in settori di voti di scambio governati dal malaffare legale e illegale, organico alla classe dirigente (sanciti dalla legge votata dal Partito Unico e combattuti dai Cinque Stelle); “sinistre” tatticamente disomogenee e strategicamente omogenee; fino alla messa in campo di liste di disturbo.

Una lista di disturbo: Tsipras-Bilderberg

Partiamo da queste ultime. Nella lista di Tsipras “per un’altra Europa” (che riecheggia l’infelice e inane “altro mondo possibile” dei fasulloni di Porto Alegre) c’erano persone dalla storia personale ineccepibile, che conosco e stimo profondamente, accanto alla solita conventicola di teste d’uovo sterilizzate nell’empireo delle cose assennate e perbene e, peggio, insieme ad autentici infiltrati del nemico di classe e imperiale. A partire da promotori come Barbara Spinelli, figlia del fondatore Altiero, massone bilderberghiano e uomo di fiducia dell’Agnelli trilaterale, compagna del bilderberghiano boia sociale Padoa Schioppa e massone bilderberghiana lei stessa; dal cultore dell’eccezionalità ebraico-israeliana Ovadia, sostenuto da una massiccia quota di lobby ebraica, da esimi editorialisti dell’editore sionista-renziano De Benedetti, da residuali no global rintanati nell’Arci e in Sbilanciamoci.. Per finire, molto in basso, con SeL, dello sghignazzante compare dei Riva e Marcegaglia, che la sua base aveva strappato a fatica dalla corsa alle più sicure poltrone del largointesista europeo Schultz. Della Spinelli c’è poi da ammirare la saldezza morale quando, da capolista finta per promuovere a Bruxelles un candidato vero, si è rimangiata la parola e ha deciso di andarci lei. Una Bilderberghiana, pur reclamandosi anti-casta, rinnegherebbe se stessa se rinunciasse a 11.700 euro al mese (i tedeschi ne prendono 7.700, i portoghesi 3.200).


In coloro che hanno pensato di poter contaminare una tale genìa con la propria saldezza ideologica, si sono mescolate buone intenzioni e una fenomenale capacità di illudersi. Qualità che si ritrovano in tutti gli agnelli che si accompagnano ai lupi. Berlinguer, anticipatore delle larghe intese, lo avrebbe dovuto capire quando la Cupola gli tolse da sottobraccio il fratello-compagno Aldo Moro. Davanti a un tale sbandamento, non c’è neanche da infierire sull’ingenuità di questi ottimi compagni quando pensavano di poter portare la propria carica antagonista in un’Unione Europea fondata, cresciuta e consolidata nel segno amerikano della mattanza capitalista, della “democrazia” totalitaria di classe e del subimperialismo straccione. Unione Europea che gli scaltri  capataz della lista descrivevano come emendabile con quattro cerotti, senza dover ricorrere agli scossoni di “populisti” che avrebbero comportato la cancellazione del “pranzo di gala”. Senza il loro concorso la lista sarebbe rimasta al poco più del 2% dei fratelli siamesi di “Rivoluzione Civile” e i pentastellati avrebbero preso almeno 2 punti in più.

Quello che non capiscono, le sinistre lo chiamano “fascismo”. Dimentichi della raccomandazione di Lenin che tocca stare dove stanno le masse quando si oppongono al potere, i sinistri e il  “manifesto” si sono scagliati a corpo morto  contro chi, conquistando un italiano su quattro, aveva fatto sua un’antagonismo che da anni loro avevano seppellito nel consociativismo delle guerre, dei diritti umani degli altri, della democrazia, del femminismo spurio, della deprecazione dell’omofobia e delle vesti stracciate sui migranti. Tutti temi agevolmente incorporati da un cannibalismo neoliberista che, andando al sodo, cuoceva nello stesso pentolone i diritti umani dei propri sudditi e quelli dell’universo mondo, democrazie e altre forme di società, donne, uomini e bambini, etero e omo, migranti e stanziali. 

Esce la “sinistra”, entrano le Cinque Stelle
Alla base di quella virulenza anti-Grillo (la personalizzazione demonizzante del nemico va di pari passo con la personalizzazione idolatrica dei propri guru) al confronto della quale le critiche a Renzi e al PD (“C’è un’autentica sinistra nel PD”, Barbara Spinelli) erano buffetti, c’è la paura della morte. In altre parole, l’essere stati storicamente resi obsoleti da un M5S, che ne ha occupato gli spazi traditi e abbandonati. Già perché credo poco alle varie spiegazioni che si sono volute dare, da fuori e da dentro, dell’arretramento del movimento. Vero che Grillo avrebbe potuto risparmiarsi battute che, magari appropriate, offrivano agli energumeni della manipolazione politica e mediatica l’opportunità per trasferire all’elettore boccalone, compatibile con l’esistente, la propria paura del nuovo che avanza sul serio. Vero che in questa campagna, troppo vicina a quella del 2013 per far fruttare ripetizioni, sarebbe stato meglio vedere più gli straordinari parlamentari Cinque Stelle  e un po’ meno il Grillo già visto e collaudato. Un Grillo, a mio avviso, più efficace nell’ironia, nel sarcasmo e nella proposta, quelli dei suoi ineguagliati spettacoli, che non nell’invettiva. Un Grillo che non avrebbe dovuto mettere a rischio la sua affidabilità con l’ossessivo slogan “vinciamo noi”. 

Incredibile ho trovato la rampogna alla performance dei parlamentari nelle trasmissioni televisive. Rispetto ai vaniloqui, alle intemperanze, alla goffaggine retorica, alla fuffa ignorante, incolta e incompetente dei loro antagonisti, i Cinque Stelle apparivano altrettanti Calamandrei e Cicerone. Ma vogliamo mettere? Qui Di Maio, Taverna, Morra, Di Battista e là Picierno, Bonafè,  Boschi, Madia, una riedizione al femminoso del quadrumvirato di Italo Balbo e compagnia, e le assolutamente equipollenti vestali renzusconiane della destra che si ammette tale. Qui uno Tsipras spinellizzato, l’ombra di quello che ha alle spalle anni di insurrezione contro la Troika, che dalla bilderberghiana Gruber, benevola con lui quanto velenosa con i “grillini”, risana con tisane l’Unione Europea, là Grillo da Mentana che rade al suolo il mattatoio.
Perché, dunque, un movimento che pareva inarrestabile ha registrato una perdita secca del 5%? Dell’uragano di odio e calunnie scatenato dalla casta e dai suoi house organ s’è detto. 

Del disorientamento e depistaggio provocato dalla lista Tsipras pure. Altri hanno enfatizzato, non senza ragione, la berlusconizzazione di buona parte degli intelletti che, all’impatto con  la roccia, preferiscono farsi risollevare da mirabolanti prospettive di guarigione e benessere perpetuo, piuttosto che rischiare di graffiarsi per rimuovere il macigno. Dopotutto siamo quelli che da 2000 anni portano in letizia le manette psicofisiche messegli da Costantino. Tra le ciliegine su questa torta da arsenico e vecchi merletti ci sta pure un Renzi che sugli ultimi tornanti del giro ha frodato la corsa mettendosi addosso una maglia rosa uguale a quella del corridore migliore. Su lotta ai privilegi di casta, sull’indecenza degli stipendi d’oro, su Bruxelles da mettere sull’attenti, sull’Italia da restituire al patriottismo e alla sovranità, tutta roba da sempre di Grillo, ha puntato la stecca e ha fatto carambola.

E quelli che credono ai miracoli, a Vanna Marchi e a Padre Pio – guardate nelle case dell’italiano medio -, anche perché di fatti in cui credere i regnanti non gliene hanno lasciato punti, sono andati a votare a bocca aperta. Dimentichi d’acchito del Renzi allevato dalla più micidiale delle caste, capo di parlamentari che non rinunciano a un centesimo dei loro stipendi d’oro, fiduciario di banchieri e tecnocrati ai quali finora non ha fatto che lustrare le scarpe. Comunque, a votarlo sono stati pochini, alla faccia del golpista che blatera di “italiani che hanno espresso la loro fiducia”: il 40% del 60% che ha votato sono qualcosa come 14 milioni su 50. Sbaglio? Una neanche cospicua minoranza degli “italiani”. Bastano per la dittatura in corso d’opera?


Per me, se i Cinque Stelle sono scesi dal 25 virgola qualcosa al 21 virgola qualcosa, è un po’ perché alle europee si va sempre a votare in meno, un po’ per le ragioni elencate, ma, in primissima linea (ed è qui la fonte del furibondo livore delle destre onnicomprensive, comunque si qualifichino) perché l’azione dei parlamentari in questi mesi ha tolto di mezzo ogni equivoco e ha chiarito che il M5S è un movimento di sinistra, l’unico. E quelli che, o per carriere o equivocando, di sinistra vera non sono, se ne sono tornati sotto l’ombrello loro. Capisco che Grillo abbia in uggia la distinzione “destra” - “sinistra” e chi finge di perpetuarla, alla luce delle malformazioni che si qualificano tali nel nostro paese.

Ma se vogliamo restare all’accezione scientifica della qualifica, non c’è cosa che i parlamentari pentastellati abbiano fatto alla Camera e al Senato che non si debba definire di sinistra. Dalla politica internazionale, fondata su antimilitarismo e antimperialismo e sulla sovranità da strappare ai nominati tagliateste di Bruxelles, alla battaglia contro una classe dirigente incistata con le banche e con i predatori finanziari, all’illustrazione della palude di scandali, malversazioni, corruzione e ruberie in cui nuota e si riproduce la classe dirigente, dall’intreccio Stato-mafia come esplicitato nel voto di scambio consacrato dal Partito Unico, alla lotta contro devastazione ambientale e saccheggio sociale delle Grandi Ruberie dette Grandi Opere, tipo TAV e MUOS, alla rivolta contro una corruzione ontologica della politica come simboleggiata dal sostegno al carcinoma del gioco d’azzardo, al reddito di cittadinanza per l’oceano di vittime del mattatoio capitalista, a, a, a….Insomma, nel voto del 25 maggio si sono persi coloro che si sono accorti che il M5S è l’opposizione giovane (la maggioranza dei 18-25 anni è suo), l’opposizione popolare, quella delle vittime dell’UE, dell’imperialismo, del neoliberismo, dei disoccupati e precari, della pace, dello Stato-mafia, del massacro sociale, economico, culturale. E’ da qui che si potrà crescere coerenti, solidali, uniti, antagonisti.

Il moloch Farage, verdi santi subito e questione migranti
Il napalm a tappeto su Grillo e i suoi è tornato a scatenarsi alla notizia che il leader aveva cenato con il reietto britannico Nigel Farage, sentina di tutte le turpitudini, cena reiteratamente trasformata dalla bilderberghiana Gruber in “matrimonio”. Il vignettista Vauro, ultimo giapponese trinariciuto, ha dato fondo alla sua ottusa volgarità. Perfino Travaglio, solitamente obiettivo se non simpatizzante, si è fatto maestrino della penna rossa, stavolta verde, e ha tirato dei grossi freghi sul tema dei ragazzini pentastellati.. Qualcuno ragionevole, altri dettati da personali idiosincrasie. La descrizione di Farage va presa come quella che ci rifilano della Corea del Nord. Insieme  a molti, perfino tra i seguaci dei Cinque Stelle, Travaglio ha implorato Grillo di volgersi verso i Verdi, in Italia chiamati patriotticamente “Green”. E questa è davvero un invito degno di Taffazzi. E’ da sempre, dai padri nobili della lobby Cohn Bendit e Joschka Fischer e, da noi, Ferrante e Della Seta, successori di purosangue dell’ecologia come il soft PD Realacci, il nuclearista Chicco Testa, o Pecoraro Scanio, indagato per reati come quelli che hanno sventrato i consigli regionali di tutta Italia, che questa gramigna ingiallita fa da commensale sotto la tavola degli antropofagi neoliberisti euroatlantici. Purchè là fuori spunti una pala eolica tra le banche (e io le pale eoliche le mettereì ovunque, ma preferibilmente sulle macerie delle banche). Sincronizzando i suoi strepiti per democrazia e diritti umani  e i suoi anatemi contro dittatori e burka, con lo schianto dei missili Nato su case, ospedali, scuole e famiglie in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina, ovunque.

Al reprobo Farage si imputa di ogni: razzismo, xenofobia, omofobia, follia, misoginia, autoritarismo, nazionalismo. Come sempre, in concerto bi- e tri-partisan. Sarà. Poi tutti questi Torquemada al servizio del nuovo pontefice massimo hanno smarrito nel cestino gli appunti in cui lo sciagurato aveva cacciato su due piedi esponenti del partito che avevano pronunciato frasi razziste, xenofobe, omofobe, misogine, aveva nominato degli esotici extracomunitari a capo dei dipartimenti che li riguardano, o aveva imprecato contro l’imperialismo Usa e le sue guerre. Certo, se si guarda all’ideologia politica, lo “spiritoso” capo di “Ubik”  sta ai Cinque Stelle come Friedman sta a Gramsci. Ma la stessa cosa vale per i Verdi, che però vantano il plusvalore decisivo: le belle canzoni di guerra. Cosa che deve aver incantato anche chi non si fa scrupolo di confluire nel GUE, la vera eurosinistra, nel quale uno dei suoi esponenti più illustri è quel Melenchon che, pure, ha fiatato consenso alle bisbocce belliche di Hollande. Il sistema ha riacceso il ventilatore utilizzato dal giorno della prima epifania del M5S e i suoi antagonisti radicali hanno ripreso a caricarlo di fango.


Migrazioni, una strategia imperialista?
Io direi, calma e gesso. O fare i manichini sugli scranni e non contare una cippa nell’europarlamento, o aggregarsi, in piena libertà e autonomia di posizione e azione, con chi differisce da te su molti piani, ma, intanto, condivide due discriminanti assolute: no guerra, no UE. Poi si vedrà. Potremo sempre mettere qualche pizzino nel ventilatore. Particolare attenzione deve venire riservata al discorso di Farage sui migranti. Che lui non vuole. E qui, prima di continuare, vorrei farmi scudo di una vita impegnata nel lotta contro l’etnocentrismo, l’eurocentrismo e ogni razzismo culturale, tutti fucine di migrazioni. Atteggiamenti invece frequentemente praticati da chi sugli arrivi, gli annegamenti, le detenzioni, i trattamenti dei migranti spende il massimo della sua indignazione, comprensione, compassione  E giustamente inveisce contro i responsabili di questo genocidio a bassa intensità. Ma non contro tutti.

Si lamenta che si tratta di fuggiaschi da fame, miseria, dittature, corruttifici, violazioni dei diritti umani, disastri climatici. Qualche temerario aggiunge “guerre”. Punto. Avete presente la perizia di uno che si trova la casa allegata e si affanna a svuotare secchi e strusciare stracci, mentre al piano di sopra dal rubinetto aperto si precipitano cascate lungo le scale? Da quanti anni arrivano da noi migranti? E da dove? Da paesi ridotti all’agonia e oltre. Albanesi, poi balcanici, poi nordafricani, centroafricani, est-europei, cingalesi, somali, iracheni, sudanesi, saheliani, libici, ultimamente in massa siriani ed eritrei. Trovatemi uno di questi popoli su cui non si siano abbattuti il mercato, la finanzeconomia, le multinazionali, o i destabilizzatori colorati occidentali, la catastrofe climatica prodotta dall’Occidente, le mafie occidentali e soprattutto, a volte tutto insieme, le guerre occidentali. Scappano dalla dittatura e dall’obbligo militare a vita in Eritrea? Io che ci sono stato vi giuro che sarebbero rimasti felici sotto quella “dittatura”, se solo contro questa nazione indipendente l’Occidente non avesse scatenato aggressioni militari (il vassallo etiope) e sabotaggio economico. Aggressioni che impongono agli eritrei un servizio militare di 3 anni, con richiami fino ai 50. Esattamente come succede in Israele, che però è quello che aggredisce.

Se a questo Occidente si vuol dare un volto, spuntano in primo piano quelli dei primattori nel teatro dei burattini: Bush, Clinton, Obama, Sharon, Olmert, Netaniahu. Dietro si intravvedono comprimari,  reggicoda europei di varie generazioni. Il dato oggettivo del fenomeno migrazione i capitalisti italiani ci insegnano essere l’abbattimento dei diritti, delle tutele e dei salari degli autoctoni come degli alloctoni. La marcia verso il ripristino dello schiavismo,  fattore che ha sostenuto lo sviluppo del capitalismo e che ora ne deve rallentare il declino, ne viene accelerata. Volete che sia una casualità? E allora volete che sia una casualità, oppure una strategia, quella volta a sbriciolare l’Europa, a partire dalle sue marche deboli?


E chi mai potrebbe perseguire una simile strategia? Forse quelli che ci fanno dissanguare per le loro guerre? Forse quelli che ci hanno imposto un’economia a strozzo? Quelli che, con l’11 settembre e seguenti, ci hanno lanciato contro i mulini a vento del terrorismo perché ci distraessimo dalle carovane dirette alle mense dei poveri? O quelli che hanno indotto l’Europa ad amputarsi l’arto balcanico e che ora, con il TTIP (Trattato di libero scambio euro atlantico), fanno di noi il pinocchietto che abbaia alla catena come il cane Melampo? Fanno degli interessi di Goldman Sachs le leggi del nostro parlamento (e Renzi si è portato avanti col lavoro con lo “Sblocca Italia” che spazza via le sovrintendenze artistiche davanti alla marcia di saccheggiatori amministrativi e imprenditoriali? Con tanto di auspicati investitori stranieri)?

Si può sfuggire alla constatazione che radere al suolo paesi e far scappare verso l’Europa milionate di disperati disposti a tutto (“10 milioni di migranti sono la salvezza dell’Europa”, Barbara Spinelli) possa essere una lucida strategia Usa, che così acchiappa i classici due piccioni con una fava? Elimina dalla scena mondiale gli Stati che rompono i fili della vedova nera imperialista e scompone l’organismo concorrente europeo. Europa, potenziale rivale euroasiatico, una volta che euroscettici  e “nazionalisti”, cioè recuperatori di sovranità e costituzioni, avranno eliminato dalla scena sadomaso di Bruxelles i sottogolpisti dei megagolpisti Usraeliani. Rispetto alla grossolanità delle rivoluzioni colorate impiegate col popolino, la migrazione si presenta come il piano B, quello per i più sofisticati. Con masse di migranti arrivano la già detta destrutturazione della condizione operaia, l’emergere di frammentazioni e contrapposizioni etniche, confessionali, culturali, nocive alla coesione sociale, oneri finanziari e di strutture insostenibili nel quadro del piano di  trasferimento di ricchezza dal basso all’alto.

Non penserà forse a questo Matteo Salvini, a cui bastano i foruncoli che gli provoca la vista di una pelle dal colore diverso. Ma forse è a questo che pensa Farage e che hanno capito i Cinque Stelle. Ma ci pensano anche, per altri versi, i radicalsinistri che, piangendo sul destino (solo finale) dei rifugiati, intravvedono tra le lacrime la sfocata visione di un settore sociale dal quale trarre nuova linfa di sopravvivenza politica, visto che la mitica classe operaia, ma anche milioni di altri bisognosi, si sono aggrappati alla sponda opposta. Si illumina d’immenso tra costoro un guru progressista di lunga lena. Furio Colombo, già Fiat, già Stampa, già L’Unità, già Bilderberg anche lui, ora “Il Fatto Quotidiano”. E’ lui che dà il la, quando rinserra nella sua compassione i migranti e la loro disperazione e la relativa violazione dei diritti umani. Del tutto ignorati, questi ultimi, negli incensi che turibola verso le democrazie-modello di Tel Aviv e Washington. Sta fianco a fianco con il correligionario Dario Fo, che si rabbuia davanti all’idea Farage, ma la cui credibilità s’è un po’ appannata grazie alle sue raffiche di peana per Francesco santo subito, il volpone in Vaticano. Domanda da un fantastilione: perché nessuno di questi si chiede mai chi ha aperto il rubinetto e non si muove per chiuderlo??? Se lo sono chiesto, da soli, i ragazzi e cittadini che si battono contro il MUOS a Niscemi. Quel tumore innestato nella pancia della Sicilia, che è la plancia di comando di chi apre rubinetti.

Lo Stato canaglia: servo encomio, codardo oltraggio

O meglio, questa classe dirigente canaglia, criminale, bugiarda, infingarda, ladra, assassina. Una classe dirigente di imbonitori, biscazzieri, falsari, parassiti, presstituti. Un capo-clown ispirato dalla serie horror di “SAW”. L’espressione più becera del populismo, manifestazione estrema dell’antipolitica. Italia giunta all’apice del degrado umano, morale, culturale, giuridico, con il bullo di sapone manovrato dal ventriloquo a sua volta nominato dalla feccia mafio-finanziaria occidentale che sta uccidendo la nostra e altre specie. E’ stata una ininterrotta discesa agli inferi, dall’infamia di un De Gasperi che contrattò 3milioni di tonnellate di carbone belga contro 50mila minatori da scuoiare. Operai che l’Europa nascente di Spinelli e Rossi votava a un razzismo e a uno sfruttamento più spietati di quanto oggi si possa fare all’ultimo raccoglitore senegalese di pomodori. Marcinelle e altre miniere belghe, dal 1952 al 1956: 600 morti italiani. Di quanti chili di carbone era il prezzo dato da De Gasperi a un minatore italiano? Di quanti suicidati, di quante famiglie distrutte, è il prezzo fatto pagare dal ministro Fornero alla classe lavoratrice italiana? Quante stragi di innocenti, comandate dal mammona di Wall Street, hanno insanguinato le mani di ogni nostro capo dello Stato, presidente del consiglio, ministro, parlamento che vota sì, dal 1991 della guerra all’Iraq, alle successive apocalissi rovesciate su Serbia, Afghanistan, di nuovo Iraq, Libia, Siria, Ucraina, Africa?

Basta una settimana di operatività renziana per mostrarci di quanto il solco tracciato da questi predecessori venga difeso e ancora scavato da questo vegliardo imbellettato da giovane. Non c’è che da scegliere, ‘ndo cojo, cojo.  Il pitocco mercenario Nato, ministro dell’Offesa, promette nostri lanzichenecchi all’Ucraina e alla Repubblica Centroafricana. La bellezza è il mezzo ed è anche il messaggio. E’ alla luce di questo paradigma, valido e onorato per il bene collettivo nel corso di millenni di affanni e creatività, che il ministro della Pubblica Distruzione, Giannini, opta per la cancellazione della storia dell’arte, successiva a quella della geografia e simultanea a quella della filosofia. Con la paghetta di 80 euro al ceto fornitore di plausi,  coperti dai 150 milioni rapinati d’imperio alla Rai, servizio pur tuttavia pubblico e semmai da raddrizzare, restituisce briciole a quanto sottrae con la Tasi e altre gabelle e conferma  la “profonda sintonia” con il padrone delle reti Mediaset. La Rai, poi, si rifaccia privatizzando e vendendo, costretta e quindi a saldo, RaiWay, la rete dei trasmettitori, magari al solito venerato investitore di fuori. Che figata: il più cruciale sistema nazionale di trasmissione di comunicazioni in mano a una multinazionale straniera, magari amica dell’ NSA o della Cia. E guai a scioperare: siamo al modello Mubaraq o Morsi. Il giustiziere tira ancora il cappio facendo rivalutare il catasto, perché la mia stamberga da 80 mq possa pagare di più della garconniere stile Luigi 15 da 60mq di Briatore. Affitta e fa affittare ai VIP della malavita legale i nostri più pregiati e vulnerabili beni culturali. Rimpingua la borsa di banchieri e loro colleghi biscazzieri che così praticano il gioco d’azzardo. Quello italiano è il più diffuso del mondo,  e con esso le ludopatie.

Il raccapricciante decreto “Sblocca Italia”, nell’era dei “capitani coraggiosi” e i “furboni del quartierone” di Renzi, non si limita a mettere dietro la lavagna le sovrintendenze che s’impicciano di sopraelevazioni sul Campidoglio. Spara steroidi nei cantieri delle Grandi Opere, decine di miliardi grazie a nuove distruzioni del suolo, dal Tav alle nuove autostrade, per un ulteriore miglioramento dell’ambiente e i fasti di un Marchionne che da 10 anni non ha prodotto una vettura decente e, dunque, ha espresso una passione sfrenata per il bullo di sapone. I petardi nucleari bipartisan Expo e Mose esplodono e inceneriscono un bel pezzo del connubio politici-imprese-n’drangheta, dando al contempo all’estero un’esaltante immagine dell’Italia renzista, correggendo quella pessima  offerta dai “terroristi” che popolano la Valsusa. Negli 8 mesi di Renzi disoccupazione giovanile dal 42 al 46%, il 50% è a portata di mano, il 61% nel Sud già raggiunto e tra gli occupati si innestano i milioni chi hanno fatto un mese di cococo, siamo sul filo di lana con la Grecia. Marchionne e la Borsa prosperano. Non c’è esponente di regime che non ululi ogni due per tre “Lavoro!” e a ogni urlo altri 10mila vengono sbattuti in strada. E’ il “Jobs Act”, cretino. Il piantone della caserma Usa si fa ordinare F-35 per 14 miliardi , ma spende un pugno di milioni per piantare aiuole davanti a  24mila scuole che cadono in testa agli scolari.


Nessuno, in 60 anni, è riuscito a fare peggio. Riforma del Senato, via chi aveva esercitato un controllo che ha rimediato alle nefandezze della Camera. Via le province  ed evirati tutti gli enti intermedi che, bene o male, trasmettevano verso l’alto istanze di base (e qui non sono d’accordo con Grillo). Italicum da far morire d’invidia Mussolini, Licio Gelli, il generale de Lorenzo, Scelba e Tambroni. Riforma della giustizia che metta la mordacchia alla magistratura e ponga tanti Torquemada alla Caselli al posto dei Davigo, Colombo, Di Pietro, Borelli, De Matteo. Vietti del CSM, illustre berlusconide, ha già pronta la sostituzione del procuratore capo Messineo, inaudito provocatore che ha sostenuto il processo alla combine mafia-Stato nelle stragi del ’92-’93.

A tutto questo e a un’Europa fin dalle origini tonnara del welfare, della democrazia, presidio dell’1% al servizio dell’1% statunitense, chi si oppone con parole e opere? Quelli che cenano con Farage? Pazienza. Staremo a vedere e interverremo. C’è qualcuno in casa, oltre ai Cinque Stelle? A San Giovanni, Casaleggio, vestito da Christopher Lee, ha fatto inneggiare a Berlinguer.Troppo modesti, i Cinque Stelle sono meglio. Oggi le cose, di riffa e di raffa, stanno così: o le stelle, o il buio.


sabato 28 giugno 2014

INTERESSANTE INTERVENTO SULL'UCRAINA DI MARTA GRANDE ( M5S ) SEPPUR LACUNOSO E A TRATTI FUORVIANTE

A. Boassa

Quando in questo parlamento , tra i più miserabile che la storia della Repubblica abbia mai avuto , si ode qualcosa di sensato e di non mistificante credo che vada rilevato immediatamente ... accade così di rado .

Marta Grande ha innanzitutto messo in rilievo che sul clima di violenza in Ucraina " siamo stati informati a senso unico " . Ha denunciato a chiare lettere che le operazioni di filtraggio della popolazione non sono altro che campi di concentramento preparati dal governo . Ha voluto giustamente evidenziare che l'operazione militare in corso perché potesse esse giustificata aveva bisogno della demonizzazione del nemico , la Russia ovviamente , cui la deputata ha riconosciuto il grande contributo che ha avuto nella vittoria contro il nazismo , non tralasciando di affermare che l'operazione militare ucraina è un atto di aggressione contro il suo stesso popolo realizzata con operazioni di "bassa macelleria" a sfondo etnico .

La deputata ha avuto il coraggio di denunciare "la malcelata politica di provocazione" contro la Russia di Washington e della Polonia . E tutto questo nel silenzio del governo . "Politica subita" -si presuppone dalla Nato e dalla UE- Non mi soffermo sulle altre questioni sollevate da Marta Grande sugli enormi interessi commerciali tra Italia e Russia - che si presuppone verrebbero compromessi per volontà Nato - e sulle questioni energetiche affrontate dai nostri governanti con superficialità sul piano climatico (vedi il disinteresse per le rinnovabili) su cui , tra l'altro , sono completamente d'accordo.

L'intervento lodevole ( di questi tempi poi) ha difettato tuttavia in profondità d'analisi . Non ci ha detto che l'insurrezione è stata organizzata con mercenari che sparavano sulla folla per attribuire le vittime alla polizia del governo legittimo . Non ci ha detto delle bande naziste armate da Nato e da UE nè della presenza di ufficiali tedeschi e israeliani , di mercenari americani , polacchi ... Non ci ha detto della continua presenza di politici americani che aizzavano contro -lo rispetto- il governo legittimo , come non ci ha detto del clima eversivo preparato scientemente dalle Ong di Soros .

Avremmo gradito che ci dicesse della presenza nel governo ucraino, nelle più alte cariche della magistratura come anche nell'esercito , di elementi di provata fede nazista . Avremo gradito che dicesse del fosforo bianco lanciato sulla popolazione civile ...

Non ci ha detto che è stato un golpe liberal nazista ...
Comunque , nella palude in cui versa il parlamento , un intervento degno di nota , sopratutto se si fa riferimento al pavido silenzio delle così dette sinistre radicali parlamentari ... ma , a proposito , domani è il 28 giugno...una buona opportunità per ritessere le fila...vecchia talpa


 NON TI SCORDARE CHI SONO I NOSTRI CARNEFICI: Lista dei PARTECIPANTI alla Riunione del Gruppo Bilderberg 2014

Ecco la Lista dei PARTECIPANTI All'Incontro del Gruppo Bilderberg, il Che SI Terrà Dal 29 maggio al 1 giugno 2014 all'Hotel Marriot (foto a Sinistra) a Copenaghen in Danimarca.
Fra gli italiani figurano Invitati Gli onnipresenti l'ex premier Mario Monti, Franco Bernabè (ex di ENI e Telecom), John Elkann (Presidente Fiat), e la new entry, La Monica Maggioni Giornalista Direttrice Di RaiNews.
Presidente
FRA Castries, Henri de Presidente e Amministratore Delegato, Gruppo AXA
DEU Achleitner, Paul M. Presidente del Consiglio di Sorveglianza, Deutsche Bank AG
DEU Ackermann, Josef ex CEO, Deutsche Bank AG
GBR Agius, Marcus Non-Executive Chairman, PA Consulting Group
FIN Alahuhta, Matti membro del Consiglio, KONE; Presidente, Università di Aalto Foundation
GBR Alexander, Helen Presidente, UBM plc
USA Alexander, Keith B. L'ex comandante, Cyber ​​Command degli Stati Uniti; L'ex direttore della National Security Agency
USA Altman, Roger C. Presidente Esecutivo, Evercore
FIN Apunen, Matti Director, Finnish Business and Policy Forum EVA
DEU Asmussen, Jörg Segretario di Stato del Lavoro e degli Affari Sociali
HUN Bajnai, Gordon ex primo ministro; Partito Leader, Together 2014
GBR Balls, Edward M. Ombra Cancelliere dello Scacchiere
PRT Balsemão, Francisco Pinto Presidente, Impresa SGPS
FRA Baroin, François membro del Parlamento (UMP); Sindaco di Troyes
FRA Baverez, Nicolas Partner, Gibson, Dunn & Crutcher LLP
USA Berggruen, Nicolas Presidente, Berggruen Institute on Governance
ITA Bernabè, Franco Presidente, FB Group SRL
DNK Besenbacher, Flemming Presidente, il Gruppo Carlsberg
NLD Beurden, Ben van CEO, Royal Dutch Shell plc
SWE Bildt, Carl Ministro degli affari esteri
NOR Brandtzæg, Svein Richard Presidente e CEO, Norsk Hydro ASA
INT Breedlove, Philip M. Comandante supremo alleato in Europa
AUT Bronner, Oscar Editore, Der Standard Verlagsgesellschaft mbH
SWE Buskhe, Håkan Presidente e CEO di Saab AB
TUR Candar, Cengiz Editorialista senior, Al Monitor e Radikal
ESP Cebrián, Juan Luis presidente esecutivo, Grupo PRISA
FRA Chalendar, Pierre-André de Presidente e Amministratore Delegato, Saint-Gobain
CAN Clark, W. Edmund Presidente e CEO del Gruppo, TD Bank Group
INT Coeuré, Benoît Membro del Comitato Esecutivo della Banca Centrale Europea
IRL Coveney, Simon Ministro dell'agricoltura, dell'alimentazione e della Marina
GBR Cowper-Coles, Sherard anziano consigliere del Presidente del Gruppo e Amministratore Delegato del Gruppo, HSBC Holdings plc
BEL Davignon, Etienne Ministro di Stato
USA Donilon, Thomas E. Senior Partner, O'Melveny e Myers; L'ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti
DEU Döpfner, CEO Mathias, Axel Springer SE
GBR Dudley, Robert Group Chief Executive, BP plc
FIN Ehrnrooth, Henrik Presidente, caverion Corporation, Otava e Pöyry PLC
ITA Elkann, John Chairman, Fiat SpA
DEU Enders, CEO Thomas, Airbus Group
DNK Federspiel, Ulrik Executive Vice President, Haldor Topsøe A / S
USA Feldstein, Martin S. Professore di Economia, Università di Harvard; Presidente emerito, NBER
CAN Ferguson, Brian Presidente e CEO, Cenovus Energy Inc.
GBR Flint, Douglas J. Presidente del Gruppo, HSBC Holdings plc
ESP García-Margallo, José Manuel Ministro degli affari esteri e della cooperazione
USA Gfoeller, consulente Michael Independent
TUR Göle, Nilüfer Professore di Sociologia, École des Hautes Études en Sciences Sociales
USA Greenberg, Evan G. Presidente e Amministratore Delegato, ACE Group
GBR Greening, segretario Justine di Stato per lo sviluppo internazionale
NLD Halberstadt, Victor Professore di Economia, Università di Leiden
USA Hockfield, Susan Presidente Emerita, Massachusetts Institute of Technology
NOR Høegh, Leif O. Presidente, Höegh Autoliners AS
NOR Høegh, Westye Senior Advisor, Höegh Autoliners AS
USA Hoffman, Reid co-fondatore e presidente esecutivo, LinkedIn
CHN Huang, Yiping Professore di Economia, Scuola Nazionale di Sviluppo, Università di Pechino
USA Jackson, Shirley Ann Presidente, Rensselaer Polytechnic Institute
USA Jacobs, Kenneth M. Presidente e Amministratore Delegato, Lazard
USA Johnson, James A. Presidente, Johnson Capital Partners
USA Karp, CEO Alex, Palantir Technologies
USA Katz, Bruce J. Vice Presidente e Co-Direttore, Metropolitan Policy Program, The Brookings Institution
CAN Kenney, Jason T. Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Sociale
GBR Kerr, John Vice Presidente, Scottish Power
USA Kissinger, Henry A. presidente, Kissinger Associates, Inc.
USA Kleinfeld, Klaus Presidente e Amministratore Delegato, Alcoa
TUR Koç, Mustafa Presidente, Koç Holding AS
DNK Kragh, Steffen Presidente e CEO, Egmont
USA Kravis, Henry R. Co-Presidente e Co-CEO, Kohlberg Kravis Roberts & Co.
USA Kravis, Marie-Josée Senior Fellow e vicepresidente, Hudson Institute
CHE Kudelski, André Presidente e Amministratore Delegato, Gruppo Kudelski
INT Lagarde, Christine Managing Director, Fondo Monetario Internazionale
BEL Leysen, Thomas Presidente del Consiglio di Amministrazione, KBC Group
USA Li, Cheng direttore, John L.Thornton Cina Center, The Brookings Institution
SWE Lifvendahl, Tove Political Editor in Chief, Svenska Dagbladet
CHN Liu, Egli Ministro, Ufficio del Central Leading Group per i problemi economici e finanziari
PRT Macedo, Paulo Ministro della Salute
FRA Macron, Emmanuel Vice Segretario Generale della Presidenza
ITA Maggioni, Monica Editor-in-Chief, Rainews24, RAI TV
GBR Mandelson, Peter Presidente Global Counsel LLP
USA McAfee, Andrew Principal Research Scientist, Massachusetts Institute of Technology
PRT Medeiros, Inês de membro del Parlamento, Partito Socialista
GBR Micklethwait, John Editor-in-Chief, The Economist
GRC Mitsotaki, Alexandra Sedia, ActionAid Hellas
ITA Monti, Mario senatore a vita; Presidente, Università Bocconi
USA Mundie, Craig J. Senior Advisor del CEO di Microsoft Corporation
CAN Munroe-Blum, Heather Professore di Medicina e Principal (Presidente) Emerita, McGill University
USA Murray, Charles AWH Brady Scholar, American Enterprise Institute for Public Policy Research
NLD Paesi Bassi, SAR la Principessa Beatrice d'
ESP Nin Génova, Juan María Vice Presidente e Amministratore Delegato, CaixaBank
FRA Nougayrède, Natalie Direttore ed Executive Editor, Le Monde
DNK Olesen, Søren-Peter Professor; Membro del Consiglio di Amministrazione, la Fondazione Carlsberg
FIN Ollila, Jorma Presidente, Royal Dutch Shell, plc; Presidente, Outokumpu Plc
TUR Oran, Umut Vice Presidente, Partito Repubblicano del Popolo (CHP)
GBR Osborne, George Cancelliere dello Scacchiere
FRA Pellerin, Fleur Segretario di Stato per il Commercio Estero
USA Perle, Richard N. Resident Fellow, American Enterprise Institute
USA Petraeus, David H. Presidente, KKR Global Institute
CAN Poloz, Stephen S. Governatore, Banca del Canada
INT Rasmussen, Anders Fogh Segretario Generale, NATO
DNK Rasmussen, Jørgen Huno presidente del Consiglio di fondazione, la Fondazione Lundbeck
INT Reding, Viviane vicepresidente e commissario per la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza, Commissione europea
USA Reed, Kasim sindaco di Atlanta
CAN Reisman, Heather M. presidente e CEO di Indigo Books & Music Inc.
NOR Reiten, Eivind Presidente, Klaveness Marine Holding AS
DEU Röttgen, Norbert Presidente della commissione per gli affari esteri, Bundestag tedesco
USA Rubin, Robert E. Co-Chair, Council on Foreign Relations; L'ex Segretario del Tesoro
USA Rumer, Eugene Senior Associate e Direttore, la Russia e l'Eurasia Programma, Carnegie Endowment for International Peace
NOR Rynning-Tønnesen, Presidente e CEO Christian, Statkraft AS
NLD Samsom, Diederik M. leader parlamentare PvdA (Labour Party)
GBR Sawers, Giovanni Capo, Secret Intelligence Service
NLD Scheffer, Paul J. Autore; Professore di Studi Europei, Università di Tilburg
NLD Schippers, Edith Ministro della Salute, Welfare e Sport
USA Schmidt, Eric E. presidente esecutivo, Google Inc.
AUT Scholten, Rudolf CEO, Oesterreichische Kontrollbank
USA Shih, CEO e fondatore Clara, Pettegolezzi sociale
FIN Siilasmaa, Risto K. Presidente del Consiglio di Amministrazione e Amministratore Delegato ad interim, Nokia Corporation
ESP Spagna, SM la Regina di
USA Spence, A. Michael Professore di Economia, New York University
FIN Stadigh, Kari Presidente e CEO, Sampo plc
USA Summers, Lawrence H. Charles W. Eliot Docente, Università di Harvard
IRL Sutherland, Peter D. Presidente, Goldman Sachs International;
SWE Svanberg, Carl-Henric Presidente, Volvo AB e BP plc
TUR Taftalı, A. Ümit Membro del Consiglio, Suna e Inan Kiraç Foundation
USA Thiel, Peter A. Presidente, Thiel Capital
DNK Topsøe, Henrik Presidente, Haldor Topsøe A / S
GRC Tsoukalis, Loukas Presidente, Fondazione ellenica per la politica europea ed estera
NOR Ulltveit-Moe, Jens fondatore e CEO, Umoe AS
INT Üzümcü, Ahmet Direttore Generale, Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche
CHE Vasella, Daniel L. Presidente Onorario, Novartis International
FIN Wahlroos, Björn Presidente, Sampo plc
SWE Wallenberg, Jacob Presidente, Investor AB
SWE Wallenberg, Marcus Presidente del Consiglio di Amministrazione, Skandinaviska Enskilda Banken AB
USA Warsh, Kevin M. Distinguished Visiting Fellow e Docente, Università di Stanford
GBR Wolf, Martin H. Capo Economia Commentatore, The Financial Times
USA Wolfensohn, James D. Presidente e Amministratore Delegato, Wolfensohn & Company
NLD Zalm, Gerrit Presidente del Consiglio di Gestione, ABN-AMRO Bank NV
GRC ZANIAS, George Presidente del Consiglio, la Banca Nazionale di Grecia
USA Zoellick, Robert B. Presidente, Board of Advisors internazionali, The Goldman Sachs Group

venerdì 27 giugno 2014

''SI RISCHIA CHE LA FINE DELL'EURO AVVENGA NEL CAOS PIU' TOTALE PER COLPA DELL'ACCANIMENTO DEL CETO POLITICO EUROPEO''



  L'Antidiplomatico
Alessandro Bianchi
traduzione Sandra Vailles

"L'élite al potere oggi è più rappresentativa dell'epoca feudale che della modernità"


Brigitte Granville. Prof. di Economia internazionale e politica economica all'Università di Londra Queen Mary. Autrice di Remembering inflation, Princeton Press, 2013

 
- Con le elezioni europee del 25 maggio scorso, le popolazioni hanno inviato un messaggio chiaro a Bruxelles: gli europei non sono più disposti a rinunciare ulteriormente a quote della loro sovranità e vogliono rinegoziare le concessioni fatte in passato. La nuova Commissione e il nuovo Parlamento europeo ascolteranno questa volontà di cambiamento? 
 
Certamente no, il loro comportamento sarà tale da rendere inutile il voto dato agli anti-euro, che costruiranno una minoranza che sarà ignorata completamente. In funzione del mandato democratico, l'élite politica considera che nulla è cambiato e che, proprio per questo, ha tutto il diritto di continuare ad agire come se nulla fosse accaduto.
 
 
- La propaganda pre-elettorale dei governi al potere e di Bruxelles ha voluto rassicurarci sulla situazione economica attuale della zona euro, anche se le economie italiane di Italia, Olanda e Portogallo sono tornate a contrarsi e la Francia è in una situazione di stagnazione. Inoltre, l'area monetaria è in una situazione di inflazione molto bassa – deflazione per diversi paesi – che rende sempre meno sostenibile la traiettoria debito/Pil di diversi paesi. In un tale contesto, ritiene che la zona euro rischia una nuova crisi che potrebbe rimettere in discussione gli strumenti creati o davvero « il peggio è dietro di noi » come ci hanno detto?
 
E' certo che una nuova crisi sia alle porte. Il debito è eccessivo e consiglio vivamente la lettura del mio libro Remembering Inflation, nel quale spiego molto chiaramente in che modo un debito troppo alto porta inevitabilmente ad una crisi finanziaria. Inoltre, la politica di svalutazione interna – la riduzione dei salari come unico mezzo per i paesi del sud per mantenere la competitività all'interno della zona euro -  non fa altro che rafforzare ed aggravare tale situazione. In questo contesto si arriverà ad un'inevitabile ristrutturazione dei debiti all'interno della zona euro, vale a dire ad una modificazione unilaterale dei contratti e questo equivale ad un default. 

 
- Durante il suo intervento alla Conferenza organizzata da A-simmetrie « Un'Europa senza euro », che si è svolta a Roma il 12 aprile scorso, ha affermato come la crisi della zona euro non si risolverà attraverso la cooperazione franco-tedesca e che presto Berlino scoprirà il bluff di Parigi. Ci può spiegare meglio? 
 
La Germania e la Francia hanno due priorità fondamentalmente opposte:
Da un lato, la Germania, non potendo svalutare l'euro, favorisce il rigore fiscale e la svalutazione interna, una riduzione degli stipendi e dei prezzi. Ed è su questa logica che basa la sua competitività e crescita. In altre parole, i costi della mano d'opera unitari relativamente più bassi rispetto agli altri paesi della zona euro spiegano il successo tedesco. Questo successo è stato possibile grazie alle “riforme Hartz” del Cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder ed è questo modello che si vuole esportare agli altri paesi tra cui la Francia. I problemi di questa politica è che richiede un periodo di tempo lungo prima di vedere i suoi frutti e presuppone una situazione in cui la traiettoria debito/Pil non aumenti. 
Dall'altro lato, in Francia, il peso del debito è elevato e aumenterà ulteriormente a causa della bassa inflazione e della crescita zero, dovuta all'aumento delle tasse e all'incertezza creata dal governo di François Hollande per ridurre il deficit. Il tasso di disoccupazione è arrivato a circa l'11 %. Al governo serve una  crescita economica per rilanciare la propria immagine, ma le tensioni sociali stanno crescendo e rischiano di aggravare la crisi economica: l'ascesa del Front National esprime alla perfezione lo sbandamento dei francesi e il loro sentimento sempre più diffuso di non essere ascoltati dal governo al potere. 

L'intransigenza della Germania e l'impossibilità della Francia di attuare le riforme richieste, dovuta ai vincoli politici e temporali, determinano una situazione tale per cui coloro che costituivano i due pilastri della costruzione europea non procedono più nella stessa direzione. 
In questo contesto, la Francia può solo effettuare riforme che sa di non potere ultimare. 

 
– Quali sono le sue previsioni sull'economia della Francia per i prossimi mesi? Esiste nella mente del governo francese un punto di non ritorno, vale a dire un livello di riduzione dei fondamentali macroeconomici oltre il quale Parigi metterà in discussione la partecipazione alla zona euro? 
 
Il punto non è ciò che il governo considera come tollerabile ma, come ogni altro paese della zona euro, la Francia deve conformarsi alle esigenze del Fiscal compact e rispettarle. Qui non c'è spazio per la scelta, la Francia ha preso impegni. Purtroppo, le misure da prendere per rispettare gli impegni sono dolorose e dunque costose a livello politico. François Hollande è già il presidente più impopolare della Quinta Repubblica, dunque in un certo senso non ha più niente da perdere, ma politicamente, vista la sua mancanza di credibilità, se le riforme saranno imposte ai francesi, il suo governo rischia di destabilizzare le istituzioni della V Repubblica. Le proiezioni economiche per il 2014 non sono certo incoraggianti. La Corte dei conti ha pubblicato il 17 giugno una relazione annua su “la situazione e le prospettive delle finanze pubbliche“ con le conclusioni seguenti:
1. Il deficit pubblico dovrebbe raggiungere il 4% invece del 3,8% annunciato dal governo per piegarsi alle esigenze del Fiscal Compact
2. L'obiettivo di crescita dell' 1% per il 2014  presentato dal governo al Parlamento è stato giudicato possibile ma difficile.
3. Il deficit strutturale sarà anch'esso superiore a quello annunciato dal governo del 2%, la Corte dei conti prevede un deficit strutturale (calcolato senza gli effetti della congiuntura) del 2,1% del PIL.
4. Un debito pubblico di più di 2000 miliardi di euro, ovvero “un rischio supplementare di 2 a 3 miliardi di euro”.
 
 
– C'è un paese che più di altri potrebbe essere costretto a lasciare la zona euro nei prossimi mesi?
 
Se parliamo del rischio di lasciare la zona euro, si tratta di una questione politica. L'euro è stata creato per una volontà politica, essenzialmente di François Mitterrand, e non c'era alcuna logica economica. Nello stesso modo l'euro sarà dissolto da una volontà politica. Se si presenterà questa volontà politica, potrà anche venire da paesi come la Francia o l'Italia e sarà il riflesso dell'impazienza di popoli che considerano che il costo delle riforme e delle misure economiche richieste sia troppo alto rispetto a risultati mediocri. Una grande fetta della popolazione colpita da queste riforme è giovane, il tasso di disoccupazione che tocca i meno di 25 anni è elevato, questi giovani non hanno lo stesso senso storico di “preservare l'euro ad ogni costo” dei loro padri. A livello economico, il cataclisma potrebbe ad un tratto arrivare dal peso del debito per paesi come l'Italia o la Francia, soprattutto se la politica monetaria degli Stati Uniti divenisse ancora più restrittiva ed i tassi d'interesse aumentassero. I mercati potrebbero essere in allerta. Ma finché i mercati troveranno una sicurezza nelle azioni della Banca Centrale europea, non accadrà nulla. 

 
- In una fase in cui i partiti tradizionali la pensano allo stesso modo su tutto - in molti paesi governano insieme e getteranno la maschera della finta opposizione anche nella prossima Commissione europea - ha ancora senso per Lei parlare oggi di destra e sinistra in Europa? Non crede per questo che la vera divisione politica dei prossimi anni sarà tra sovranità e internazionalismo, vale a dire tra coloro che vorranno riappropriarsi di quote di sovranità nazionali per tornare ad incidere realmente sul benessere delle loro popolazioni e coloro che continueranno a credere in deleghe ad enti sovranazionali che, al contrario, stanno erodendo giorno dopo giorno i diritti e le principali conquiste sociali e costituzionali degli ultimi anni? 
 
È vero che nell'Europa continentale vi sono poche differenze tra i partiti di sinistra e di destra, escludendo gli estremismi. Credo che il principale problema con i partiti politici europei sia il fatto che essi non corrispondono più alla realtà della nostra epoca. La maggior parte non ascolta la voce del popolo ed il loro comportamento è più rappresentativo dell'epoca feudale che della modernità. Il modo in cui quell'élite politica viene formata e poi “eletta” non ha nulla di democratico se non il nome, poiché la scelta è circoscritta ad un'élite che conosce tutti gli ingranaggi della politica ma che ignora le necessità economiche attuali. In Francia, ad esempio, molta della classe politica si è formata all'ENA, il cui scopo iniziale era di selezionare alti funzionari di stato, ossia persone in grado di eseguire e di mettere in atto delle azioni decise da politici eletti e rappresentativi dell'opinione pubblica. Questi alti funzionari si sono oggi impadroniti del potere.

Questa burocrazia dominante, composta da tecnocrati e centralizzata all'estremo, soffoca le popolazioni. Questa burocrazia di Stato degna di Courteline, Kafka e Orwell è una macchina infernale nella quale funzionari di stato, non eletti, come ad esempio all'interno della Commissione europea o del FMI, prendono decisioni senza che nessun abbia mai conferito loro un mandato.
Non potendo essere sentito, il popolo si sente escluso e questa frustrazione lo spinge a votare per i partiti estremisti. Di fronte a questa situazione, l'élite politica ripete che bisogna “educare” i popoli, considerando essenzialmente le persone come degli imbecilli e ignorando sistematicamente il loro voto, come è avvenuto in occasione del “No” olandese e francese alla Costituzione europea nel 2005.
La conseguenza dell'arroganza di questa élite politica europea è, da una parte, l'ascesa dei partiti nazionalisti come il Front national e, dall'altra, il desiderio d'indipendenza di città o di regioni come nel caso della Catalogna, del Veneto e quant'altro. La gente è stanca che siano partiti di centro a prendere tutte le decisioni, con delle politiche che non solo non hanno alcuna comprensione della vita quotidiana del cittadino medio, ma che volutamente ignorano la loro voce. Questa élite politica è convinta di essere l'unica detentrice di ogni soluzione e ci conduce ciecamente verso una  nuova crisi che sarà non solo economica ma anche politica.
 
 – Lei è una delle firmatarie del Manifesto di solidarietà europeo, un progetto a cui hanno aderito diversi economisti con cui si chiede una segmentazione controllata della zona euro come unica possibilità per salvare il resto del progetto europeo. Farete a breve delle proposte concrete alla politica? E qual è secondo lei il miglior scenario possibile di dissoluzione della zona euro? 
 
Insieme ai firmatari del Manifesto, stiamo stabilendo le varie tappe da seguire. Per quanto mi riguarda, sono convinta che la zona euro finirà, non conosco né l'ora né il momento, ma il rischio è che tale dissoluzione avvenga nel caos più totale per colpa dell'accanimento ideologico della classe politica e del suo rifiuto di contemplare il fallimento politico costituito dal progetto euro. 

giovedì 26 giugno 2014

IL “FRONTE AMPIO DEL DIALOGO”

Anghelu Marras


APRIRE IL DIALOGO
     Per lungo tempo, abbiamo militato in diverse Organizzazioni, spesso adattandoci alle decisioni di “vertici” più o meno abilitati e apprezzati del nostro  Partito, o, talvolta, essendo noi stessi dei dirigenti, in disaccordo con altri dirigenti, che mal si adattavano alla vocazione di lottare per la trasformazione della società … siamo stati “puniti”, con espulsioni (o peggio!), ma infine abbiamo capito che è in “basso”, e non al vertice, il luogo in cui è necessario guardare.Quello sembra il luogo in cui sarebbe melio assumere decisioni.
     Oggi, il movimento indipendentista sardo, ma più in generale il movimento di trasformazione delle condizioni sociali, politiche ed economiche della Sardegna, si trova di fronte una  “oggettiva” necessità : quella di “aprire un dialogo”. Dal “basso”.

IL PRIMO PASSO
     In questi giorni è bastato lanciare l'ipotesi di costituire un "Fronte ampio” che c'è già chi (pur dicendosi d’accordo) dice che trova necessario costruire un “fronte ampio d'opposizione”  e, altri, già sostengono che, si, è necessario costruire un Fronte ma che è necessario che sia un “fronte di classe”; altri, per "Fronte",  intendono “un’azione  internazionale” (legale?); altri, un “processo a tappe” che parta col riconoscimento della specialità linguistica della Sardegna, e ancora, e ancora, e ancora.

     C'è chi vuole privilegiare un percorso rispetto ad un altro e c'è chi vuole subordinare “una cosa” ad “un’altra”. Insomma manca una convergenza sul “primo passo da fare”. ( … e siamo soltanto ad una proposta di “dialogo dal basso”).

     Quando qualcuno dice: “il fronte di classe non è possibile”, intende forse subordinare la costruzione del “fronte di classe” ad un  “fronte ampio di opposizione”? O al “Fronte internazionale”? O a qualcos’altro?
     Queste, secondo me, sarebbero da considerare posizioni politiche precostituite che vanificherebbero in partenza la necessità di un “dialogo dal basso”, di cui in questo momento ognuno dice di voler condividere la necessità … una "Mesa", prima e un “Fronte del Dialogo”, poi, da tutelare prioritariamente!
    
 Altri affermano che “le posizioni del “fronte ampio di opposizione” sono posizioni piccolo-borghesi, oppure socialdemocratiche”, e, ancora, “le dinamiche per il riconoscimento di uno Stato Sardo dall’O.n.u. sarebbero da equiparare a strategie burocratiche o “legaliste” e che, l’esclusione della Classe dal Processo, significherebbe, esclusivamente, la subordinazione della Classe al progetto del “fronte ampio di opposizione” o a quello del "Fronte internazionale”.
     Tutto questo significa che, pur essendo aperti al “Fronte del dialogo”, ogni “soggettività” intende anticipare “uno scontro”, pur sostenendo di guardare con fiducia alla “Mesa del Dialogo”.

     Io direi, anticipatamente, che  è necessario entrare in una nuova dinamica, quella di garantire la sostenibilità di più “Fronti”, che si tratti di due, tre, quattro o cinque processi paralleli e differenti per livello, ma che possono - col sufficiente sostegno - contemporaneamente agli altri, anche se “non necessariamente”.

L’UNITA’  E LA DIVERSITA’
     Sostengo che “unirsi è pure differenziarsi” ... L’unità è ciò che unisce, ma non rende uguali (infatti, “Chentu concas…”), la Diversità è ciò che potrebbe far scoprire ciò che – a nostra insaputa e in assenza di dialogo -  unisce più persone o intere comunità e potrebbe far apprezzare maggiormente - anche - ciò che rende "diverse" le persone, i gruppi o le comunità.

     Quando cerchiamo un “dialogo”, significa che - a priori - condividiamo l’esigenza della discussione, che usiamo - come punto di partenza - sia quello che unisce e sia quello che divide. Significa che riteniamo sbagliato “continuare ad ingannarci sulle differenze”; significa che sappiamo che le differenze possono essere colmate o possono rimanere tali, se la priorità “quel che unisce”.
     Insomma, le differenze non debbono essere subordinate, ma neppure essere lasciate latenti, credo che sia importante non dimenticarle, ma credo che non sia indispensabile premetterle, in quanto “pregiudiziali. 

     Personalmente non sono d’accordo con coloro che affermano che un Fronte si possa creare partendo dalle “rivendicazioni” e neppure con alcuna posizione “pregiudiziale.  Penso, semmai, che ogni percorso abbia la sua validità e che nessun percorso debba essere “esclusivo”. Assolutamente! 

     Per questo io penserei ad un “esercito rosso”, a “genti arrubbia”, a donne e uomini che – e solo in questo momento iniziale – non intendono costituire un Partito, che non intendono candidarsi alle elezioni che non sono “tifose di un Fronte” piuttosto che un altro.

ANDARE AL DIALOGO
     “Andare al dialogo” … non significa creare un generico “ampio fronte” come sommatoria e accordo di partiti, di leader o di personalità …… Se facciamo questo, se cerchiamo un accordo fra “dirigenti”, faremo una riunione, un documento che verrà immediatamente firmato, ma dopo tre giorni sarà – come al solito -  “carta straccia”!

     “Andare al dialogo” significa domandarsi per prima cosa – e banalmente - quale tipo di fronte vogliamo: un fronte che unisca o che separi ulteriormente il movimento indipendentista sardo?  
     Qualcuno dice che gli indipendentisti sono “plurali”, che hanno “chentu concas e chentu berrittas”, che nessuno ha l'egemonia, che l’individualismo è prevalente  … Sfatare questi “luoghi comuni” rappresenta per noi il dato di partenza di un dialogo che deve portare al potenziamento del  “diffuso sentimento di indipendenza”  in prima istanza) e che deve condurre alla formazione di una forza politica “diversa”, in grado di unire i Sardi, sia che militino nel “Partito che non amano”, sia che non abbiano affatto un Partito.

     Se si ritiene che questa premessa possa essere condivisa, allora è possibile affermare la necessità di promuovere “un fronte ampio di dialogo” fra le diverse componenti dell’indipendentismo sardo e delle forze di trasformazione delle condizioni economiche politiche e sociali della nostra Isola. Non si deve aver paura della capacità politica di un Fronte che fonda la propria strategia politica sul “dialogo fra posizioni diverse”.
Già “altri” nel mondo lo hanno fatto. Quindi, appare evidente e vitale chiamare i Sardi a questo “dialogo”.

CREARE UNA RETE DI DIALOGO CENTRALIZZATA E PUBBLICA
     L'esito di questa mobilitazione potrà rimettere  in primo piano tutte le problematiche “storiche” degli indipendentisti sardi e  attrarrà – certamente – l’attenzione di donne e uomini di altri gruppi e partiti politici, di altre forze sociali.

     Sarà necessario darsi un “tempo lungo”,  dove l’aspetto elettorale non potrà inquinare, creando “10, 100, 1000 comitati di dialogo”, in relazione fra loro attraverso gli strumenti che la modernità conferisce a ciascuno di noi e a noi tutti insieme. Creare una rete di dialogo.

DI CHI E’  IL TAVOLO DEL DIALOGO?
     Ritengo che oggi il potere di convocazione di un “tavolo del dialogo” ce l'abbia – esclusivamente - chi non è stato coinvolto nell’ultima “follia” elettorale. Questo non significa che non debbano essere effettuati contatti preliminari con tutti i partecipanti o che qualcuno possa essere prioritariamente “eluso”, o qualcuno possa auto-escludersi senza assumersi la responsabilità della sua rinuncia.
     Il Tavolo, in ogni caso, sarà di tutti coloro che risponderanno alla chiamata: singoli, gruppi, associazioni, partiti, movimenti, comitati e anche di tutti coloro che (singoli, gruppi, associazioni, partiti, movimenti, comitati) riusciranno a mobilitare.

     Queste formazioni o le singole personalità che parteciperanno al Tavolo del Dialogo non dovranno abbandonare il proprio movimento e la propria prospettiva, ma dovranno  (dovrebbero) partecipare costruttivamente al  “Tavolo”  portando con se tutto il bagaglio che il proprio comitato, il proprio circolo o gruppo è capace di trasmettere, nel modo in cui decide di trasmetterlo al numero maggiore di persone.

     Il “Tavolo” non sarà il luogo in cui si trasmette quello che Tizio o Caio, leader del Partito, ha interesse di trasmettere. Il “Tavolo” è il luogo in cui ciascuno porta, “dal basso”, la propria riflessione e il proprio contributo.a
     La “ piattaforma del dialogo” sarà aperta a più gente possibile perché ognuno possa parlare e dire ciò che pensa, perché ciascuno possa correttamente usare nelle proprie battaglie  quello che viene detto, perché ogni parola possa servire a cambiare le condizioni di vita dei Sardi.  Abbiamo imparato la ”lezione” della “politica politicante” e sappiamo che non otterremo nulla che non sia ciò che il nostro sforzo personale sarà in grado di “inventare”. Senza alcuna delega. Senza deroghe.

      Come tutti possono intuire s’intende annunciare un processo lento e difficile … in cui è necessario “inventare” un nuovo concetto di “democrazia” che non potrà coincidere col concetto che ognuno ha maturato, perché il concetto di “democrazia” che “inventeremo” dovrà essere un concetto “originale” che solo  una “sintonia” di intenti potrà  inventare.

ABBIAMO TANTA STORIA DA SCRIVERE
     Abbiamo ancora tanta Storia da scrivere ....  dobbiamo inventare un nuovo sistema sociale, un nuovo sistema politico, un nuovo sistema economico. Non poniamoci orizzonti.

     Nell’immediato vediamo  soltanto vari gruppi che non si sopportano per le loro differenze, oppure donne e uomini amareggiati, disorientati, “arresi” per quanto hanno subìto o per le delusioni che hanno somatizzato …..   però sappiamo che è il filo (l’Indipendenza della Sardigna”) a permettere a tutte le perline colorate di una collana di stare insieme …  e “se qualcuno vuole tagliare quel filo per togliere anche una sola perlina”, perderà – per sempre – l’intera coloratissima collana. Noi non permetteremo a nessuno di cancellare un sogno, né di rubarci un gioiello.

    Siamo abituati ad aspettare: la nostra mente è predisposta per  i “lunghi periodi” di tempo (e non a breve termine o sempre troppo in fretta). Questa è la nostra mentalità. Prendiamoci i nostri tempi.  Un anno, due anni, tre, quattro, cinque. Cosa sono 5 anni! Noi non smetteremo di vivere e lottare aspettando che Il “dialogo” porti i suoi frutti. Noi non perderemo di vista ciò che c’è più avanti … anche oltre la nostra esistenza. Per le nuove generazioni. ...

 e sento il “rumore di tante battaglie” .....
 anghelu marras 
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